MOSSI DALLA SPERANZA:

«Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5)

Premessa

In ogni parte del mondo, qualunque sia la nazione o la religione, l’“immagine dell’anno” che rimarrà impressa nella mente di tutti sarà quella di un uomo anziano, vestito di bianco, tutto solo sulla grande spianata di Piazza San Pietro a Roma, nel pomeriggio piovoso verso il tramonto del 27 marzo 2020. Quell’uomo era Papa Francesco, che mai è stato così solo durante una preghiera, ma allo stesso tempo mai così accompagnato da tutta l’umanità. Con quel gesto ha ricordato a questo nostro mondo, composto di etnie, culture, nazioni e religioni diverse, che Dio ha la capacità di condurre anche le realtà più disastrose e dolorose al bene. E ci ha invitato a guardare con compassione alla nostra povera fede.

Ciò che abbiamo vissuto negli ultimi undici mesi è, senza dubbio, una sfida che ci interpella e che non possiamo ignorare, come se nulla fosse accaduto o come se fosse ormai passato.

UNA REALTÀ MONDIALE CHE CI INTERPELLA E CHE NON POSSIAMO IGNORARE

Non potrei scrivere una sola pagina di commento alla Strenna 2021 ignorando ciò che ha colpito contemporaneamente tutta l’umanità in tutti i paesi. Viviamo tempi molto difficili; abbiamo vissuto ciò che non avremmo mai immaginato o sospettato. Ci facciamo tante domande che non trovano ancora risposta e sentiamo annunciare le date della fine prossima di questa pandemia, nonostante manchino conferme in questo senso. Tutto questo è accaduto a causa del COVID-19: una malattia infettiva causata da un virus finora sconosciuto all’uomo.

L’eccezionalità del momento presente ci sta toccando profondamente. Tant’è che nemmeno le crisi sociali, politiche ed economiche degli ultimi decenni hanno seminato tanta paura nel mondo come questa pandemia. Paura, dolore e insicurezza, lacrime, perdita e disperazione, hanno riempito il cuore dei ricchi e dei poveri, di gente famosa e di persone sconosciute, di grandi e piccoli. Si tratta indubbiamente della più grande crisi globale degli ultimi settant’anni. E le decisioni che dovranno essere prese dai governi influenzeranno per molto tempo tutto il mondo: non solo l’economia ma anche la politica, la cultura e la stessa visione dell’essere umano.

Durante questi mesi abbiamo assistito a tanti gesti di generosa dedizione e sacrificio. Tra tutti mi sembra giusto ricordare l’eroico impegno degli operatori sanitari che hanno lavorato fino allo sfinimento; le persone che hanno garantito i servizi essenziali necessari alla convivenza civile; le persone che si sono prese cura dell’ordine sociale e alcuni politici, non tutti, che si sono assunti onestamente le proprie responsabilità, con lungimiranza, tralasciando le rivalità di parte.

Tuttavia, ci sono state anche situazioni vergognose, caratterizzate da egoismo, nelle quali non si sono voluti condividere materiali sanitari o attrezzature mediche, senza capire che questa crisi economica globale richiede e sempre più richiederà una risposta globale.

In ogni caso, i dati parlano da soli. Alla fine di quest’anno 2020, 80 milioni di persone sono state infettate e 1.800.000 sono morte. Inoltre, il COVID-19 ha mostrato il lato peggiore di se stesso con l’isolamento, la morte in totale solitudine, il “cuore spezzato” di tanti familiari.

Non c’è dubbio che tutto questo ha fatto vacillare tante delle nostre presunte certezze. In tutti i paesi si è cercato di trasmettere ai cittadini un senso di sicurezza. Si è impiegato il linguaggio che si userebbe in caso di guerra: «Tutti contro il virus! Lo sconfiggeremo», si diceva. «Certamente, prima o poi, si supererà». Sono rimasto molto colpito quando, mesi fa, non poche città del mondo hanno incoraggiato se stesse e i propri cittadini con slogan che cercavano di allontanare la paura. Si trattava di messaggi come questi:

  • A Bristol un orsetto Paddington porta in una casa un messaggio in cui si legge: «L’arte della sopravvivenza. State al sicuro».
  • A Tokyo, l’edificio “Tokyo Skytree” mostra il seguente messaggio: «Insieme possiamo vincere».
  • A Città del Messico, l’Hotel Barceló ha messo una scritta sul suo edificio che recita: «Il Messico unito resisterà e ne uscirà più forte».
  • Nella città belga di Anversa questo messaggio è stato letto su una casa: «Anche questo passerà. Arriverà un tempo migliore. E sarà glorioso».
  • In Ontario, nel Canada, molti hotel nei pressi delle Cascate del Niagara usano le luci nelle stanze per creare cuori e messaggi di speranza.
  • E a Vancouver, un messaggio dipinto sul muro di un negozio chiuso nel centro della città, recita così: «Ti amiamo Vancouver. Stai al sicuro. Tieni duro. Torna presto. Rimanete distanti e state connessi. Ce la faremo. Supereremo anche questo».

Certamente osservo tutto questo con rispetto. Non potrebbe essere altrimenti. Ma mi sembra poco, molto poco, insufficiente per capire, spiegare e persino coinvolgere il cuore e la vita. Sento che abbiamo bisogno di qualcosa di molto più profondo e vitale, che ci permetta di far sedimentare nel nostro cuore e di rasserenare dentro di noi quanto oggi stiamo vivendo; d’altra parte, senza dimenticare che ci sono molte altre pandemie che continuano a svilupparsi nel nostro mondo e che colpiscono duramente, anche se non tutti, e che non fanno tanto rumore perché sono lontane. E noi, come credenti e come Famiglia Salesiana di Don Bosco, non possiamo ignorarle né dimenticarle. Mi riferisco ai 32 focolai di guerra che sono attivi al momento, mentre c’è il COVID-19; parlo del commercio di armi che non è stato intaccato né diminuito ma aumentato. Penso che altre terribili situazioni endemiche non siano meno gravi della pandemia di oggi, anche se non incidono sull’economia delle nazioni e quindi non contano. Lo evidenzia opportunamente papa Francesco con parole rivolte ai giovani, ma che riguardano gli adulti e a volte intere popolazioni. Il Papa afferma che i giovani vivono in «contesti di guerra e subiscono la violenza in una innumerevole varietà di forme: rapimenti, estorsioni, criminalità organizzata, tratta di esseri umani, schiavitù e sfruttamento sessuale, stupri di guerra, ecc. (…) Numerosi sono i giovani che, per costrizione o mancanza di alternative, vivono perpetrando crimini e violenze: bambini soldato, bande armate e criminali, traffico di droga, terrorismo»[1].

E poi mi chiedo: cosa significherà questa “nuova normalità” di cui si parla tanto? cosa rimarrà in ognuno di noi dopo quest’anno? ci sarà una corsa folle per recuperare il “tempo perduto”, l’economia perduta? sarà solo un brutto incubo o, al contrario, lascerà qualcosa di positivo in molte persone, nell’organizzazione delle società? la “nuova normalità” porterà qualcosa di veramente nuovo, cambierà in meglio alcune realtà?

Non so cosa ci aspetta, ma sento che c’è un cammino che noi come Famiglia Salesiana potremmo percorrere e che ci farebbe molto bene, offrendo allo stesso tempo il nostro umile contributo agli altri.

COSA INTENDIAMO DIRE QUANDO PARLIAMO DI SPERANZA?

«Guarda, l’ho scoperto in questi mesi: la speranza è come il sangue: non si vede, ma deve esserci. Il sangue è la vita. Così è la speranza: è qualcosa che circola dentro, che deve circolare, che ti fa sentire vivo. Se non ce l’hai, sei morto, sei finito, non c’è niente da dire… Quando non hai speranza è come se non avessi più sangue… Forse sei intero, ma sei morto. Proprio così»[2].

In questi mesi ho pensato più volte che la lettura che facciamo di questo momento che dobbiamo vivere, non può essere come le altre. Non siamo spinti da interessi simili a quelli delle catene alberghiere o delle compagnie aeree. Senza negare che ciò che eticamente crea lavoro e mezzi di sussistenza è di per sé buono, non abbiamo puntato sul turismo che deve essere attivato, né su una produttività che deve crescere (ci dicono: il doppio rispetto al passato, per recuperare il tempo perduto e superare la battuta d’arresto che abbiamo vissuto).

Per quanto tutto questo sia giusto, continua a mancare qualcosa nel nostro sguardo, nella nostra interpretazione e in ciò che ci motiva e ci muove all’azione. Per questo motivo mi è chiaro che non possiamo affrontare “il dopo”, che non possiamo porci di fronte alla “nuova normalità”, senza vivere di speranza. Nessun futuro è assoluto e definitivo, se dipende solo dall’uomo. L’essere umano è proiezione e tende sempre verso qualcos’altro. Sembra che ciò che si ottiene sia sempre a metà strada nel cammino verso qualcosa di nuovo. Aspiriamo sempre a qualcosa di più e siamo sempre in attesa.

Questo è il motivo della scelta del tema della Strenna di quest’anno.

Allora, che cos’è la speranza? Di cosa parliamo quando diciamo speranza? E di che tipo di speranza stiamo parlando?

È una realtà che mi affascina. Moltissimi autori hanno riflettuto sulla speranza a partire dalle più svariate prospettive[3]. Possiamo parlare di speranza come di un atteggiamento umano. Possiamo parlare di attesa, aspettare e sperare. Non mi addentro in differenziazioni complesse, come quelle proposte da san Tommaso d’Aquino, che distingue tra la speranza come passione, speranza e forza (o magnanimità), e la speranza come virtù teologica; questo non è né il luogo né il momento. Quello che intendo dire è che l’essere umano è chiamato a sperare. E, che lo voglia o no, deve sempre scegliere, con maggiore o minore consapevolezza, tra l’aprirsi a un orizzonte di pienezza e il rinchiudersi nei limiti delle “speranze” tangibili, di quelle che si possono sentire e toccare.

L’apertura naturale dell’essere umano alla speranza non è la stessa cosa della speranza cristiana, anche se fa parte dell’identità stessa della persona, uomo o donna.

Come in filosofia, appropriandosi del principio cartesiano, si dice: «Penso dunque sono», si potrebbe anche dire: «Vivo, dunque spero». Senza speranza la vita non sarebbe vita, mancherebbe di senso in se stessa, poiché in realtà l’esistenza umana non resiste a vivere nella disperazione, cioè “senza speranza”.

La speranza non è un semplice desiderio, perché il desiderio tende sempre verso qualcosa di concreto e determinato. Né la speranza si riduce al mero ottimismo, che ha il suo obiettivo nei calcoli e nella previsione di un risultato positivo. La speranza, al contrario, riguarda pienamente la persona e ha a che vedere con la dedizione e la fiducia. Infatti, l’essere umano è proiezione e tendenza verso un “di più”, verso ciò che è al di là del prevedibile, verso qualcosa di veramente nuovo.

La realtà che ho precedentemente descritto racconta di un mondo che ha in sé molte note di disumanità. Penso che questo sia innegabile ed evidente a tutti. Non vorremmo che fosse così, ma di fatto lo è tuttora. E tuttavia anche in questo mondo con tante note di disumanità si può vivere con un atteggiamento differente. C’è chi vive nel lamento e nella negatività, con il cuore indurito. Fortunatamente, ci sono anche molti che cercano di vivere mossi da un dinamismo che porta a cercare la vita, a cercare di fare ciò che è meglio, a concentrarsi sul vivere di amore e servizio, a lavorare sotto il dinamismo della speranza. E quando viviamo mossi dalla speranza, sperimentiamo che l’amore, il servizio e un cuore pieno di umanità hanno, in ogni caso, pieno significato in un mondo che conosce ancora tanta, troppa, disumanizzazione. Infatti, dal nostro punto di vista, per l’essere umano, la speranza è un ingrediente dell’amore. Questo è ciò che ci dice san Paolo quando, nel prezioso inno della prima lettera ai Corinzi, afferma che «l’amore tutto spera» (1 Cor 13,7).

QUALE LETTURA CREDENTE POSSIAMO FARE?

Questa pandemia finirà sicuramente tra qualche mese. Altre “pandemie” che portano con sé il flagello della disumanizzazione non scompariranno con un vaccino. È certamente giusto studiare la pandemia, il coronavirus, e trovare un vaccino. Prima o poi sarà così. Sta già arrivando e ne siamo molto contenti.

Molte domande strazianti in questi mesi si sono riversate in tanti cuori. La questione del significato o meno di tutto questo è stata presente. È legittimo. È molto umano. Questa dura realtà di male e di dolore che il mondo oggi vive sembra spingere la gente più allo scandalo e alla protesta che alla fede; al dubbio piuttosto che all’abbandono fiducioso. Tuttavia, davanti a questo grido umano o accanto ad esso, c’è sempre, per noi credenti, Dio.

La fede cristiana mostra continuamente come Dio, attraverso il suo Spirito, accompagna la storia dell’umanità, anche nelle condizioni più avverse e sfavorevoli. Quel Dio che non soffre ma che ha compassione, secondo la bella espressione di san Bernardo di Chiaravalle: «Impassibilis est Deus, sed non incompassibilis» (Dio è anche impassibile, ma non privo di compassione)[4]. Nella storia della salvezza leggiamo che Dio mai abbandona il suo popolo, ma rimane sempre unito ad esso, in modo particolare quando il dolore diventa molto forte. Dio non se n’è andato, non si è allontanato, ma sta soffrendo in e con coloro che soffrono a causa di questo flagello, e continua a salvare, così come ha salvato attraverso tanti che rischiano la vita per gli altri, tanti che servono e si dedicano agli altri con grande professionalità.

In tutto questo tempo può sembrare a molti che questa «discrezione di Dio», che interviene solo con il richiamo silenzioso del suo amore[5], si riveli insopportabile. Tuttavia, si tratta dell’autentica realtà di Dio, che si mostra solidale nell’accompagnarci, rendendosi vicino; ben lontano dall’immagine del Dio della potenza che interviene per cambiare “magicamente” le cose. Parliamo, invece, di Dio che «fa nuove tutte le cose» (cf. Ap 21,5), perché questo è il suo disegno. Grazie all’opera di redenzione del Figlio, l’essere umano, con le altre creature, emerge alla vita, lasciando dietro di sé il gemito e le sofferenze di cui prima era piena la creazione, che si rinnova per mezzo del Suo intervento ricreatore. È come se Dio stesso invitasse gli uomini a guardare a ciò che sta compiendo nella storia e che alla fine dei tempi porterà al pieno compimento. Noi, come comunità cristiane, siamo chiamate a discernere il nostro presente e a leggere l’azione di Dio che mantiene la promessa fatta nell’Alleanza, quella di accompagnare il Suo popolo (e ciascuno) con la potente Sua presenza di fronte al male e allo stesso tempo con tenerezza verso coloro che confidano in Lui.

Davanti a questa realtà, noi credenti ci sentiamo illuminati dalla fede che diventa speranza. Secondo le parole di Papa Benedetto XVI: «La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino»[6].

La speranza cristiana è storica e si basa sulla profonda fiducia in Dio, il Dio di Gesù Cristo, che non abbandona mai il suo popolo ed è sempre con lui.

È una speranza che va al di là di tutto ciò che può soddisfare le attese umane legate al “qui ed ora”, a questo presente, sostenuto solo dalle proprie risorse o dai mezzi umani e materiali a nostra disposizione. La speranza di cui parliamo è fondata sulla promessa di Dio, che ne è il miglior garante.

La speranza che ci muove rende feconda ogni piccola speranza dell’uomo, mostrando i grandi valori nei quali l’umanità ha investito le sue migliori energie: verità, bontà, giustizia, solidarietà, pace, amore, ecc.; e questi valori non si convertono in utopie, ma diventano realizzazioni, concrete e parziali, del grande progetto che Dio ha sempre preparato per tutta l’umanità e che in Cristo diventa definitivo. Questa è la speranza che ci muove.

«La vera, grande speranza dell’uomo, che resiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio – il Dio che ci ha amati e ci ama tuttora “sino alla fine”, “fino al pieno compimento” (cf. Gv 13,1 e 19,30). Chi viene toccato dall’amore comincia a intuire che cosa propriamente sarebbe “vita”. Comincia a intuire che cosa vuole dire la parola di speranza»[7].

Una speranza affidabile ci fa vivere nella certezza che il futuro è pienamente garantito. Quindi la speranza è legata all’avere Dio con noi. Una tale speranza cambia totalmente il presente, non solo perché quando il futuro è conosciuto come realtà positiva, il presente diventa più sopportabile, ma perché questa conoscenza del futuro, attraverso la fede, cambia il nostro modo di vivere. Vivere con Dio non è la stessa cosa che vivere senza Dio. È un Dio che apre una via anche nei deserti della vita, sfidando la disillusione e lo scetticismo, la paura e il disincanto. Per questo la speranza che ci muove ci porta a chiedere a Dio il dono della fede. Chiedere di avere fiducia in Lui, che opera tutto in tutti, e di avere fiducia negli altri.

Il tempo della prova è il tempo della scelta[8]

La risposta credente alla speranza che Dio suscita si basa sul Vangelo come potenza di Dio per la costante trasformazione e il rinnovamento della vita.

Papa Francesco, con il suo linguaggio diretto, invita a essere «gente più di primavera che d’autunno»[9]. Il cristiano vede i “boccioli” di un mondo nuovo piuttosto che le “foglie gialle” sui rami. Non ci rifugiamo nella nostalgia e nel lamento, perché sappiamo che Dio ci vuole eredi di una promessa e instancabili coltivatori di sogni. Con una fede certa nel Dio che “ad-viene” e interviene.

Con le braccia della speranza cristiana – le braccia della croce di Cristo – abbracciamo il mondo intero e non diamo niente e nessuno per perso o fallito.

Ma alcune domande rimangono legittime: chi vogliamo essere di fronte a questa realtà che siamo chiamati a vivere? Come vogliamo vivere dopo tutto questo? Perché perderemmo una grande opportunità se non facessimo tesoro di ciò che stiamo vivendo, dolore incluso.

Certamente ci sono molte persone che da una prospettiva civile, come cittadini, si trovano ad affrontare questa realtà e questa crisi con una chiara coscienza di umanesimo senza alcun orizzonte di fede. È del tutto legittimo.

Accanto a loro ci siamo anche noi. Il mondo di oggi ha bisogno della nostra testimonianza di vita; di noi che abbiamo trovato nell’incontro con Cristo e nel Dio di Gesù Cristo il senso della nostra vita. San Paolo ricorda agli Efesini che prima dell’incontro con Cristo erano «senza speranza e senza Dio nel mondo» (Ef 2,12). È vero che essi avevano avuto altri dèi, ma dai loro miti non nasceva alcuna speranza. Nonostante gli dèi, erano «senza Dio»[10]. Conoscere Dio attraverso suo Figlio significò per loro, e significa anche per l’uomo e la donna di oggi, ricevere una speranza. Ecco perché la fede diventa speranza, «la fede è speranza»[11].

Lo sguardo di fede nell’incontro con Gesù Cristo è ciò che rende differente il modo di guardare la vita, il modo di sentire nel cuore. Così, il modo di prendere decisioni e di discernere ciò che ha o non ha valore, viene segnato da quell’incontro da persona a Persona. Ecco perché un teologo, che ha riflettuto molto sulla speranza, come J. Moltmann, dice che «quando la fede si trasforma in speranza, non rende le persone calme ma inquiete, non le rende pazienti ma impazienti. Invece di conformarsi a una data realtà, queste persone cominciano a soffrire per essa e si oppongono ad essa»[12].

4. UNO SGUARDO ALLE NOSTRE ORIGINI E A TANTI TESTIMONI DELLA FEDE NELLA NOSTRA FAMIGLIA

Quando guardiamo all’esperienza di vita di Don Bosco ci rendiamo conto che la speranza è una pianta con radici profonde, che partono da lontano; radici che si irrobustiscono attraverso stagioni difficili e percorsi che richiedono molto sacrificio.

È così fin dai primi anni di Giovanni ai Becchi, orfano di padre, con mamma Margherita che deve affrontare tempi di carestia e le fatiche della convivenza domestica. Quando aveva la speranza, molto umana, che potesse esserci per lui un futuro, che sognava di realizzare contando sull’aiuto e sulla protezione di don Calosso, la morte del vecchio parroco colpì quella speranza. La realtà familiare e lo sguardo attento e acuto di una madre che cerca il meglio per il figlio – anche se il cuore della madre soffre – conduce così Giovanni a diventare migrante già a dodici anni.

Ma proprio in quelle circostanze la parola e ancor più l’esempio di sua madre aprono lo sguardo di Giovanni a un orizzonte più grande, e lo rendono capace di guardare in alto e di vedere lontano.

Sarà così anche nel momento cruciale della scelta vocazionale, quando Margherita chiede al figlio di non preoccuparsi affatto di lei e del suo futuro e di non attaccare mai il cuore a sicurezze terrene: «Se tu ti risolvessi allo stato di prete secolare e per sventura diventassi ricco, io non verrò a farti una sola visita. Ricordalo bene!»[13].

Anni dopo sarà Don Bosco, volgendo lo sguardo al Crocifisso, a rianimare il cuore della mamma scoraggiata e stanca, riaccendendo in lei quella speranza che la porterà a rimanere fedele fino alla morte alla stessa missione che ha condiviso con suo figlio fin dagli inizi dell’Oratorio di Valdocco.

Questa speranza dalle radici robuste sarà necessaria per tutto ciò che Don Bosco vivrà e a cui darà vita dal suo arrivo a Torino fino al suo ultimo respiro.

Dai frutti si riconosce l’albero: da come tante vite di giovani sono state fatte risorgere da situazioni di abbandono e disperazione, fino a raggiungere la santità, emerge quanto la speranza abbia abitato il cuore di Don Bosco e da questa sovrabbondanza abbia raggiunto e trasformato la vita di coloro che incontrava.

Anche negli anni del più intenso lavoro Don Bosco non è stato mai un eroe solitario. Ha avuto sempre a fianco chi ravvivava in lui il fuoco della fede, della speranza, della carità. Si è trattato di un accompagnamento “come in cielo così in terra”. E anche la fiducia illimitata in Maria è stata per lui un costante nutrimento di speranza. Quanto più questa fiducia si è espressa in imprese umanamente impossibili – pensiamo alla costruzione della Basilica di Maria Ausiliatrice e all’inizio delle missioni in Sud America – tanto più Don Bosco per primo «vede cosa sono i miracoli».

Credere che c’è sempre un punto accessibile al bene in ogni cuore, in ogni esperienza di vita, anche quella che apparentemente sembra più fuoristrada, è frutto di questa sintonia con il Cielo, ma è anche il risultato della fondamentale esperienza di accompagnamento e supervisione di cui Don Bosco prete ha fatto tesoro qui in terra. È infatti alla scuola di Don Cafasso che Don Bosco impara a camminare al fianco dei più disperati, nelle prigioni e nelle cinture più povere della Torino di quel tempo. È così che Don Bosco non solo «impara ad essere prete»[14], ma a diventare un pastore di quel gregge con un cuore come quello dei formidabili seminatori di speranza che percorrevano con lui le stesse strade delle periferie più povere: il Cafasso, il Cottolengo, il Murialdo. Alla speranza ci si forma e ci si forma insieme: è un frutto della comunione dei Santi “come in cielo così in terra”.

C’è un momento nella storia dell’Oratorio che non si può non ricordare, perché è particolarmente vicino alla difficoltà globale in cui tutti ci siamo trovati immersi con la pandemia. Siamo a fine luglio 1854. Scoppia il colera a Torino. Conosciamo la storia e non occorre qui ripresentarla. Basti dire che la visione di fede e la pratica della carità anche in modo eroico non sono una virtù privata, caratteristica solo di Don Bosco o di pochi super generosi; sono lo stile di vita di quella piccola comunità educativa. La speranza è una virtù di comunità, che si alimenta dell’esempio reciproco e attraverso la forza della comunione fraterna. Questo è quanto ci testimonia l’Oratorio di Valdocco durante il colera, come oggi, in tempo di COVID-19, l’esperienza di tante comunità educative e pastorali, con in prima linea comunità di medici, infermieri e personale sanitario che hanno dato e continuano a dare la propria vita per salvare quella di altri.

Momenti di crisi come questo fanno emergere un altro carattere della speranza così come Don Bosco l’ha vissuta. Egli credeva fermamente nella Provvidenza. La sua è una fede-fiducia che diventa sempre più grande col passare degli anni. È come un filo rosso che attraversa tutta la sua esistenza e tutto ciò a cui egli ha dato vita. È forse l’aspetto che permette di contemplare più visibilmente realizzato in lui “uno splendido accordo di natura e di grazia”[15]: ciò che il suo cuore crede mette in moto i passi e le scelte di ogni giorno, aprendo strade di speranza per tanti, anche dove sembra non ci siano più vie d’uscita.

Tanti altri testimoni di speranza

Nella storia della santità salesiana troviamo preziosi esempi e modelli di vita che ci incoraggiano a sperare come virtù e come atteggiamento di vita in Dio. Faccio solo alcuni riferimenti brevi e rapidi.

Il nostro confratello Beato Stefano Sándor (1914-1953): ci dà un vero esempio di cosa significhi passare dalla divisione all’unità e alla comunione. Il forte senso della sua vocazione di salesiano coadiutore lo portò a fare una vera e propria scelta in difesa della vita; credeva profondamente che la sua esistenza dovesse realizzarsi in mezzo alla sua gente e alla sua cultura, che attraversava momenti di incertezza e di desolazione. Con il suo retto atteggiamento ci restituisce una visione salesiana del “saper rimanere” nella nostra terra di missione per illuminare chi rischia di perdere la speranza, per rafforzare la fede di chi si sente venir meno, per essere segno dell’amore di Dio quando “sembra” essere stato assente dalla storia. Il Beato Stefano ha superato i muri generati dalla divisione tra i popoli e dalla schiavitù del totalitarismo ideologico, andando incontro all’altro e superando ogni tipo di timore personale o sociale.

Bellissima è stata la vicenda della nostra consorella, la Beata Suor Maddalena Morano (1847-1908). Si è distinta come Figlia di Maria Ausiliatrice per un’audacia apostolica che l’ha resa ciò che don Bosco ha sempre desiderato dalle sue figlie nello spirito Mornese: essere monumenti viventi della Vergine. Lei, la “Maestra nata”, sapeva che nella sua missione salesiana l’atto liberatorio consisteva nell’insegnare alle sue ragazze ad aprire le frontiere del loro cuore e della loro mente per poter trascendere gli angusti limiti di una cultura che opprimeva con la povertà e con la mancanza di opportunità. Sapeva insegnare la perseveranza e a non cedere alle minacce; il volto femminile della forza trovò in lei la più dolce e convincente espressione della responsabilità che abbiamo verso i nostri fratelli vulnerabili. Come soluzione ai tempi calamitosi che ha dovuto sopportare, indicò nuove direzioni a coloro che erano minacciati dall’isolamento e ha insegnato loro l’immensità della bontà di Dio.

Nel Servo di Dio don Carlo Braga (1889-1971) troviamo un esempio di intelligenza pastorale sia nella sua instancabile dedizione alle missioni sia nell’accompagnamento dei membri della Famiglia Salesiana. Senza perdersi d’animo, ma con la speranza propria di chi ripone la propria fede in Cristo nostro Signore, ha saputo avere la pazienza che tanto raccomandava don Bosco per saper accompagnare i giovani nella costruzione di una matura personalità. Questa pazienza è stata il frutto dell’amore che scorreva nel suo cuore missionario, che gli ha permesso di costruire ponti tra le culture e non di erigere barriere. La chiamata che sentiva, di promuovere l’unità tra le persone, lo aiutava a superare le differenze che potevano sorgere tra gli altri, convinto di essere sempre sostenuto dalla grazia divina, che genera la cultura dell’incontro.

Un altro esempio prezioso è quello del Beato Giuseppe Kowalski (1911-1942).

Quanta fede e quanto coraggio sono necessari per trasmettere la pace agli altri anche quando non c’è più nulla da offrire se non la propria esistenza! L’amore oblativo di Gesù, che con l’offerta della sua vita all’umanità ci ha dato il più grande esempio di amore, è profondamente ripreso da Giuseppe Kowalski: un confratello testimone della pace in mezzo alla guerra, della serenità in mezzo alla confusione, della misericordia in mezzo all’odio.

E il Servo di Dio Antonino Baglieri (1951-2007) è un altro modello.

Il cammino verso la santità richiede molto spesso un cambio di valori e di visione. Questo è stato il cammino vissuto da Nino che, dopo una lunga sofferenza, ha scoperto nella Croce la grande opportunità di rinascere a una nuova vita. Nino era sempre accompagnato dalla madre, che con amore e compassione ha sempre creduto in lui e nella sua vita piena di capacità; era anche circondato da amici laici e religiosi che gli ricordavano la bellezza della comunione. Si è lasciato toccare dalla comunità che lo ha rafforzato, sia nella sua personalità sia nella sua fede, e lo ha salvato. Ha capito che lasciandosi incontrare dagli altri ha trovato se stesso e ha dato un senso alla sua esistenza, segnata interamente dalla misericordia divina – anche dal suo letto di malattia – per essere un “artigiano della pace e della gioia”.

Questi e tanti altri sono giganti della fede che hanno vissuto con carità e hanno compreso in tutto il suo significato cosa significa avere speranza. Chi spera sa di non camminare da solo e sa anche che ha bisogno di persone che lo accompagnino e lo guidino in questo cammino. Papa Benedetto XVI lo esprime in modo molto bello: «Le vere stelle della nostra vita sono le persone che hanno saputo vivere rettamente. Esse sono luci di speranza. Certo, Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata»[16].

5. LETTURA SALESIANA DEL MOMENTO PRESENTE

Questo è il nostro tempo. È il tempo che ci è dato da vivere. Può essere molto opportuno chiedersi quale deve essere il modo migliore di affrontare il dopo-pandemia, e magari scoprire il valore della speranza in un momento in cui la maggior parte delle persone sperimenta la paura o non vede l’ora che arrivi finalmente il momento in cui poter dimenticare ciò che è successo durante quest’anno. Ma possiamo davvero dimenticare quello che è successo, dimenticare le famiglie che hanno perso i parenti? dimenticare i quasi due milioni di vittime? dimenticare i volti dei più fragili delle nostre società? dimenticare tante persone che hanno lavorato in prima linea? Sarebbe giusto dimenticare? No, sicuramente no. Anzi, sarebbe la cosa peggiore che potremmo fare.

Per questo ci chiediamo se ciò che stiamo vivendo ci stia insegnando qualcosa, e se siamo disposti a cambiare qualcosa, a ripensare alcuni valori o visioni della vita…

  • Speriamo che il confinamento che abbiamo vissuto ci aiuti ad aprirci.

Viviamo in continuo movimento, con l’affanno di voler rispondere a tutto, in un ritmo spesso frenetico. Inaspettatamente è arrivata una “quiete obbligatoria”, che forse ci ha rinchiuso un po’ in noi stessi, nelle nostre case, nelle nostre famiglie, in quarantene obbligatorie e necessarie. Sono comparse tante forme di paura: la paura dell’altro, soprattutto dell’altro che è vicino o più o meno lontano; la paura del contagio che arriva da chissà dove e che genera e provoca la più grande incertezza.

Ecco perché “aprire” deve essere la parola d’ordine. Aprire gli spazi, gli ambienti, le finestre della vita. Aprirci all’incontro con l’altro. Abbandonare tutto ciò che ci chiude, recuperare il senso della nostra apertura, dell’apertura del cuore. Recuperare la visione di un orizzonte più ampio.

  • Da un crescente individualismo a una maggiore solidarietà e fraternità.

L’impronta di Dio nell’umanità è particolarmente evidente nella capacità di andare incontro agli altri in un atto di solidarietà con la sua creazione. L’egoismo è l’atto contrario, perché cerca l’autocompiacimento, ci rende autoreferenziali, genera e alimenta la cultura, sempre crescente, dell’individualismo che finisce per manifestare la nostra piccolezza. Durante la pandemia ci siamo senza dubbio resi conto che siamo troppo vulnerabili, fragili e dipendenti. Tutti noi. Non solo alcuni. Sotto una stessa minaccia collettiva, inimmaginabile e sentita, tutta l’umanità sente di aver bisogno degli altri. Viviamo nel bisogno dell’altro. Della cura reciproca. Non vogliamo restare soli. Che questo tempo ci insegni a scommettere maggiormente sulla solidarietà e sulla fraternità di fronte al “virus dell’individualismo”. Quanto ha ragione papa Francesco! La solidarietà è la migliore vittoria sulla solitudine. «La solidarietà si esprime concretamente nel servizio, che può assumere forme molto diverse nel modo di farsi carico degli altri. Il servizio è “in gran parte, avere cura della fragilità. Servire significa avere cura di coloro che sono fragili nelle nostre famiglie, nella nostra società, nel nostro popolo”. In questo impegno ognuno è capace di “mettere da parte le sue esigenze, aspettative, i suoi desideri di onnipotenza davanti allo sguardo concreto dei più fragili […]. Il servizio guarda sempre il volto del fratello, tocca la sua carne, sente la sua prossimità fino in alcuni casi a “soffrirla”, e cerca la promozione del fratello. Per tale ragione il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone”»[17]. Molti aspettano il nostro sorriso, la nostra parola, la nostra presenza.

  • Passare dall’isolamento alla cultura dell’incontro.

Certamente non è facile uscire dal proprio isolamento, soprattutto quando lo si ritiene un valore. Spesso, infatti, è più facile rimanere isolati anche per la paura della vicinanza degli altri. Ma nel cuore umano arde la fiamma che accende la necessità assoluta di stare insieme: in famiglia, con gli amici, nell’associazione di quartiere, nel gruppo di volontariato, con i compagni di scuola, con i colleghi di lavoro, con la squadra di calcio. Questo tempo di vulnerabilità ci offre uno spazio per nuove forme di empatia e di ricongiungimento. È la “cultura dell’incontro” dell’altro come altro. «L’isolamento e la chiusura in se stessi o nei propri interessi non sono mai la via per ridare speranza e operare un rinnovamento, ma è la vicinanza, è la cultura dell’incontro. L’isolamento, no; vicinanza, sì. Cultura dello scontro, no; cultura dell’incontro, sì»[18].

  • Dalla divisione a una maggiore unità e comunione.

In questa stessa ottica, ci rendiamo conto che non è possibile generare una cultura dell’incontro senza salvaguardare l’unità; la stessa unità che lo Spirito di Dio dona a chi entra in comunione con Lui, e che ci unisce e ci lancia a vivere la stessa vocazione: quella di essere figli amati di Dio. Una lezione che abbiamo imparato dalla dura esperienza dell’isolamento, dal camminare divisi sulla barca della vita, a causa della chiusura delle frontiere (geografiche e persino spirituali), ci ha permesso di renderci conto che alla fine “siamo tutti nella stessa barca”. Siamo uniti dall’umanità che siamo. Però un’umanità che è stata colpita. Il COVID è la prima crisi che colpisce tutti a livello globale, senza distinzioni. È un grande paradosso: un virus che ha creato divisione per paura, ora ci unisce, ci spinge a interessarci l’uno all’altro. Ci unisce in un’empatia fatta di altruismo, solidarietà, preoccupazione. Tante espressioni del bene comune e, si spera, di compassione e misericordia. Ci unisce anche nella ricerca di soluzioni. Probabilmente l’egoismo che divide è una malattia molto più antica e pericolosa del COVID, che già esisteva e che deve essere curata. Spero che, con l’arrivo del vaccino per il virus, potremo finalmente vaccinarci contro la mancanza di comunione, conseguendo la vittoria sulla divisione. Ciò che ci unisce è la medicina del Vangelo della speranza e della gioia, che ci rende tutti più umani e figli di Dio.

  • Dallo scoraggiamento, dal vuoto e dalla mancanza di senso alla trascendenza.

Dal ritenerci “padroni assoluti della nostra vita e di tutto ciò che esiste” siamo giunti a sentirci molto fragili. In molte famiglie è stato necessario inventare mille racconti per spiegare ai bambini perché dovevano rimanere in casa, lontani dai nonni, dai compagni di scuola e dai vicini, senza la possibilità di uscire per quindici o venti giorni. Ricordo le immagini del film «La vita è bella» (1997), dove un padre (Roberto Benigni), nella situazione più sfavorevole, in un campo di concentramento nazista, immagina un gioco per giustificare al proprio figlio la condizione in cui si trovano e fargli vivere tutto, appunto, come un gioco, che diventa la salvezza del bambino.

Il vuoto di questo tempo ha causato molti danni. Siamo passati dalle tante sicurezze all’incertezza di un terreno instabile e insicuro. Un vuoto diverso dalle ideologie nichiliste e che, in ogni caso, ci apre al bisogno di trascendenza.

Il Signore ci parla in questo tempo. E che cosa ci chiede? Che cosa ci offre? Come lo accogliamo? «Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli»[19]. Ecco: nelle situazioni estreme, Dio continua a parlarci attraverso il cuore delle persone che vedono e rispondono in un modo originale, diverso, che fa la differenza.

Non ci salviamo con le sole nostre forze. Nessuno si salva da solo

«Una tragedia globale come la pandemia del Covid-19 ha effettivamente suscitato per un certo tempo la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme. Per questo ho detto che “la tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità (…) Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli”»[20].

È finito il tempo in cui dominava la convinzione di poter fare tutto con le nostre risorse, da soli, come “giganti della vanità” per i quali nulla è impossibile.

Dobbiamo superare il facile narcisismo che ci ha convinto che l’universo si inchina davanti a noi, illusi di essere in possesso di un “superpotere” su tutto e su tutti… Abbiamo imparato, a causa di questa malattia, quanto siamo vulnerabili, quanto abbiamo bisogno l’uno dell’altro e come da soli siamo niente. Scopriamo che il vicino di casa, dall’altra parte della strada, è importante: salutare chiunque incontriamo; cancellare l’anonimato e credere nel “noi” come parte di me, senza la quale non si può vivere. Gli altri sono “io” declinato in un “noi”, molto più dipendente dalla ricchezza dell’umanità nei suoi valori di bellezza e di vita condivisa. Abbandoniamo le paure. Creiamo legami. Cresciamo. Smettiamo di rifiutare l’altro perché altro, diverso, straniero, ecc… Partiamo da un “noi” che unisce il plurale e il diverso con il particolare, ricco, unico, singolare, irripetibile e bello di ogni persona, di ciascuno di noi, prezioso in se stesso.

Non possiamo aver paura di riscoprire la fraternità che ci unisce in quanto figli di Dio, infinitamente amati nel Figlio (cf. Ef 1,5). A partire da questa realtà comprendiamo la solidarietà, la fraternità, la cura per gli altri, il rispetto per il valore della vita, per la dignità della persona, per la verità dell’altro: atteggiamenti che sono più che mai virtù. Siamo troppo preziosi per lasciarci andare al vuoto egoismo di una malattia chiamata indifferenza, e all’autocontemplazione o autoreferenzialità. Soprattutto per quanto riguarda i nostri cari giovani, che sono “il roveto ardente”, la “terra sacra” che ci salva. Sono proprio loro, la nostra grande speranza, a proiettarci verso un futuro comune con tanti esempi di condivisione e progetti comuni: a favore del Creato e dell’ambiente, della casa comune e della giustizia, della libertà; della pace e della fratellanza universale.

Sono necessarie nuove risposte. Una vita coraggiosa, che sia portatrice di qualcosa di veramente nuovo. Per essere in definitiva come Don Bosco, oggi che il colera si chiama “coronavirus”, è necessario andare, uscire, essere presenza ed essere risposta.

Più che mai: presenza e testimonianza!

È proprio così: più che mai, sono necessarie la presenza e la testimonianza. La nostra presenza e, come testimonianza, la gioia che nasce dalla nostra fede “che spera”, perché «fede e speranza procedono insieme»[21].

Tutto questo soprattutto per i giovani, che non possiamo lasciare soli (ora meno che mai!): ci aspettano a braccia aperte, perché possiamo nuovamente abitare la loro vita, con la forza di un amore capace di conquistare tutto, perché in tutto questo solo l’amore può trionfare! Dobbiamo di nuovo sognare il sogno dei giovani. Dobbiamo metterci in quella disposizione che ci consente di superare ciò che la paura ha impedito che diventasse realtà. Oratori, centri giovanili, scuole, centri di formazione, opere sociali, parrocchie: ognuna delle nostre opere deve lasciarsi inondare dal cuore vivo, generoso e rivitalizzante di ogni giovane che trasforma le case (muri di silenzio) in spazi di vita (della vita dei giovani). Noi vogliamo quella vita! È quella la vita che ci salva! Ascoltiamo il grido dei giovani che chiedono presenza, attenzione, accompagnamento, disponibilità e che domandano anche di far vedere loro l’autentico volto di Dio. Se prestiamo loro attenzione, se li ascoltiamo, essi ci chiederanno, con più intensità, che, prima di tante cose, parliamo loro di quel Signore che anima la nostra speranza e che non ci permette di scoraggiarci o di arrenderci (cf. 1Pt 3,15). Ci domanderanno di offrire loro il “pane di vita” che alimenta il nostro “essere per loro” e il nostro “stare in mezzo a loro”. Per generare quella vita che il Signore desidera donare in questo momento della storia: la vita che non avrà fine. È la buona notizia della risurrezione che rianima la nostra speranza e ci rende uomini nuovi per un tempo nuovo. Perché questo mondo finirà. E rimarrà solo ciò che abbiamo amato.

6. UNA FAMIGLIA SALESIANA CHE TESTIMONIA LA SPERANZA

Come abbiamo avuto modo di sperimentare, le circostanze legate all’epidemia di questi mesi hanno fatto emergere alcuni segni di offuscamento della speranza. Perciò desidero ribadire e indicare alcuni segni della bellezza della speranza evangelica, pienamente compresa e vissuta, che ci pongono in un cammino dove possiamo esprimere la forza del carisma salesiano vissuto nella speranza. Sento che come Famiglia di Don Bosco nella Chiesa e nel mondo, questa è la testimonianza che ci si aspetta da noi: la capacità di vivere nella speranza.

Alcune proposte per continuare questo cammino.

  • Riscopriamo che «la fede e la speranza procedono insieme»[22].

Impegno: imitiamo Don Bosco e la sua grande capacità di entusiasmare i suoi ragazzi a vivere la vita come una festa e «la fede come felicità»[23].

Tutti noi siamo sorretti non da idee astratte e da belle promesse, ma da una speranza fondata sull’esperienza dell’amore di Dio riversato su di noi per mezzo dello Spirito Santo, che muove tutto verso il bene.

Ma la speranza non procede da sola. Per sperare, bisogna avere fede. La speranza cristiana rende la fede tenace, capace di resistere agli urti della vita; consente di vedere oltre ogni ostacolo, apre lo sguardo e permette di inserire la nostra vita e storia in una lettura alla luce della salvezza di Dio. Perciò la speranza è attesa del dono di vita di tutti i giorni, attesa della presenza di Dio, un Dio che è Padre (Abbà) cioè intimo, personale, lui che è un Dio preoccupato e interessato del nostro destino, che si mette sulla nostra strada con la Sua pazienza e misericordia. Mentre riconosciamo la nostra povertà e fragilità, Dio ci mette il Suo cuore. L’incontro della povertà personale e comunitaria con il Suo cuore paterno fa risplendere la misericordia.

Ebbene, consapevoli della nostra fragilità e di quanto sia difficile oggi il compito di educare e formare le persone, più che mai dobbiamo essere seminatori di speranza, provocatori di speranza vera, sussurratori di questa stessa speranza. Don Bosco lo ha fatto in modo appassionato e quasi naturale. E noi siamo impegnati allo stesso modo, perché crediamo veramente che è la speranza a sostenere la vita, a prendersi cura di essa, a proteggerla. «È quanto di più divino possa esistere nel cuore dell’uomo», ha detto Papa Francesco in una catechesi[24]. In quella stessa catechesi, il Santo Padre cita il grande poeta francese Charles Péguy, che ha lasciato meravigliose pagine sulla speranza. In una di esse afferma, in modo poetico, che Dio non è tanto sorpreso dalla fede degli esseri umani, né dalla loro carità. Ciò che lo riempie veramente di meraviglia e stupore è la speranza della gente: «Che quei poveri figli – scrive – vedano come vanno le cose e che credano che andrà meglio domattina».

Con questa fiducia, come educatori, come accompagnatori delle famiglie, delle classi popolari e del popolo di Dio in generale, vi invito: non perdiamo mai la speranza, coltiviamo nei confronti della vita uno sguardo ricco di speranza, non spegniamola mai nel nostro cuore, siamo luci che invitano alla speranza con la testimonianza del nostro vivere, trasmettiamo la felicità nel modo semplice ma autentico di vivere la nostra fede.

  • Impariamo che la preghiera è scuola di speranza[25].

Impegno: camminiamo con i giovani e con le loro famiglie pregando, imparando a pregare meglio ed esercitando la speranza pregando sempre meglio.

«Un primo essenziale luogo di apprendimento della speranza è la preghiera»[26].

Caratteristica della nostra spiritualità salesiana è percepire Dio come molto vicino, molto presente negli eventi; è un Dio con il quale, nella nostra semplicità, possiamo entrare in dialogo “con il cuore”, un dialogo semplice, proprio dei figli.

Come membri della Chiesa siamo consapevoli di essere nati come Lei nella preghiera e che la preghiera sostiene la sua e la nostra crescita. Una preghiera che è scuola di speranza. Presentando la nostra fragilità nell’incontro personale con l’Amore, impariamo a lasciarci amare da Lui. In definitiva siamo chiamati a sviluppare un clima interiore di fiducia verso il Signore, affidandoci a Lui, come centro di tutto. Lui che rende possibile vivere in pienezza. Mettiamo perciò i nostri pensieri, desideri, attività, sofferenze, speranze, sogni nel cuore di Dio, disegnandoli nel Suo cuore.

La vita spirituale curata dalla preghiera è unificante, dà senso agli avvenimenti, alle varie cose che viviamo e che facciamo. Con la preghiera scopriamo il senso della gratuità della vita, la nostra e quella delle persone che ci sono state affidate. Questa prospettiva di preghiera come dono è essenziale per il cammino spirituale, sapendo che tutto ci è stato regalato dal Signore.

Nell’enciclica sulla speranza che papa Benedetto XVI ha offerto alla Chiesa, sono riportati alcuni esempi concreti di speranza nella preghiera, come quella vissuta dal cardinale vietnamita Nguyen Van Thuan. Durante i tredici anni di prigionia – nove dei quali in totale isolamento e solitudine, in una situazione umana che sarebbe stata di totale disperazione per qualsiasi persona – ascoltare Dio, poter parlare con Lui, è stata la forza della sua speranza e lo ha reso, già lì e una volta liberato, autentico testimone della speranza, «di quella grande speranza che anche nelle notti della solitudine non tramonta»[27].

Come Famiglia di Don Bosco, Famiglia Salesiana, faremo passi significativi se, su tutti i rami di questo frondoso albero amato dallo Spirito, avanzeremo nella scuola di speranza che nasce dalla preghiera, e se cammineremo a fianco dei nostri giovani e delle altre persone che incontreremo.

  • Cresciamo vivendo con il senso della fatica della vita quotidiana.

Impegno: aiutiamo i giovani e le loro famiglie, e il Popolo di Dio, a scoprire i doni che Dio ci dà, senza lamentarci, proponendo obiettivi che entusiasmano e tolgono la monotonia e la mediocrità.

Facciamo della vita quotidiana un’occasione preziosa per sperimentare, nonostante la fatica e la stanchezza, che c’è un Amore che ci supera, nella consapevolezza che il nostro lavoro non è indifferente davanti a Dio e quindi non è indifferente nemmeno per lo sviluppo della vita, della nostra vita, della storia stessa che stiamo cercando di costruire e del Regno di Dio che vogliamo contribuire a realizzare.

Penso che questo sia un magnifico orizzonte per educare alla speranza. Anzitutto per la certezza che nasce dalla fede, che conferma non solo che Dio non si lascia mai vincere in generosità, ma che Dio agisce e ci sorprende sempre, anche in mezzo alle nostre difficoltà.

Lo straordinario accade solo quando si inizia a vivere le piccole cose ordinarie; la vita quotidiana, quella di ogni cristiano, è fatta di gesti ripetuti, di lavoro duro e senza troppe gratificazioni, ma anche di intime gioie sommesse, di incontri veri, di meraviglie che sorprendono l’anima.

Lo scorrere dei giorni rivendica un ritorno paziente verso di sé, una presa di coscienza della propria vita. Speranza e pazienza sono i due atteggiamenti da testimoniare come cristiani proprio nel nostro mondo dal ritmo così rapido. Il proliferare della paura nelle nostre società è dovuto anche al fatto che si è smarrito il senso dell’attesa, e dunque della pazienza e della speranza. Per questo, speranza e pazienza sono strettamente legate e l’atto di sperare contribuisce già al superamento della prova.

Questo è possibile anche perché c’è una “naturale fiducia” tipica del nostro spirito salesiano che ci porta a confidare nelle risorse naturali e soprannaturali di ogni persona, e soprattutto di ogni giovane, e che ci spinge a non rimpiangere il tempo in cui viviamo, ma ad apprezzare i valori presenti nel mondo e nella storia (anche in questi tempi difficili), e a «tenere ciò che è buono» (1Ts 5,21). Di fatto condividiamo con il Card. Nguyen Van Thuan la convinzione che l’abitudine a lamentarsi è come un’epidemia contagiosa, i cui sintomi sono il pessimismo, la perdita della pace, le paure e la perdita di quella passione per la vita che deriva dall’essere uniti a Dio.

Don Bosco aveva esperimentato che niente può compensare il valore delle relazioni autentiche, del sentirsi amati, del sentirsi in famiglia, a casa. Queste relazioni sono una forma potente di protezione di fronte alla povertà e solitudine dei suoi ragazzi. Infatti, Don Bosco è stato un maestro nel ritrovare la concretezza della felicità nelle piccole cose, nelle attenzioni rivolte a tutti, rivelando quanto negli incontri affettuosi e nella cura dei legami fosse conservato il tesoro del nostro Sistema Preventivo. Gesti minimi, che a volte si perdono nell’anonimato della quotidianità; gesti di tenerezza, di affetto, di compassione, che tuttavia sono decisivi, importanti per la speranza degli altri. Sono gesti familiari di attenzione ai particolari e ai dettagli di ogni giorno, i quali fanno sì che la vita abbia senso e che vi sia comunione e comunicazione fra noi.

  • Viviamo la speranza specialmente nei periodi di difficoltà e di smarrimento.

Impegno: Lasciamoci educare da Dio. Confidiamo in lui soprattutto nei momenti di oscurità. S. Teresa d’Avila, grande mistica, riconosce che l’aridità è l’invito di Dio a «passare più avanti».

Tutti abbiamo sperimentato dei periodi di difficoltà e di smarrimento nella vita. In un modo o nell’altro, siamo stati chiamati a fare i conti con alcune esperienze personali dolorose, umanamente difficili. A volte le giornate, le attività, la preghiera, tutta la vita vissuta, possono apparire inaspettatamente vuote, spente.

Ma insieme con la sofferenza e il dolore presenti in ogni vita umana ci viene donato un sussulto di stupore e speranza. Infatti, «la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente»[28].

La sofferenza e il dolore sembrano presenti nella vita di tutte le persone in un momento o in un altro. Gesù non ha amato la sofferenza, né l’ha mai giustificata. Anzi, nell’incontro con chi è segnato dal dolore si commuove e spesso risana l’ammalato, mostrando che non si trattava affatto della volontà di Dio. Di fronte a questo, invece di ripiegarci passivamente su noi stessi, stanchi e sfiduciati, ci viene chiesto di coltivare il coraggio, che nella vita morale e spirituale è indicato con il termine fortezza.

In effetti, alla consapevolezza della fede è legata a questa fortezza indispensabile per la qualità della vita.

Molti credenti vengono riconosciuti proprio nei loro momenti di massima difficoltà, sofferenza, quando appaiono gravati da problemi più grandi di loro. Queste prove non vengono lette come occasionali incidenti di percorso, ma come un momento di purificazione necessaria e come invito ad abbandonare i criteri finora adottati, per fare un’esperienza più intima di Dio, lasciandosi educare da Lui e adempiere in questo modo anche alla missione ricevuta. Ci viene chiesto di camminare fidandoci, anche nei momenti oscuri.

Come credenti, infatti, siamo convinti che solo Dio ha il potere di trasformare i momenti più estremi e difficili della nostra esistenza nella speranza certa che la nostra sofferenza, il dolore e la tristezza non sono vani o inutili.

È come se la persona si trovasse di fronte a un crocevia, in cui deve decidere se abbandonare oppure far emergere nuove energie umane e spirituali. In questo ultimo caso, la lotta, le tensioni, i conflitti restano sterili; siamo chiamati a custodire la speranza nei tempi bui perché il Vangelo annuncia sempre una buona notizia: la vita può ricominciare, possiamo sempre nascere di nuovo. «Spes ultima dea», dicevano gli antichi: «La speranza è l’ultima a morire». La speranza è l’ultimo baluardo della vita. È come la luce del tramonto: riesce ancora a dar vita agli oggetti prima che si confondano nell’oscurità e ci permette di vedere il cammino per tornare a casa prima che scenda la notte e tutto sia avvolto nel buio.

  • La speranza come ritorno deciso ai poveri e agli esclusi.

Impegno: nella nostra Famiglia la fedeltà al Signore con Don Bosco passa soprattutto attraverso l’opzione preferenziale per i più poveri, i più abbandonati e gli esclusi.

Ecco perché carismaticamente, oggi più che mai, ci si aspetta che ci distinguiamo, come Famiglia Salesiana, per questa opzione originale per i poveri e gli esclusi, per gli scartati, gli abbandonati, i senza voce e senza dignità. Non c’è altra via per noi. La fedeltà al Signore in Don Bosco ci impone di riconoscerci nel dolore dell’altro.

In piena comunione con la tradizione e l’insegnamento più puro della Chiesa, dai primi padri latini e greci fino agli ultimi pontefici, non possiamo che essere e sentirci responsabili di questo mondo e della vita di ciascuno. Ogni ingiustizia contro il povero è una ferita aperta ed è un attacco (anche se non ci crediamo) alla nostra dignità. Non dobbiamo mai dimenticare che non viviamo solo per noi stessi. Per questo la speranza rende la carità perseverante. Gesù invita a questo amore ostinato, a tenere la mente e il cuore il più possibile aperti alla sua azione, che giunge in maniera altrettanto improvvisa quanto le situazioni negative nelle quali ci imbattiamo; a diventare ed essere un efficace “ospedale da campo” per tutti e in modo speciale per i giovani feriti. Questo richiede a noi più coraggio, più fiducia e più impegno. Non è questo il tempo di “tirare i remi in barca”!

Come famiglia religiosa nata dal cuore pastorale di Don Bosco, siamo “la speranza di coloro che non hanno speranza”: i giovani più bisognosi e più vulnerabili, che sono al centro delle attenzioni di Dio, e che devono essere sempre i nostri destinatari privilegiati.

Essi non sono per noi un “muro”, ma una “porta”: ciò che i poveri ci insegnano è l’autorità del sofferente e dell’emarginato. Impegniamoci a portare la speranza nel cuore di queste persone, a dare loro conforto, a risollevare i deboli e i bisognosi, a venire incontro alle varie necessità umane e spirituali che ci interpellano quotidianamente. La speranza va nella direzione dell’etica e dell’agire. In questo la speranza cristiana si differenzia da un vago ottimismo – come ho già detto.

Non bisogna farsi rubare la speranza, ci dice Papa Francesco, né tantomeno uccidere i diversi segnali di speranza e di rinascita che emergono dal mondo. Infatti, quante persone felici di amare Gesù servendolo nei poveri, generose e solidarie ci forniscono insegnamenti preziosi, espressi con la loro vita! Ringraziamo il Signore per questi esempi di vita coerente e intrisa di amore. Uomini e donne per i poveri, segno di speranza che il Signore ha messo sul nostro cammino: sono le vite spese e donate ai fratelli da queste persone “normali” ma eroiche, un’eroicità semplice ma rocciosa, fondata nel Vangelo, vissuto e annunciato.

  • Riconoscersi nel dolore dell’altro.

Impegno: essere fedeli a Don Bosco oggi, Padre della nostra Famiglia Salesiana, significa stare attivamente dalla parte di chi subisce qualsiasi tipo di ingiustizia.

«Com’è pericolosa e dannosa questa assuefazione che ci porta a perdere la meraviglia, il fascino, l’entusiasmo di vivere il Vangelo della fraternità e della giustizia!» [29], scrive papa Francesco nella Evangelii Gaudium. E questo ha a che fare tanto con le ingiustizie, che derivano dai sistemi economici che sono la causa di tanta povertà, quanto con ogni tipo di sofferenza umana.

Leggendo il Vangelo non c’è dubbio che l’economia e i beni devono essere al servizio delle persone, soprattutto di coloro che vivono in condizioni di reale povertà. Quindi un cristiano con autentica coscienza sociale e con senso di giustizia, e ancor più noi, consacrati e laici della famiglia di Don Bosco, non possiamo accettare una forma di economia basata esclusivamente sulla “logica della crescita” (così auspicata dopo questa pandemia), se questa è causa certa dell’aumento della povertà e dei poveri: due realtà che vanno sempre di pari passo.

Pertanto, dire no a un’economia di esclusione è dire no a ogni iniziativa politica ed economica che dimentica i più deboli. I cristiani e i membri della Famiglia Salesiana devono sentirsi a disagio in questa situazione. Di fronte a queste realtà non si può rimanere “neutrali” o “senza opinione”. È in gioco la dignità dei nostri fratelli e delle nostre sorelle e dovremo certamente “scendere” dal piedistallo delle nostre sicurezze per guardare alla loro realtà senza vergogna. Questo è ciò che il Signore Gesù ha fatto, anche se era considerato un comportamento socialmente e politicamente scorretto.

E anche se so che quello che dirò più avanti potrebbe risultare scomodo per noi – per me per primo – credo in coscienza che dobbiamo sentire come insopportabile per le nostre coscienze il dolore degli altri che si traduce nella realtà dei senzatetto, dei migranti per obbligo, delle persone che “non servono più”, delle guerre, degli attentati, delle persecuzioni per motivi razziali o religiosi, degli abusi sessuali, del traffico di persone e di organi, delle reti di prostituzione, dei minori abbandonati, dei bambini soldato: una cascata infinita di realtà dolorose.

Non possiamo accettare tutto questo perché amiamo questo mondo meraviglioso in cui Dio ci ha messi, perché amiamo l’umanità alla quale apparteniamo – con i drammi che ho appena descritto e con la fatica di vedere che nulla sembra cambiare radicalmente -, amiamo anche gli aneliti e le speranze e la terra come casa comune. Questo nostro oggi, questo nostro mondo post-pandemico, sono un’occasione preziosa per collocarci con chiarezza e per educare i nostri giovani all’impegno sociale e politico alla luce del Vangelo e della speranza che esso irradia.

  • Convertirsi alla speranza è credere nel progetto del Vangelo.

Impegno: per questo come Famiglia Salesiana di Don Bosco, non possiamo non mostrare chi è la ragione della nostra Speranza, il Dio di Gesù Cristo e il suo Vangelo.

Nelle crisi più grandi, scompaiono tante certezze, tante “sicurezze” che pensavamo di avere, tanti significati attribuiti che, in realtà, si rivelano non attendibili. Ma, di fatto, i grandi valori del Vangelo e la sua verità rimangono quando le filosofie e i pensieri opportunistici o momentanei vengono meno. I valori del Vangelo non svaniscono, non diventano “liquidi”, non scompaiono. Per questo come Famiglia Salesiana di Don Bosco non possiamo rinunciare a mostrare ciò in cui crediamo.

L’evangelizzazione deve essere per noi una gioia esistenziale e vera, che si radica nel Mistero di Cristo, il Dio incarnato, morto e risorto, il quale penetra nella parte più intima della realtà umana. Il Vangelo è il messaggio assoluto di gioia che infonde forza e audacia per superare ogni tristezza (cf. Rm 9,2), il Vangelo è il soffio vitale della speranza: la speranza nel Signore che è in mezzo a noi e che ci viene incontro continuamente; una speranza che genera gioia, una speranza che ci incoraggia e ci lancia in un impegno concreto a favore degli altri e nella storia, una speranza che ci fa sentire, come famiglia di Don Bosco, mediazione di Dio per gli altri, segni e portatori del suo amore: una speranza che ci apre alla vita eterna già iniziata qui.

«Fede significa anche credere in Lui, credere che veramente ci ama, che è vivo, che è capace di intervenire misteriosamente, che non ci abbandona, che trae il bene dal male con la sua potenza e con la sua infinita creatività. (…) Crediamo al Vangelo che dice che il Regno di Dio è già presente nel mondo, e si sta sviluppando qui e là, in diversi modi»[30].

Quanto dovremmo essere incoraggiati a pensare che nessuno è in se stesso speranza, ma che ognuno di noi può essere l’eco della speranza per gli altri, quella speranza autentica che è la realtà più divina che può esistere nel cuore dell’essere umano.

Perché «se Gesù ha vinto il mondo, è capace di vincere in noi tutto ciò che si oppone al bene. Se Dio è con noi, nessuno ci ruberà quella virtù di cui abbiamo assolutamente bisogno per vivere. Nessuno ci ruberà la speranza»[31].

  • Un impegno concreto da assumere come Famiglia Salesiana.

Divulghiamo e leggiamo (da soli, in famiglia, formando gruppi) l’ultima enciclica del Papa, Fratelli tutti, che mette al centro di tutto la fraternità. Essa ci offre una bella riflessione su come guarire il mondo, riparare la casa comune dai danni umani e ambientali, e ridurre le conseguenze della crescente diseguaglianza sociale ed economica. Con il Papa, siamo sicuri che riusciremo a custodire il patrimonio che il Creatore ha messo nelle nostre mani solo come fratelli, vincendo la tentazione di dividersi e di sopraffare l’altro. Solo insieme costruiremo un mondo migliore, che dia speranza alle future generazioni.

  • Una verità da approfondire come frutto di questa Strenna.

Con il chiaro obiettivo di lasciare un ricordo molto particolare, concludo il commento alla Strenna 2021 con alcune righe che esprimono molto bene ciò che ho condiviso in queste pagine e che invito a interiorizzare, prima di fare un ultimo riferimento alla nostra Madre Maria, che attende la nascita del suo Figlio amato immersa senza alcuna pretesa nel grande progetto della redenzione.

«Noi cristiani viviamo della speranza: la morte è solo la penultima parola, ma l’ultima è di Dio, quella della risurrezione, della pienezza della vita e della vita eterna. Quando ci abbandoniamo alla fiducia in Dio e confidiamo in lui, abbiamo una certezza che dona serenità, quella cioè che noi uomini non abbiamo tutto nelle nostre mani, ma siamo nelle mani di Dio. Il cristiano configura la sua vita non con le proprie forze, ma con la forza dello Spirito santo. Nei tempi di incertezza dobbiamo abbandonarci con fiducia alla sua guida»[32].

7. MARIA DI NAZARETH, MADRE DI DIO, STELLA DI SPERANZA

Maria, la Madre, sa bene cosa significa avere fiducia e sperare contro ogni speranza, confidando nel nome di Dio.

Il suo “sì” a Dio ha risvegliato ogni speranza per l’umanità.

Maria ha sperimentato l’impotenza e la solitudine alla nascita del Figlio; ha conservato nel suo cuore l’annuncio di un dolore che le avrebbe trafitto il cuore (cf. Lc 2,35); ha vissuto la sofferenza di vedere il Figlio come “segno di contraddizione”, frainteso, respinto.

Ha conosciuto l’ostilità e il rifiuto nei confronti di suo Figlio fino a quando, ai piedi della sua croce sul Golgota, ha compreso che la Speranza non sarebbe morta. Per questo è rimasta con i discepoli come Madre – «Donna, ecco tuo figlio» (Gv 19,26) –, come Madre della Speranza.

«Santa Maria,
Madre di Dio, nostra Madre,
insegnaci a credere,
a sperare e ad amare con te.

Mostraci la strada verso il Regno.

Stella del mare,
brilla sopra di noi
e guidaci nel nostro cammino»[33].
Amen.
Don Ángel Fernández Artime, S.D.B.

Rettor Maggiore

Roma, 25 dicembre 2020

Natale del Signore

[1]Francesco, Christus Vivit, 72.
[2]G. Colombero, La malattia: una stagione per il coraggio, Paoline, Roma 1981, p. 66.
[3]Solo per citare alcuni di quelli che troviamo nella teologia e nella storia della filosofia, possiamo iniziare con san Paolo, sant’Agostino, san Giovanni della Croce, Lutero, R. Bultmann e J. Moltmann. Inoltre, R. Descartes, I. Kant, C. Baudelaire e M. Heidegger, G. Marcel e J.P. Sartre, R. Le Senne, O.F. Bollnow; e alcuni spagnoli come Miguel de Unamuno, José Ortega y Gasset e il grande scrittore Manuel Machado.
[4]Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei Cantici, XXVI, 5 in PL 183, 906.
[5]Secondo la nota espressione di Christian Duquoc, che afferma la totale autonomia della storia.
[6]Benedetto XVI, Spe Salvi, 1.
[7]Ibid, 27
[8]Francesco, Meditazione del Santo Padre nel momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia, Città del Vaticano, 27 marzo 2020.
[9]Francesco, Udienza generale del mercoledì, 23 agosto 2017.
[10]Cf. Benedetto XVI, Spe Salvi, 2.
[11]Questo è il titolo che papa Benedetto ha scelto per la prima parte dell’enciclica Spe Salvi.
[12]J. Moltmann, Experiencias de Dios, Sígueme, Salamanca 1983, pp. 103-104.
[13]MB I, 296.
[14]G. Bosco, Memorie dell’Oratorio di San Francesco di Sales, in ISS, Fonti Salesiane: Don Bosco e la sua opera, LAS, Roma 2014, p. 1233.
[15]Costituzioni e Regolamenti SDB, 21.
[16]Benedetto XVI, Spe Salvi, 49.
[17]Francesco, Fratelli tutti, 115.
[18]Ibid, 30.
[19]Francesco, Fratelli tutti, 32.
[20]Ibidem.
[21]Francesco, Udienza generale del mercoledì, 20 settembre 2017.
[22]Ibidem.
[23]XX Capitolo Generale Speciale dei Salesiani di Don Bosco, n. 328.
[24]Francesco, Udienza generale del mercoledì, 27 settembre 2017.
[25]Cf. Benedetto XVI, Spe Salvi: così si intitola la prima parte dell’enciclica, che inizia dal n. 32.
[26]Benedetto XVI, Spe Salvi, 32.
[27]Ibidem.
[28]Benedetto XVI, Spe Salvi, 38. Cf. Francesco, “Un plan para resucitar” a la humanidad tras el coronavirus (PDF), in Vida Nueva Digital, 17 aprile 2020.
[29]Francesco, Evangelii Gaudium, 179.
[30]Ibid., 278.
[31]Francesco, Udienza generale del mercoledì, 27 settembre 2017.
[32]W. Kasper – G. Augustin, Comunione e Speranza. Testimoniare la fede al tempo del coronavirus, LEV, Città del Vaticano 2020, p. 121.
[33]Benedetto XVI, Spe Salvi, 50.

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