27 SETTEMBRE 2020

XXVI Domenica del Tempo Ordinario

I RIVOLUZIONARI A PAROLE E GLI OPERATORI NEL SILENZIO

(Mt 21,28-32)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

COMMENTO

“Quanti rivoluzionari a parole ho visto seduti su doppie sedie negli uffici pubblici, tanto il fondo schiena si è ingrassato. Fondamento di una vera vita cristiana non è la semplice conoscenza o professione di fede, ma è l’azione” diceva Don Oreste Benzi commentando questo passo. Con questa parabola Gesù è molto diretto. Come diremmo oggi va al cuore del problema: servono i fatti, non parole vuote.

Nulla si trasforma con le sole parole. Anzi, è molto semplice essere coerenti con esse. E Gesù in questa parabola lo fa capire benissimo. Bisogna indossare la stola e il grembiule e servire se vogliamo cambiare ciò che va male.

Questo cambiamento non è semplice, richiede uno sforzo. Quante volte abbiamo accolto con entusiasmo una buona proposta e poi l’abbiamo abbandonata? E per lavarci la coscienza abbiamo addotto delle scuse alla nostra indolenza. Ci sono i rivoluzionari a parole, e poi ci sono gli operai silenziosi.

Nella parabola il primo figlio dice “sì, sì, lo farò”, il secondo invece non ha voglia, ma si mette al servizio lo stesso.

Ecco ancora che nella logica di Dio, non chi raccoglie consensi con la parola avrà i meriti, e neanche chi si mette a ricoprire i posti pubblici per cercare visibilità. Saranno invece i pubblicani e le prostitute a precederli, non in quanto pubblicani e prostitute ma perché, pur essendo vissuti nella colpa, hanno poi accolto l’annuncio del Regno, abbracciando la fede con le relative opere. Dio non guarda all’apparenza, Dio punta al cuore; Dio non guarda (o non solo) al nostro grado di perfezione, Dio guarda all’amore che ci mettiamo nelle cose che facciamo; Dio non guarda alle parole che diciamo o alle formule che pronunciamo o alle molte preghiere che recitiamo, Dio guarda ai fatti, alla nostra vita di carità nei confronti del prossimo. Senza queste ultime è tutto vano.

I pubblicani e i peccatori che all’apparenza sono lontani da Dio, con il loro cuore lo amano molto di più e sono molto più vicini a lui di quanto non lo siano le autorità religiose, ossia quelli che nel tempio vivono e ci sguazzano, apparentemente perfetti e giusti, ma nel cuore ipocriti e “sepolcri imbiancati”.

 

20 SETTEMBRE 2020

XXIV Domenica del Tempo Ordinario

GLI OPERAI DELLA VIGNA

(Mt 18,21-35)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «1Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. 3Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, 4e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò». 5Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. 6Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». 7Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna».

8Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi». 9Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. 11Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone 12dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». 13Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? 14Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: 15non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». 16Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

COMMENTO

Un giorno durante un incontro associativo degli Exallievi/e di Don Bosco, alla presenza di un prete delegato, un membro si alzò in piedi ed esclamò una cosa di questo genere: “Ormai siamo vecchi. Sono i giovani che devono impegnarsi!”

Il saggio sacerdote rispose pressappoco così: “Anche se anziani in un letto di ospedale o in un ospizio, c’è sempre il modo di dare il proprio contributo al Regno di Dio. Per esempio con una semplice Ave Maria!”

Questa risposta può essere utile per farci comprendere la parabola che Gesù racconta ai suoi: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.

Dio cerca tutti, in qualsiasi momento e condizione ci troviamo. Ognuno di noi può lavorare per la vigna del Signore, nessuno deve sentirsi in diritto di sentirsi fuori dalla realizzazione del suo Regno. E a tal proposito non può non venirci in mente la scena in cui Gesù vede due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettano le reti nel mare di Galilea, e dice loro di seguirlo: senza indugi essi lasciano le reti e lo seguono; stessa cosa avviene per Giovanni e Giacomo.

Non ci sfugge neanche l’insistenza del padrone nel chiamare gli operai: alle nove, a mezzogiorno, alle tre, alle cinque. Nessuno deve sentirsi inutile, disoccupato. La preoccupazione del padrone della vigna è sempre quella di trovare tempo e spazio per chi vuole lavorarla: c’è sempre margine per dare senso alla propria esistenza. Perfino in tarda serata. Dio ci chiama, noi dobbiamo farci trovare pronti. Non possiamo passare la nostra esistenza nell’insignificanza. Questo no!

Anche la metafora è indicativa. Gesù la usa più volte: la vendemmia fino al tempo dei nostri nonni era una festa, soprattutto quando il raccolto dell’uva era abbondante e la produzione di buon vino era garantita. Gesù annuncia il raccolto gioioso dell’uva e la felicità di partecipare alla realizzazione del Regno di Dio.

Tuttavia la seconda parte della parabola potrebbe suscitare in noi non poco disappunto: «Il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.

Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Il padrone della vigna dà ai primi arrivati secondo il pattuito, ma dà la stessa somma anche a coloro che sono arrivati dopo: un denaro ricevono coloro che hanno lavorato durante l’ultima ora, un denaro quelli che avevano affrontato l’intera giornata sotto il sole sin dalle prime luci dell’alba. Così questi ultimi protestano: che giustizia è mai questa?

Non deve sorprenderci che qualcuno protesti; dal punto di vista di costoro è stato commesso un sopruso. Sono in molti coloro che vedono il lavoro in termini di produttività. Guardano alla ricompensa come un merito, e non come un dono. Come per la parabola del figliol prodigo dove il padre viene rimproverato di fare troppa festa per quel vagabondo che torna a casa, l’appunto che muovono i primi operai della vigna sembra razionale e logico. Ma il loro è un ragionamento che non si umanizza, è una logica che non si incarna nella situazione concreta.

La bontà di Dio va oltre i nostri calcoli utilitaristici, ribalta la nostra visione mercantilistica fondata sul profitto. La sua è una logica dell’eccedenza: mette al centro l’uomo, non l’economia; non dona secondo la logica della produttività, ma secondo quella del bisogno. Poco importa se la chiamata arrivi subito o all’ultimo momento: l’importante è rispondere.

Se non fosse così la missione di Paolo o di sant’Agostino, convertiti in età adulta dopo una vita allo sbando, non avrebbe senso o ci scandalizzeremmo per una prostituta come Maddalena che si mette alla sequela di Cristo. E a maggior ragione, se non fosse così ci scandalizzerebbe che il premio della salvezza eterna venga donato perfino in punto di morte al “buon ladrone”. Come dice Dante nella Divina Commedia la misericordia di Dio può raggiungere chiunque: anche una sola “lagrimetta” di pentimento, se sincera, è sufficiente a Dio per spalancare le sue braccia misericordiose, mentre una vita ascetica ma priva di pentimento porta alla dannazione eterna.

13 SETTEMBRE 2020

XXIV del Tempo Ordinario

LA DIS-MISURA DEL PERDONO

(Mt 18,21-35)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.

Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

COMMENTO

Le parole pronunciate da Gesù sulla Croce sul punto di morte ci sembrano spesso lontane dal nostro vissuto quotidiano: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc. 23, 33-34).

Sembrano parole quasi irraggiungibili, incomprensibili. Sembrano appartenere a qualcuno che proviene da un mondo diverso dal nostro, che descrivono una sorta di sovra-etica. In particolare, la parola del perdono sembra essere ormai estinta dal nostro vocabolario quotidiano.

Soprattutto oggi, in un’epoca avvelenata dagli egoismi, da rapporti che spesso serbano rancori nelle famiglie e nel lavoro, non sembra esserci cosa più difficile. Eppure Gesù ci lascia quest’ultima eredità del suo amore, ci traccia anche nel momento più estremo della sua esistenza una via da seguire.

Gesù gli risponde: “Non ti dico fino a sette volte, ma sino a settanta volte sette” (Mt. 18, 21-22). Settanta volte sette è un modo per dire sempre, all’infinito, illimitatamente. Questa è la misura di Dio, una DIS-MISURA. Gesù abolisce ogni confine tipicamente umano. È per questo che forse, riconoscendo nello sguardo di Pietro la perplessità di chi non riesce a capire, espone la nota parabola del “servo debitore” di questa domenica.

Sulla Croce Gesù, abbandonato da tutti, dai suoi discepoli, dai compagni di viaggio, incarna fino in fondo quella parola che sembra impossibile ai sui amici, la incarna nella sua vita come una sorta di testamento spirituale: il perdono è l’ultima intenzione ed essere rivolta verso chi lo condanna a morte.

Con questo ci ricorda che il nostro perdono dev’essere instancabile, anche se ci costa fatica. Molto spesso, riusciamo a mala pena a sopportare nostro fratello o nostra sorella, facendo peraltro capire che lo sbaglio non deve ripetersi, non deve capitare un’altra volta. Ci risulta molto difficile perdonare sempre di nuovo, come se il passato non conti più nulla; ci risulta molto difficile avere abbastanza pazienza per guardare sempre con la stessa fiducia quella persona a cui bisogna perdonare due volte, dieci volte, mille volte una stessa colpa.

Mentre mi arrovello tra questi pensieri mi viene anche in mente che in fondo, sulla scorta di quanto insegna Gesù, il perdono è la parola che si coniuga meglio con un’altra parola molto abusata come quella dell’“amore”: il perdono appunto come il più alto esercizio dell’amore cristiano in quanto suo autentico banco di prova. Nel tessuto della vita quotidiana così l’amore autentico diventa faticoso, impegnativo e certamente non può essere svenduto a buon mercato come si fa oggi. Nello stile del cristiano abbinato al perdono è una dimensione che totalizza l’esistenza: non può essere condizionato con dei “se”, dei “ma” e dei “però”.

Sentiamo sempre più spesso da conoscenti e amici notizie di coniugi che si separano, di tribunali che abbondano di cause di ogni genere a causa di ruggini che si perdono nel tempo. Molto spesso l’orgoglio ferito rischia di trasformarsi in una pericolosa vendetta. Siamo nell’epoca della divisione perché manca questa capacità di comprendersi nella reciproca fallibilità e proprio li dove questo esercizio di amore sarebbe più richiesto.

Il perdono ha poi anche un valore terapeutico, giova anche a chi lo pratica: libera la nostra anima dal condizionamento del comportamento degli altri su di noi. Attraverso il perdono io scelgo di risorgere dal mio passato, scelgo di rinunciare a essere “nemico” del mio fratello. Perdonare non è necessariamente un atto eroico, estremo, assoluto. Il più delle volte è una ricerca, una scoperta, una conquista che ci riconcilia con l’altro e con noi stessi.

6 SETTEMBRE 2020

XXIII del Tempo Ordinario

IL DOVERE DELLA CORREZIONE FRATERNA

(Mt 18, 15-20)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:” 15Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 17Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. 18In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. 19In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. 20Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

COMMENTO

Gesù ha appena ammonito Pietro perché si è rifiutato di accettare la logica del Vangelo, ovvero della Redenzione che passa attraverso la croce.

Con quale spirito era nato quell’ammonimento? Era il frutto dell’amore per un fratello, per un amico. E qui tocchiamo un tasto dolente nel nostro rapporto con gli altri, soprattutto con coloro che vogliamo più bene. Amare qualcuno non significa solo preoccuparsi del suo benessere materiale, non significa solo accertarsi che stia in forma, mangi in abbondanza e così via, ma significa come prima cosa preoccuparsi della sua salute spirituale. In questa ottica va visto il senso di un ammonimento fraterno. L’amore cristiano non è un’astrazione, ma è fatto di gesti concreti, anche non gradevoli.

La nostra cultura, al contrario, pervasa da un forte individualismo, è pervasa dalla convinzione che in fondo ognuno debba essere il giudice di se stesso e nessuno possa immischiarsi nelle questioni altrui, a maggior ragione se non richiesto. L’ammonimento sembra essere diventato un atto che va a violare la sacralità della persona, che va a travalicare i confini dell’io.

“Stanne fuori, non è affar tuo!” è uno degli imperativi del nostro tempo in nome del quieto vivere.

“Se vedi un tuo fratello che sbaglia fai finta di nulla” o ancora talvolta capita che quando vuoi intervenire ti senti dire: “Chi te lo fa fare? Sono solo seccature!”. E intanto in nome dell’indifferenza abbiamo permesso le più grandi tragedie, degli immani delitti. Mai come nel nostro tempo la voce di Caino ha trovato grande consenso: “Sono forse il custode di mio fratello?” (Gn 4,8).

Ma noi non siamo isole! Gesù ci dice al contrario: “preoccupati per il tuo fratello, sii uno scudo contro i pericoli e le tentazioni del mondo”.

Da questo passo, come da altri, apprendiamo che la correzione fraterna è uno degli atteggiamenti cristiani più importanti per la salvezza del singolo e per la stessa comunità cristiana. Se non ci si sente responsabili del fratello si vive per se stessi e non c’è più argine al male.

Da cristiani siamo chiamati a promuovere una spiritualità della comunione che non teme di farsi carico dell’altro anche nell’ammonizione e nella correzione. Gesù poi ci dice che questo atto fraterno deve avvenire con delicatezza e gradualità: “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano”.

Questo insegnamento, per esempio, era stato assorbito molto bene nella Regola di san Benedetto quando parlava dell’abate nel farsi guida nel cammino spirituale dei fratelli affinché li aiutasse in questo cammino di ricerca e di conversione. Una guida spirituale non è colui che si sostituisce nel discernimento, ma che aiuta a fare luce in questo processo che ciascuno è chiamato a compiere personalmente e assumendosene tutte le responsabilità.

Il padre del monachesimo occidentale parla soprattutto di ammonimenti e correzione dei defetti, ma vi è una dimensione positiva di “alimentazione” della vita spirituale, cioè di offerta di spunti di riflessione per la propria formazione e per il proprio cammino di relazione con Dio, che va dai capitoli, alle omelie, alle sessioni di studio, ai testi suggeriti e letti in comune, ecc. La paternità spirituale non si esaurisce nel colloquio, ma si modula in molte forme e si dispiega in tutta la giornata. In modo propositivo cerca di stimolare ciascuno perché prosegua nel cammino di approfondimento e di crescita umana e spirituale. Infine, nell’invitare all’ammonimento, suggerisce grande attenzione per la sensibilità di tutti i fratelli: “E sia ben consapevole di aver assunto una missione tanto difficile e delicata: quella di guidare le anime mettendosi al servizio dei diversi temperamenti. Dovrà quindi usare con alcuni la dolcezza, con altri il rimprovero, con altri ancora la parola persuasiva, adattandosi così e quasi conformandosi a tutti secondo la natura e l’intelligenza di ciascuno, in modo non solo da evitare di subire perdite nel gregge che gli è affidato, ma piuttosto da potersi rallegrare per il suo buon incremento. Soprattutto l’abate non trascuri né tenga in poco conto il bene spirituale dei suoi monaci preoccupandosi maggiormente delle cose transitorie, materiali e destinate a perire” (RB 2,31-32).

Per la nostra mentalità invece è faticoso accettare il richiamo, anche quando esso è svolto con il massimo tatto, abituati come siamo ad autoassolverci e a relativizzare le nostre colpe. Matteo è però consapevole che proprio le comunità sono fatte di uomini fallibili è necessaria la correzione, facendo propria la pedagogia stessa di Gesù: prima privatamente, poi nel confronto con due o tre fratelli e infine davanti la comunità.

E proprio perché nessuno può dirsi pienamente realizzato la correzione va accettata con umiltà e viceversa colui che corregge non deve sentirsi moralmente superiore. Solo in un contesto in cui si gareggia nella volontà del bene possono crearsi le condizioni ideali affinché Gesù sia realmente presente: “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.

30 AGOSTO 2020

XXII Domenica del Tempo Ordinario

LOGICA DI DIO E LOGICA DELL’UOMO

(Mt 16, 21-27)

In quel tempo, 21Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. 22Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». 23Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
24Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 25Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 26Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? 27Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

COMMENTO

Dopo la dichiarazione pubblica di Pietro, Gesù conduce progressivamente, passo passo, i suoi verso il senso del suo essere nel mondo che lo porterà verso la Redenzione; ma evidentemente l’associazione del Messia, il liberatore delle genti d’Israele, con un destino di sofferenza e ingiustizia non è quello che gli apostoli si aspettano.

Gesù dice infatti che dovrà “andare a Gerusalemme e soffrire molto”, che il suo destino sarà costellato da incomprensioni e persecuzioni a causa “degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno”. Gesù inizia a far aprire gli occhi ai suoi su quello che gli aspetta, un percorso che non è separabile dalla Passione, anche se porterà alla vittoria finale.

In un incredibile sali scendi, dopo la rivelazione straordinaria avvenuta attraverso la bocca di Pietro, questa nuova confessione nell’arco di brevissimo tempo riporta gli apostoli alla dura realtà. Qui interviene un più che comprensibile affetto umano maturato durante la frequentazione del Maestro. Gli vogliono bene, e umanamente nessuno augura la sofferenza a colui che si vuole bene.

Gesù, tuttavia, sa benissimo che il suo modo di comportarsi, le parole che pronuncia, le scelte che compie, avranno delle conseguenze enormi. Sta vivendo una fase di svolta nella propria vita.

Sul momento non c’è nessuno replica. Si sarà creato un imbarazzante vuoto di silenzio, o si sarà glissato su altro. Così, in disparte, sempre Pietro con il suo consueto fare irruento a cuore aperto non riesce a trattenere il suo cruccio: “Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai”.

Non è possibile che Dio gli chieda questo, non può che volere la felicità degli uomini. È illogico!

È in fondo la tentazione che accompagna Gesù fin dall’inizio della sua missione, quella di scegliere una via comoda, scansare la sofferenza per salvare l’uomo. Pietro, che solo poco prima era stato chiamato “Beato” perché aveva riconosciuto in Gesù il Messia, adesso si piega alla logica umana e Gesù lo invita a tornare al suo posto: “va’ dietro a me” e lo chiama “Satana”. Nel tempo di un battito di ciglia la lode si trasforma in un severo ammonimento.

Pensare secondo gli uomini, piegarsi alla logica del mondo, è la tentazione di sempre e, soprattutto, in un mondo come il nostro caratterizzato da innumerevoli distrazioni. La tentazione di Pietro è quella di smettere di seguire, di collocarsi davanti a Gesù perché il maestro si ponga alla sequela del discepolo. Vuol dettare lui la strada. Ritiene che l’obiettivo di Gesù sia buono ma non la sua strategia.

Gesù così lo rimette in riga e, ritenendo che un po’ tutti condividano lo stesso pensiero, rivolgendosi ai suoi apostoli parla in maniera chiara e netta: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?”

La sofferenza è inestirpabile, è connaturata alla natura umana e i filosofi e i grandi scrittori di tutti i tempi lo hanno sottolineato. Ma essa nel senso cristiano non è mai il fallimento dell’uomo, non ha mai l’ultima parola sull’esistenza; anzi, in un’ottica di fede è una grazia che apre al mistero di Cristo e lo redime. È una prospettiva che va ben oltre quella già intravista dal mondo greco che possiamo riassumere nell’espressione eschilea pathei mathos (imparare soffrendo): il dolore insegna, apre la coscienza e può rendere più saggi. In effetti questa è già una lezione importante, soprattutto oggi: la cultura contemporanea rifiuta l’inciampo, l’errore, il fallimento, non riconosce altro che il benessere immediato, non accetta la gioia profonda viene dalle risalite che seguono le cadute.

Eppure tutto ciò al cuore dell’uomo non basta. Cosa ci insegna Cristo? Dobbiamo solo educarci alla sofferenza come via maestra della virtù? No. Non si tratta solo di questo. A tal proposito posso portare una mia piccola testimonianza: per anni sono stato gravemente ammalato per un carcinoma, ho subito due pesanti interventi chirurgici e vari cicli di radioterapia: a posteriori comprendo che mai come quando sono stato nel letto d’ospedale mi sono avvicinato al mistero della passione di Cristo, ma non è facile accettarlo.

Pietro e gli altri apostoli, rinnegando il destino di Gesù, non sono ancora entrati nella logica di Dio, ma si sono arroccati nella logica difensiva dell’uomo che banalmente rifiuta la sofferenza come un fardello più o inutile. La vita è caratterizzata da grandi o piccole croci, umiliazioni, malattie, ingiustizie, ma tutto dipende da come riusciamo a integrale nella nostra vita. E qui c’è il salto di qualità del cristiano: la sofferenza non va semplicemente accettata, va accolta nel modo giusto.

La chiamata di Cristo è una conversione di mentalità difficile da realizzare: rinnegare se stessi non significa considerarsi senza valore, ritenerci nullità. Toppo spesso nella storia questo passo è stato frainteso, distorto, facendolo passare come un invito all’automacerazione; come allo stesso tempo, secondo alcune letture psicologizzanti, è stato ridotto a una sorta di ricerca terapeutica che dovrebbe portare alla liberazione da alcune nevrosi che agitano la psiche.

Gesù invece vuole dirci che solo lui può riempire di valore un’esistenza che di per sé non l’avrebbe; e quanto più il buco nero dei nostri limiti e delle nostre sconfitte è grande, tanto più Dio può inserirsi per riempirlo della sua grazia. Rinnegare se stessi, perciò, significa non metterci al centro di tutto, accettare i propri errori, le nostre debolezze e affrontarle con la consapevolezza che non tutto dipende dalla nostra volontà. Solo Gesù può prende la nostra umanità ferita, umiliata, offesa e farne qualcosa di importante.

La croce di Cristo è l’unica risposta risposta alla mancanza di risposte umane.

23 AGOSTO 2020

XXI Domenica del Tempo Ordinario

VOI CHI DITE CHE IO SIA?

(Mt 16,13-20)

In quel tempo, 13Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». 14Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». 15Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». 16Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 18E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 19A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 20Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

COMMENTO

Ormai Gesù ha compiuto prodigi di ogni genere: ha guarito storpi, scacciato i demoni, ridato la vista ai ciechi, resuscitato persone. Ne farà altri, ma la sua fama si è diffusa in tutta la regione, è giunta fino in Giudea. Le sue gesta passano di strada in strada, di bocca in bocca, creano stupore tra la gente: “Chi sarà mai costui che compie tali miracoli?”

Non sono banali pettegolezzi, quell’uomo comparso all’improvviso apre interrogativi sulla sua identità più che sulla sua provenienza; anzi, la sua umile origine accentua l’interrogativo. Sono domande legittime perché cose così grandi non si erano mai viste.

Ed ecco che un giorno fuori della terra santa, a Cesarèa, residenza del tetrarca Filippo, mentre si trova in disparte con i suoi discepoli, fuori dai rumori del mondo e dalla soggezione che può incutere la sua vista, è arrivato il momento propizio per chiedere ai suoi informazioni su ciò che la gente pensa e dice di lui.

I discepoli gli danno tutte le opinioni che avevano raccolto in giro: per alcuni egli è Giovanni il Battista, fatto uccidere da Erode Antipa, ma ritornato sotto mentite spoglie; per altri è “Elia”, il profeta che deve venire “prima che giunga il giorno grande e temibile del Signore” (Ml 3,22); per altri ancora è Geremia redivivo o uno comunque dei profeti inviati da Dio al suo popolo.

Insomma, la confusione regna sovrana, ma quantomeno le considerazioni sul suo conto sono sicuramente lusinghiere. Nessuno, a quanto apprendono i suoi, parla male di Gesù, non si ode nessuna voce che insinui un imbroglio; magari qualcuno potrebbe osare un sognatore, un idealista, ma senza mettere in dubbio le sue buone intenzioni. Eppure, nonostante questi accostamenti roboanti, nessuno coglie la novità della sua predicazione.

Gesù non sembra prendere negativamente quelle risposte, sospende il giudizio e quasi maieuticamente rilancia la stessa domanda ai suoi come per fare il punto della situazione: “Chi dite che io sia?”

Pietro, come mosso da un forte impulso interiore, fa un’inaudita confessione: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Cristo è la traduzione greca della parola ebraica Messia che equivale a Unto, l’eletto da Dio). Qualificarlo come Messia presupponeva riconoscerlo come colui che avrebbe condotto il popolo alla salvezza definitiva. Tale dichiarazione è un primo passo importante verso la rivelazione del mistero della persona di Gesù e che si chiuderà sulle labbra del centurione romano, il quale sotto la croce dirà: “Veramente costui era Figlio di Dio” (Mc 15,39).

Pietro sa benissimo che Gesù non è banalmente uno bravo, onesto, devoto, intelligente; non è semplicemente un ottimo conoscitore della Legge o un taumaturgo. E sa perfino che la stessa definizione di profeta gli va stretta. Per primo arriva a una rivelazione superiore: ecco perché diventerà la pietra che sosterrà tutto l’edificio.

Gesù è colui che tutti in fondo aspettano, ma forse Pietro pronuncia anche quelle parole potentissime senza averne piena consapevolezza: per lui, come per altri, non è da escludere che il Messia avrebbe portato al trionfo sugli oppressori di Israele, i prepotenti Romani, e quindi vedendolo in una chiave politica e nazionalistica. Gesù, infatti, subito evidenzia che questa intuizione non viene da lui, ma attraverso lui dallo Spirito Santo: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. Indirettamente giustifica le dicerie, visto che la grandezza della risposta non è alla portata dell’arguzia umana. È un dono!

Sarà, questa, la domanda dinanzi alla quale nella storia, filosofi, teologi, potenti e uomini semplici, dovranno confrontarsi: chi è per noi quest’uomo comparso all’improvviso nella storia, generando un interminabile dibattito dottrinale?

È una domanda che coinvolge anche noi uomini contemporanei, dopo averne sentito parlare dai nostri educatori, in parrocchia o dai genitori, e così via: “Chi è per noi Gesù?”

È una domanda che interpella, direi che scuote, anche noi in un mondo dove l’atteggiamento di molti cristiani sembra essersi adagiato sulla scia della secolarizzazione. La domanda ci accompagna e le nostre labbra, sovente, rimangono con un vagito di risposta perché sentiamo troppo il fardello pesante, la responsabilità, che graverebbe sulle nostre spalle; implicherebbe tutto il nostro destino umano e spirituale: conoscerlo vorrebbe dire seguirlo e vivere per lui e in lui. È perciò una domanda che ci sfida.

Il nostro avvicinamento a Cristo è quello verso Qualcuno che risponde alla domanda seppellita dentro di noi, che brucia come interior intimo meo direbbe Agostino d’Ippona, quella domanda che ci fa tremare e allo stesso tempo svela il nostro vero desiderio di verità. Ogni volta che noi entriamo dentro il mistero di Cristo in qualche maniera troviamo la risposta a ciò che siamo noi: conoscendo Cristo ci accostiamo all’umanità perfetta che egli è. Più progrediamo in lui, più capiamo chi siamo noi. Ecco perché il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer nella sua Cristologia annotava: “Cristo non è tale in quanto Cristo-per sé, ma nel suo riferimento a me. Il suo esser-Cristo è il suo esser-per me”.

Talvolta, questo accostarsi a Cristo, è un accogliere le sue carezze più per la paura dei pericoli quotidiani disseminati nella nostra vita che il frutto di un amore sincero; nei suoi confronti non c’è un accostarsi per un abbandono incondizionato ma il cercare l’ultima spiaggia quando si è sull’orlo della disperazione.

A noi la risposta.

16 AGOSTO 2020

XX Domenica del Tempo Ordinario

GRANDE È LA TUA FEDE

(Mt 15,21-28)

In quel tempo 21Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. 22Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». 23Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». 24Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». 25Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». 26Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 27«È vero, Signore – disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

COMMENTO

Gesù oltrepassa i confini della Palestina per recarsi a Tiro e Sidone, nell’attuale Libano. Non ritiene che la verità possa circoscriversi in limitazioni e in schemi predeterminati e spaziali. Il camminare è uno degli aspetti che caratterizzano la sua predicazione. Gesù, su questa terra, sembra essere un viandante senza sosta, senza punti di riferimento stabili. Cammina incessantemente per incontrare gente e portare la parola che salva. Percorre sentieri inediti con gli uomini che ha scelto, entra nelle case, mangia con i peccatori, diffonde la parola nel tempio e cammina perfino sull’acqua; non c’è frontiera che non possa raggiungere e oltrepassare. Cerca l’uomo ovunque si trovi e qualsiasi condizione attraversi. In fondo il Vangelo è la storia di un cammino incessante.
Tra i suoi incontri ce n’è uno curioso con una donna straniera, cananèa, che supplica la guarigione per sua figlia ammalata. È una donna disperata, ma con una certezza in tasca: quell’uomo è il Figlio di Davide, l’unico che può aiutarla.

Così lo raggiunge, si prostra ai sui piedi e inizia a gridare: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio”.

Ma Gesù non le rivolge neppure una parola. Prosegue lesto e sordo ad ogni richiamo.

Perché questo atteggiamento insolito?

Il suo comportamento sembra talmente strano da sembrare un bluff e da lasciare costernati gli apostoli. I suoi si saranno guardati stupiti fra di loro e avranno mormorato: “Perché mai fa così? Non lo ha mai fatto!…”.

Intanto la donna non arretra; è determinata, tenace. Insiste: “Signore, aiutami!”.

Solo Gesù può cambiarle il corso della vita. La fede di questa donna non è quella tranquilla del rito, ma quella consunta dalla vita e che non chiede per sé, ma per la figlia, la creatura che le sta più a cuore. È quella fede generata dall’amore tipicamente materno e, ancor più, di donna, all’altezza della provocazione lanciata e che Gesù non era ancora riuscito a intravedere in nessuno degli apostoli, neanche in Pietro, che pur si era gettato nella tempesta. Innanzitutto è molto simile alla fede di sua madre, Maria, che ha parlato con convinzione a Cana di Galilea dinanzi agli invitati del matrimonio; è la stessa fede della samaritana che chiede l’acqua zampillante per la vita eterna; è la stessa fede della donna peccatrice che si mette alla sua sequela, lasciando una vita alla deriva della mercificazione sessuale.

Eppure Gesù è ancora perentorio, anzi arriva al limite dell’offesa razzista: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”.

Sebbene nella frase utilizzi un diminutivo più addolcito, kynária, letteralmente “cagnolini”, è evidente il richiamo spregiativo di “cani”, molto comune tra i giudei verso i pagani a causa della loro impurità nei rituali. Nell’Antico Testamento il termine “cani”, appunto, veniva usato spesso come appellativo offensivo nei confronti dei prostituti maschi presenti nei culti idolatrici.

La cananèa tuttavia non si scoraggia e la risposta è intuitiva e sorprendente: “È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”.

Gesù, a questo punto, non teme di esprimere tutta la sua ammirazione per questa donna. Anzi, con il diniego iniziale ha messo in luce la sua fede autentica e profonda. Le bastano le briciole, l’unità più piccola del nutrimento: un frammento, una scheggia di atomo dell’amore di Dio basta per rivoluzionare la sua vita e quella dei suoi congiunti. È una donna che sa umiliarsi, sa farsi terra fertile. Sa attendere, sa chiedere, sa supplicare. Come vedremo anche altrove la guarigione fisica ha senso se diventa un ponte capace di condurre a un incremento spirituale. E, in questo caso, la fede generata nel dolore della figlia ammalata, accresciuta dall’umiliazione alla quali Gesù l’ha sottoposta, è diventata davvero “grande”.

9 AGOSTO 2020

XIX Domenica del Tempo Ordinario

LA BARCA DELLA CHIESA È IN PERICOLO

(Mt 14,22-33)

Dopo che la folla ebbe mangiato, subito Gesù 22costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. 23Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.

24La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. 25Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. 26Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. 27Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». 28Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». 29Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. 30Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». 31E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». 32Appena saliti sulla barca, il vento cessò. 33Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

COMMENTO:

Dopo il clamore della moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù ha bisogno di ritirarsi in solitudine per pregare. Lo fa per tutta la notte. Ma la barca degli apostoli – la sua futura Chiesa – è a largo in pericolo; sembra sul punto di essere travolta dalla tempesta. Gesù, giunto sulla riva schiaffeggiata dalle acque, prosegue il suo cammino veloce come su un liscio e solido pavimento. Si inoltra tra le creste spumose, nelle pieghe opache delle onde a braccia tese in avanti e col manto che si gonfia intorno alle sue gote e che svolazza per le raffiche di vento.

Quante volte per la Chiesa nella sua storia accadrà? Sarà minacciata da sofferenze, scandali, corruzioni, idolatrie di potere, ma Cristo nel momento giusto verrà sempre a soccorrerla.

Gli apostoli vedono il Maestro e, scambiandolo per un fantasma, travolti dalla paura, gettano delle grida che fanno eco nel vento.

Ma ecco la sua voce tonante pronta a rassicurali: “Coraggio, sono io, non abbiate paura”.

Pietro, istintivo e passionale, gli risponde: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”.

Gesù sorride: “Vieni!” esclama, come se camminare sull’acqua fosse la cosa più naturale del mondo.

La vita può essere come il mare quieto quando c’è bonaccia, ma all’improvviso può tramutarsi in tempesta facendo vacillare la nostra fede, messa alla prova dai marosi e dalle raffiche di vento. Anche Pietro, impaurito dalla prova dalla potenza della natura rimane paralizzato. La fede dell’apostolo si raggrinza e il suo viso è sagomato dal terrore; rischia di affogare, sta per essere sopraffatto dalla violenza delle acque. Sta per sprofondare, si dimena.

Quella tempesta mette a nudo la fragilità della sua fede: “Signore, salvami!” grida.

Ma Gesù gli tende la mano, lo “afferra”, e lo salva, sottolineandogli però bonariamente la sua “poca fede”.

A questo punto ci viene facile pensare alla magra figura di Pietro. Gli altri rimangono per prudenza sulla barca con punti di riferimento precisi, o per calcolo o perché non hanno la stessa intraprendenza.

Invece il coraggio di Pietro lo porta ad abbandonare i suoi punti di appoggio stabili per inoltrarsi nello zenit dell’incertezza. In un primo momento abbandona la razionalità, si mette in gioco e in nome della fede compie un “salto nel buio”, come direbbe Søren Kierkegaard, ma la sua umanità lo tradisce.

Eppure se non fosse così non sarebbe normale. Guai a chi presenta la sua fede come un monolite granitico e inattaccabile. La fede per sua natura è, invece, caratterizzata dal dubbio che viene dalla prova. La fede è sempre incarnata, richiede di essere messa in discussione e, talvolta, messi sotto scacco cadiamo. Ma se non passassimo dal crogiuolo della prova non ci fortificheremmo.

Dovremmo forse ringraziare chi ci mette in discussione e ringraziare Dio per tutti gli ostacoli che ci pone innanzi.

2 AGOSTO 2020

XVIII Domenica del Tempo Ordinario

L’UNICA RISPOSTA ALLA FAME DI SENZO

(Mt 14,13-21)

In quel tempo, avendo udito della morte di Giovanni Battista, 13Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. 14Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.

15Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». 16Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». 17Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». 18Ed egli disse: «Portatemeli qui». 19E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. 20Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. 21Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

COMMENTO

Da ponente sta scendendo il crepuscolo sul Giordano, la luce temperata già si stende sulla grande pianura dove inizia ad assembrarsi una grande folla. Gesù, scosso per la notizia della morte di suo cugino Giovanni, ha dovuto ritirarsi in solitudine su una barca a largo. Tra loro non c’era semplicemente un vincolo di sangue: Giovanni era il precursore della nuova alleanza.

In molti hanno fatto un lungo cammino solo per ascoltarlo: hanno fame della sua Parola. E Lui ha compassione per loro. Nonostante siano provati e stanchi vogliono rimanere con il Maestro: sanno che c’è qualcuno che può rispondere agli interrogativi profondi del loro cuore.

Gli apostoli, preoccupati, fanno notare a Gesù che la sera è alle porte, il luogo è deserto, lontano da case e paesi, ombroso e umido. A breve non sarà più possibile vedersi, né camminare. In buona fede, gli chiedono di licenziare tutte quelle persone affinché vadano nei villaggi circostanti a comprarsi cibo e cercare alloggio. Che dunque ognuno pensi a sé stesso.

No, per Gesù non è così; e li spiazza: non occorre che se ne vadano. Anzi, investe gli apostoli una nuova responsabilità: “Date voi loro da mangiare”. Provvederà Lui al cibo, ma saranno loro a distribuirlo, ad amministrarlo. E come se Gesù volesse fare le prove generali per il loro futuro ministero. Il poco si moltiplica a tal punto non solo da sfamare le turbe, ma da fare avanzare molto cibo.

Questo cibo non è banalmente quello materiale: esso rimanda sempre a quello spirituale; la Parola che diventa pane. E non è un caso che la prima tentazione di Cristo è quella del diavolo che nel deserto lo invita a convertire le pietre in pane. Quando, nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij, Ivan Karamazov commenta e fa la sintesi delle tentazioni di Cristo e parla del pane, il grande Inquisitore risponde: “Vedi Tu queste pietre in questo nudo e infuocato deserto? Mutale in pani e l’umanità correrà dietro di Te come un riconoscente e docile gregge, l’eterna paura di vederti ritirare la Tua mano e di rimanere senza i tuoi pani”. Il discorso materiale non basta se non è supportato dalla Parola che salva.

Sì, solo Lui è in grado di saziare la fame di senso dell’uomo, di colmare il vuoto interiore che lo spinge a peregrinare da una parte all’altra. Hanno trovato ciò di cui hanno bisogno: non è necessario che vadano altrove, che girino per altri posti. Chi è vicino a Cristo ha già tutto, non deve più preoccuparsi di nulla.

26 LUGLIO 2020

XVII Domenica del Tempo Ordinario

IL TESORO NASCOSTO E LA PERLA PREZIOSA

(Mt 13,44-45)

44Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo. 45Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.

COMMENTO

Potrebbe sembrare blasfemo, ma leggendo le due parabole del Vangelo mi viene da pensare che Cristo ci voglia dire che il Regno dei Cieli non è il regno dell’aldilà, ma un regno dell’aldiquà: è quello degli incroci, spesso inaspettati, che fanno scoprire ciò per cui vale la pena vivere. Potremmo elencare tante cose che possono dare un senso pieno alla nostra esistenza: la gioia della nascita di un figlio, la scoperta della vocazione lavorativa.

Cosa accade, dunque, quando avviene questo incontro?

E, poi, cosa è per noi importante? Per rispondere a queste domanda Gesù, come suo solito, ci offre delle immagini concrete. Paragona il Regno dei Cieli al ritrovamento di un tesoro in un campo da parte di un contadino o di una perla preziosa per un mercante. Quindi ci sono due i modi per fare questo incontro: uno, casuale, quello del contadino; l’altro, voluto, quello del mercante. Anche in questo caso potremmo fare degli esempi: la lezione di un insegnante che può far capire ad un allievo la strada da seguire o la gratificazione ottenuta per un estenuante lavoro (pensiamo a un ricercatore nell’ambito scientifico!). Ma il risultato è lo stesso: l’avvento dell’incontro che fa esplodere il cuore, che trapassa di gioia l’anima. Così l’eccezionalità dell’evento ti porta a vendere tutto, come nel primo caso, o a rinunciare ai propri averi, come nel secondo.

Attenzione! Qui emerge tutto il radicalismo del Vangelo, ma non come una richiesta o addirittura un’imposizione, piuttosto come il riconoscimento interiore di un qualcosa che dà senso alla propria vita. Come dice un filosofo non certo cristiano Friedrich Nietzsche e, poi ripreso più volte dal fondatore della logoterapia Viktor Frankl, «chi ha un perché nella vita sopporta quasi ogni come». La provocazione più forte del passo evangelico è che il Regno dei Cieli non va inteso come uno sterile dovere il dovere, ma dovrebbe risvegliare entusiasmo al punto da difenderlo con le unghie e con i denti. Lo ripeto: il contadino “vende tutti i suoi averi […] e compra quel campo” e il mercante fa una cosa simile. Il tesoro viene difeso da ogni minaccia perché è importante, è tutto. Direi, quindi, un incoraggiamento molto forte per il cristiano sonnacchioso di oggi.

19 LUGLIO 2020

XVI Domenica del Tempo Ordinario

PARABOLA DELLA ZIZZANIA

(Mt 13,24-30)

24Egli propose loro un’altra parabola dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo, che seminò buon seme nel suo campo. 25Ma, mentre gli uomini dormivano, venne il suo nemico e seminò della zizzania in mezzo al grano, e se ne andò. 26Quando poi il grano germogliò e mise frutto, apparve anche la zizzania. […] 29Ma egli disse: “No, per timore che estirpando la zizzania, non sradichiate insieme ad essa anche il grano. 30Lasciate che crescano entrambi insieme fino alla mietitura; e al tempo della mietitura io dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano, invece, riponetelo nel mio granaio”».

COMMENTO

Il padrone del campo vuole che il grano e la zizzania crescano insieme. Il campo è la storia degli uomini, il luogo della lotta tra il bene e il male. Ma Dio vuole che le idee e le azioni si mescolino. Perché? A quale scopo? Non sono necessarie le crociate, le guerre e le censure. Su questo talvolta la Chiesa ha commesso degli errori e per bocca degli ultimi papi ha chiesto perdono.
Dio, in questa parabola, ci dice chiaramente che la potenza del seme è più forte. Cioè bisogna vincere il male con l’ostinazione del bene, nei piccoli gesti ordinari e quotidiani della vita: questi sono i semi sotterrati, nascosti, ma che alla lunga producono frutto. Le testimonianze che salgono agli onori della cronaca come quelle di Borsellino o Falcone non sono che la punta di un iceberg dietro la quale si muovono miriadi di testimonianze silenziose.

Prima di adirarci, prima di strappare ciuffi di zizzania con il rischio di estirpare i mannelli di grano buono, armiamoci della pazienza necessaria. L’intransigenza non serve a nulla, la rigidità di chi vuole una comunità di giusti è pericolosa, perché i confini tra bene e male, tra giustizia e ingiustizia non sono mai così netti. Chi si crede puro, si sente in diritto di distruggere gli altri.

Come dice Agostino d’Ippona: “I cattivi esistono in questo mondo perché si convertano, o perché per mezzo di essi i buoni esercitino la pazienza”. Il bene cresce dialetticamente attraverso l’opposizione del male. La presenza dell’odio, dell’ingiustizia, della violenza sono una palestra per perfezionare la nostra mietitura. E in fondo, come fanno i santi, dovremmo ringraziare chi ci mette i bastoni tra le ruote.

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