4. Un impegno spirituale e apostolico sempre più radicale accanto a don Bosco fondatore

Michele è ammesso a studiare filosofia presso il seminario di Torino. Nell’anno scolastico 1853-54 frequenta i corsi di logica, di geometria e di fisica e nell’anno 1854-55 quelli di metafisica ed etica.

4.1. Dedizione incondizionata
Ma gli studi non costituiscono che una piccola parte delle occupazioni di Michele. Egli deve assicurare l’assistenza generale della casa dell’Oratorio. Gli spetta la sorveglianza dello studio, della cappella, del cortile e del refettorio. A ciò si aggiunge la lezione settimanale di catechismo, la cura della biblioteca in allestimento e l’incarico di segretario della Conferenza di san Vincenzo, istituita nel 1854 da don Bosco per i giovani dell’Oratorio, con l’incarico di organizzare il lavoro a servizio dei poveri del quartiere.
Quello e il successivo sono anni importanti per l’opera di don Bosco: mentre la casa annessa si ingrandisce (in autunno 1854 i giovani interni salgono a 76 e, dopo l’abbattimento della piccola casa Pinardi e il completamento del nuovo edificio, nel 1856 il numero degli ospiti supererà i 200), si organizzano i laboratori artigianali e le scuole ginnasiali interne, in forma di piccolo seminario, e va emergendo nella mente di don Bosco un primo progetto di comunità apostolica, nel quale Rua ha un ruolo decisivo.
Il 26 gennaio 1854, in prossimità della festa di san Francesco di Sales, don Bosco, riunisce in camera quattro giovani promettenti: i chierici Michele Rua (17 anni) e Giuseppe Rocchietti (20 anni), i ragazzi Giacomo Artiglia e Giovanni Cagliero (entrambi di 16 anni), e fa loro una proposta singolare, come leggiamo in un appunto di Rua;
«La sera del 26 Gennaio 1854 ci radunammo nella stanza del Sig.r D. Bosco: Esso Don Bosco, Rocchietti, Artiglia, Cagliero e Rua; ci venne proposto di fare coll’ajuto del Signore e di S. Francesco di Sales una prova di esercizio pratico della carità verso il prossimo, per venirne poi ad una promessa, e quindi se parrà possibile e conveniente di farne un voto al Signore. Da tal sera fu posto il nome di Salesiani a coloro che si proposero e proporranno tal esercizio».[8]
Comincia così a delinearsi la futura Società Salesiana, in forma assai vaga, ma in una prospettiva di impegno spirituale e caritativo chiaro. In febbraio arriva a Valdocco don Vittorio Alasonatti, che lascia tutto per dedicarsi all’opera di don Bosco. Assume l’incarico di Prefetto.
Le vacanze estive sono movimentate. Il colera si sta diffondendo rapidamente in città e colpisce soprattutto i quartieri poveri di Borgo Dora. La municipalità cerca infermieri volontari per l’assistenza domiciliare ai malati: don Bosco fa appello ai suoi ragazzi così può presentare quattordici nomi alle autorità. Ci manca la lista completa, ma sappiamo che tra quelli ci sono sicuramente il diciassettenne Rua, il sedicenne Cagliero e il quattordicenne Anfossi. Comincia così un’esperienza del tutto nuova per loro. Devono però superare l’orrore suscitato dal malato di colera. «Oh! Che morte spaventosa, quella dei malati di colera», scriverà don Bosco alla fine dell’anno, descrivendo ciò che aveva visto e udito.
«Vomito, dissenteria, crampi alle braccia e alle gambe, mal di testa, affanno, soffocamento… Avevano gli occhi infossati, la faccia livida, gemevano e si agitavano; insomma, in questi sventurati, ho visto tutto il male che un uomo può sopportare senza morire».
L’Armonia del 16 settembre dedica ai giovani dell’Oratorio un paragrafo della Cronaca della carità del clero in tempo di colera:
«Animati dallo spirito del loro padre più che superiore, D. Bosco, si accostano coraggiosamente ai colerosi, inspirando loro coraggio e fiducia, non solo colle parole, ma coi fatti, pigliandoli per le mani, facendo le frizioni, senza dar vista del menomo orrore e paura. Anzi entrati in casa di un coleroso si volgono tosto alle persone esterrefatte, confortandole a ritirarsi se hanno paura, mentre essi adempiono a tutto l’occorrente, eccettuato che si tratti di persone del sesso debole, chè in tal caso pregano che alcuno di casa resti, se non vicino al letto, almeno in luogo conveniente. Spirato il coleroso, se non è donna, compiono intorno al cadavere l’estremo uffizio».[9]
Nessuno degli infermieri volontari dell’Oratorio è toccato dalla malattia. La loro dedizione fa grande impressione in città.

Alla fine di settembre salgono ai Becchi con don Bosco per un po’ di riposo. Qui, dopo la celebrazione della festa della Madonna del Rosario, avviene l’incontro tra il santo e Domenico Savio. Il ragazzo viene accettato ed entra a Valdocco alla fine di ottobre, per l’anno scolastico 1854-55, mentre Michele Rua è allievo del secondo anno di filosofia.

4.2. Fervore spirituale alla scuola di don Bosco
In autunno 1854, con il permesso del suo direttore spirituale e confessore, Michele ha cominciato a comunicarsi tutti i giorni.[10] Quei mesi sono il periodo del suo apprendistato spirituale, del suo noviziato. Le «conferenze» sono tenute da don Bosco nella sua stanzetta la domenica sera, secondo consuetudine dopo le preghiere, al gruppetto scelto di studenti. Gli esercizi ai quali li sottopone sono quelli che fa lui stesso: giornate spossanti di lavoro tra gli oratoriani, preghiere in comune, celebrazioni liturgiche, catechesi, lezioni serali, assistenza, giochi movimentati… Non chiede null’altro che una radicalità battesimale (darsi schiettamente a Dio) e una vita di dedizione totale al servizio della gioventù abbandonata, oltre alla frequentazione regolare dei sacramenti e a un sobrio programma di pratiche devote, come la visita al santissimo Sacramento. Le stesse pratiche suggerite ai giovani dell’Oratorio. E la grazia opera in loro attraverso il suo esempio. Don Bosco va e viene, impegnandosi generosamente, pregando, divertendosi, lavorando sotto gli occhi di tutti.
Rua nutre lo sguardo e il cuore facendo tesoro delle sue lezioni di virtù e di zelo. Sull’inginocchiatoio e all’altare lo ammira profondamente raccolto, immerso in una preghiera umile e fiduciosa. In cortile e in refettorio lo trova sempre pieno di buonumore e di vitalità, preoccupato unicamente di mantenere tra i giovani un’allegria di buona qualità. Se lo scorge per strada, scopre un uomo desideroso di non perdere mai l’occasione di entrare in contatto con i giovani. Nella vita di tutti i giorni rimane colpito dalla sua naturalezza e dalla sua bontà, dal suo umore perennemente uguale, dalla sua cortesia sempre sorridente. Se gli parla nell’intimità della sua stanza, ne esce felice per l’incontro paterno e autenticamente amichevole.
A partire dall’autunno 1854, Rua deve occuparsi ogni domenica dell’Oratorio di san Luigi, presso la stazione di Porta Nuova, in aiuto al giovane teologo Paolo Rossi. Questo per lui significa percorrere a piedi due volte al giorno un tragitto piuttosto lungo. Nel frattempo il suo ruolo nell’Oratorio di san Francesco di Sales assume sempre maggiore importanza. Un allievo del tempo testimonierà:
«Ciò che mi stupì maggiormente quando entrai all’Oratorio, nel 1854, insieme con Domenico Savio, fu il vedere che don Bosco dava le sue preferenze di lavoro e di occupazioni al chierico Rua, mentre v’era qualcun altro, ad esempio il chierico Rocchietti, un po’ più adulto di lui e dell’aspetto più atto al comando. Davvero che mi faceva meraviglia il veder coteste preferenze per il chierico Rua, ma poi mi accorsi, com’egli da tutti i giovani fosse realmente temuto e amato, come loro superiore e come rappresentante di don Bosco, il quale evidentemente, aveva per lui una stima ed un affetto speciale».[11]
Sono tempi di grande fervore operativo e spirituale, incentivato dalla promulgazione del dogma dell’Immacolata Concezione. Leggendo quanto don Bosco scrive di Domenico Savio in quell’occasione, possiamo immaginare quanto avvenne nell’animo del più maturo Michele Rua, poiché quelli descritti erano gli indirizzi spirituali che il santo riservava ai suoi ragazzi migliori:
Era l’anno 1854 in cui i cristiani di tutto il mondo erano in una specie di spirituale agitazione perché trattavasi a Roma della definizione dogmatica dell’Immacolato concepimento di Maria. An­che tra di noi si faceva quanto la nostra condizione comportava per celebrare quella solennità con decoro e con frutto spirituale de’ nostri giovani.
| p. 40 | Il Savio era uno di quelli che sentivansi ardere dal desiderio di celebrarla santamente. Scrisse egli nove fioretti ovvero nove atti di virtù da praticarsi estraendone a sorte uno per giorno. Si preparò e fece con gran piacere dell’animo suo la confessione generale, e si accostò ai santi sacramenti col massimo raccoglimento.
La sera di quel giorno, 8 dicembre, compiute le sacre funzioni di chiesa, col consiglio del confessore, Domenico andò avanti l’altare di Maria, rinnovò le promesse fatte nella prima comunione, di poi disse più e più volte queste precise parole: Maria, vi dono il mio cuore; fate che sia sempre vostro. Gesù e Maria, siate voi sempre gli amici miei; ma per pietà fatemi morir piuttosto che mi accada la disgrazia di commettere un solo peccato.
Presa così Maria per sostegno della sua divozione, la morale di lui condotta apparve così edificante e congiunta a tali atti di virtù, che ho cominciato fin d’allora a notarli per non dimenticarmene.[12]
In questo clima il profitto spirituale di Michele è rapido e serio, tanto che il maestro ben presto giudica il discepolo pronto per affrontare il grande passo. La sera dell’Annunciazione, il 25 marzo 1855, nell’umile stanza di don Bosco, pronuncia i voti privati di povertà, castità ed obbedienza, nelle mani di colui che è il suo padre nella fede.
Il gruppetto degli studenti cresce. Tra di essi emergono personalità spirituali di grande livello, come scrive don Bosco nell’introduzione alla vita di Domenico Savio: «giovani che vissero tra noi con fama di specchiata virtù […] tali furono Fascio Gabriele, Rua Luigi, Gavio Camillo, Massaglia Giovanni, ed altri». Parla di ragazzi defunti. Probabilmente avrebbe potuto dire di Rua quanto afferma di Domenico Savio: «il cui tenor di vita fu notoriamente maraviglioso».[13]
Rua da parte sua testimonierà un giorno che, «fin dalle prime settimane della sua presenza nell’Oratorio», aveva provato per lui «una grande stima, che aumentò regolarmente» giorno dopo giorno. Un «fraterno affetto» li lega l’uno all’altro[14] come lega il gruppo di amici che don Bosco stimola ad intessere solidi legami spirituali in vista del perfezionamento personale e dell’apostolato tra i compagni dell’Oratorio. In questa prospettiva va vista la fondazione della Compagnia dell’Immacolata (8 giugno 1856), quando:
«Noi Bonetti Giovanni, Vaschetti Francesco, Savio Domenico, Marcellino Luigi, Durando Celestino, Momo Giuseppe, Bongioanni Giuseppe per assicurarci ed in vita ed in morte il patrocinio di Maria e per dedicarci intieramente al suo santo servizio, nel giorno [8] del mese di giugno [1856] muniti tutti coi SS. Sacramenti e risoluti di professare verso Maria Vergine SS.ma una costante divozione protestiamo davanti al nostro Direttore spirituale e davanti all’altare di Lei di voler imitare per quanto lo permetteranno le nostre forze Luigi Comollo. Onde ci obblighiamo:
  1. Di osservare rigorosamente le regole della Casa.
  2. Di edificare i compagni ammonendoli caritatevolmente ed eccitandoli caritatevolmente al bene colle parole ma molto più col buon esempio.
  3. Di occupare scrupolosamente il tempo.
Sarà nostra cura di informare la nostra vita avvenire a quanto di sopra ci obbligammo di adempiere, epperciò poniamo sotto gli occhi del nostro Spiritual Direttore il seguente regolamento onde si compiaccia di accordargli la sua approvazione.
La carità ci stabilisca nella perfezione, ma sol coll’ubbidienza e la castità possiamo acquistare questo stato che tanto ci avvicina a Dio.
A regola primaria pertanto adottiamo la rigorosa ubbidienza alla volontà dei nostri superiori cui ci sottomettiamo con illimitata confidenza».[15]

In questo primo verbale manca il nome di Rua, ma appare nelle pagine successive, insieme a quello di Rocchietti, forse perché si sono aggiunti alla Compagnia nei giorni seguenti, o erano impegnati al momento della prima riunione.[16]

4.3. Studi teologici e fondazione della Società Salesiana
All’inizio dell’anno scolastico 1855-1856, il chierico Rua comincia gli studi di teologia frequentando le lezioni del seminario: due ore di lezione la mattina e un’ora e mezzo il pomeriggio. Rua vi aggiunge due o tre volte la settimana una lezione privata di greco o di ebraico con l’orientalista abate Amedeo Peyron. Vuole imparare a leggere e a comprendere la Bibbia. Nello stesso tempo prepara l’esame di maestro, come rileviamo dalla presenza nei quaderni di quel periodo di esercizi di francese, di aritmetica e di scienze naturali.[17] È veramente accanito nel lavoro intellettuale.
Curava soprattutto la teologia. Sono stati conservati i suoi quaderni …
Durante questo primo anno di teologia tre lutti colpiscono Michele Rua. Il 5 novembre 1856, all’età di 28 anni, muore di polmonite il teologo Paolo Rossi, direttore dell’Oratorio San Luigi, dove Michele si reca la domenica mattina. Il peso del suo incarico ricade su di lui.[18] Il 25 novembre del 1856 muore la madre di don Bosco, Margherita: Giovanna Maria sarà una seconda «mamma Margherita» per i ragazzi di don Bosco. Il 9 marzo successivo muore Domenico Savio.
Intanto don Bosco riflette e comincia a strutturare in modo più preciso i ritmi e le attività della casa e dell’intera istituzione. Il momento politicamente è molto teso. La proposta di legge Rattazzi, vivacemente discussa tra novembre 1854 e maggio 1855, porta alla fatidica legge di soppressione firmata dal re il 29 maggio. L’evento costituirà un punto di riferimento costante per don Bosco: cercherà sempre di evitare per i suoi collaboratori l’epiteto sconveniente di frati; lo spingerà a rifiutare ogni parvenza di ente morale per la sua opera; lo indurrà a mantenere ad ogni costo i diritti civili dei suoi membri.
Le buone relazioni che intrattiene con Rattazzi rassicurano don Bosco, ansioso di passare alla realizzazione del suo progetto di fondazione religiosa, e gli suggeriscono la formula: fondare una società di liberi cittadini di fronte allo stato, legati da vincoli religiosi di fronte alla Chiesa.
Dopo matura riflessione, in mancanza di riferimenti in diocesi, don Bosco decide di sottoporre il progetto direttamente al papa. Il 18 febbraio 1858 parte per Roma in compagnia del ventenne Michele Rua, che gli fa da segretario. Perché sceglie proprio lui? Possiamo pensare che fosse il solo confidente del suo progetto, essendo stato il primo ad emettere i voti privati.
A Roma rimangono fino al 14 aprile. È un’esperienza intensa, di cui ci resta traccia in un diario scritto a nome di don Bosco dallo stesso Rua. Il vertice di questo viaggio indimenticabile è costituito dalle due udienze pontificie, il 9 marzo e il 6 aprile. Il papa suggerisce di non limitare il vincolo religioso a semplici promesse, ma di vincolare i soci con voti, secondo il modello delle Congregazioni religiose: «Procurate di adattare le vostre regole sopra questi principii, e compiuto il lavoro, sarà esaminato». Il primo abbozzo delle Regole della Società di san Francesco di Sales fatto dopo il viaggio a Roma, e pubblicato nel manoscritto superstite da F. Motto, è tutto scritto dal chierico Rua ed è probabilmente ignoto agli altri collaboratori di don Bosco. Infatti la proposta esplicita di fondazione viene fatta oltre un anno dopo, il 9 dicembre 1859.
«Il 9 dicembre adunque 1859 si radunarono. Invocato colle solite preghiere il lume dello Spirito Santo e l’assistenza di Maria SS., fatto cenno di ciò che aveva esposto nelle precedenti conferenze, D. Bosco descrisse che cosa fosse una congregazione religiosa, la bellezza di questa, l’onore immortale di chi si consacra tutto a Dio, la facilità di salvare l’anima propria, il cumulo inestimabile di meriti che si può acquistare coll’obbedienza, la gloria immarcescibile e la doppia corona che attende il religioso in paradiso.
Quindi con visibile commozione annunziò essere venuto il tempo di dare forma a quella Congregazione, che da tanto tempo egli meditava di erigere […] Aggiunse che in tale Congregazione sarebbero stati ascritti solamente coloro, che, dopo matura riflessione, avessero intenzione di emettere a suo tempo i voti di castità, povertà ed obbedienza.
Quindi concluse essere giunto per tutti quelli che frequentavano le sue conferenze, il momento per dichiarare se volevano o non volevano ascriversi alla Pia Società che avrebbe preso, anzi conservato, il nome da S. Francesco di Sales. Coloro che non avessero intenzione di appartenervi essere pregati a non venir più alle conferenze, che egli terrebbe in avvenire. Il non presentarsi sarebbe segno senz’altro di non avere essi aderito. Dava a tutti una settimana di tempo per riflettere e trattare quell’importante affare con Dio».[19]
Il 18 dicembre avviene la riunione di fondazione. Due soli non si presentano. Leggiamo nel verbale stilato da don Alasonatti:
«Nel Nome di Nostro Signor Gesù Cristo. Amen
L’anno del Signore mille ottocento cinquantanove alli diciotto di Dicembre in questo Oratorio di S. Francesco di Sales nella camera del Sacerdote Bosco Giovanni alle ore 9 pomeridiane si radunavano, esso, il Sacerdote Alasonatti Vittorio, i chierici Savio Angelo Diacono, Rua Michele Suddiacono, Cagliero Giovanni, Francesia Gio. Battista, Provera Francesco, Ghivarello Carlo, Lazzero Giuseppe, Bonetti Giovanni, Anfossi Giovanni, Marcellino Luigi, Cerruti Francesco, Durando Celestino, Pettiva Secondo, Rovetto Antonio, Bongiovanni Cesare Giuseppe, il giovane Chiapale Luigi, tutti allo scopo ed in uno spirito di promuovere e conservare lo spirito di vera carità che richiedesi nell’opera degli Oratori per la gioventù abbandonata e pericolante, la quale in questi calamitosi tempi viene in mille maniere sedotta a danno della società e precipitata nell’empietà ed irreligione.
Piacque pertanto ai medesimi Congregati di erigersi in Società o Congregazione che avendo di mira il vicendevole ajuto per la santificazione propria si proponesse di promuovere la gloria di Dio e la salute delle anime specialmente delle più bisognose d’istruzione e di educazione […]».[20]

Poi si procede all’elezione dei membri della direzione. All’unanimità don Bosco, «iniziatore e promotore» della Società, viene pregato di accettare l’incarico di Rettore. Egli acconsente, a condizione di poter scegliere il prefetto del Capitolo, e indica don Alasonatti, prefetto dell’Oratorio. Il gruppo poi, sicuramente su iniziativa di don Bosco, decide con scrutinio segreto gli altri incarichi. Così l’assemblea vota «all’unanimità», secondo il verbale, il suddiacono Michele Rua alla carica di «direttore spirituale».[21] Accanto a don Bosco, sarà il custode delle anime, colui che con la fiducia di tutti, si occuperà della formazione dei nuovi aderenti e curerà che il loro sia uno spirito autenticamente religioso e cristiano. Don Bosco sa di poter contare su questo ragazzo che non ha ancora ventidue anni.