Exallievi ed Exallieve di Don Bosco - Puglia
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In famiglia con il cuore di Mamma Margherita

di Don Francesco Cereda, sdb

///In famiglia con il cuore di Mamma Margherita
In famiglia con il cuore di Mamma Margherita2018-11-18T09:45:09+00:00

Sono trascorsi 150 anni dal 25 novembre 1856, quando Margherita Occhiena morì nella sua umile stanza di Valdocco a Torino. Ci fu un pianto sincero da parte dei salesiani e dei giovani che l’avevano amata come una mamma. Questa donna si era talmente donata a loro, da far esclamare coralmente: “Era una santa!”. Tra i primi a dirlo fu proprio il figlio Don Bosco. E fu subito una convinzione comune, non solo nella cerchia dell’Oratorio, ma anche al di fuori di esso. La sua causa di beatificazione e di canonizzazione fu però introdotta molto più tardi, soltanto l’8 settembre 1994.

In forma narrativa, a partire dagli elementi della vita di Mamma Margherita, vorrei presentarvi come oggi si possa vivere e come si possa educare in famiglia. La narrazione di una storia ci può forse aiutare meglio a comprendere le situazioni complesse delle nostre famiglie e i loro ardui compiti. Intendo suddividere queste riflessioni in tre parti. Nella prima parte delineerò il profilo biografico di Margherita Occhiena fino al 1846, cioè fino al trasferimento a Valdocco; nella seconda parte parlerò dei dieci anni che Mamma Margherita trascorse a Torino con Don Bosco e con i suoi ragazzi; nella terza parte infine cercherò di tratteggiare il suo profilo educativo.

1. MARGHERITA OCCHIENA DAL 1788 AL 1846

Una solida famiglia contadina
Capriglio è un piccolo paese della provincia di Asti, a una trentina di chilometri a sud-ovest di Torino. Le sue case sparpagliate si distendono sul verde delle colline, tra i boschi, le vigne e i campi di granoturco e di frumento.
E’ lì che Margherita nacque il 1° aprile 1788, da Melchiorre Occhiena e Domenica Bassone, sposati da tredici anni, contadini agiati, proprietari della loro casa e dei terreni adiacenti. Fu battezzata il giorno stesso della sua nascita, nella chiesa parrocchiale.

E’ questo l’ambiente in cui Margherita cresce e vive fino a 24 anni: un paesino dominato dal suo campanile, una campagna armoniosa e fertile, una famiglia con altre due sorelle e due fratelli, dove tutti si amano, lavorando sodo, dove si prega con una fiducia assoluta nella Provvidenza, in anni scossi dagli cambiamenti dell’avventura napoleonica.

Una ragazza decisa
Già dall’adolescenza si delinea con chiarezza la figura morale e spirituale di Margherita. Scrive don Lemoyne, autore nel 1886 della sua prima biografia: «Dalla natura era stata fornita di una risolutezza di volontà che, coadiuvata da uno squisito buon senso e dalla grazia divina, doveva farla riuscire vincitrice di tutti quegli ostacoli spirituali e materiali che avrebbe incontrati nel corso della vita … Retta nella sua coscienza, nei suoi affetti, nei suoi pensieri, sicura nei suoi giudizi intorno agli uomini e alle cose, spigliata nei suoi modi, franca nel suo parlare, non sapeva che cosa fosse esitare… Questa franchezza fu una salvaguardia alla sua virtù, perché unita ad una prudenza che non le lasciava porre il piede in fallo».
Capriglio allora non aveva scuola, quindi Margherita non imparò a leggere e a scrivere. Ma illetterata non significa ignorante: seppe acquisire un’eminente saggezza ascoltando con cuore sveglio nella chiesa parrocchiale le letture liturgiche, le prediche, i catechismi, e più ancora conformandovi la sua esperienza quotidiana.
Alle compagne, che la invitavano alla danza e ai giochi nei giorni di festa, rispondeva amabilmente che qualche lavoro l’aspettava a casa, e poi che qualche volta, di sera, il diavolo gira attorno ai danzatori … La sua gioia profonda, infatti, era pregare, pensare a Dio che ci ama, servirlo, lavorando per la felicità dei suoi.

Ragazza gentile e di buona salute, attraeva gli sguardi dei ragazzi, che facevano i galanti per accompagnarla fino alla chiesa lontana un chilometro; ma faceva presto a lasciarli dietro con il suo passo svelto. Non provava attrazione speciale per il matrimonio, quando, raggiunti i 23 anni, un bravo ragazzo venne a bussare alla sua porta.

Matrimonio coraggioso
A due chilometri da Capriglio, sulla collina di fronte, appariva tra gli alberi un gruppo di case chiamate “Becchi”, frazione di Morialdo e di Castelnuovo d’Asti. Un abitante di questo casale, giovane contadino di 27 anni, Francesco Bosco, aveva da poco perso la moglie. Aveva a suo carico un ragazzino di tre anni, Antonio.
Conosceva Capriglio e certamente aveva notato Margherita. Si presentò dunque per chiedere la sua mano. Margherita accettò. Si prepararono le nozze e la dote. Il matrimonio si celebrò il 6 giugno 1812, davanti al sindaco, poi nella chiesa parrocchiale. E la stessa sera, “Margherita Bosco” entrò nella sua nuova casa, sul colle dei Becchi.
Trascorse allora cinque anni di felicità. Margherita e Francesco si amarono profondamente. E la piccola famiglia non tardò a ingrandirsi. L’8 aprile 1813 nacque un primo figlio, che fu chiamato Giuseppe, e due anni dopo, il 16 agosto 1815, un secondo, che fu chiamato Giovanni Melchiorre: il futuro san Giovanni Bosco. Questi fu battezzato l’indomani nella parrocchia di Castelnuovo. Più tardi, Margherita, confiderà a suo figlio: «Quando sei venuto al mondo ti ho consacrato alla Beata Vergine» (Memorie dell’Oratorio, Roma 1982, p. 89); ciò permette di intravedere in quale clima d’intimità spirituale aveva portato quel figlio nel suo grembo.
Tutto andava bene, visto che Francesco in quello stesso anno aveva potuto comprare ancora qualche pezzo di terreno e una casupola, che sarebbe servita come stalla e deposito, la futura “casetta”, quando un dolore immenso si abbatté sulla piccola famiglia, già provata da due anni di siccità che avevano annullato i raccolti (1816-1817): la morte improvvisa di Francesco.
Un giorno del maggio 1817, questi torna dalla campagna tutto in sudore e scende a riposare un momento nella cantina, dove c’è un po’ di fresco. Risale rabbrividendo: è la polmonite fulminante. Tutte le cure furono inutili. Fece il suo testamento, nel quale chiedeva che fossero celebrate per lui trenta sante Messe, ricevette il viatico, fece notare a Margherita che aveva la grazia di morire come Gesù a 33 anni, e le raccomandò di fidarsi della Provvidenza… Morì la domenica 11 maggio.

Quanto a Giovannino, che aveva solo 21 mesi, egli rievoca la scena tragica della separazione come l’unico ricordo dei suoi primi 5 anni: «Mentre tutti uscivano dalla camera del defunto, io ci volevo assolutamente rimanere. “Vieni, Giovanni, vieni meco”, ripeteva l’addolorata genitrice. “Se non viene papà, non ci voglio andare”, risposi. “Povero figlio, vieni meco, tu non hai più padre”. Ciò detto ruppe in un forte pianto, mi prese per mano e mi trasse altrove, mentre io piangevo perché ella piangeva… Questo fatto mise tutta la famiglia nella costernazione» (Memorie dell’Oratorio, p. 19).

Di fronte a nuove prove
Ecco dunque Margherita a capo della famiglia e della gestione agricola, a 29 anni. Un’altra avrebbe vacillato sotto il fardello imprevisto e troppo pesante. Ma ella non era donna da lamentarsi. Si mise all’opera: lavoro nella vigna e nei campi con i due garzoni, almeno fino a novembre, e lavoro a casa accanto ai tre figli di 9, 4 e 2 anni e alla nonna.
A novembre rescisse il contratto di affitto e andò a stabilirsi definitivamente nella “casetta” comprata da Francesco, dopo avervi aggiunto una cucina e una grande camera: è la povera abitazione che Don Bosco chiamava “la mia casa”, e che migliaia di pellegrini vanno oggi a visitare meditando sull’immensa nobiltà della povertà.
Margherita avrà bisogno di tutta la sua fede e di tutto il suo amore per non crollare sotto il peso delle prove. Per due anni dovrà battersi fino all’angoscia con problemi di denaro: un arretrato di debiti da pagare, la siccità ostinata che riduceva i raccolti a quasi nulla, un inverosimile processo e il sequestro del raccolto di un anno intero a favore di un’impiegata degli ex-proprietari.
Un giorno, alla casa dei Bosco, si ebbe fame sul serio. In tutto il paese non si trovava più niente da comprare, niente nel vero senso della parola! Allora, racconta Don Bosco, Margherita chiama i figli attorno a sé: «Vostro padre morendo mi disse di avere confidenza in Dio. Venite, dunque, inginocchiamoci e preghiamo». Dopo breve preghiera si alzò e disse: «Nei casi estremi si devono usare mezzi estremi». Quindi con l’aiuto di un vicino andò alla stalla, uccise un vitello, e facendone cuocere una parte in tutta fretta, poté con quella sfamare la famiglia… «Ognuno può immaginare quanto abbia dovuto soffrire e faticare mia madre in quella calamitosa annata» (Memorie dell’Oratorio, p. 20).

Poco dopo, ricevette la proposta di un matrimonio molto vantaggioso: i bambini sarebbero stati affidati a un tutore. Rifiutò nettamente: «Dio mi ha dato un marito e me lo ha tolto. Morendo egli mi affidò tre figli, e io sarei madre crudele se li abbandonassi nel momento in cui hanno maggior bisogno di me».

Formare dei credenti
Ormai è soprattutto a questi figli che ella si dedicherà per svolgere il suo compito di educatrice: fare di loro tre uomini e assecondare il disegno misterioso che il Signore aveva su ciascuno. In questo compito, in cui riconosce il senso stesso della sua vita, Margherita manifesterà le sue doti eccezionali: la sua fede, la sua virtù, il suo saper fare, la sua saggezza di contadina piemontese e di vera cristiana ripiena di Spirito Santo.
Ciò che trasmise in primo luogo ai figli, con pazienza, negli anni di crescita, fu la sua fede adamantina, il senso di un Dio di amore sempre presente, una devozione tenera a Maria.
Celebre è rimasto il catechismo di Mamma Margherita. Ella, che non sapeva né leggere né scrivere che nella sua infanzia aveva imparato a memoria le formule necessarie, le trasmetteva ai figli, ma anche le sintetizzava e interpretava secondo il suo istinto materno.
Così quando i bambini si svegliavano, sentivano la mamma che cominciava a rassettarli recitando gli insegnamenti del catechismo: «Un buon figliolo appena svegliato deve fare il segno della croce, indi offrire il suo cuore a Dio. Di poi, alzarsi dal letto e vestirsi nella massima modestia…». E continuava: «Mentre vi vestite, potete dire: “Angelo di Dio”».
L’altra preghiera, che ella inculcava fortemente, era quella dell’Angelus recitato tre volte al giorno, dovunque ci si trovasse: in casa, in campagna, sull’aia… Infine l’immancabile rosario, al tramonto, e le preghiere prima di addormentarsi, che si concludevano con un bel Gesù, Giuseppe e Maria, vi dono il cuore e l’anima mia.
Le grandi verità della fede erano trasmesse nella maniera più semplice ed elementare, tutte espresse in formule brevissime:
  • Dio ti vede era la verità di ogni momento, non destinata a incutere paura, ma ad assicurare i bambini sul fatto che Dio si prendeva cura di loro.
  • Quanto è buono il Signore!, esclamava tutte le volte che qualcosa colpiva la fantasia dei bambini e destava in loro ammirazione.
  • Con Dio non si scherza!, asseriva convinta quando si trattava di inculcare l’orrore del male e del peccato.
  • Abbiamo poco tempo per fare il bene!, spiegava quando voleva spingerli ad essere più solerti e generosi.
  • Che importa avere dei bei vestiti, se poi l’anima è brutta?, osservava quando voleva educarli a una dignitosa povertà, e alla cura della bellezza interiore dell’anima.
Alle formule brevi e belle univa poi alcuni racconti della Scrittura e delle parabole che ella aveva appresi in chiesa e che riferiva in maniera popolare e colorata.
C’era poi il catechismo dei sacramenti. Sappiamo, dal racconto dello stesso Don Bosco, come ella lo applicò col piccolo Giovanni. Quando si avvicinò il tempo in cui era consuetudine accostarsi alla prima comunione, ella cominciò ad assegnargli ogni giorno qualche preghiera e qualche lettura particolare; poi preparò il bambino a una buona confessione; poi quando venne il gran giorno la Pasqua del 1826 fece in modo che il bambino facesse davvero un’esperienza di comunione con Dio.
«Quella mattina – racconterà poi il Santo – non mi fece parlare con nessuno… Mi accompagnò alla sacra mensa e fece con me la preparazione e il ringraziamento». E ricorderà con tenerezza la strada del ritorno,  mentre la mamma gli ripeteva convinta: «Sono persuasa che Dio ha preso possesso del tuo cuore! Ora promettigli di fare quanto puoi per conservarti buono fino alla fine della vita» (Memorie dell’Oratorio, p. 33).
C’era infine il catechismo della carità: sia negli anni del relativo benessere che in quelli della fame, la casa di Margherita restò aperta ai poveri, ai viandanti, agli ambulanti, alle guardie in perlustrazione che chiedevano un bicchier di vino, alle ragazze in difficoltà; così come restò la casa alla quale si rivolgevano le vicine quando c’era una disgrazia da alleviare, un malato da assistere o un moribondo da accompagnare all’ultimo transito.

Pagine e pagine di Vangelo venivano in tal modo spiegate ai figli da questa giovane mamma forte e serena che sapeva per istinto tutte le delicatezze della carità cristiana.

Formare degli uomini
In quel clima di divina presenza, Margherita si dimostrò una sapiente formatrice del carattere e della rettitudine morale dei suoi tre figli. Con l’esempio e la parola insegnò loro le grandi virtù dell’umanesimo di quel tempo: il senso del dovere e del lavoro, il coraggio quotidiano di una vita dura, la franchezza e l’onestà, il buon umore. Li amò profondamente, senza mai “coccolarli” né coprirli di carezze.

Essi impararono anche a rispettare gli anziani e ad aprirsi volentieri al servizio del prossimo. D’altra parte, calma e forte, non temeva di dire il fatto suo a coloro le cui parole o atti provocavano scandalo. Tali esempi scendevano nel più profondo della coscienza dei tre ragazzi.

Educatrice “salesiana”
Senza accorgersene, essi impararono anche, e Giovanni in particolare, il sistema educativo che più tardi sarà messo in pratica nella famiglia e nell’apostolato salesiano. Margherita ci stupisce per le sue intuizioni, la saggezza, la forza serena, l’equilibrio e la prudenza del suo comportamento di educatrice, avendo associato in sé le esigenze del duplice amore paterno e materno.
La divina Provvidenza le fece la grazia di essere un’educatrice “salesiana” animata da un amore preventivo che sapeva capire, esigere, correggere, pazientare e sorridere. Praticava il famoso “dialogo” di cui si parla tanto oggi. I suoi figli erano sorvegliati, controllati e guidati, ma non oppressi. Dovevano ubbidire e chiedere
i permessi, ma li lasciava volentieri abbandonarsi alla loro allegria e ai loro giochi.

Non cedeva mai ai capricci, e correggeva amorosamente. Un ramoscello era lì, nell’angolo della stanza, però non ne fece mai uso, tanto meno degli schiaffi. Don Lemoyne attesta: «Voleva ad ogni costo che la correzione non provocasse iracondia, diffidenze, disamore. La sua massima su questo punto era precisa: indurre i figli a fare ogni cosa per affetto o per piacere al Signore. Essa perciò era una madre adorata» (Mamma Margherita, p. 51). Don Bosco dirà più tardi che l’educazione è cosa del cuore: ne aveva fatto già la felice esperienza nel focolare domestico dei Becchi.

Tre ragazzi molto diversi
* Margherita sapeva d’altronde adattarsi a ciascuno dei figli. Quanto erano diversi! Antonio aveva perso la mamma all’età di tre anni, e suo papà all’età di nove: duplice ferita mal cicatrizzata. Era diventato un adolescente irritabile e brontolone, poi un giovane arrogante e preoccupato di far vedere che era il primogenito e che lavorava più di tutti. Soprattutto a partire dai 18 anni, dopo la morte della nonna (1826), divenne intrattabile, scivolando spesso in parole grossolane e nella violenza. Il motivo principale della sua collera è ben conosciuto: non poteva accettare la pretesa di studiare del fratello Giovanni; la sola vista di un libro gli faceva salire il sangue alla testa. Le scene in famiglia durarono molti anni.

Margherita si sentiva qualche volta chiamare “matrigna”, mentre lo trattava sempre come un figlio, allo stesso modo degli altri due, con una pazienza infinita: non lo picchiò mai. Però sapeva anche essere giusta e forte: per la pace in casa, per il bene di Giuseppe e soprattutto di Giovanni, prese le decisioni dolorose che s’imponevano. Alla fine del 1830 procedette alla divisione dei beni, casa e terreni. Antonio, rimasto solo, non tardò a sposarsi con una brava ragazza del paese, dalla quale avrà sette figli. Pienamente riconciliato con i suoi, sarà un buon padre di famiglia, molto stimato, e un cristiano fedele.

* Giuseppe, di cinque anni più giovane, era di tutt’altra pasta, dolce e tranquillo, conciliante e generoso, anche se aveva le sue ore di capricci. Inseparabile dal fratello Giovanni, ne subiva senza gelosia l’ascendente. Adorava sua madre; e durante i lunghi anni di studio di Giovanni sarà il figlio obbediente e laborioso sul quale essa potrà appoggiarsi. Anche lui si sposerà giovane, a 20 anni, con una ragazza del paese, Maria Colosso, dalla quale avrà dieci figli. L’affetto e l’aiuto mutuo dei due fratelli sarà costante e senza incrinature.

 * Purtroppo bisognava fare i conti con l’opposizione decisa di Antonio. Margherita dovrà soffrire e combattere per cinque anni prima che il suo Giovanni abbia la strada libera per studiare. Con il cuore straziato, lo lascia lavorare per venti mesi come garzone di masseria alla cascina della famiglia Moglia (1828-1829). Si riconforta quando un anziano sacerdote, don Colosso, cappellano di Morialdo, lo prende a suo carico e lo inizia al latino, prima di morire e di spezzare così le sue speranze (1830). Dopo che Antonio ebbe preso la sua autonomia, Mamma Margherita può mandare il suo Giovanni alla scuola pubblica a Castelnuovo (1831), e poi a Chieri.

Madre di un sacerdote

Giovanni passerà dieci anni a Chieri: quattro alla scuola pubblica e sei al seminario maggiore (1831-1841), tornando a Morialdo per i lunghi mesi di vacanza. E’ per Margherita un periodo finalmente tranquillo, felice, pieno di speranza. Diventa la nonna dei figli di Antonio e di Giuseppe. Ma la parte migliore del suo cuore è a
Chieri. Forse nessuna mamma ha accompagnato la vocazione di suo figlio con tanto rispetto, distacco, umile fervore, gioia e segreta azione di grazie!

* Un’ora di crisi fu tuttavia nel 1834, quando Giovanni dovette decidere concretamente il suo avvenire: poteva continuare a imporre a sua madre le spese crescenti di studi così lunghi? E poi, il sacerdozio in una parrocchia non comportava molti pericoli? Quello in particolare di trasformarsi in semplice funzione, tutto sommato abbastanza comoda? Entrare dai Francescani risolveva le sue difficoltà. Ne parlò al parroco di Castelnuovo, che disapprovò questa soluzione, e consigliò Margherita di dissuaderlo: «Lei pensi anche al suo avvenire: Giovanni, diventato parroco, potrà accoglierla a casa sua».

Allora Margherita andò a Chieri: «Senti, Giovanni. Non ho nulla da dirti per ciò che riguarda la tua vocazione, se non di seguirla come Dio te la ispira. Non  preoccuparti per me. Da te non aspetto niente. E ritieni bene questo: sono nata in povertà, sono vissuta in povertà, voglio morire in povertà. Anzi, te lo
protesto: se tu per avventura diventassi un prete ricco, non verrò a farti una sola visita».

* Dietro il parere di saggi consiglieri, Giovanni decise di entrare nel seminario. Il 26 ottobre 1835, all’età di 20 anni, vestì l’abito clericale a Castelnuovo, nella chiesa parrocchiale, secondo l’usanza di quell’epoca. Severi propositi accompagnavano questa svolta della sua vita. Da quel giorno, ci confida Don Bosco, «mia madre mi teneva lo sguardo addosso, come se volesse dirmi qualche cosa. La sera precedente alla partenza, mi chiamò a sé e mi fece questo memorando discorso: “Giovanni mio, tu hai vestito l’abito sacerdotale; io ne provo tutta la consolazione che una madre può provare per la fortuna di suo figlio. Ma ricordati che non è l’abito che onora il tuo stato, è la fatica della virtù. Se mai tu venissi a dubitare di tua vocazione, ah! per carità non disonorare questo abito. Deponilo subito. Amo meglio di avere un povero contadino che un figlio prete trascurato nei suoi doveri”» (Memorie dell’Oratorio, p. 89).
Aggiunse ciò che forse le stava più a cuore: «Quando sei venuto al mondo, ti ho consacrato alla Beata Vergine. Quando hai cominciato i tuoi studi, ti ho raccomandato la devozione a questa nostra madre. Ora ti raccomando di essere tutto suo. Ama i compagni devoti di Maria; e, se diverrai sacerdote, raccomanda e propaga sempre la devozione a Maria».

«Nel terminare queste parole, aggiunse Don Bosco, mia madre era commossa e io piangevo. Madre – le risposi – vi ringrazio di tutto quello che avete fatto per me. Queste vostre parole non saranno dette invano, ne farò tesoro in tutta la mia vita» (Memorie dell’Oratorio, p. 89). Sublimi parole infatti, che lo Spirito Santo ispirava a questa contadina analfabeta, a questa madre che, entrando ormai nell’ombra, affidava suo figlio alla Madre per eccellenza. Lo seguirà, durante sei anni, con la preghiera e con il suo assiduo lavoro, felice di constatare, ad ogni vacanza, quanto il suo Giovanni progrediva nella pietà e nella serietà che sono richieste a chi sale verso l’altare.

* Giovanni fu ordinato sacerdote a Torino sabato 5 giugno 1841. Il giorno seguente andò a celebrare la Messa solenne del Corpus Domini nella chiesa parrocchiale di Castelnuovo. Tutto il paese era presente, fiero e giubilante, per festeggiare il “suo” prete. Dalle mani del suo Giovanni Mamma Margherita ricevette il Corpo di Cristo. Il parroco invitò al banchetto tutta la parentela e tutti i notabili del paese. Poi si salì ai Becchi: nel rivedere i luoghi del primo sogno e di tanti ricordi, il novello sacerdote fu sconvolto fino alle lacrime. Si ritrovò solo, nel silenzio della sera, con sua madre, per momenti sublimi di confidenze, come quelle della sera della vestizione.
«Giovanni, sei prete, dici la Messa, di qui in avanti sei dunque più vicino a Gesù Cristo. Ricordati però che cominciare a dir Messa vuol dire cominciare a patire. Non te ne accorgerai subito, ma a poco a poco vedrai che tua madre ti ha detto la verità. Sono sicura che tutti i giorni pregherai per me, sia ancora io viva o sia già
morta: ciò mi basta. Tu da qui innanzi pensa solamente alla salute delle anime, e non prenderti nessun pensiero di me» (Memorie Biografiche, I, p. 522).

Sei anni prima, aveva affidato suo figlio a Maria. Ora lo consegnava al Signore e alle anime da salvare. Credeva dunque di aver terminato il suo compito a 53 anni? La Provvidenza non tarderà a significarle che ne aveva compiuto solo la metà: la chiamerà a condividere il ministero di suo figlio e a estendere la sua maternità a centinaia di altri figli.

2. MAMMA MARGHERITA ALL’ORATORIO DAL 1846 AL 1856

Il “sì” eroico
Il 3 novembre 1841, dopo avere esercitato durante i quattro mesi di vacanza le funzioni di vicario a Castelnuovo, Giovanni si congeda dalla madre e dai fratelli, e parte per Torino. Dietro consiglio del suo santo amico don Giuseppe Cafasso, entra per tre anni al Convitto ecclesiastico, scuola superiore di teologia pastorale e, sotto la direzione dello stesso amico, dà inizio al suo apostolato tra i ragazzi della strada e delle carceri. L’8 dicembre inaugura la sua catechesi con Bartolomeo Garelli: è l’inizio dell’avventura salesiana.
Conosciamo la storia di questi primi anni drammatici: il giovane prete riunisce la frotta sempre più numerosa dei ragazzi al Convitto, poi dalla Marchesa di Barolo, quindi sui prati vicini … fino alla famosa Pasqua del 1846, quando entra finalmente a Valdocco.
Durante questo tempo, Margherita viveva serena ai Becchi, nonna felice di una schiera di nipotini tra i 13 anni e pochi mesi: quelli di Antonio e quelli di Giuseppe. Quante gioie e quanto impegno per lei!
Ma nel luglio 1846 un fulmine a ciel sereno: Giovanni, esaurito dal suo lavoro apostolico, è alle soglie della morte … La preghiera appassionata dei suoi ragazzi ottiene per intercessione di Maria la grazia della guarigione. Sale ai Becchi per una lunga convalescenza: madre e figlio si ritrovano nell’intimità.
Ma il cuore di Giovanni Bosco sacerdote è rimasto a Torino. Occorre scendere di nuovo: tanti, tanti giovani lo aspettano. Prima, tuttavia, c’è un problema delicato da risolvere: giovane prete di 30 anni, Giovanni non può abitare da solo nei locali che da poco ha preso in affitto nella casa Pinardi. In quel quartiere malfamato di Valdocco, dove un certo albergo della Giardiniera riceve, soprattutto la domenica, uomini e donne di scarsa moralità.
«Prendi con te tua madre!», gli dice il parroco di Castelnuovo. Don Bosco stesso ha raccontato la generosa reazione di sua madre: «Ella capì la forza delle mie parole e soggiunse tosto: “Se ti pare tal cosa piacere al Signore, io sono pronta a partire sul momento”» (Memorie dell’Oratorio, p. 193). Il 3 novembre 1846, madre e figlio lasciarono la dolce collina, a piedi, fino a Torino.

Le due camerette della casa Pinardi, dove arrivarono alla sera spossati, erano vuote. Mancava tutto. Coraggiosa fino al buon umore, Margherita esclamò: «Ai Becchi avevo tanti pensieri per amministrare e comandare. Qui sono assai più tranquilla, perché non ho più né che maneggiare né a chi fare comandi» (Memorie dell’Oratorio, p. 193). Aveva portato con sé il corredo di sposa fino allora gelosamente conservato, alcuni poveri gioielli, un po’ di biancheria. Tutto questo fu trasformato in camicie, in tovaglia d’altare, o venduto per coprire le prime spese. Margherita era pronta per la nuova maternità.

Una presenza materna alla nascita dell’opera salesiana
Comincia per lei l’ultimo periodo, di dieci anni, durante i quali la sua vita si confonderà con quella di suo figlio e con la fondazione dell’opera salesiana. Sarà sul posto e in permanenza, la prima e principale cooperatrice di Don Bosco, incarnando con tutte le sue forze e con tutto il suo cuore l’elemento materno del carisma di fondazione.
Questi dieci anni furono i più decisivi, quelli ai quali Don Bosco stesso non cesserà di riferirsi, in particolare nella famosa Lettera da Roma del 10 maggio 1884. “Mamma Margherita”, è ormai il suo nuovo nome, sarà attivamente presente al primo sviluppo “esteriore” dell’opera: primo oratorio, “casa annessa” o pensionato per i primi artigiani e studenti, prime scuole e primi laboratori, chiesetta dedicata a san Francesco di Sales, lancio delle Letture Cattoliche in un clima di rivoluzioni e di minacce verso Don Bosco.
Sarà presente anche attivamente al primo sviluppo “spirituale”: formazione del metodo e del clima salesiano, presenza dei primi discepoli “confondatori” come Cagliero (1851), Rua (1852), don Alasonatti e Domenico Savio (1854), prime Compagnie, primi frutti di santità, primi chierici e preparazione della Società Salesiana, che sarà fondata soltanto tre anni dopo la sua morte. Nella biografia di Don Bosco, l’autore Teresio Bosco usa questa espressione indovinatissima: «La Congregazione Salesiana è stata cullata sulle ginocchia di Mamma Margherita». Questa lunga presenza femminile e materna è un fatto unico nella storia dei fondatori di congregazioni educative.
Madre di una famiglia sempre più numerosa
Aiutando suo figlio, Margherita intendeva evidentemente servire i ragazzi ai quali aveva dedicato la sua vita. Per dieci anni fa la loro “mamma”, con tutto ciò che si può includere, in questa parola, di fatiche, di pazienza, di tenerezza.
Dovette, in primo luogo, abituarsi alle grida e al frastuono dei giorni di oratorio, alle ore tarde delle scuole serali. Poi avvenne l’accoglienza in casa dei primi orfani vagabondi. Don Bosco ha raccontato nelle Memorie dell’Oratorio come sua madre inaugurò con il primo di loro la bella consuetudine della “Buona notte”.
Quanti erano questi ragazzi che costituiranno la grande famiglia di mamma Margherita? Una quindicina nel 1848. Salgono a trenta nel 1849, a cinquanta nel 1850. La costruzione di una casa a due piani permette di accoglierne circa settanta nel 1853, e un centinaio nel 1854: due terzi artigiani e un terzo studenti o seminaristi della diocesi, che vanno a lavorare o a studiare in città.
Una trentina almeno era interamente a carico di Don Bosco. Tanto che, una sera del 1850, Margherita ebbe la sua ora di Getsemani. Quattro anni di quella vita potevano bastare, non ne poteva più! Si sfogò con suo figlio: «Senti, Giovanni, non è più sopportabile. Ogni giorno questi ragazzi me ne combinano una nuova …Lasciami andar via. Lasciami tornare ai Becchi; vi finirò i miei giorni tranquilla». Cosa rispondere? Sconvolto, Don Bosco la guarda, poi i suoi occhi si innalzano verso il Crocifisso che pende al muro. Margherita segue questo sguardo: grosse lacrime scivolano sulle sue guance grinzose.

«Hai ragione, disse, hai ragione». E riprese il suo grembiule. «Da quell’istante, attestano le Memorie, più non sfuggì dal suo labbro una parola di malcontento» (Memorie Biografiche, IV, p. 233). Quel momento è il culmine della vita spirituale di mamma Margherita: raggiungeva Gesù nell’accettazione della croce: «Padre, sia fatta la tua volontà, non la mia!». Chi potrà misurare questo sacrificio nello sviluppo dell’opera salesiana?

Talento di educatrice
Ma non ho ancora parlato del più bello dei compiti di Margherita, quello in cui impiegava non solo le braccia, ma la sua fede, il suo cuore, il suo talento innato di educatrice. Poiché tutti quegli orfani la chiamavano “mamma”, era ben chiaro che non si sarebbe limitata ad essere la loro cuoca e la loro guardarobiera. Avevano verso di lei, come per Don Bosco, una fiducia totale, un affetto di orfani che si sentivano salvati e amati. Nessun cerimoniale per andare a trovare la “mamma” sempre serena e sorridente!
Si capisce allora come, lungo la giornata, intervenisse in dialoghi squisiti per correggere, esortare, consolare, offrire il consiglio opportuno, per formare il loro carattere e il loro cuore di credenti, per ricordare la presenza di Dio, invitare ad andare a confessarsi da Don Bosco, raccomandare la devozione a Maria.

Li conosceva quindi uno per uno. Per due anni poté osservare un adolescente singolare venuto da Mondonio. La sua condotta la impressionava: «Hai qui, disse un giorno a Don Bosco, molti bravissimi giovani. Ma nessuno ha l’anima così bella come questo Domenico Savio. Lo vedo restare a lungo in preghiera davanti al Tabernacolo, si direbbe un angelo del paradiso» (Memorie Biografiche, V, p. 27).

La morte e la beatitudine della povertà
Gli unici momenti di calma e di riposo, in quegli anni, furono le poche settimane di vacanze autunnali ai Becchi. Riposo d’altronde relativo, perché Don Bosco vi conduceva tutti i ragazzi senza famiglia. Ma ritrovava l’aria pura e il silenzio.
Tornando dalle vacanze del 1856, a metà novembre, si sentì male. Una forte tosse la scuoteva. Si mise a letto. Il medico diagnosticò una polmonite che non avrebbe perdonato. Giuseppe accorse dai Becchi; Antonio era già morto da sette anni. Ai suoi due figli volle fare le sue ultime raccomandazioni.
A Giovanni: «Altre prenderanno il mio posto qui, ma la Madonna non mancherà di guidare ogni cosa… Tu non cercare né le apparenze né lo splendore, ma la sola gloria di Dio. La povertà, quella vera, rimanga alla base delle tue sante imprese».
A Giuseppe: «Educa bene i tuoi figli. Se Dio non li chiama altrove, restino contadini. Lasciare la terra sarebbe sprecare tutto».
Alla sera del 24 novembre, don Borel, suo confessore, le amministrò gli ultimi sacramenti. Volle ancora parlare a Giovanni: «Dio sa quanto ti ho amato; ma di lassù sarà ancora meglio. Ho fatto tutto ciò che ho potuto. Se qualche volta sono sembrata severa, era per il vostro bene. Di’ ai ragazzi che ho lavorato per loro, come una mamma. Preghino e offrano una santa comunione per me».
Giovanni singhiozzava, distrutto dal dolore. Riprese: «Addio, Giovanni mio. Ti saluto per l’ultima volta. Ritirati nella tua camera a pregare per me. Soffri troppo e mi fai soffrire. Va’». Aveva bisogno di tutta la sua calma per andarsene. Don Bosco si ritirò.
Mamma Margherita spirò alle tre del mattino. Giuseppe corse ad avvertire Don Bosco: i due fratelli si gettarono nelle braccia l’uno dell’altro, singhiozzando … Valdocco divenne una casa di tristezza e di preghiera.

Il corteo funebre fino alla chiesa parrocchiale, con quella folla di ragazzi, appariva una specie di trionfo. Ma erano veramente funerali da poveri: Margherita fu portata alla fossa comune e non ebbe mai il suo nome scritto su una pietra tombale. Non ha lasciato niente, assolutamente niente di sé quaggiù, eccetto il suo immenso amore.

3. PROFILO DI MAMMA MARGHERITA

Madre eroica
Mamma Margherita si impone anzitutto per il suo ruolo di madre straordinaria, e strettamente collegato alla sua maternità è quel genio dell’arte educativa che ha fatto di lei l’educatrice del grande educatore.
C’è anzitutto una lucidissima consapevolezza di tutta la gamma di responsabilità che il ruolo di madre comporta, un ruolo vissuto come si vive una missione ricevuta dall’alto. Sempre il suo comportamento ci appare vigile e come guidato da una superiore preoccupazione: quella di chi discerne quale sia il comportamento migliore per il bene dei suoi figli davanti a Dio.
Si deve forse a questa sua abituale vigilanza la compresenza di doti complementari, per cui la definiscono tenera e ferma, comprensiva e irremovibile, paziente e decisa.
Manifesta un equilibrio straordinario nell’armonizzare tensioni non facili nella vita di famiglia; una vita del resto di grande povertà vissuta dignitosamente e in prospettiva di beatitudine evangelica. Appare come mamma piena di affetto; educatrice esemplare; testimone di un rispetto sacro per il sacerdozio, che le suggerisce espressioni sublimi di pedagogia al momento di vedere suo figlio avviato al seminario e poi all’ora di iniziare la celebrazione della Messa. Lascia vedere una visione esatta del sacrificio che comporta il vero apostolato. Offre in seguito la partecipazione attiva nell’opera sacerdotale del figlio come cooperatrice esemplare, divenuta mamma nella modesta famiglia dell’Oratorio di Valdocco, segno concreto della vasta famiglia dei figli di Dio.
In essa, la figura del Padre che è nei cieli acquista consistenza concreta agli occhi di quei poveri ragazzi nella persona di Don Bosco, loro Padre e Maestro; e la maternità di Maria riecheggia nelle tenerezze di Mamma Margherita, anch’essa Madre e Maestra per partecipazione al compito educativo di Don Bosco. A spingere Margherita verso l’armonia dei contrari c’era il fatto di aver dovuto fare anche da padre ai suoi figli.
Mamma Margherita – che se avesse voluto, avrebbe potuto evitare la condizione di vedova – ha saputo raggiungere e conservare sempre il giusto equilibrio fra questi due ruoli: una maternità sufficientemente forte da compensare l’assenza del padre, e una paternità sufficientemente dolce da non compromettere l’indispensabile calore materno.
Con un senso squisito della misura, ella sapeva tenersi nel giusto mezzo tra la severità di chi alza la voce e la falsa dolcezza di chi pretende di arrivare allo scopo a forza di lusinghe e moine. Quindi non insulse carezze, né grida stizzose, ma fermezza e serenità. Dal suo aspetto traspariva sempre la calma, la serenità, la padronanza di sé, la vera dolcezza: armi potenti, quasi sempre vittoriose. Non picchiava i figli, ma non cedeva loro mai; minacciava punizioni severe, ma le condonava al primo segno di pentimento.
Mamma Margherita può essere portata ad esempio di come gestire una famiglia, come educare i figli con fermezza e dolcezza, come gestire i beni di questo mondo col dovuto distacco, come essere contenti della propria sorte affidandosi senza limiti alla Provvidenza, come essere utili al prossimo.
L’amore paterno esigente e fermo è quello che stimola all’impegno, al raggiungimento delle mete, che ci esorta in continuità ad essere “degni del padre”.
L’amore materno, dolce, gratuito, sereno e gioioso, è quello che dà il gusto di vivere al di là dei risultati, che consola nei giorni di sconfitta, che ricorda al figlio che qualcuno gli vuol bene “non per quello che fa”, ma “per quello che è”, per il solo fatto di essere figlio.
Gli psicologi diranno che rimanere orfani significa correre il rischio di squilibrarsi affettivamente su un versante solo: per i figli di mamma nella mollezza senza nerbo, senza stimoli a raggiungere grandi risultati; per i figli di papà, nell’aridità ansiosa di chi è sempre stimolato e si trova solo e rifiutato nei giorni di sconfitta.
Mamma Margherita trovò in se stessa un istintivo equilibrio, che le fece unire ed alternare la fermezza calma e la dolcezza rasserenante. Era una mamma dolcissima, ma energica e forte. I figli sapevano che quando diceva no, era no. E non c’erano capricci che le facessero cambiare parere. In un angolo della cucina – ricordava Don Bosco – c’era la verga: un bastoncino flessibile. Non l’usò mai, ma non la tolse mai da quell’angolo.

Un altro rilievo va fatto, parlando del ruolo materno di Mamma Margherita. Ha saputo gestire due presenze che in genere risultano problematiche: la presenza di una suocera ammalata e la presenza di un figliastro particolarmente difficile.Nello svolgimento della sua missione materna, ha spinto molto in alto il grado di disinteresse personale, ha dato testimonianza del più completo distacco da qualsiasi egoistica ricompensa.

Educatrice saggia
Educare è un’arte. Ogni madre ne possiede già per natura i presupposti. Mamma Margherita è stata un’educatrice esemplare. Ha saputo trasformare una condizione familiare, ricca di difficoltà, in un ambiente educativo incisivo e fecondo.
Fu una mamma catechista, perché si ritenne la prima responsabile dell’insegnamento della fede ai suoi figli e seppe proporre loro valori semplici e forti nella sua scuola di famiglia. Fu una mamma educatrice che propose i valori del coraggio, della fatica, del dovere, del rigore morale, dell’onestà, del risparmio, del rispetto verso gli anziani. Visse così semplicemente il metodo preventivo, che sarà poi il metodo caratteristico della pedagogia di Don Bosco, nella sua calma, affabilità ed autorevolezza.
Mamma Margherita aveva la rara capacità di ricavare da tutto ciò che accadeva nella vita uno spunto per catechizzare. Lo abbiamo notato lungo tutta la biografia: un cammino lento, che va dall’indispensabile valorizzazione delle virtù umane all’esplicita catechesi vera e propria. Quanta armonia tra gli appelli della natura e gli appelli della grazia! La dimensione della fede ha dato sapore e incisività ad ogni lezione che questa maestra analfabeta impartiva ai suoi figlioli.
E’ stata quest’arte educativa a permettere a Mamma Margherita di individuare le energie nascoste nei suoi figli, portarle alla luce, svilupparle e consegnarle quasi visibili nelle loro mani. Ciò va detto soprattutto nei riguardi del suo frutto più ricco: Giovanni. Forse una madre più miope avrebbe contribuito al rischio di non far trafficare a dovere quei preziosi talenti che faranno di questo bambino, orfano di padre, il Padre e Maestro della gioventù.
Quanto è impressionante notare in Mamma Margherita questo cosciente e chiaro senso di “responsabilità materna” nel seguire molto da vicino il proprio figlio, pur lasciandolo nella sua autonomia vocazionale, in tutte le tappe della sua vita fino alla propria morte!
Il sogno che Giovannino fece a nove anni, se fu rivelatore per lui, lo fu certamente anche per mamma Margherita. E’ stata lei ad avere e a manifestare l’interpretazione: “Ti farai sacerdote”. E qualche anno dopo, quando comprese che l’ambiente di casa era negativo a Giovanni per l’ostilità del fratellastro Antonio, essa fece il grande sacrificio di mandarlo a fare il garzone di campagna nella cascina Moglia: un grave sacrificio per tutti e due. Una mamma che si priva del giovanissimo figlio per mandarlo a lavorare lontano da casa, fa un vero sacrificio, ma essa lo fece per indirizzare Giovanni su quella strada che aveva rivelato il sogno. E altri episodi si potrebbero citare, tutti indicativi della saggia guida della mamma.
Ma c’è ancora un passaggio da operare, e certo di non poco rilievo. Si può affermare che a Mamma Margherita va attribuito il merito di aver lei inoculato in Don Bosco i semi di quel celebre trinomio che sarà poi il sistema preventivo: ragione, religione, amorevolezza.
Giovanni Paolo II in un discorso tenuto a Torino nel 1988 agli educatori, riuniti nel Duomo, diceva: «E’ a tutti noto quale importanza abbia avuto Mamma Margherita nella vita di san Giovanni Bosco. Non solo ha lasciato nell’Oratorio di Valdocco quel caratteristico “senso di famiglia” che sussiste ancor oggi, ma ha saputo forgiare il cuore di Giovannino a quella bontà e a quella amorevolezza che lo faranno l’amico e il padre dei suoi poveri giovani».
Mamma Margherita può essere dunque ritenuta a buon diritto come una delle fonti del sistema preventivo, e come tale ci è caro considerarla nella luce di quella sapienza cristiana, di cui lo Spirito Santo arricchisce le anime semplici, che sono docili alla sua azione vivificante.

Così il ruolo educativo di Mamma Margherita, madre e maestra dell’Oratorio, va visto come un seme ricco di interesse pedagogico anche per noi oggi. La sua dimensione di madre è chiamata ad allargare l’influsso benefico del sistema preventivo di Don Bosco nel seno delle famiglie di oggi, che spesso trascurano la funzione primordiale di prima scuola dei figli. La sua dimensione di maestra per un’educazione del cuore può far fiorire nel seno della famiglia molte virtualità del sistema di Don Bosco, che sono ancora in stato latente.

Buona consigliera e prima collaboratrice del nascente carisma salesiano
Abbiamo appena terminato di dire che Mamma Margherita è stata, mediante il suo stile educativo, l’ispiratrice remota del trinomio pedagogico salesiano. Ora vogliamo prendere in considerazione il decennio che Mamma Margherita trascorse a Valdocco con il figlio, per poter affermare che fu proprio questa presenza materna ad influire non marginalmente su quello “spirito di famiglia” che tutti consideriamo come il cuore del carisma salesiano.
Ci sono modalità, accenti, toni nel sistema preventivo di Don Bosco che hanno un che di materno, di dolce, di rassicurante, che autorizzano a vedere in Margherita non solo una figura femminile che esercita il suo influsso da lontano, ma dall’interno: modello, collaboratrice, cooperatrice e, in un cero senso, confondatrice. Non credo che ci sia santo fondatore che, pur avendo una madre santa, l’abbia avuta così intrecciata, così partecipe con la sua opera che sente e fa sua.
Non fu infatti quello di Valdocco un decennio qualsiasi ma il primo, quello in cui furono poste le basi di quel clima che passerà alla storia come il clima di Valdocco. Valga l’esempio della celebre “Buona Notte”, una nota originale della tradizione salesiana. Era un punto a cui Don Bosco dava molta importanza e fu cominciato da sua mamma mediante poche parole del primo giovane ospitato, e continuato poi da lui non in chiesa a modo di predica, ma in cortile o nei corridoi, o sotto i porticati in modo paterno e familiare.
Mamma Margherita è stata la prima di un’immensa schiera che va sotto il nome di Cooperatrici salesiane. Fondatore ne è stato direttamente ed esplicitamente Don Bosco. Ma la prima fu lei, e come tale è vista oggi. Don Bosco l’aveva invitata a Valdocco spinto da necessità pratiche, e da un alto senso di prudenza, per via del luogo malfamato. In realtà nei piani di Dio questa presenza era destinata a iscriversi nel quadro di una provvidenziale collaborazione ad un carisma ancora allo stato nascente.
Bisogna aggiungere che Mamma Margherita fu consapevole di questa sua nuova vocazione. L’accettò con umiltà e lucidità. E soprattutto vi corrispose con generosità eroica, fino ad emulare la santità del figlio. Così hanno qualcosa di profetico, come il finalizzare le tovaglie dell’altare a fare bende per gli ammalati.

A voler compendiare quanto si è detto in questo paragrafo, valga il giudizio di don Lemoyne, tanto breve quanto incisivo: «In lei poteva dirsi personificato l’Oratorio».

Donna di indiscussa autorevolezza
Chi può negare che la figura di quest’umile donna sia stata investita in pieno dalla luce che promana dalla figura gigantesca del figlio? Sarebbe artefatto tentarne una lettura autonoma e indipendente. Come non è spiegabile Don Bosco senza la madre, così non sono spiegabili gli ultimi quindici anni della madre senza il figlio sacerdote.
Chi entrava nell’Oratorio vedeva in lei spontaneamente la mamma di Don Bosco. Così allora a Valdocco, così oggi nel mondo. Non c’è celebrazione di Don Bosco che non includa il riferimento alla madre. Ma una tale affermazione non va letta in modo tanto riduttivo da vedervi un semplice riverbero che rimandi alla sorgente. Sarebbe come svuotare la santità della madre. Questa invece brilla di luce propria.

La statura della madre è tale che il figlio, anche quando sarà divenuto esperto educatore, avrà sempre da imparare da lei. Pensiamolo mentre, nascosto dalle persiane della sua finestra, ascolta interessato alcune sagge conversazioni della madre con i suoi ragazzi.

Figura umana e cristiana veramente poliedrica
I punti precedenti costituiscono diverse angolazioni del profilo spirituale di Mamma Margherita. Eppure questo profilo colto nel suo insieme contiene una ricchezza che va oltre quelle aree. Infatti più si osserva Mamma Margherita nelle diverse contingenze della vita e nelle segrete pieghe del suo spirito, e più essa ci appare come una persona ad un tempo ricca e semplicissima.
Anzitutto ricca: non di beni di fortuna o di cultura, ma di un ingegno sveglio, d’una profonda saggezza attinta all’esperienza della vita e alla superiore luce del Vangelo; ricca di una simpatica umanità: di un cuore grande, di una squisita sensibilità e di un sereno dominio di sé che si rivelano in un’invidiabile libertà di spirito; ricca di un grande coraggio nell’affrontare le difficoltà della vita e di una grande energia interiore, che si traduce in una infaticabile laboriosità.
Ricca, eppure semplicissima, perché povera e umile, senz’altra cultura che quella appresa dal catechismo, e anche perché senza complessi di sorta. Semplicissima soprattutto perché l’intera sua esistenza la vediamo polarizzata su Dio, che domina incontrastato non solo l’orizzonte del suo spirito, ma anche del mondo che la circonda.
Tutta la sua vita non è che un servizio reso a Dio nelle persone che Dio le affida: siano queste i suoi figli o i vicini di casa bisognosi o infermi, o quanti bussano alla sua porta; o siano pure i ragazzi che il figlio suo raccoglie perché all’Oratorio trovino non solo rifugio e ristoro, ma riscoprano anche il tepore di una famiglia che li accoglie e li ama.
Anche nel considerare il suo rapporto personale con Dio, dobbiamo constatare che l’intensità e la diuturnità di questo è direttamente proporzionale alla semplicità del più umile, del più semplice dei buoni cristiani.
Una persona così strutturata non ha bisogno molto per imporsi. Si impone di per sé per la stima e l’affetto che riconquista; per la sua intima coerenza, per la sua dedizione sacrificata, per la sua grande saggezza, per la sua grande e serena bontà, per la sua umile semplicità, e anche per la sua simpatica originalità.
Una persona semplice Mamma Margherita, eppure essa fa parte di quella aristocrazia spirituale che brilla nello straordinario numero di mamme sante che vivono alla presenza di Dio e in Dio, con una unione fatta di silenziose invocazioni pressoché continue.

Ci si dimentica spesso di ciò che è più semplice. Ebbene, la “cosa più semplice” che Mamma Margherita continua a ripetere con l’esempio della sua vita è questa: la santità è a portata di mano, è per tutti, e si attua nell’ubbidienza fedele alla vocazione specifica che il Signore affida a ciascuno di noi. Mamma Margherita ci insegna che si può e si deve “puntare in alto” con coraggio. Le cose di ogni giorno sono la via della santità.

Exallievi ed Exallieve di Don Bosco
FEDERAZIONE ISPETTORIALE PUGLIESE

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