Exallievi ed Exallieve di Don Bosco - Puglia
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Costantino Vendrame

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Costantino Vendrame2018-10-07T21:10:04+00:00

COSTANTINO VENDRAME

SERVO DI DIO
(1893-1957)
Inizio dell'Inchiesta diocesana il 19-8-2006

Costantino Vendrame nacque il 27 agosto 1893 a San Martino di Colle Umberto (Treviso) da Pietro ed Elena Fiori, piissimi e ferventi genitori che con il loro esempio e una vita di fede e di abnegazione cristiana instillarono nel cuore del figlio l’amore al lavoro e al sacrificio. Compì gli studi ginnasiali e liceali nel seminario vescovile di Ceneda, dove fu modello ai propri compagni nella pietà, disciplina e amore allo studio. Il suo amore alle missioni lo portò a entrare tra i Salesiani, facendo il noviziato nella casa di Ivrea nel 1913. Seguirono quattro lunghi anni di servizio militare che ne temprarono il carattere e lo preparano alla dura vita nelle missioni. Terminato il servizio militare, compì gli studi di teologia lavorando negli oratori festivi di Chioggia e Venezia. Il cardinale Eugenio Tosi lo ordinò sacerdote il 15 marzo 1924 nella chiesa del seminario maggiore di Milano. Tre mesi dopo era destinato alla nuova missione dell’Assam. Il 5 ottobre 1927 ricevette il crocifisso a Torino ai piedi di Maria Ausiliatrice. Seguì il momento del distacco che per lui fu dolorosissimo: “Uno strappo violento che spezzò l’ultimo filo, ma consolato da una visione radiosa di terre sterminate, e di popoli innumerevoli da redimere e anime, tante anime da salvare”.

La presenza salesiana in Assam era agli inizi, ma grazie all’intraprendenza di monsignor Luigi Mathias si sviluppò in maniera sorprendente. Mancava il soldato umile ed eroico che si mettesse alla testa dei compagni e li guidasse con l’entusiasmo e l’esempio a eseguire i piani e le idee del vescovo e questa fu la parte riservata a don Costantino Vendrame. “Ecco davanti a noi tante capanne e villaggi, montagne e valli e fiumi. Ve ne sono ancora moltissime che non vediamo. In ogni villaggio e capanna e in ogni cuore dobbiamo portare con sacrificio e amore questa croce”. Dopo 32 anni trascorsi nella regione Khasi non vi era montagna che egli non avesse scalato, fiume che non avesse guadato e villaggio in cui non fosse andato a portare la croce. Si dedicò subito allo studio delle lingue locali. Alla fine del suo primo anno in India il giovane missionario era già parroco della parrocchia di Shillong, centro della prefettura apostolica dell’Assam. Dopo 10 anni di lavoro ha la gioia di contare ben 8.581 anime, in oltre 100 comunità. Per parecchio tempo fu l’unico sacerdote ad accudire ai bisogni della vasta e fiorente parrocchia di Shillong. Lasciava tutto e accompagnato da un catechista andava lontano, camminando per giorni e giorni per portare la buona novella. Aveva una grande resistenza fisica, ma attingeva la vera forza dalla sua viva fede e dall’unione con il Signore. La vita di preghiera e di sacrificio fu il segreto delle sue conquiste.

Lavorò specialmente nel Nord-Est indiano. Visitava continuamente i villaggi, incontrando la gente e i bambini: si faceva uno di loro, cercava il contatto umano. Entrava nelle case dei poveri e degli ammalati, li aiutava e parlava con loro, ascoltava i loro racconti e, dopo essere diventato loro amico, spiegava la vita di Gesù. Intuì l’importanza della donna nella cultura dei Khasi. Sempre all’avanguardia come don Bosco, usava i mass-media per evangelizzare i villaggi e proiettava la vita di Gesù. Alla proiezione partecipavano numerosissime persone che, subito dopo, chiedevano il Battesimo. Don Vendrame puntò sulla formazione di catechisti laici che evangelizzavano le comunità e lo accompagnavano nei suoi viaggi. Da buon Salesiano avviò e seguì gli oratori festivi; educò centinaia di bambini. Portò il Cristianesimo anche tra gli indù e i musulmani, ed entrò in contatto con la chiesa evangelica metodista, tanto che veniva paragonato a San Francesco Saverio o a San Paolo. Era umilissimo e uomo di grande preghiera. Devotissimo del Sacro Cuore di Gesù, fece erigere due santuari, uno a Mawlai e l’altro a Wahiajer. Come don Bosco, aveva inoltre una filiale devozione a Maria Ausiliatrice, di cui parlava sempre. Costituì anche un gruppo di giovani donne, che chiamò la “Legione di Maria”, con il compito di visitare i poveri e i malati e di pregare per loro.

Dopo un breve soggiorno in Italia la Provvidenza lo destinava a Jowai. Partì tra le lacrime di migliaia di fedeli che aveva generato a Cristo. A Jowai ripeté le meraviglie operate a Shillong, ma tre anni dopo venne la guerra e fu obbligato a passare quasi quattro anni nei campi di concentramento di Deoli e Dehradun con altri 150 confratelli. Nel 1945, non potendo far ritorno alla sua cara Assam, si offrì di lavorare in una zona tanto diversa per clima, lingua, e costume. Da missionario completo e con il medesimo slancio con cui una ventina di anni prima aveva incominciato a Shillong, si mise all’opera a Wandiwash. Si trattava di riportare all’ovile le pecorelle che l’avevano abbandonato. Si fermò a Wandiwash sei anni e compì la sua missione. Nel 1951 ritornò a Shillong. Qui c’era un rione nel centro della città, Mawkhar: con la sua carità, con il suo zelo e spirito di sacrificio conquistò tutto e tutti.

La sua morte fu proprio conforme ai suoi 33 anni di apostolato, ne fu anzi la corona più bella. La terribile artrite ossea, con altre complicazioni, lo attaccò alla spina dorsale. Nascose a tutti il proprio male e resistette in piedi sino all’ultimo. “Se mi metto a letto non mi alzerò più”. Il suo purgatorio in terra durò quasi tre mesi. Non poteva essere mosso neppure di un centimetro senza che ciò gli fosse causa di atroci dolori. Il suo letto fu una vera cattedra. Quanto bene fecero le sue parole ed il suo esempio eroico! Morì il 30 gennaio 1957, vigilia della festa di don Bosco, nell’ospedale di Dibrugarh, dove aveva chiesto egli stesso di essere trasportato per morire lontano dalla sua gente e non farla soffrire. Era così povero che fu monsignor Marengo, Salesiano e anch’egli Servo di Dio, a donare una talare con cui potesse essere rivestito al momento delle esequie.

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