Exallievi ed Exallieve di Don Bosco - Puglia
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Jan Swierc e 8 Compagni

//Jan Swierc e 8 Compagni
Jan Swierc e 8 Compagni2018-10-25T17:29:37+00:00

JAN SWIERC E 8 COMPAGNI

SERVI DI DIO
Inizio dell'Inchiesta diocesana il 17-9-2003

I servi di Dio Giovanni Swierc e 8 compagni, sacerdoti e membri della Congregazione salesiana, fanno parte del secondo gruppo di martiri polacchi della Seconda Guerra Mondiale, vittime del nazismo. Il gruppo conta 122 persone tra sacerdoti, religiosi e laici, e ha come capogruppo il servo di Dio don Antoni Henryk Szuman.

Giovanni Swierc

Nacque a Królewska Huta (Alta Slesia) il 29 aprile 1877 da Matteo e Francesca Rother. Già da qualche anno in Alta Slesia giungevano notizie di don Bosco e delle sue opere, specialmente dell’istituto salesiano di Valsalice (Torino) che accettava giovani polacchi desiderosi di diventare sacerdoti. Nel 1894 egli andò a Valsalice, dove fece gli studi ginnasiali. Compì il noviziato a Ivrea, la filosofia e la teologia a Torino, mentre svolgeva anche il compito di segretario del Rettor Maggiore come traduttore polacco. A Torino il 6 giugno 1903 venne ordinato sacerdote dal cardinale Agostino Richelmy. Tornato in Polonia, incominciò il lavoro educativo con molta cura e diligenza, dando prova di ottime capacità e virtù religiose. Fu direttore in diverse opere salesiane: a Oswiecim, a Cracovia nell’istituto Lubomirski, a Przemysl, di nuovo a Oswiecim, una seconda volta a Przemysl, quindi a Leopoli e infine a Cracovia Debniki. Fu sempre consigliere ispettoriale. Salesiano esemplare, amante della congregazione e di don Bosco, diede prova di possederne lo spirito autentico. Dotato di grandi capacità, si rivelò uomo di grande prudenza a cui vennero affidate questioni difficili e delicate.
Il 23 maggio 1941, mentre era direttore e parroco della casa di Cracovia Debniki, venne arrestato con altri confratelli dalla Gestapo e condotto nelle carceri di Cracovia, da dove alla fine di giugno fu trasferito nel campo di concentramento di Oswiecim. Un testimone oculare riferisce: “Vennero condotti incatenati dalla prigione di Montelupi di Cracovia, con un trasporto di Ebrei, il 26 giugno 1941. Erano 12. Sulla piazza dell’appello furono loro sciolte le catene e, dopo essere stati bastonati a sangue, vennero destinati insieme con gli Ebrei alla cosiddetta “compagnia di castigo” nel “blocco della morte” del campo di concentramento di Oswiecim. Il comandante del blocco interroga ciascuno dei nuovi arrivati. Il primo a essere interrogato è don Swierc: “Che mestiere fai?”. Alla risposta: “Sacerdote cattolico”, sbuffa di rabbia, con gli stivali gli dà due calci nel ventre e con la frusta lo fustiga in faccia, tanto da fargli correre il sangue. Intanto tutto infuriato bestemmia e grida: “Tu, pretaccio! Ladro! Mascalzone! Impostore!… Creperete come tutti, cani di maiali! Unica speranza per voi è il crematoio”. Il giorno seguente vanno tutti al lavoro, benché spossati, affamati, e quasi asfissiati dalle evaporazioni nauseanti del fumo dei cadaveri bruciati che esce dal camino del crematoio. Le “compagnie di castigo” debbono lavorare nella fossa di ghiaia dietro la cucina. Preti ed Ebrei vengono separati e affidati alla speciale vigilanza di capi sadici. A ognuno di loro viene data una carriola di ferro, un badile e un piccone… Bisognava col piccone spaccare le pietre, caricarle sulla carriola e trasportarle in una fossa profonda otto metri. Il trasporto doveva farsi di corsa. Su questo vigilavano i capi del lavoro provvisti di robusti bastoni con i quali battevano senza pietà, e in modo speciale si sfogavano contro i preti, le cui mani dopo breve tempo erano coperte di calli e di ferite e le gambe non li reggevano più. Un primo inciampo, e don Swierc cade. “Ah! Non hai voglia di lavorare – grida il Capo – ti aiuterò io subito”. E con un grosso bastone lo batte sulla testa e sulle spalle. Il povero don Swierc si alza e col resto delle forze che aveva ancora spinge la carriola nella fossa, crollando per la fatica. Il “Capo” con calci lo costringe ad alzarsi. Questo brutale gioco dura circa un’ora. Il Servo di Dio non ne può più. Tutto vacillante alza gli occhi al cielo esclamando ad ogni colpo di bastone: “Gesù mio! Gesù mio!”. Il capo diventa furibondo e grida: “Ti mostrerò io Gesù. Dio non c’è! Non ti strapperà dalle mie unghie!”. E vomitando oscene bestemmie improvvisamente gli scaglia un forte colpo sulla faccia che gli fa uscire un occhio dall’orbita e sangue dalla faccia. Con un secondo colpo gli rompe i denti e lacera tutta la gengiva destra. Faceva veramente compassione vedere il povero don Swierc, così orribilmente massacrato, grondante sangue. Si sentivano solamente i suoi flebili gemiti: “Gesù mio! Gesù mio, misericordia!”. Un’ultima volta alza la testa verso di noi e verso il caro collegio dominato dalla statua di bronzo dorato del santo Redentore che si vedeva dal campo, e gli dà così l’ultimo saluto. Infuriato il “Capo” decide di dare l’ultimo colpo alla sua prima vittima sacerdotale di quel giorno: lo alza e con tutte le forze lo getta contro la carriola di grosse pietre. Il colpo fu così terribile che a don Giovanni si ruppe la spina dorsale e la testa penzolò giù dalla carretta. Per finirlo il bestiale “Capo” con una grossa pietra gli schiaccia la testa. “Hai fatto un colpo da maestro”, risuonò fra urla e risate del gruppo dei soldati che non si saziavano di contemplare la macabra scena”. Don Swierc era morto! Il suo corpo ancor caldo fu caricato sulla carriola e buttato nel crematoio, mentre la sua anima andava a ricevere la palma del martirio. Era il 27 giugno 1941. Don Swierc aveva 64 anni d’età, 42 di professione religiosa e 38 sacerdozio.

Ignazio Dobiasz
Nacque a Ciechowice (Alta Slesia) il 14 gennaio 1880 da Ignazio e Giovanna Jaroszek. Finito il corso elementare nel maggio 1894, venne in Italia a Valsalice (Torino) dove fece il ginnasio. Entrato nel noviziato salesiano di Ivrea compì gli studi di filosofia e di teologia a San Benigno Canavese e a Foglizzo, dove il 28 giugno 1908 veniva ordinato sacerdote da monsignor Matteo Filippello. Novello sacerdote tornò in Polonia, dove svolse con amore e competenza la propria attività pedagogica e sacerdotale a favore della gioventù e della popolazione a Oswiecim, Przemysl e Cracovia. Insegnava più con la vita che con la parola. Non fu dotato di speciali doni d’eloquenza, sebbene predicasse anche sovente. Il confessionale fu il campo del suo maggior lavoro: in esso passava lunghe ore, nelle quali la sua bontà, mitezza, pazienza e longanimità, accompagnate dalla profonda conoscenza dell’animo umano, lo fecero apprezzare come uno dei migliori confessori.

Arrestato con altri confratelli salesiani di Cracovia il 23 maggio 1941, dopo una breve detenzione nella prigione di quella città venne trasportato nel campo di concentramento di Oswiecim, dove venne ucciso dal micidiale lavoro e dagli indicibili maltrattamenti il 27 giugno 1941. Ecco la laconica relazione di un testimone oculare: “La seconda vittima di quel giorno fu don Dobiasz. Già piuttosto anziano di età ed esaurito dal continuo lavoro sacerdotale, non poté sostenere il lavoro che era troppo superiore alle sue forze. Questa fu la causa per cui il capo del lavoro, dopo don Swierc, lo prese di mira. ‘Anche a te non piace lavorare – cominciò a gridare –. Si capisce, è molto più facile instupidire la gente, rubare, che mettersi al lavoro! Aspetta, ti aiuterò subito! Orsù, carica le pietre e corri presto nella fossa!’. Con uno sforzo erculeo tenta di eseguire il comando del ‘Capo’, però le forze non gli permettono di guidare la carriola. Allora il sanguinoso ‘Franz’ incominciò a batterlo col bastone. Ancora uno sforzo e don Ignazio trascina il suo carretto sul margine della fossa, ma invano tenta di rovesciarlo. ‘Franz’ gli diede un così forte spintone, che il povero sacerdote cadde nella fossa. Vi salta giù anche l’aguzzino e comincia a bastonarlo e maltrattarlo in tutti i modi, finché la povera vittima spira. Dalle nostre labbra uscì un flebile gemito di preghiera per la pace dell’anima sua”. Aveva 61 anni d’età, 40 di professione religiosa e 32 di sacerdozio.

Francesco Harazim

Nacque a Osiny (Alta Slesia) il 22 agosto 1885, da Carlo e Maria Sojka. Entrato nell’istituto salesiano di Oswiecim nel 1901 per frequentare il ginnasio, successivamente passò nel noviziato di Daszawa, dove emise la professione religiosa il 27 gennaio 1907. Fatto il tirocinio pratico a Oswicim e a Gorizia, venne mandato a Torino dove conseguì la laurea in Sacra Teologia. Ordinato sacerdote a Ivrea il 25 maggio 1915, nel lavoro quotidiano mostrò tutto il suo grande spirito salesiano. Salesiano dolce e sorridente, tradusse in pratica il metodo pedagogico del fondatore don Bosco, prima come consigliere scolastico e insegnante, poi come direttore di vari ginnasi; infine come direttore dello studentato filosofico e teologico. Scriveva elegantemente in versi e in prosa; si occupò di teatro, formando con le sue opere un bel repertorio teatrale per la gioventù. Incomparabile insegnante, specialmente di letteratura polacca e tedesca, possedeva una soda e profonda dottrina, che sapeva comunicare con un metodo semplice, ma interessantissimo. Era pure ricercato predicatore e conferenziere. Nonostante la sua vasta istruzione, con i confratelli era semplice e umile, ispirandosi al Vangelo e ai sentimenti dell’infanzia divina.
Arrestato dalla Gestapo il 23 maggio 1941, dopo breve detenzione nella prigione di Montelupi di Cracovia fu trasferito con altri confratelli nel campo di concentramento di Oswiecim, dove il 27 giugno 1941 fu crudelmente martirizzato, quale terza vittima salesiana di quel giorno. Ecco la testimonianza di un prigioniero: “Dopo la breve pausa del dopo pranzo, venne il turno di Harazim. Dovette subire gli stessi tormenti di coloro che lo precedettero. Spinto in una profonda fossa, il servo di Dio, dopo che gli ruppero le mani e i piedi, non poté levarsi. Il ‘Capo’ si precipitò nella fossa, lo stese supino a terra e mentre con raffinata crudeltà lo tormenta fisicamente, incomincia una discussione contro la religione: ‘Se credi in Dio perché non ti aiuta? Lo voglio vedere qui questo Dio, voglio vedere un miracolo… Io sono Iddio, perché posso ucciderti o lasciarti in vita’. Dopo un momento il ‘Capo’ si avvicina a un gruppo di sacerdoti, i quali lavoravano poco distante: ‘Chi di voi capisce il tedesco?’. Allora si alzò don Giuseppe Wybraniec. ‘Va’ a confessare quel buffone di prete! – gli comandò – ma la confessione dev’essere ad alta voce”. Don Wybraniec si accostò all’amico, ma senza confessarlo gli impartì l’assoluzione. Allora il ‘Capo’ lo colpì duramente, facendolo sanguinare, ma egli è pronto a dare la vita, piuttosto che compromettere la confessione. Il sanguinario ‘Capo’, sorpreso da questa condotta inaspettata, consegna l’infelice vittima all’addetto del blocco e se ne va a cercarne un’altra. Questa fu don Casimiro Wojciechowski, che gli sbirri costrinsero a mettersi a fianco dell’agonizzante Servo di Dio. Gettarono sul loro collo una stanga di ferro e sedendosi alle estremità soffocarono i due martiri, facendo uscire il sangue dalle loro bocche. Così morirono insieme il professore Harazim e il suo antico discepolo don Casimiro Wojciechowski”. Don Harazim aveva 55 anni d’età, 34 di professione religiosa e 26 di sacerdozio.

Casimiro Wojciechowski

Nacque a Jasło (Galizia) il 16 agosto 1904 da Andrea e Maria Bosków. A cinque anni perdette il padre e venne accettato nell’istituto del principe Lubomirski a Cracovia. Era un ragazzo vivacissimo, allegro, intraprendente, pronto al lavoro. Nel 1916 incominciò gli studi ginnasiali nell’istituto salesiano di Oswiecim. Di lì passò al noviziato di Klecza Dolna, dove emise la professione religiosa il 2 ottobre 1921. Inviato nello studentato filosofico di Cracovia, si rivelò di buon ingegno e appassionato della musica. Svolto il tirocinio a La˛d, Varsavia (casa ispettoriale), Antoniewo, Aleksandrów e Oswiecim, e terminati lodevolmente gli studi teologici a Cracovia nel 1935, venne ordinato sacerdote da monsignor Stanislao Rospond, ausiliare di Cracovia. Fu quindi a Daszawa, a Cracovia-Parrocchia come insegnante di religione, nelle scuole pubbliche e nel medesimo tempo direttore dell’oratorio e dell’Associazione Cattolica giovanile.
A Cracovia venne arrestato con altri confratelli salesiani e di là inviato “al campo della morte” di Oswiecim con il N. 17.342. La sua permanenza nel campo fu brevissima: un giorno solo, ma pieno d’indicibili sofferenze. “Il 27 giugno 1941 – racconta un testimone oculare – di mattino l’appello. Attorno si stendeva il ripugnante e fetido fumo dal camino del crematoio, che toglieva il respiro. Fra i prigionieri vi è anche Wojciechowski che con la sua presenza franca ed energica attirò a sé l’attenzione dei persecutori che cominciarono a inveire brutalmente contro di lui. Gli diedero calci, lo bastonarono. Con il manico di una pala il ‘Capo’ ruppe con un colpo i denti al povero don Wojciechowski e con un altro colpo di scudiscio gli ferì la testa, facendola sanguinare. Il povero sacerdote, continuamente tormentato e battuto, si sforzava, col resto delle poche forze che gli rimanevano, di lavorare per non dare pretesto ad altri maltrattamenti. Venne l’interruzione del lavoro per il pranzo. Nella mattinata già due confratelli, don Swierc e don Dobiasz, erano stati uccisi e cremati. Ora toccava ad altre due vittime. Dopo il pranzo s’incominciò di nuovo il solito lavoro. Don Wojciechowski con grande sforzo lavorò per un certo tempo e poi estenuato e sfinito si rivolse al Blockführer pregandolo di cambiargli il lavoro con un’occupazione più leggera. ‘Anzi, l’avrai fra poco. Porta solamente questa carriola alla fossa. Corri subito!’, continua il ‘Capo’. E cominciò a batterlo ripetutamente col suo grosso bastone, gridandogli: ‘Ah poltrone! Ah ingannatore! Non hai voglia di lavorare!’. Quando il povero don Wojciechowski arrivò vicino alla fossa con la sua carriola, il ‘Capo’ a viva forza ve lo fece precipitar dentro. Poi scoppiò in un’orrenda sghignazzata al vedere i deboli sforzi del povero prigioniero per uscire dalla fossa. All’improvviso gridò: ‘Mettiti di là vicino, anzi accanto, all’altro poltrone’, indicandogli don Harazim che giaceva quasi esanime nel fondo della fossa, sempre tormentato dal suo sanguinario persecutore. Il giorno era caldissimo; si avvicinavano le 14. Il ‘Capo’ e un guardiano della prigione presero una sbarra di ferro e la posero sulle gole dei sacerdoti già agonizzanti, che giacevano l’uno accanto all’altro, e sghignazzando cominciarono a insultare le povere vittime: ‘Già, sapete far stupire gli altri… ma non avete nessuna voglia di lavorare! Dite che ci sia un Dio: mostratecelo, io voglio vederlo, dio sono io, io sono il padrone della vostra vita’. Durarono un bel po’ questi insulti contro le povere vittime, finché il ‘Capo’ e il suo collega saltarono sulla sbarra di ferro che opprimeva le gole dei due sacerdoti e col peso dei loro corpi compirono l’opera sanguinaria. Si udì un breve rantolo, le labbra si mossero quasi all’ultima preghiera, poi si coprirono di una saliva sanguigna; le facce dei due martiri si gonfiarono, si scossero… le loro ultime convulsioni e i martiri, don Harazim e don Wojciechowski, lasciarono la vita di quaggiù nella geenna del ‘campo della morte’ di Oswiecim, mentre le loro anime volavano in cielo a ricevere il premio della loro fedeltà a Dio. Le spoglie mortali dei due sacerdoti vennero gettate su un mucchio di cadaveri presso il crematoio, in attesa di essere messi in quel forno infernale”. Don Wojciechowski aveva 37 anni di età, 19 di professione e 6 di sacerdozio.

Ignazio Antonowicz

Nacque il 14 luglio 1890 a Wie˛cławice (Polonia) da Giacomo ed Edvige Valerius. Frequentato il ginnasio a Oswiecim, entrò tra i Salesiani. Fece il noviziato a Daszawa, dove emise la prima professione il 29 settembre 1906. Compì il tirocinio pratico a Lubiana e a Radna. Negli anni 1912-16 studiò a Roma alla Gregoriana laureandosi in filosofia e teologia. Fu ordinato sacerdote il 23 aprile 1916 e poi inviato a Foglizzo e a Cavaglià come insegnante di filosofia e teologia, e confessore. Nel 1919 fu chiamato come cappellano nell’esercito polacco in Francia e, dopo la guerra, nel 1922, fu a Cracovia e poi a Oswiecim insegnante di filosofia e teologia e redattore del Bollettino Salesiano polacco. Fu direttore ad Aleksandrów e a Rózanystok, quindi nello studentato teologico a Cracovia. Fu per vari anni consigliere ispettoriale ed esaminatore sinodale della curia arcivescovile di Cracovia. I confratelli lo ammiravano come esemplare figlio di don Bosco, fedele fino all’ultimo alla propria vocazione religiosa e ai propri doveri.
Arrestato il 23 maggio 1941, dopo circa un mese trascorso nella prigione Montelupi a Cracovia, venne condotto al campo di concentramento di Oswiecim con il N. 17.371. Un testimone oculare lasciò scritto: “Ecco di nuovo un tormentoso appello… Don Antonowicz, già completamente esausto, veniva chiamato in capo alla fila dei prigionieri e costretto a cadere per terra per subito alzarsi un infinito numero di volte. Inoltre vennero aizzati i cani contro di lui e sottoposto a mille altre crudeltà del genere. Segregato nella cella straordinaria dei castigati, ivi fu tormentato nel modo più orrendo, finché vi morì”. Era il 21 luglio 1941. Don Antonowicz aveva 51 anni d’età, 34 di professione religiosa e 25 di sacerdozio.

Lodovico Mroczek

Nacque a Kety (Cracovia) l’11 agosto 1905 da Francesco e Maria Jura. Rimasto orfano di padre venne accettato nell’istituto salesiano di Oswiecim per gli studi ginnasiali. Fece a Klecza Dolna il noviziato, che terminò nell’agosto 1922. Svolse il tirocinio pratico a Kielce e a Oswiecim; fece gli studi di teologia nel seminario diocesano di Przemysl, dove fu ordinato sacerdote il 25 giugno 1933. Come sacerdote lavorò instancabilmente ed esemplarmente a Przemysl, Leopoli, Skawa, Czestochowa e Cracovia.
Venne arrestato, appena finita la Messa, il 23 maggio 1941 e venne trasferito con altri confratelli salesiani nel campo di concentramento di Oswiecim. Il signor Giuseppe Stemler, testimone oculare, così descrive gli ultimi mesi di don Lodovico: “Nel novembre del 1941 tra le file degli ammalati vidi un giovane tutto tremante di freddo e di fame. Quello che attirò la mia attenzione fu che mentre altri bestemmiavano e si lamentavano egli pregava. Quando si svestì davanti al medico, mi accorsi che sulla coscia sinistra aveva una grande ulcera. La gamba era rossa e gonfia, l’ulcera era già maturata e doveva produrre molto dolore. Tornato poco dopo nella baracca mi avvicinai a lui chiedendogli chi fosse e gli cedetti un pezzo di pane. Mi ringraziò affettuosamente e allora seppi che era don Mroczek, Salesiano. Gli diedi alcuni avvisi su come doveva comportarsi per evitare dispiaceri e castighi; intanto gli chiesi se fosse disposto a udire, nell’oscurità della notte, le confessioni sacramentali di quelli che volessero confessarsi. Con tutto il cuore espresse la sua gioia per questo… Passavano i giorni. Alla sera gli facevo spesso visita facendo con lui edificanti conversazioni. Non sottilizzava tanto, ma la sua semplice fede, espressa con parole altrettanto semplici, sapeva guadagnare i cuori a Dio e tranquillizzarli. La sua ingenuità e bontà in questo mare di viltà, di odio e di dolore era un vero raggio di luce e di conforto. Intanto la malattia progrediva, le ulcere si moltiplicavano, non erano più solo sulle gambe, ma anche sulle braccia. Era un caso strano. I medici non sapevano darsi ragione del male. Io ero presente all’ultima operazione. La sua bianca, serena e quasi sorridente faccia non manifestava dolori. Ripeteva di tanto in tanto: ‘Come siete buoni, come siete buoni, signori!’. Tutto bendato, dopo l’operazione fu messo a letto. Domandai al dottore se don Mroczek soffriva molto, perché lui non si lagnava mai… ‘Questo è un titano del dolore’, rispose il medico guardando con ammirazione il povero paziente. ‘Un uomo così non l’ho mai visto nella mia lunga carriera nelle cliniche. È davvero – soggiunge il medico – un bel tipo di sacerdote. Se non avessimo sacerdoti di tal fatta noi saremmo cento volte peggiori e più vili di quel che siamo’. Eravamo impensieriti. ‘E quanto tempo dovrà ancora patire?’ domandai. Il medico rifletté un momento e poi rispose: ‘Forse tre ore’. Durante la notte si moltiplicarono le visite al buon sacerdote, perché era molto stimato e amato. Morirono molti e fra essi anche don Mroczek. Il suo volto era sereno e risplendente; la bocca alquanto aperta, quasi volesse esprimere la sua piena rassegnazione: ‘Fiat voluntas tua’. Il Servo di Dio era un ottimo religioso, degno figlio di don Bosco. Dolce e paziente, pio e devoto di Maria Santissima Ausiliatrice e molto laborioso”. Morì nel campo di concentramento di Os´wie˛cim il 5 gennaio 1942 a 36 anni d’età, 18 di professione religiosa e 8 di sacerdozio.

Carlo Golda

Nacque il 23 dicembre 1914 a Tychy (Alta Slesia) da Lodovico e Anna Świerczyk. Fatti gli studi ginnasiali nell’istituto salesiano di Oswiecim, entrò nel noviziato di Czerwinsk, dove emise la professione religiosa il 23 luglio 1932. Dopo gli studi filosofici a Marszalki, incominciò il tirocinio pratico a Daszawa, ma dopo solo un anno venne inviato a Roma a studiare teologia alla Gregoriana. Il 18 dicembre 1938 veniva ordinato sacerdote da monsignor Salvatore Rotolo nella basilica del Sacro Cuore. Il dì seguente celebrò la prima Messa nelle catacombe di San Callisto all’altare di santa Cecilia, vergine e martire. Conseguita la licenza in Sacra Teologia, ritornava in Polonia nel luglio 1939 e a Oswiecim gli veniva affidato l’insegnamento e il compito di consigliere scolastico dei chierici teologi. Don Golda era dotato di acuto intelletto. Fu molto attaccato alla propria vocazione, sempre pronto a ogni lavoro. Religioso, pio, osservante ed esemplare sotto ogni aspetto, era molto zelante nell’esercizio del sacro ministero, attendendo molte ore ad ascoltare le confessioni. Per qualche tempo sostituì il parroco di una vicina parrocchia. Tornato a casa non poté trattenersi dall’esclamare: “Oh, come ringrazio Iddio per la fortuna di poter vivere in comunità, fuori dai pericoli del mondo!”.
Conoscendo egli la lingua tedesca, un soldato tedesco, addetto al servizio del campo di concentramento di Oswiecim, da qualche tempo veniva a confessarsi da lui. Il regolamento non glielo permetteva; un altro decreto poi proibiva ai sacerdoti polacchi di ricevere le confessioni dei militari tedeschi. Dopo breve tempo venne scoperto il “grave delitto” del soldato ed ecco che il confessore fu arrestato improvvisamente il 30 dicembre 1941 dalla Gestapo e trasferito nel “campo della morte” di Oswiecim, con il N. 18.160. Dopo cinque mesi di vero martirio, durante i quali non gli si risparmiò il supplizio del famigerato “Bunker”, venne fucilato il 14 maggio 1942. Aveva 28 anni d’età, 9 di professione e 3 di sacerdozio. Fra gli stessi soldati si formò la persuasione che don Golda avesse sacrificato la propria vita per difendere il sigillo sacramentale. E questi stessi soldati fecero la guardia al suo corpo. Morì da buon soldato di Cristo sul campo di battaglia!

Vladimiro Szembek

Nella tenuta di famiglia a Poreba-Zegoty, presso Cracovia, il piccolo Szembek sbocciò alla vita il 22 aprile 1883 dai genitori, conti Sigismondo e Clementina Dzieduszycki, trascorrendo una fanciullezza serena e tranquilla nell’ambiente familiare. Ben presto Vladimiro si diede con passione agli studi, dapprima in privato, poi nel ginnasio di Sobieski e infine all’università Jagellonica, coronandoli felicemente con la laurea in Ingegneria agraria nel 1907. Conosceva perfettamente il tedesco, il francese, il russo, l’inglese, il ceco, l’italiano, l’ebraico, oltre al polacco, il latino e il greco. Era pure un ottimo intenditore di musica: suonava brillantemente il pianoforte e mostrava spiccatissime doti artistico-teatrali. Conseguiti i necessari titoli di studio, crea un proprio ufficio tecnico e si dedica all’amministrazione degli estesi poderi della madre, che ammontavano a tremila ettari di terreno. Furono vent’anni d’intenso lavoro, che palesarono subito le sue doti eccellenti di uomo e di cristiano. Il suo parroco rilasciò questa significativa testimonianza: “Szembek visse per 20 anni in questa parrocchia. Apparve sempre molto generoso con gli altri e severo con se stesso; nessuno si allontanava da lui senza soccorso, mentre lui conduceva un tenore di vita assai parco e modesto. Durante la guerra, quando le popolazioni pativano la fame, lui pure, per non distinguersi dai poveri, si cibava di pane nero e di poche verdure. Le congregazioni religiose e gli orfanotrofi erano da lui aiutati con molta larghezza; i mendicanti sapevano che la sua porta era sempre aperta. Era insomma la stessa misericordia senza calcoli, senza misure. La sua vita privata era assai ritirata; privo in modo assoluto dello spirito di mondanità, rifuggiva da quella vita molle intessuta di divertimenti, ozi e leggerezze che non poche volte caratterizza l’alta società. Edificava tutti per compitezza, pazienza e affabilità e particolarmente con la sua spiccata religiosità convinta e senza ostentazione. Fu circondato da tutti della più grande stima e reputato un santo”.
Il suo spirito, però, aperto a tutto ciò che è spiritualmente alto, non poteva non aspirare a una perfezione maggiore. Nel suo cuore era grande la stima verso la vocazione religiosa. “La vocazione – ripeteva – è una grande grazia. Un uomo del secolo, pur bramando il meglio, non è certo se facendo una data opera non ne abbia trascurata una migliore, come espressione della volontà di Dio”. Un giorno manifestò ai suoi la volontà di farsi religioso. I parenti non ne rimasero sorpresi: tutta la sua vita era stata una vita da perfetto religioso. Data anche la tradizione religiosa familiare non si opposero, auspicando solo che entrasse in uno dei grandi ordini tradizionali. Egli invece si orientò verso l’umile Congregazione salesiana, di cui conosceva lo spirito e le opere, con il desiderio di emulare nelle virtù il Salesiano don Augusto Czartoryski, suo parente e oggi beato. Al direttore spirituale manifesterà poi il motivo per cui si orientò a diventare Salesiano: gli pareva che nella Congregazione salesiana egli potesse farsi santo con maggior rapidità. Entrando in età avanzata in una congregazione, temeva gli rimanesse ormai troppo poco tempo per raggiungere le vette della perfezione cristiana.
All’età di 42 anni, il 4 febbraio 1928 bussava alle porte dell’aspirantato salesiano di Oswiecim. Al termine dell’anno fu ammesso a Czerwinsk per l’anno di noviziato, che coronò con somma gioia del suo cuore con la professione religiosa l’8 agosto 1929. Edificava grandemente e commuoveva a un tempo per il suo umile contegno; rifuggiva in modo assoluto da ogni particolarità, attenendosi in tutto alla vita comune, come il più umile religioso proveniente da ceti sociali molto inferiori al suo. Quanto edificava vedere il conte Szembek usare per legacci del semplice spago annerito, lavarsi con un sapone formato da vari pezzi inutilizzabili, abbandonati dai compagni, viaggiare senza valigia, con un semplice pacchetto legato da spago. Con quest’ottima preparazione spirituale, unita a quella scientifico-teologica avuta nello studentato di Cracovia, ricevette l’ordinazione sacerdotale a Cracovia l’8 giugno 1934. L’ispettore don Tommaso Kopa, ben conoscendo le virtù e le doti del neo-sacerdote, lo volle presso di sé quale segretario ispettoriale. Con la sua ottima perizia tecnica fu di valido aiuto a salvare non poche case salesiane, particolarmente durante l’occupazione tedesca. Si dedicava al lavoro con entusiasmo, trovando nell’obbedienza la manifestazione della volontà di Dio, anche se questa non sempre gli permetteva una più ampia attività di ministero strettamente sacerdotale. Chi però lo vedeva nella celebrazione della Messa, nell’amministrazione dei sacramenti e lo ascoltava nella predicazione, non poteva non rimanere molto edificato dalla pietà e dalla santità che da lui traspariva. Fedele alle raccomandazioni di don Bosco, si tenne sempre lontano dalle contestazioni politiche, anche quando, nei momenti tristi passati dalla Polonia con l’invasione tedesca, era tutto un fermento politico.
Egli pure venne travolto dalla bufera che si scatenò e il 9 luglio 1942 fu arrestato dalla Gestapo e inviato a Nowy Targ. Il suo desiderio grande di sofferenze fu certo appagato dal calice amaro che dovette bere nei campi di prigionia. Fu riferito da testi oculari che nella prigione di Zakopane, mentre legato a una colonna subiva una straziante flagellazione fra burle e scherni degli aguzzini, don Vladimiro era raggiante di gioia. Un giorno mentre rientrava in cella, dopo aver subito la terribile pena della sospensione, lo sentirono mormorare con un sorriso, tra gli spasimi del volto, una preghiera di ringraziamento al Signore per avergli concesso di gustare almeno un po’ delle pene da lui sofferte sulla croce. La cella a lui destinata era così stretta che vi si poteva stare al massimo seduti e, come se ciò non bastasse, era di continuo invasa dall’acqua. In tale cella era impossibile trovare un po’ di riposo e di sollievo al corpo sfinito dalle torture e dagli interrogatori massacranti. Da Zakopane venne poi trasferito a Tarnów e quindi nel campo di Oswiecim. Qui nuove sofferenze, nuove torture, particolarmente per opera delle SS, che non si capacitavano che uno come lui, ricco, si fosse fatto prete in età già adulta. Legato a un grosso cilindro di pietra doveva spianare lo spazio che serviva per l’appello. Un compagno di prigionia testimonierà così di lui: “Il vostro venerando confratello don Szembek godeva presso noi tutti stima di vero santo. A lui aprivamo completamente le nostre anime. In un solo punto molti di noi non si accordavano con lui: egli esigeva una rinuncia completa all’odio, un perdono cordiale verso i nostri terribili carnefici, come lui sapeva fare da vero seguace di Cristo”. Stremato dalle sofferenze che ridussero il suo povero corpo in uno stato davvero pietoso, moriva il 18 settembre 1942 nel campo di Oswiecim, con gli occhi fissi alla chiesa e all’istituto salesiano, dove aveva iniziato quella via della perfezione religiosa che doveva poi percorrere a passi da gigante e che ora là in quel campo, fatto prigioniero per Cristo e per la patria, doveva concludere in una luce aureolata di martirio. Don Szembek aveva 59 anni di età, 13 di professione religiosa e 8 di sacerdozio.

Francesco Miska

Nacque il 5 dicembre 1898 a Swierczyniec (Alta Slesia) da Giovanni e Sofia. Finito il ginnasio nell’istituto salesiano di Oswiecim, entrò nel noviziato di Pleszów, che concluse con la professione temporanea il 24 luglio 1917. In quella stessa casa incominciò lo studentato filosofico che continuò a Cracovia, dove esso era nel frattempo stato trasferito. Ottenuta la maturità, svolse il tirocinio nella scuola professionale di Oswiecim, quindi a Przemysl. Emise i voti perpetui a Oswiecim nel 1923. Recatosi a Torino-Crocetta per attendere agli studi teologici, il 10 luglio 1927 fu ordinato sacerdote. Ritornato in patria, venne inviato come consigliere e catechista nell’orfanotrofio di Przemysl. Dopo due anni è a Vilna in qualità di catechista nella scuola professionale. Nel 1931 è direttore a Jaciazek e vi rimane per 5 anni. Nel 1936 è direttore della casa dei Figli di Maria e parroco a Lad. Scoppiata la guerra nel 1939 per alcune settimane compie i doveri di cappellano militare, ma subito dopo ritorna come parroco nella stessa Lad.
Il 6 gennaio 1940 l’istituto di Lad viene trasformato dalla Gestapo in prigione per i sacerdoti della diocesi di Włocławek e di Gniezno-Poznan´. Anche i Salesiani sono considerati prigionieri e tra essi don Francesco che viene incaricato dall’autorità militare di mantenere l’ordine e provvedere al sostentamento di tutti. Due volte, non si sa per quali mancanze, venne poi trasferito a Inowrocław e battuto ferocemente con bastoni. La prima volta ricevette ben 100 colpi senza motivo. Quando poco alla volta i sacerdoti che erano a Lad furono in gran parte trasferiti nei campi di concentramento in Germania, don Miska insieme con i prigionieri rimanenti venne trasportato a Dachau nell’ottobre del 1941. Ammalato di stomaco, il suo organismo non poteva sopportare il vitto del campo. Nessuno badava a ciò ed egli, nonostante le deboli forze, doveva trasportare i pesanti recipienti del vitto ai prigionieri. Una volta compiendo quest’ufficio cadde e si ruppe un braccio. Ciononostante dovette continuare nel medesimo servizio. Dopo tre giorni s’indebolì al punto da non potersi più muovere: le gambe erano orribilmente gonfie. Solo allora fu portato alla baracca-ospedale, ove morì nel giorno della Santissima Trinità, il 30 maggio 1942, cercando di consolare gli altri con il pensiero che nulla succede senza la volontà di Dio, che rimunera abbondantemente tutti i dolori della vita. I suoi resti mortali furono cremati. Aveva 43 anni d’età, quasi 25 di professione religiosa e quasi 15 di sacerdozio.
Don Miska fu la personificazione della santa allegria salesiana. Ottimista di natura, anche nelle più difficili situazioni sapeva provocare il riso e l’allegria. Nel compiere i propri doveri era svelto e diligente; compiva l’ubbidienza senza alcuna esitazione. Pio e profondamente unito a Dio, accettò la pesante croce del campo di concentramento in perfetta sottomissione alla sua volontà.

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