Strenna 2019
«Perché la mia gioia sia in voi» (Gv 15,11)

LA SANTITÀ ANCHE PER TE

Miei cari fratelli e sorelle, mia carissima Famiglia Salesiana,
continuando la nostra tradizione centenaria, all’inizio di questo nuovo anno 2019 mi rivolgo a ciascuno di voi, in ogni parte di questo “mondo salesiano” che formiamo come Famiglia Salesiana in più di 140 paesi.

E lo faccio commentando un tema a noi molto familiare, che già nel titolo riprende letteralmente l’Esortazione Apostolica di papa Francesco sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo: Gaudete et Exsultate

[1].

Scegliendo questo tema e questo titolo, intendo tradurre nel nostro linguaggio e alla luce della nostra sensibilità carismatica, il forte appello alla santità che papa Francesco ha rivolto a tutta la Chiesa[2]. Pertanto desidero fare quelle sottolineature che sono tipicamente “nostre” nel quadro della nostra spiritualità salesiana, quella condivisa da tutti i 31 gruppi della nostra Famiglia Salesiana come eredità carismatica ricevuta dallo Spirito Santo per mezzo del nostro amato Padre Don Bosco, il quale senza dubbio ci aiuterà a vivere con la stessa gioia profonda che ci viene dal Signore: «Perché la mia gioia sia in voi» (Gv 15,11).

A chi sono rivolte queste parole?

Posso assicurarvi che queste parole sono rivolte a tutti.
A tutti voi, miei cari confratelli salesiani SDB.
A tutti voi, sorelle e fratelli delle diverse congregazioni e istituti di vita consacrata e laicale della nostra Famiglia Salesiana.
A tutti voi, fratelli e sorelle delle associazioni e dei diversi gruppi della Famiglia Salesiana.
Ai papà e alle mamme, agli educatori e alle educatrici, ai catechisti e agli animatori di tutte le nostre presenze nel mondo.

E a tutti gli adolescenti e giovani del nostro grande mondo salesiano.

Raccolgo l’invito rivolto dal Papa a tutta la Chiesa. La sua Esortazione non è un trattato sulla santità, ma un appello lanciato al mondo contemporaneo e alla Chiesa in modo speciale per vivere la vita come vocazione e come chiamata alla santità; una santità incarnata nel tempo presente, nell’oggi, nella realtà di ciascuno e nel contesto attuale.
Mi faccio eco di questa chiamata sempre affascinante alla santità perché l’“oggi” della Chiesa ci chiede di farlo. Come me, tutti gli ultimi Rettori Maggiori hanno avuto interventi molto significativi sulla santità salesiana e sui nostri santi patroni[3].

Come negli anni precedenti, ritengo che, oltre alla lettura personale, queste indicazioni siano sufficienti e possano servire come “spunti” per la proposta educativa pastorale dei diversi contesti e situazioni del nostro “mondo salesiano”, nei quali operiamo.

I. DIO CHIAMA TUTTI ALLA SANTITÀ

Immagino che non poche persone, forse anche tra noi e certamente tra i molti giovani che hanno ascoltato la chiamata del Papa, avranno avuto la sensazione che la parola “santità” suonasse un po’ estranea, in molti casi fortemente estranea e sconosciuta al linguaggio del mondo contemporaneo. Non è impensabile che ci siano blocchi culturali o anche interpretazioni che tendono a confondere il cammino della santità con una sorta di spiritualismo alienante che fugge dalla realtà. O forse, al massimo, il termine “santità” è inteso come una parola applicata e applicabile solo a coloro che sono venerati nelle immagini delle nostre chiese.

Quindi è degno di ammirazione e persino “audace” lo sforzo del Papa di presentare la perenne attualità della santità cristiana che, nella sua qualità di chiamata proveniente da Dio stesso nella sua Parola, è proposta come meta per il cammino di ogni persona. Dio stesso «ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente» (GE, 1).

La chiamata alla santità è familiare alla nostra tradizione salesiana (san Francesco di Sales). L’appello di papa Francesco attira l’attenzione anzitutto per la forza e la determinazione con la quale egli sostiene che la santità è una chiamata rivolta a tutti, non solo a pochi, in quanto essa corrisponde al progetto fondamentale di Dio su di noi. È destinata dunque alla gente comune, alla gente che accompagniamo nella vita quotidiana ordinaria, fatta di cose semplici, tipiche della gente comune.

Non si tratta di una santità per pochi eroi o per persone eccezionali, ma di un modo ordinario di vivere l’ordinaria esistenza cristiana: un modo di vivere la vita cristiana incarnata nel contesto attuale, con i rischi, le sfide e le opportunità che Dio ci offre nel camino della vita.
La Sacra Scrittura ci invita a essere santi: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48); e: «Siate santi, perché io [il Signore] sono santo» (Lev 11,44).

C’è quindi un esplicito invito a sperimentare e a testimoniare la perfezione dell’amore, che non è cosa differente dalla santità. La santità stessa, infatti, consiste nella perfezione dell’amore; un amore che anzitutto si è fatto carne in Cristo.

Anche san Paolo, nella lettera agli Efesini, scrive, riferendosi al Padre: «In [Cristo il Padre] ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato» (Ef 1,4-6). Non più servi, dunque, ma amici (cf. Gv 15,15). Non più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio (cf. Ef 2,19). Pertanto tutti e ciascuno siamo chiamati alla santità: essa è la vita piena e riuscita, secondo il disegno di Dio, nella piena comunione con Lui e con i fratelli.

Non si tratta dunque di una perfezione riservata a pochi, ma di una chiamata destinata a tutti.
Qualcosa di infinitamente prezioso e che tuttavia non è raro o estraneo ma fa parte della comune vocazione dei credenti. È la bella proposta che Dio offre a ogni uomo e donna.
Non un percorso di falsa spiritualità che allontana dalla pienezza della vita, ma pienezza di umanità, perfezionata dalla Grazia. La “vita in abbondanza”, come promette Gesù.
Non caratteristica omologante, banalizzante, irrigidente; ma risposta al soffio sempre nuovo dello Spirito, che crea comunione valorizzando le differenze – poiché è lo Spirito Santo che «sta all’origine dei nobili ideali e delle iniziative di bene dell’umanità in cammino»[4].
Non si tratta di un insieme di valori astrattamente sottoscritti e formalisticamente onorati, ma dell’armonia di tutte quelle virtù che incarnano i valori nella vita.
Non mera capacità di respingere il male per attaccarsi al bene, ma atteggiamento stabile, pronto e gioioso nel vivere bene il bene.
Non una meta che si raggiunge in un istante, ma un cammino progressivo, secondo la pazienza e la benevolenza di Dio, che interpella la libertà e l’impegno personale.
Non atteggiamento escludente nei confronti del diverso, bensì fondamentale esperienza del vero, del bene, del giusto e del bello.

In definitiva, la santità è la vita secondo le beatitudini, per divenire sale e luce del mondo; cammino di profonda umanizzazione, come è ogni autentica esperienza spirituale. Perciò diventare santi non esige di alienarsi da sé o di allontanarsi dai propri fratelli, ma di vivere una intensa vita coraggiosa, umanizzante, e una esperienza (talvolta faticosa) di comunione e di relazione con gli altri.

“Farsi santi” è il primo e il più urgente compito per un cristiano

Sant’Agostino afferma: «Sarà vera vita la mia vita, tutta piena di te»[5] . È in Lui, cioè in Dio stesso, che sta la ragione della possibilità del cammino nella santità alla sequela di Cristo. Il cammino della santità è reso possibile al cristiano dal dono di Dio in Cristo: in Lui – di cui i santi, e anzitutto la Vergine Maria, sono meraviglioso riflesso – si rivela al contempo la pienezza del volto del Padre e il vero volto dell’uomo.
In Gesù Cristo il volto di Dio e il volto dell’uomo risplendono “insieme”. In Gesù incontriamo l’uomo di Galilea e il volto del Padre: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9).

Gesù, Verbo fatto carne, è la piena e definitiva parola del Padre. Dall’istante dell’incarnazione, la volontà di Dio si incontra nella persona di Cristo. Egli ci mostra, nella sua vita, nelle sue parole e nei suoi silenzi, nelle sue scelte e nelle sue azioni, e soprattutto nella sua passione, morte e risurrezione, qual è il progetto di Dio per l’uomo e la donna, qual è la sua volontà e il modo di corrispondervi.

Questo progetto di Dio per ciascuno di noi oggi è semplicemente la pienezza della vita cristiana che si misura sulla statura che Cristo raggiunge in noi, e dal grado in cui, con la grazia dello Spirito Santo, modelliamo la nostra vita secondo quella di Gesù il Signore. Non significa, dunque, realizzare cose straordinarie ma vivere uniti al Signore, facendo nostri i suoi gesti, i suoi pensieri e comportamenti. Di fatto anche accostarsi all’Eucaristia significa esprimere e testimoniare che desideriamo assumere e fare nostro lo stile, il modo di vivere e la stessa missione di Gesù Cristo.
Lo stesso Concilio Vaticano II, nella Costituzione sulla Chiesa, ha proclamato con decisione la chiamata universale alla santità, affermando che nessuno ne è escluso: «Nei vari generi di vita e nei vari compiti una unica santità è coltivata da quanti sono mossi dallo Spirito di Dio e, obbedienti alla voce del Padre e adorando in spirito e verità Dio Padre, camminano al seguito del Cristo povero, umile e carico della croce, per meritare di essere partecipi della sua gloria» (LG, 41).

La “santità della porta accanto” e la chiamata universale alla santità.

Edith Stein, ancora atea, scrive di avere ricevuto una spinta decisiva verso la conversione da due incontri: quello con la moglie di un amico ucciso in guerra, la quale, rimasta vedova, pur nel lacerante dolore, attestava la sorprendente luce e forza della fede; e quello in una chiesa (dove Edith si trovava solo per interesse artistico) con un’anziana signora, entrata con le borse della spesa, nel bel mezzo di una giornata piena di impegni, per vivere un momento di intensa confidenza e adorazione di Gesù Eucaristia.

Don Bosco ha avuto come mamma e prima maestra Margherita Occhiena: una semplice contadina priva di istruzione, senza alcuna preparazione teologica, ma con l’intelligenza del cuore e l’obbedienza della fede.

Santa Teresa di Lisieux diceva che da piccola non capiva molto di quanto diceva il sacerdote, ma che le bastava guardare il volto di papà Louis per capire tutto.

Nessuno di questi laici – Anna Reinach amica di Edith, l’ignota signora con le borse della spesa, mamma Margherita o papà Louis Martin – ha mai pensato nella propria vita di essere santo, né si è accorto dell’influsso esercitato sulle persone circostanti con il suo modo di agire ordinario.

La presenza di queste figure semplici e decisive, di questi «santi della porta accanto» – come li definisce papa Francesco (GE,7) – ricorda che nella vita l’importante è essere santi, non venire un giorno riconosciuti tali. Inoltre, aiuta a riflettere sul fatto che i santi canonizzati per primi, attingono alla santità umile del popolo di Dio: la gloria degli uni è anche quella degli altri, in una profonda e saldissima comunione.

Vivere la santità è, allora, l’esperienza di essere preceduti e salvati e imparare a corrispondere a questo amore fedele. È la responsabilità di rispondere a un dono grande.

In questo senso forse uno dei contributi più importanti alla spiritualità cristiana è quello del Vescovo di Ginevra, Francesco di Sales, con il suo sforzo di proporre la santità per tutti, facendo passare la “devozione” dei chiostri al mondo. Nella sua splendida opera Introduzione alla vita devota scrive: «Dio nella creazione comandò alle piante di produrre ognuna i propri frutti, secondo la sua specie; così egli vuole che i cristiani, piante vive della sua Chiesa, producano frutti di devozione, ognuno secondo la qualità, lo stato e la vocazione propria.

La devozione dev’essere praticata in modi diversi dal gentiluomo, dall’operaio, dal servo, dal principe, dalla vedova, dalla nubile e dalla sposata. E non basta questo, ma è necessario che la pratica della devozione sia adattata alle forze, alle occupazioni e ai doveri di ognuno in particolare. […] In qualunque stato ci troviamo, si può e si deve aspirare alla vita perfetta»[6].

La storia della Chiesa è fortemente segnata da tante donne e da tanti uomini che con la loro fede, con la loro carità e con la loro vita sono stati come fari che hanno illuminato e continuano ad illuminare tante generazioni nel tempo, incluso il presente. Essi sono una viva testimonianza di come la forza del Risorto nella loro vita ha raggiunto un livello tale per il quale, come san Paolo, hanno potuto affermare (tante volte senza usare le parole): «Non vivo più io, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20). E lo hanno manifestato talvolta con l’eroismo delle loro virtù, a volte con il sacrificio della propria vita nel martirio, e altre volte con «l’offerta della propria vita per gli altri, mantenuta fino alla morte» (GE, 5). Tuttavia esiste anche la santità senza nome, quella di coloro che non hanno raggiunto l’onore degli altari, la cui vita «forse non è stata sempre perfetta però, anche in mezzo a imperfezioni e cadute, hanno continuato ad andare avanti e sono piaciute al Signore» (GE, 3). È la santità della propria mamma, di una nonna o di altre persone vicine; è la santità del matrimonio, che è un bellissimo cammino di crescita nell’amore; la santità dei padri che crescono, maturano e si donano generosamente ai propri figli, tante volte con sacrifici non previsti. Uomini e donne, ricorda il Papa, che lavorano intensamente per procurare il pane in casa. Infermi che vivono la propria malattia in pace e con spirito di fede e in unione con Gesù sofferente; religiose anziane, con una vita donata e consumata, che hanno ancora un sorriso e una speranza… (cf. GE, 7).

Si può affermare con certezza che in tutte le epoche della storia della Chiesa e a tutte le latitudini ci sono stati, e ci sono, santi di tutte le età, di tutte le condizioni di vita, con caratteristiche molto diverse gli uni dagli altri.

L’ha espresso molto bene papa Benedetto XVI quando ha offerto la propria testimonianza dicendo: «Vorrei aggiungere che per me non solo alcuni grandi santi che amo e che conosco bene sono “indicatori di strada”, ma proprio anche i santi semplici, cioè le persone buone che vedo nella mia vita, che non saranno mai canonizzate. Sono persone normali, per così dire, senza eroismo visibile, ma nella loro bontà di ogni giorno vedo la verità della fede»[7].

Sicuramente ritroviamo tutto questo nel modo in cui tante persone hanno incarnato la via cristiana nella loro vita. Alcuni possono sembrare “piccoli” e altri “grandi”; ma tutti hanno percorso un cammino attraente e affascinante.

Lo stesso papa Benedetto conclude con una preziosissima espressione che, a mio giudizio, può riassumere magnificamente il messaggio della Strenna di quest’anno, quando dice: «Cari amici, come è grande e bella, e anche semplice, la vocazione cristiana vista in questa luce! Tutti siamo chiamati alla santità: è la misura stessa della vita cristiana»[8].

Maria di Nazareth: una singolare luce nel cammino di santità

Tutti questi percorsi semplici e molto spesso anonimi di santità hanno sempre un modello verso cui guardare e nel quale riflettersi. La santità cristiana ha in Maria di Nazareth, la Madre del Signore, del Figlio di Dio, il modello più bello e più vicino.

Maria è la donna dell’“Eccomi”, della piena e totale disponibilità alla volontà di Dio. Dicendo: «Avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38), Maria dichiara di trovare la piena e profonda felicità in tutto ciò che quel “fiat” supponeva nella fede. Non solo quando il Figlio lascia la casa e si separa da lei perché deve svolgere la missione del Padre; ma anche nel momento estremo in cui Maria sperimenta il dolore per la Sua crocifissione e morte. Un dolore atroce vissuto come madre.

In Maria, Madre del Signore, possiamo incontrare la ricchezza di una vita che ha accolto il disegno di Dio in ogni istante; una vita che è stata un “eccomi” permanente detto a Dio. Com’è affascinante, in questa prospettiva, contemplare Maria e meditare il valore dell’esistenza umana e il suo significato pieno nell’orizzonte dell’eternità!
La coraggiosa accoglienza del misterioso piano di Dio porta Maria ad essere Madre di tutti i credenti, modello di ascolto e di accoglienza della Parola di Dio per ciascuno di noi e guida sicura verso la santità. E questo perché ci insegna che solo Dio rende grande la nostra vita. «Solo se Dio è grande, anche l’uomo è grande. Con Maria dobbiamo cominciare a capire che è così. Non dobbiamo allontanarci da Dio, ma rendere presente Dio; far sì che Egli sia grande nella nostra vita; così anche noi diventiamo divini; tutto lo splendore della dignità divina è allora nostro»[9].

Per tale ragione è impensabile che il facile cammino di santità possa essere percorso dal cristiano senza guardare a Maria come Madre. Contemplarla è imparare a credere, imparare a sperare, imparare ad amare. E se pregheremo come lei e con lei, sperimenteremo certamente nel nostro cammino quotidiano quella consolazione che può venire solo da Dio. Inoltre, invocandola come Madre del Figlio di Dio, apriremo i nostri cuori al dono della sua intercessione come Madre del Figlio e dei suoi figli[10].

Con sensibilità salesiana…

Pertanto si potrebbe dire che se si diventa santi, si ha tutto. Se non ci si fa santi, si perde tutto. La meta della santità e l’invito, quasi struggente, a raggiungerla, è anche il grande messaggio di Don Bosco, il perno intorno a cui ruota l’intera sua proposta spirituale e la sua testimonianza di vita.
La santità che propone Don Bosco è facile e simpatica, ma anche robusta e così si comunica. Nell’affermazione di Domenico Savio: «Io voglio farmi santo, io debbo farmi santo e non sarò felice fino a quando non mi sarò fatto santo»[11], risuona molto – se non tutto – di quanto Don Bosco aveva saputo trasmettergli, sin dalla predica in cui Domenico aveva potuto ascoltare queste incoraggianti parole: «Farsi santi è facile. Tutti dobbiamo farci santi. È preparato in cielo un gran premio per chi diventa santo»[12]. Don Bosco stesso continua scrivendo che questa predica è stata la scintilla che ha acceso il cuore di Domenico Savio rendendolo un innamorato di Dio.

Nella sapienza di Don Bosco, il quale moderava il desiderio penitenziale di Domenico e gli raccomandava piuttosto fedeltà alla vita di preghiera, studio e doveri ben fatti, e assiduità alla ricreazione (e diciamo pure all’intera dimensione della vita di relazione), emergeva la consapevolezza, tipicamente salesiana, della chiamata universale alla santità.

Alla fondazione della Società di San Francesco di Sales prima e dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice poi (insieme a Maria Domenica Mazzarello cofondatrice), Don Bosco propone come obiettivo, fino ad oggi, la santificazione dei suoi membri[13].
Lo ricorda don Rua ai Salesiani, poco tempo dopo, quando li esorta con queste parole: «Ciò pure c’inculcò il nostro amatissimo Don Bosco nel 1° articolo della Santa Regola, ove ci dice che scopo della nostra Pia Società si è prima la cristiana perfezione de’ suoi membri e poi ogni opera di carità spirituale e corporale verso la gioventù»[14]. Senza di essa, l’intero slancio apostolico verso i giovani si rivelerebbe sterile. Don Bosco sa perfettamente che il primo, più radicale e decisivo modo di aiutare gli altri è essere santi.

In questa «scuola di nuova e attraente spiritualità apostolica»[15], Don Bosco legge il vangelo con originalità pedagogica e pastorale, la quale «comporta essenzialmente una “sintesi nuova”, equilibrata, armonica e, a suo modo, organica degli elementi comuni alla santità cristiana, dove le virtù e i mezzi di santificazione hanno una propria collocazione, un dosaggio, una simmetria e una bellezza che li caratterizzano»[16].

II. GESÙ È LA FELICITÀ

La proposta della santità è rivolta ad ogni cristiano perché essa è pienezza di vita e sinonimo di felicità, di beatitudine. E noi cristiani incontriamo la felicità seguendo Gesù Cristo.

Queste parole sono dirette ai giovani, sono per loro, ma sappiamo bene che «la santità è anche per te», riguarda tutti: giovani, educatori, padri e madri, laiche e laici consacrati, religiose, religiosi, presbiteri. In breve, queste mie parole sono rivolte a tutti e a ciascuno dei membri della nostra Famiglia Salesiana, in modo che tutti ci sentiamo inclusi, e riguardano naturalmente tutto il Popolo di Dio.

Sono molto belli i messaggi che, con forte convinzione, papa Giovanni Paolo II, papa Benedetto XVI e papa Francesco, hanno inviato ai giovani, e non dovrebbero risultarci estranei. Raccoglierò solo un piccolo campione di quei messaggi, con un denominatore comune: in tutti, i Papi chiedono ai giovani di correre il rischio di accettare Gesù come garanzia della loro felicità.

Questa fu la grande sfida che san Giovanni Paolo II lanciò quando disse ai giovani del mondo: «In realtà è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. È Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna»[17].

Non meno esplicito è stato papa Benedetto XVI quando ha detto ai giovani: «Cari giovani, la felicità che cercate, la felicità che avete diritto di gustare ha un nome, un volto: quello di Gesù di Nazareth, nascosto nell’Eucaristia […] Siatene pienamente convinti: Cristo nulla toglie di quanto avete in voi di bello e di grande, ma porta tutto a perfezione per la gloria di Dio, la felicità degli uomini, la salvezza del mondo […]. Lasciatevi sorprendere da Cristo! Concedetegli il “diritto di parlarvi”»[18].

E papa Francesco dice ai giovani che la felicità non è negoziabile, non ammette la riduzione delle aspettative a livelli che alla fine non la garantiscono in modo solido ed elevato, ma solo come qualcosa che può essere consumato in “piccole dosi”, e che, come viene, va e naturalmente non è la vera felicità o un percorso umano di piena realizzazione: «La vostra felicità non ha prezzo e non si commercia; non è una “app” che si scarica sul telefonino»[19].

Don Bosco vuole i suoi giovani felici nel tempo e nell’eternità

Nell’incipit della sua Lettera da Roma, del 10 maggio 1884, Don Bosco scrive ai suoi giovani: «Uno solo è il mio desiderio: quello di vedervi felici nel tempo e nell’eternità»[20].
Alla conclusione della sua vita terrena, queste parole riassumono il cuore del suo messaggio ai giovani di ogni epoca e di tutto il mondo. Essere felici, come meta sognata da ogni giovane, oggi, domani, nel tempo. Ma non solo. “Nell’eternità” è quel di più che solo Gesù e la sua proposta di felicità, la santità appunto, sa offrire. È la risposta alla sete profonda del “per sempre” che arde nel cuore di ogni giovane.
Il mondo, le società di tutte le nazioni, non sono in grado di proporre questo “per sempre” e neppure la felicità eterna. Dio sì.

In Don Bosco tutto questo era chiarissimo, ed egli è stato capace di seminare nei suoi ragazzi il forte desiderio di diventare santi, di vivere per Dio e di raggiungere il paradiso: «Ha guidato i giovani sulla via della santità semplice, serena e gioiosa, unendo in una sola esperienza di vita il cortile, uno studio serio e un costante senso del dovere»[21].

III. SANTI PER I GIOVANI E CON I GIOVANI

La santità caratteristica del carisma salesiano in cui c’è spazio per tutti, consacrati e laici, ha poi una sua più specifica traduzione in relazione alla santità giovanile. Don Pascual Chávez, mio predecessore, scrisse all’inizio del suo ministero nella lettera Cari salesiani, siate santi!: «I giovani stessi aiutarono Don Bosco “ad iniziare, nell’esperienza giornaliera, uno stile di santità nuova, sulla misura delle esigenze tipiche dello sviluppo del ragazzo. Furono così, in qualche modo, contemporaneamente discepoli e maestri. La nostra è una santità per i giovani e con i giovani; perché anche nella ricerca della santità, “i giovani e i Salesiani camminano insieme”: o ci santifichiamo con loro, camminando ed imparando con loro, o non saremo mai santi»[22]. L’autentico cuore salesiano della nostra Famiglia deve essere santo per raggiungere i giovani; ma non ignora il dovere, ancora più radicale, di santificarsi in mezzo ai giovani e insieme ad essi.

Questo desiderio può essere riferito a tutti e a ciascuno dei 31 gruppi che formano la nostra Famiglia Salesiana. Con vero interesse ho cercato i riferimenti alla santità nelle Costituzioni e nei Regolamenti delle diverse congregazioni della nostra Famiglia, nel Progetto di Vita apostolica dei Salesiani Cooperatori, negli Ideari, Statuti e Regolamenti (secondo i nomi loro propri) di tutti i gruppi che appartengono all’albero del nostro carisma. Posso assicurarvi che, in un modo o nell’altro, tutti contempliamo la santità come un obiettivo e uno scopo per il quale siamo nati anche come istituzione religiosa, al fine di conseguirla nella nostra stessa vita. Una santità che, quindi, è proposta a ciascuno dei membri e che si propone come obiettivo nell’apostolato rivolto agli altri.

La giovinezza, un tempo per la santità

Convinti che «la santità è il volto più bello della Chiesa» (GE, 9), prima di proporla ai giovani siamo chiamati tutti a viverla e a testimoniarla, divenendo così una comunità “simpatica”, come narrano in varie occasioni gli Atti degli Apostoli (cf. GE, 93). Solo vivendo questa coerenza è possibile accompagnare i giovani sulle vie della santità.

Se sant’Ambrogio affermava che «ogni età è matura per la santità»[23], senza dubbio lo è anche la giovinezza! Nella santità di numerosi giovani la Chiesa riconosce la grazia di Dio che previene e accompagna la storia di ciascuno, la valenza educativa dei sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione, la fecondità di cammini condivisi nella fede e nella carità, la carica profetica di questi “campioni” che spesso hanno sigillato nel sangue il loro essere discepoli di Cristo e missionari del Vangelo. Il linguaggio più richiesto dai giovani di oggi è la testimonianza di una vita autentica. Per questo motivo la vita dei giovani santi è la vera parola della Chiesa; e l’invito ad intraprendere una vita santa, è l’appello più necessario di cui i giovani oggi hanno bisogno. Un autentico dinamismo spirituale e una feconda pedagogia della santità non deludono le aspirazioni profonde dei giovani: il loro bisogno di vita, di amore, di crescita, di gioia, di libertà, di futuro e anche di misericordia e riconciliazione.

Certamente la proposta ha il sapore di una vera sfida. Se da una parte è molto attraente, dall’altra crea timore e indecisione. Necessita di superare il rischio di «accontentarsi di un’esistenza mediocre, annacquata e inconsistente» (GE, 1); suppone di vincere la tentazione di “vivacchiare” perché la sfida della santità non è un’altra cosa rispetto alla vita di tutti i giorni, ma è esattamente questa stessa esistenza ordinaria vissuta in maniera straordinaria, perché resa bella dalla grazia di Dio. Il frutto dello Spirito Santo è infatti una vita vissuta nella gioia e nell’amore, e in questo consiste la santità. In questo senso è prezioso l’esempio che il Papa ci offre nell’Esortazione apostolica presentando la testimonianza di vita del Card. Francesco Saverio Nguyên Van Thuân, che visse lunghi anni in carcere. Egli rinunciò a consumarsi nell’attesa della liberazione, e prese un’altra decisione: «Vivo il momento presente, colmandolo di amore e […] afferro le occasioni che si presentano ogni giorno, per compiere azioni ordinarie in un modo straordinario» (GE, 17).

Giovani santi e giovinezza dei santi

«Gesù invita ogni suo discepolo al dono totale della vita, senza calcolo e tornaconto umano. I santi accolgono quest’invito esigente e si mettono con umile docilità alla sequela di Cristo crocifisso e risorto. La Chiesa contempla nel cielo della santità una costellazione sempre più numerosa e luminosa di ragazzi, adolescenti e giovani santi e beati che dai tempi delle prime comunità cristiane giungono fino a noi. Nell’invocarli come protettori, li indica ai giovani come riferimenti per la loro esistenza»[24]. In varie inchieste, anche in quelle preparatorie per il Sinodo dei Vescovi sui giovani, i giovani stessi riconoscono di essere «più recettivi di fronte a “una narrativa della vita” [rispetto] a un astratto sermone teologico»[25] e considerano per loro molto rilevante la vita dei santi. Perciò, senza dubbio, diventa importante presentarli in modo adatto alla loro età e condizione.

Merita anche ricordare che accanto ai “Santi giovani” vi è la necessità di presentare ai giovani la “giovinezza dei Santi”. Tutti i Santi, infatti, sono passati attraverso l’età giovanile e sarebbe utile ai giovani di oggi mostrare in che modo i Santi hanno vissuto il tempo della loro giovinezza. Si potrebbero così intercettare molte situazioni giovanili non semplici né facili, dove però Dio è presente e misteriosamente attivo. Mostrare che la Sua grazia è all’opera, attraverso percorsi tortuosi di paziente costruzione di una santità che matura nel tempo per tante vie impreviste, può aiutare tutti i giovani, nessuno escluso, a coltivare la speranza di una santità sempre possibile.

L’ultimo numero del documento finale del Sinodo afferma, in sintonia con quanto stiamo dicendo, che anche la santità dei giovani fa parte della santità della Chiesa, perché «i giovani sono parte integrante della Chiesa. Lo è quindi anche la loro santità, che in questi ultimi decenni ha prodotto una multiforme fioritura in tutte le parti del mondo: contemplare e meditare durante il Sinodo il coraggio di tanti giovani che hanno rinunciato alla loro vita pur di mantenersi fedeli al Vangelo è stato per noi commovente; ascoltare le testimonianze dei giovani presenti al Sinodo che nel mezzo di persecuzioni hanno scelto di condividere la passione del Signore Gesù è stato rigenerante. Attraverso la santità dei giovani la Chiesa può rinnovare il suo ardore spirituale e il suo vigore apostolico»[26].

IV. COSA VUOL DIRE: «LA SANTITÀ ANCHE PER TE!»?

Papa Francesco lo esprime in modo semplice e diretto.

Dopo aver affermato che per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi, aggiunge: «Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova. Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli. Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire a Gesù. Hai autorità? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali» (GE 14).

Questo ci incoraggia a tradurre in parole semplici la sfida che abbiamo e che si presenta come una preziosa provocazione per tutti e ciascuno di noi, a tutte le età e tappe della vita.

Che cos’è allora la santità, questa santità che ci viene presentata così vicina e accessibile al giovane, alla donna e all’uomo di oggi?

→ Si tratta di una cosa vicina, reale, concreta, possibile. Anzi è la vocazione fondamentale all’amore come riconosce il Concilio Vaticano II (LG, 11); l’anima, l’essenza di questa chiamata alla santità per ogni persona è la carità pienamente vissuta: «Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1 Gv 4,16).

→ Si tratta di far fruttificare la grazia del Battesimo senza aver paura che Dio ci chieda troppo: «Lascia che la grazia del tuo Battesimo fruttifichi in un cammino di santità. Lascia che tutto sia aperto a Dio e a tal fine scegli Lui, scegli Dio sempre di nuovo» (EG, 15). Concretamente si tratta di vivere nello Spirito, lasciarsi guidare nella semplicità della vita quotidiana dallo Spirito Santo senza temere di puntare in alto e lasciandosi amare e liberare da Dio stesso.

Papa Benedetto XVI invitava i giovani, tutti i giovani, ad «aprirsi all’azione dello Spirito Santo, che trasforma la nostra vita, per essere anche noi come tessere del grande mosaico di santità che Dio va creando nella storia, perché il volto di Cristo splenda nella pienezza del suo fulgore. Non abbiamo paura di tendere verso l’alto, verso le altezze di Dio; non abbiamo paura che Dio ci chieda troppo»[27].

→ Si tratta di essere santi contenti perché così ci ha sognato Dio

«Quanto detto finora non implica uno spirito inibito, triste, acido, malinconico, o un basso profilo senza energia. Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo» (GE, 122). Giovanni Bosco, quando era giovane, ha fondato la Società dell’allegria e Domenico Savio era abituato a dire ai nuovi arrivati all’oratorio: «Qui facciamo consistere la santità nello stare molto allegri»[28] (sebbene sappiamo che non fosse una gioia superficiale ma molto ben radicata nel profondo, nell’interiorità, nella responsabilità dinanzi alla vita e davanti a Dio stesso).

Don Bosco ha capito molto bene, e così l’ha trasmesso ai suoi ragazzi, che impegno e gioia vanno insieme, e che santità e gioia sono un binomio inseparabile. Il suo, quindi, è un invito e una chiamata alla “santità della gioia” e alla gioia vissuta in una vita santa. Ciò non significa ignorare che l’impegno della santità comporta coraggio perché è, in altre parole, un percorso che va “contro corrente”, un cammino non poche volte di contestazione, nel quale in alcuni momenti dobbiamo essere come Gesù “segni di contraddizione”.

→ Si tratta di un cammino, quello della santità, che accetta la dimensione della croce.

Papa Francesco ci ricorda la solidità interiore per essere perseveranti e costanti nel bene; richiama la vigilanza nel «lottare e stare in guardia davanti alle nostre inclinazioni aggressive ed egocentriche per non permettere che mettano radici» (EG, 114); incoraggia la parresia evangelica per non lasciarsi dominare dalla paura; soprattutto invita a non smettere di stare in contemplazione del Crocifisso, fonte di grazia e di liberazione: «E se davanti al volto di Cristo ancora non riesci a lasciarti guarire e trasformare, allora penetra nelle viscere del Signore, entra nelle sue piaghe, perché lì ha sede la misericordia divina» (EG, 151).

Forse il riferimento alla Croce non è più tanto frequente tra noi oggi, ma sicuramente anche in questo dobbiamo cambiare. Non si può vivere un’autentica vita cristiana e un cammino di santità nel quotidiano lasciando ai margini la Croce.

Avendo partecipato durante l’ultimo Sinodo alla canonizzazione di san Paolo VI, celebrata insieme a quella di altri sei santi, trovo queste sue parole molto opportune: «Che cosa sarebbe un Vangelo, cioè un cristianesimo, senza la croce, senza il dolore, senza il sacrificio di Gesù? Sarebbe un Vangelo, un cristianesimo senza la Redenzione, senza la salvezza, della quale abbiamo assoluto bisogno. Il Signore ci ha salvato con la Croce; ci ha ridato la speranza, il diritto alla vita con la sua morte. Portare la croce! Grande cosa, grande cosa, figli carissimi! Vuol dire affrontare la vita con coraggio, senza mollezza e senza viltà; vuol dire trasformare in energia morale le difficoltà immancabili della nostra esistenza; vuole dire, saper comprendere il dolore umano e finalmente saper veramente amare!»[29].

→ Si tratta di vivere la santità perché non allontana dai propri doveri, interessi, affetti, ma li assume nella carità. La santità è la perfezione della carità e risponde dunque al bisogno fondamentale dell’uomo: quello di essere amato e di amare. Tanto più santo, quanto più uomo e donna, perché «non è che la vita abbia una missione, ma […] è missione» (GE, 27).

La santità è dunque un cammino di umanizzazione. «Ci occorre uno spirito di santità che impregni tanto la solitudine quanto il servizio, tanto l’intimità quanto l’impegno evangelizzatore, così che ogni istante sia espressione di amore donato sotto lo sguardo del Signore. In questo modo, tutti i momenti saranno scalini nella nostra via di santificazione» (GE, 31).

La santità pertanto coincide con la piena fioritura dell’umano. Essa non è la proposta di un cammino disincarnante e decontestualizzante, ma permette di sperimentare in modo sempre più pieno e vero la propria umanità e l’umanità dei fratelli. Nel volto di un vero santo, si percepisce sempre, chiaramente, l’uomo o la donna che egli è, con tutta la ricchezza affettiva, volitiva, intellettiva e relazionale che lo contraddistingue: «Nei Santi diventa ovvio: chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino»[30].

Vi invito fin d’ora a ricordare, quando alla fine del commento parleremo dei nostri santi, beati, servi di Dio e venerabili della nostra Famiglia Salesiana, la preziosa testimonianza che ci offrono con la loro vita.

Don Bosco stesso, nella sua grande umanità, fu il primo ad aver trovato, guarito, riconciliato i ragazzi che spesso giungevano all’Oratorio avendo vissuto situazioni difficili di povertà affettiva, di difficoltà economiche, di orfanezza e abbandono. A questi ragazzi ha offerto tutta la ricchezza dello spirito di famiglia e del Sistema Preventivo, in un clima magnifico, anche spirituale, che ha aiutato a guarirli. Tali ferite sono guarite grazie alla paternità di Don Bosco stesso, al clima di famiglia, di gioia e al cammino di fede e di amicizia con Gesù a cui Don Bosco ha condotto i suoi ragazzi.

A Mornese Madre Mazzarello e le prime sorelle hanno vissuto, con la sensibilità propria della donna, questo incontro con l’umanità di quelle bambine e ragazze povere, accolte nella prima casa delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

E così la nostra storia si è ripetuta in tanti gruppi della nostra Famiglia Salesiana, con un tratto, tipicamente nostro, che è anche del Vangelo, e che ci ha permesso di prenderci cura e di guarire l’umanità di ogni persona con la quale ci siamo incontrati.

→ Si tratta di una santità che è anche un “dovere” e un dono (cioè una vocazione, una responsabilità, un impegno e un dono). La santità è partecipazione alla vita di Dio, non una perfezione moralisticamente intesa e che si presume di conseguire con le sole proprie forze. Infatti una vita santa non è principalmente frutto di un nostro sforzo, delle nostre azioni. È Dio, il tre volte Santo (cf. Is 6,3) che ci rende santi attraverso l’azione dello Spirito Santo, il quale interiormente ci dà forza e volontà.
La santità è impegno e responsabilità. È qualcosa che solo tu puoi fare: «Voglia il Cielo che tu possa riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita» (GE 24).

E per i consacrati e le consacrate della nostra Famiglia Salesiana questo dovere diventa indispensabile. Paolo VI lo disse in modo radicale: «La vita religiosa deve essere santa, o non ha più ragione di essere»[31].

V. ALCUNI POSSIBILI INDICATORI DELLA SANTITÀ

Offro alcuni suggerimenti che possono essere validi per ciascuno personalmente e per la nostra missione. Mi permetto di segnalare i seguenti indicatori.

Vivere la vita di ogni giorno come luogo di incontro con Dio.
Il cuore dello spirito salesiano, che ci distingue come una Famiglia carismatica, si caratterizza per il fatto di concepire la vita in modo positivo e di intenderla, giorno dopo giorno, come il luogo dell’incontro con Dio. Tale luogo è attraversato da una rete ricca di relazioni, lavoro, gioia e relax, vita familiare, sviluppo delle proprie capacità, donazione, servizio …, tutti vissuti alla luce di Dio. E ciò si concretizza, in modo semplice, in quella convinzione molto salesiana che viene dallo stesso Don Bosco: per essere santo devi fare bene quello che devi fare.

È la proposta della santità della vita quotidiana. Se Teresa d’Avila trova la santità tra le stoviglie di una cucina, e Francesco di Sales dimostra che il cristiano può vivere nel mondo, in mezzo agli impegni della vita e alle preoccupazioni ed essere santo, Don Bosco con la semplicità della gioia, dell’esatto compimento del proprio dovere e di una vita vissuta tutta per amore del Signore, crea con i suoi ragazzi a Valdocco una vera scuola di santità.

Essere persone e comunità di preghiera.
La santità è il dono più grande che possiamo offrire ai giovani e – aggiungo – oggi i giovani, i ragazzi e le loro famiglie, hanno bisogno della testimonianza della nostra vita. E, come ho detto, questa santità semplice sarà il dono più prezioso che possiamo offrire loro.

Tuttavia, questo cammino non è possibile senza coltivare una profondità di vita, senza una fede autentica e senza la preghiera come espressione di questa stessa fede. Papa Francesco afferma: «Non credo nella santità senza preghiera» (GE 147). Ed effettivamente tutto questo è impossibile senza l’intimità con il Signore Gesù: preghiera di ringraziamento, espressione di riconoscenza al Dio trascendente; preghiera di supplica, espressione del cuore che confida in Dio; preghiera di intercessione, espressione di amore fraterno; preghiera di adorazione, espressione che riconosce la trascendenza di Dio; preghiera di meditazione della Parola, espressione del cuore docile e obbediente; preghiera eucaristica, culmine e fonte del cammino di santità.

– Sviluppare nella nostra vita i frutti dello Spirito Santo: amore, carità, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé… La santità non è litigio, contesa, invidia, divisione, fretta. «La santità non ti rende meno umano, perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia» (GE, 34).
– Praticare le virtù: non solo rifiutare il male e attaccarsi al bene, ma appassionarsi al bene, compiendo bene il bene, tutto il bene… Preghiera e azione nel mondo, servizio e donazione e anche tempi per il silenzio. Vita di famiglia e responsabilità nel lavoro. «Tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo, ed entra a far parte del cammino di santificazione, e ci santifichiamo nell’esercizio responsabile e generoso della nostra missione» (GE, 26).

Allora, perseguire la vita buona del Vangelo nella pratica gioiosa e costante delle virtù sarà veramente una via semplice di santità.

– Testimoniare la comunione
Il cammino della santità si sperimenta insieme e la strada della santità è un cammino vissuto in comunità e si consegue insieme. I santi stanno sempre insieme, in compagnia. Dove ce n’è uno, ne troviamo sempre molti altri. La santità del quotidiano fa fiorire la comunione ed è un generatore “relazionale”. Ci si fa santi insieme. Non è possibile essere santi da soli e Dio non ci salva da soli: «perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato» (GE, 6). La santità si nutre di relazioni, di confidenza, di comunione perché la spiritualità cristiana è essenzialmente comunitaria, ecclesiale, profondamente diversa e molto lontana da una visione elitaria o eroica della santità.

Al contrario non c’è santità cristiana là dove si dimentica la comunione con gli altri, dove si dimentica di cercare e guardare il volto dell’altro, dove si dimentica la fraternità e la rivoluzione della tenerezza.

– Capire che la vita di ciascuno è una missione
Il Papa chiede decisamente di concepire la totalità della propria vita come una missione. A volte, in momenti difficili, una persona si chiede che senso ha la propria esistenza, qual è la ragione per cui vivere, la motivazione del suo esserci nel mondo, quale contributo personale dovrebbe offrire… Ebbene, in tutti questi casi si sta domandando: qual è la mia missione? E alla luce di questo aspetto si scopre che «per un cristiano non è possibile pensare alla propria missione sulla terra senza concepirla come un cammino di santità» (GE, 19), dando sempre il meglio di sé in questo impegno.

Alcune case salesiane, come Valdocco, Mornese, Valsalice, Nizza, Ivrea, San Giovannino… attestano fin dall’inizio la santità come esperienza condivisa, che fiorisce nell’amicizia, nella dedizione e nel servizio (oggi diciamo vita come “vocazione e missione”).

– Cercare la semplicità (che non è facilità) delle Beatitudini (cf. GE, 70-91).
Nell’annuncio delle Beatitudini Gesù ci ha offerto un vero cammino di santità. Le Beatitudini «sono come la carta d’identità del cristiano» (GE, 63).
In esse ci è proposto un modo di vivere nel quale si realizzano processi che vanno dalla povertà di cuore, che vuol dire anche austerità di vita, al reagire con umile mitezza in un mondo dove si litiga facilmente e per qualunque cosa; dal coraggio di lasciarsi “trafiggere” dal dolore altrui e averne compassione al cercare con vera fame e sete la giustizia, mentre altri si spartiscono la torta della vita ottenuta per mezzo dell’ingiustizia, della corruzione e dell’abuso di potere.

Le Beatitudini inducono il cristiano a guardare e ad agire con misericordia, che significa aiutare gli altri e anche perdonare; lo spingono a mantenere un cuore puro e libero da tutto ciò che sporca l’amore verso Dio e verso il prossimo. La proposta di Gesù ci chiede di seminare pace e giustizia e costruire ponti tra le persone. Chiede anche di accettare le incomprensioni, le falsità nei confronti di se stessi e, in definitiva, tutte le persecuzioni, anche le più subdole, che esistono oggi.

– Crescere nei piccoli gesti (GE, 16). È un altro semplice indicatore, pratico e alla portata di tutti. Dio ci chiama alla santità mediante i piccoli gesti, attraverso le cose semplici, quelle che senza dubbio possiamo scoprire negli altri e realizzare in noi stessi nella vita di ogni giorno; incoraggiati anche dal fatto che il percorso di santità non è né unico né lo stesso per tutti.

Si percorre un cammino di santità nella propria condizione di uomo e di donna. In questo senso la tenerezza femminile, la finezza dei piccoli dettagli e dei gesti sono un magnifico esempio per tutti. Per questa ragione papa Francesco dice: «Voglio sottolineare che anche il “genio femminile” si manifesta in stili femminili di santità, indispensabili per riflettere la santità di Dio in questo mondo e […] mi preme ricordare tante donne sconosciute o dimenticate le quali, ciascuna a modo suo, hanno sostenuto e trasformato famiglie e comunità con la forza della loro testimonianza» (GE, 12).

– Tutto, tranne rinunciare a volare quando siamo nati per le vette!
Sono tanti piccoli passi che ci possono aiutare a fare un cammino nella santità, in questa santità semplice, anonima ma che modella la nostra esistenza in un modo bello. Come ho detto, tutto può aiutare; tutto eccetto la rinuncia a volare quando siamo nati per le vette! Poiché siamo «scelti da Dio, santi, amati» (Col 3,12).
Ciò che voglio dire è espresso magnificamente da Mamerto Menapace[32] in una bella storia, una bella metafora che parla del dilemma tra lo stare al livello del suolo o prendere il volo verso Dio, verso la santità, verso le cime.
Il racconto dice così:
Una volta un contadino, che stava camminando su un sentiero in alta montagna, trovò tra le rocce in prossimità della vetta uno strano uovo: troppo grande per essere di gallina e troppo piccolo per essere quello di uno struzzo.
Non sapendo cosa fosse, decise di prenderlo con sé.
Giunto in casa lo mostrò alla moglie. Lei aveva un tacchino che stava covando sul proprio nido. Vedendo che l’uovo aveva più o meno le dimensioni degli altri, andò a metterlo sotto la coda del tacchino.
I pulcini iniziarono a rompere il guscio e lo stesso fece il piccolo nell’uovo preso in montagna. E anche se sembrava essere un animale diverso dagli altri, le differenze non erano tali da farlo sfigurare nei confronti del resto della nidiata, nonostante si trattasse di un piccolo di condor. Pur covato da un tacchino, aveva un’altra origine.
Dato che non aveva nessun altro modello da cui imparare, il piccolo condor imitava ciò che vedeva fare dai tacchini. Seguiva il grande tacchino cercando vermi, semi e spazzatura. Scavava la terra e, saltellando, cercava di strappare i frutti dai cespugli. Viveva nel pollaio e aveva paura dei cani che venivano spesso a rubargli il cibo. Di notte si arrampicava sui rami del carrubo per timore delle donnole e di altri predatori. Viveva in questo stato, imitando ciò che vedeva fare agli altri.
A volte si sentiva un po’ strano. Soprattutto quando aveva l’opportunità di stare da solo. Ma ciò non accadeva spesso. Infatti i tacchini non tollerano la solitudine, né che altri stiano da soli. È una specie che ama muoversi sempre in branco, gonfiare il petto per impressionare, aprire la coda e trascinare le ali. Nei confronti di ciò che li colpisce, la risposta immediata è un forte scherno.
Caratteristica dei tacchini è questa: nonostante abbiano grandi dimensioni, non volano.
Un mezzogiorno, mentre il cielo limpido era attraversato da nuvole bianche, il piccolo animale fu sorpreso di vedere alcuni strani uccelli che volavano maestosamente, quasi senza muovere le ali. Sentì una scossa nel profondo del suo essere. Qualcosa come una vecchia chiamata che voleva risvegliarlo nelle profondità delle sue fibre. I suoi occhi, abituati a guardare sempre il terreno in cerca di cibo, non riuscivano a distinguere ciò che accadeva nelle altezze. Il suo cuore si svegliò con una forte nostalgia: perché anch’io non posso volare così? Il suo cuore batteva veloce e con ansia.
In quel momento gli venne vicino un tacchino che gli chiedeva cosa stesse facendo. Rise di lui quando sentì il suo racconto. Gli disse che era un romantico e che avrebbe dovuto smettere di scherzare. Loro erano qualcos’altro. Doveva tornare alla realtà e gli propose di accompagnarlo in un luogo dove aveva trovato tanta frutta matura e tante qualità di vermi.
Disorientato, il povero animale si riprese dall’incantesimo e seguì il suo compagno che lo riportò al pollaio.
Riprese la sua vita normale, sempre tormentato da una profonda insoddisfazione interiore che lo faceva sentire strano.
Non ha mai scoperto la sua vera identità di condor.
Diventato vecchio, un giorno è morto. Sì, sfortunatamente è morto esattamente come aveva vissuto.

E pensare che era nato per le vette!

Si tratta della via della crescita cristiana verso la santità: «Non abbiamo paura di tendere verso l’alto, verso le altezze di Dio; non abbiamo paura che Dio ci chieda troppo»[33].

VI. CAMMINI DI SANTITÀ OGGI ALLA LUCE DELLA NOSTRA STORIA COME FAMIGLIA SALESIANA

– Vi sono molte strade nel cammino della santità

Noi sappiamo che alcuni sono santi, ma non sappiamo mai chi è più santo di un altro. Dio solo conosce i cuori. C’è una bellezza particolare in ciascuno. Non si deve chiedere a una persona ciò che essa non può e non deve dare. Dirlo è incoraggiante, risanante. Altrimenti ci convinceremmo di non poter diventare santi, perché non saremo mai come i santi che ci sono stati proposti come modello. «Non bisogna mettere nella santità più perfezione di quella che davvero vi è»[34]. Cioè: l’eroicità cristiana non è eroismo, la perfezione cristiana non è il perfezionismo del supereroe. «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore» (Gv 14,2). Il Paradiso è come un giardino: vi è l’umile violetta o il sublime giglio e la rosa. Nessuna condizione rappresenta un ostacolo insormontabile alla pienezza della gioia e della vita.

Con Don Bosco non incontriamo solo Domenico Savio, Giovanni Massaglia e Francesco Besucco; ma anche Michele Magone e tanti altri ragazzi difficili, la cui storia è caratterizzata da profonde ferite.
Nelle prime opere dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice, trovano la prima vera casa orfani e persone a vario titolo segnate da ingiustizie e traumi (Carlo Braga, Laura Vicuña…).
Vi sono poi ferite strettamente personali: sia Beltrami sia Czartoryski sapevano che non avrebbero mai potuto condurre una regolare vita oratoriana, a causa della malattia. Artemide Zatti si vide respinto dal sacerdozio, anch’egli a causa di una malattia. Francesco Convertini mostrava doti intellettuali modestissime e fu solo la sua irradiante santità a convincere i superiori a lasciarlo proseguire verso il sacerdozio. Alexandrina Maria da Costa si vide costretta a letto per una paralisi progressiva. La stessa situazione è stata vissuta da Nino Baglieri. Vera Grita, mistica salesiana, visse un analogo calvario, a seguito del trauma riportato in un incidente.

Così, nella casa di Don Bosco trova spazio e accoglienza una molteplicità di interlocutori a vario titolo feriti da vicende familiari o personali dolorose; persone che, sulla base di un mero criterio di umana prudenza o di efficienza, non avrebbero mai dovuto essere accettate. Figure che allo sguardo superficiale paiono contrastare in tutto e per tutto con la briosità gioiosa e persino “robusta” dello spirito salesiano. Eppure alla luce della fede si dimostra, con i fatti, che nessuna condizione personale costituisce un impedimento alla santità.

– Ogni santo è una parola di Dio incarnata
Non esistono due santi uguali. Imitare i santi non è copiarli. Ognuno necessita dei propri tempi e ha un suo cammino, poiché «i percorsi della santità sono personali»[35].
La galassia della santità è vasta e differenziata: perciò non va appiattita in un generico orientamento verso il bene, ma deve essere considerata come inesauribile sorgente di ispirazione e di progettualità. Immagini viventi del vangelo, i Santi ne interpretano lo spirito più genuino e sono lo specchio che riflette il volto di Gesù Cristo, il Santo di Dio. Essi diffondono il dono della bontà e della bellezza, non cedono alla moda passeggera ed effimera del tempo e, con lo slancio di un cuore perennemente giovane, rendono possibile il miracolo dell’amore. Con la forza della Grazia i Santi cambiano il mondo, ma anche la Chiesa, resa più evangelica e più credibile dalla loro testimonianza.

Lo Spirito Santo che ha ispirato gli autori sacri è lo stesso che anima i Santi a dare la vita per il Vangelo. Il loro differente modo di “incarnare” la santità costituisce una via sicura per intraprendere un’ermeneutica viva ed efficace della Parola di Dio.

– Ogni santo della nostra Famiglia Salesiana ci dice che la santità è possibile

Ogni nostro Santo, Beato, Venerabile, Servo di Dio è portatore di una ricchezza di aspetti che meritano maggiore considerazione e valorizzazione. Si tratta di contemplare un diamante dalle molteplici facce, alcune più visibili e attraenti, altre meno immediate e “simpatiche”, ma non per questo meno vere e decisive. Conoscere e far conoscere queste straordinarie figure di credenti genera un progressivo coinvolgimento nel loro stesso cammino, un appassionato interessamento alle loro vicende, una gioiosa condivisione dei progetti e delle speranze che animarono i loro passi.

Vi offro qualche esempio.

La santità dei giovani “a casa nostra”
Con le testimonianze di Domenico Savio, Laura Vicuña, Zeffirino Namuncurá, dei cinque giovani oratoriani di Poznan, di Alberto Marvelli e altri, sono 46 i Santi e Beati giovani della Famiglia Salesiana, al di sotto dei 29 anni.
In particolare meritano di essere sottolineati alcuni aspetti della testimonianza di san Domenico Savio:
  • Il richiamo alla realtà preventiva non solo come aspetto pedagogico educativo, ma come fatto teologico. Nella sua vita, come don Bosco stesso testimonia, c’è una grazia preventiva che opera e si manifesta[36].
  • Il valore decisivo rappresentato dalla Prima Comunione[37].
  • Il fatto che costituisca una sorta di capofila e di maestro nelle vie di Dio (così come anche Don Bosco lo vede nel sogno di Lanzo del 1876), come viene confermato dalla vita di tanti nostri beati, venerabili e servi di Dio che faranno propri i propositi di Domenico: Laura Vicuña, Zefirino Namuncurá, Giuseppe Kowalski, Alberto Marvelli, Giuseppe Quadrio, Ottavio Ortiz Arrieta.
  • Il ruolo di Domenico nella fondazione della Compagnia dell’Immacolata, vivaio della futura Congregazione salesiana, in rapporto con Giovanni Massaglia, vero amico delle cose dell’anima, di cui don Bosco affermò: «Se volessi scrivere i bei tratti di virtù del giovane Massaglia, dovrei ripetere in gran parte le cose dette del Savio, di cui fu fedele seguace finché visse»[38].

La santità missionaria del carisma salesiano, espressa in un numero notevole di uomini e donne, consacrati e laici, che mettono in evidenza: l’annuncio del vangelo, l’inculturazione della fede, la promozione della donna, la difesa dei diritti dei poveri e degli indigeni, la fondazione di Chiese locali. Impressiona profondamente il fatto che una grandissima parte di fratelli e sorelle della nostra Famiglia Salesiana che sono in cammino in vista del riconoscimento delle virtù eroiche e della loro santità, siano missionari e missionarie (Beata Maria Romero Meneses, FMA; Beata Maria Troncatti, FMA; Venerabile Vincenzo Cimatti).

La santità vittimale oblativa, che esprime la radice profonda del “Da mihi animas, coetera tolle”. Capofila di questa dimensione è il Venerabile don Andrea Beltrami (1870-1897), la cui testimonianza è paradigmatica di tutto un filone della santità salesiana che, partendo dalla triade Andrea Beltrami, Augusto Czartoryski, Luigi Variara, continua nel tempo con altre grandi figure quali la Beata Eusebia Palomino, la Beata Alexandrina Maria da Costa, la Beata Laura Vicuña, senza dimenticare la numerosa schiera dei martiri (tra i quali occorre menzionare i 95 martiri della guerra civile spagnola, e tra essi molti giovani confratelli in formazione e giovani sacerdoti).

La dimensione della “famiglia ferita”: famiglie dove è assente almeno una delle figure genitoriali, oppure la presenza della mamma e/o del papà diventa, per ragioni diverse (fisiche, psichiche, morali e spirituali), penalizzante per i figli. Lo stesso Don Bosco, che aveva sperimentato la morte prematura del padre e l’allontanamento dalla famiglia per la prudente volontà di Mamma Margherita, vuole l’opera salesiana particolarmente dedicata alla «gioventù povera e abbandonata».
  • La Beata Laura Vicuña, nata in Cile nel 1891, che non ha conosciuto un padre e la cui mamma inizia in Argentina una convivenza con il ricco possidente Manuel Mora. Laura, ferita dalla situazione di irregolarità morale della mamma, offre la vita per lei.
  • Il Servo di Dio Carlo Braga, nato in Valtellina (nel Nord Italia) nel 1889. È abbandonato piccolissimo dal padre e la sua mamma viene allontanata perché ritenuta, per un misto di ignoranza e maldicenza, psichicamente labile. Carlo incontra grandi umiliazioni e vedrà messa più volte in dubbio l’autenticità della propria vocazione salesiana, ma saprà maturare in questo travaglio una grande forza di riconciliazione e offrirà la testimonianza di una profonda paternità e bontà, soprattutto verso i genitori dei confratelli.
La dimensione vocazionale: nel contesto del bicentenario della nascita di Don Bosco ci sono state le beatificazioni di due confratelli martiri, che ci richiamano alcuni aspetti costitutivi del nostro carisma.
  • La figura di Stefano Sándor (1914-1953), beatificato nel 2013 (la causa iniziò nel 2006), ricorda la complementarità delle due forme dell’unica vocazione consacrata salesiana: quella laicale (coadiutore) e quella presbiterale. La luminosa testimonianza di Stefano Sándor, come salesiano coadiutore, esprime una scelta vocazionale chiara e decisa, un’esemplarità di vita, un’autorevolezza educativa e una fecondità apostolica, a cui guardare per una presentazione della vocazione e missione del salesiano coadiutore, con una predilezione per i giovani apprendisti e del mondo del lavoro.
  • Titus Zeman (1915-1969), beatificato a Bratislava il 30 settembre 2017 (la causa iniziò nel 2010). Quando il regime comunista cecoslovacco, nell’aprile del 1950, vietò gli ordini religiosi e iniziò a deportare consacrati e consacrate nei campi di concentramento, ritenne necessario organizzare dei viaggi clandestini verso Torino per consentire ai giovani salesiani di completare gli studi. Titus s’incaricò di realizzare questa rischiosa attività e organizzò due spedizioni per circa 20 giovani salesiani. Durante la terza spedizione don Zeman con gli altri fuggitivi fu arrestato. Subì un duro processo, durante il quale venne descritto come traditore della patria e spia del Vaticano, e condannato alla pena di morte. Visse il suo calvario con grande spirito di sacrificio e di offerta: «Anche se perdessi la vita, non la considererei sprecata, sapendo che almeno uno di quelli che ho aiutato è diventato sacerdote al posto mio».
La dimensione della “paternità e maternità salesiana”: dopo la grande paternità di Don Bosco, ricordiamo, tra altri, Santa Maria Domenica Mazzarello, il Beato Michele Rua, il Beato Filippo Rinaldi, il Beato José Calasanz, la Venerabile Mamma Margherita, il Venerabile Vincenzo Cimatti, la Venerabile Teresa Valsè, il Venerabile Augusto Arribat, il Servo di Dio don Carlo Braga, il Servo di Dio don Andrea Majcen…

La dimensione episcopale: nella variegata scia di santità fiorita alla scuola di Don Bosco, si distingue anche un significativo numero di vescovi, che hanno incarnato in modo speciale la carità pastorale, tipica del carisma salesiano, nel ministero episcopale: Luigi Versiglia (1873-1930), Martire e Santo; Luigi Olivares (1873-1943), Venerabile; Stefano Ferrando (1895-1978), Venerabile e Fondatore; Ottavio Ortiz Arrieta (1878-1958), Venerabile; Augusto Hlond (1881-1948), Venerabile, cardinale; Antonio de Almeida Lustosa (1886-1974), Servo di Dio; Oreste Marengo (1906-1998), Servo di Dio.

La dimensione della “filiazione carismatica”. È anche molto interessante notare che veneriamo alcuni santi che condivisero con Don Bosco alcune stagioni della vita, ne apprezzarono la santità, la fecondità apostolica ed educativa, ma poi percorsero il loro cammino con libertà evangelica, diventando a propria volta fondatori, con le loro perspicaci intuizioni, il genuino amore per i poveri e la sconfinata fiducia nella Provvidenza: San Leonardo Murialdo, San Luigi Guanella, San Luigi Orione.

Questa realtà descritta è tanto bella, ci riempie di responsabilità e ci incoraggia. Si vede chiaramente che siamo depositari di una preziosa eredità, che merita di essere meglio conosciuta e valorizzata. Il rischio è di ridurre questo patrimonio di santità a un fatto liturgico-celebrativo, non valorizzandone appieno le potenzialità di tipo spirituale, pastorale, ecclesiale, educativo, culturale, storico, sociale, missionario… I Santi, Beati, Venerabili e Servi di Dio sono pepite preziose che vengono sottratte dall’oscurità della miniera per poter brillare e riflettere nella Chiesa e nella Famiglia Salesiana lo splendore della verità e della carità di Cristo.

L’aspetto pastorale della loro persona tocca l’efficacia che queste figure possiedono quali esempi riusciti di un cristianesimo vissuto in particolari situazioni socio-culturali e politiche del mondo, della Chiesa e della stessa Famiglia Salesiana.

L’aspetto spirituale implica l’invito all’imitazione delle loro virtù come sorgente di ispirazione e di progettualità per il nostro stile di vita e per la nostra missione. La cura pastorale e spirituale di una causa è un’autentica forma di pedagogia della santità, a cui dovremmo, in forza del nostro carisma, essere particolarmente sensibili e attenti.

Concludo il commento alla Strenna con questa ricca e puntuale informazione, che mi giunge dalla nostra Postulazione. Senza dubbio sarà di grande interesse per la nostra Famiglia Salesiana e in modo speciale per tutti i gruppi di questo bellissimo albero della salesianità che vedono qualcuno dei loro membri coinvolto in uno di questi processi. Come scrisse Don Rua, la santità di tutti noi, suoi figli e sue figlie, sarà una prova della santità vissuta e lasciataci in eredità dallo stesso Don Bosco, amato Padre di tutta la Famiglia Salesiana diffusa nel mondo.

Miei cari fratelli e sorelle, posso tranquillamente affermare che il più grande bisogno e la più grande urgenza che abbiamo oggi nel nostro mondo salesiano non è di fare più cose, di progettare e riprogettare nuove realtà, di avviare nuove presenze…, bensì di mostrare ciò che le nostre vite comunicano personalmente e collettivamente, il nostro modo di vivere il Vangelo, che si sviluppa e si estende nel tempo, come prolungamento del modo di vivere di Gesù[39]. In definitiva è in gioco la nostra santità!

Siamo santi, come lo fu il nostro Padre e Fondatore della nostra bella Famiglia Salesiana oggi sparsa per il mondo!
Papa Giovanni Paolo II, oggi santo, ci ha rivolto una chiamata entusiastica che, sebbene fosse diretta a suo tempo ai Salesiani, vale per l’intera Famiglia Salesiana in generale e per ciascuno dei suoi gruppi. Riascoltiamola come una parola rivolta a ciascuno di noi e alla nostra Istituzione. Egli diceva così:

Volete «riproporre con coraggio “il tendere alla santità” come principale risposta alle sfide del mondo contemporaneo. Si tratta, in definitiva, non tanto di intraprendere nuove attività e iniziative, quanto piuttosto di vivere e testimoniare il Vangelo senza compromessi, sì da stimolare alla santità i giovani che incontrate. Salesiani del terzo millennio! Siate appassionati maestri e guide, santi e formatori di santi, come lo fu san Giovanni Bosco»[40].

Chiediamo a Maria, Madre e Ausiliatrice, che ci conceda la luce necessaria per vedere chiaramente e percorrere personalmente, con vero cuore, questo cammino di vita. Ella sostenga l’impegno di ciascuno e di tutta la nostra Famiglia Salesiana nel cammino della santità salesiana, per il bene di coloro ai quali siamo inviati e per noi stessi.
Possa Lei, la Madre, esperta nello Spirito, operare in noi le meraviglie della Grazia come ha fatto con tutti i nostri santi.
L’Ausiliatrice ci accompagni e ci guidi.
Vi auguro un anno fecondo e pieno di frutti di santità.

Con affetto,

Ángel Fernández Artime

Rettor Maggiore

LA SANTITÀ VISSUTA NEL CARISMA SALESIANO
D’ora innanzi sia nostro motto d’ordine:

la santità dei figli sia prova della santità del padre (Don Rua)

ELENCO AL 31 DICEMBRE 2018

La nostra Postulazione fa riferimento a 168 tra Santi, Beati, Venerabili, Servi di Dio.
Le cause seguite direttamente dalla Postulazione sono 50.

Ci sono inoltre 5 cause extra affidate alla nostra Postulazione.

SANTI (nove)
san Giovanni Bosco, sacerdote(data di canonizzazione: 1 aprile 1934) – (Italia)
san Giuseppe Cafasso, sacerdote(22 giugno 1947) – (Italia)
santa Maria Domenica Mazzarello, vergine (24 giugno 1951) – (Italia)
san Domenico Savio, adolescente(12 giugno 1954) – (Italia)
san Leonardo Murialdo, sacerdote (3 maggio 1970) – (Italia)
san Luigi Versiglia, vescovo, martire (1 ottobre 2000) – (Italia – Cina)
san Callisto Caravario, sacerdote, martire (1 ottobre 2000) – (Italia – Cina)
san Luigi Orione, sacerdote (16 maggio 2004) – (Italia)

san Luigi Guanella, sacerdote (23 ottobre 2011) – (Italia)

BEATI (centodiciotto)
beato Michele Rua, sacerdote (data di beatificazione: 29 ottobre 1972) – (Italia)
beata Laura Vicuña, adolescente(3 settembre 1988) – (Cile – Argentina)
beato Filippo Rinaldi, sacerdote (29 aprile 1990) – (Italia)
beata Maddalena Morano, vergine(5 novembre 1994) – (Italia)
beato Giuseppe Kowalski, sacerdote, martire (13 giugno 1999) – (Polonia)
beato Francesco Kesy, laico,e 4 compagni, martiri (13 giugno 1999) – (Polonia)
beato Pio IX, papa (3 settembre 2000) – (Italia)
beato Giuseppe Calasanz Marqués, sacerdote, e 31 compagni, martiri (11 marzo 2001) – (Spagna)
beato Luigi Variara, sacerdote (14 aprile 2002) – (Italia – Colombia)
beato Artemide Zatti, religioso (14 aprile 2002) – (Italia – Argentina)
beata Maria Romero Meneses, vergine (14 aprile 2002) – (Nicaragua – Costa Rica)
beato Augusto Czartoryski, sacerdote (25 aprile 2004) – (Francia – Polonia)
beata Eusebia Palomino Yenes, vergine(25 aprile 2004) – (Spagna)
beata Alexandrina Maria Da Costa, laica (25 aprile 2004) – (Portogallo)
beato Alberto Marvelli, laico (5 settembre 2004) – (Italia)
beato Bronislao Markiewicz, sacerdote (19 giugno 2005) – (Polonia)
beato Enrico Sáiz Aparicio, sacerdote, e 62 compagni martiri (28 ottobre 2007) – (Spagna)
beato Zeffirino Namuncurá, laico (11 novembre 2007) – (Argentina)
beata Maria Troncatti, vergine (24 novembre 2012) – (Italia – Ecuador)
beato Stefano Sándor, religioso, martire (19 ottobre 2013) – (Ungheria)

beato Tito Zeman, sacerdote, martire (30 settembre 2017) – (Slovacchia).

VENERABILI (diciassette)
ven. Andrea Beltrami, sacerdote, (data del Decreto super virtutibus: 15 dicembre 1966) – (Italia)
ven. Teresa Valsè Pantellini, vergine (12 luglio 1982) – (Italia)
ven. Dorotea Chopitea, laica (9 giugno 1983) – (Spagna)
ven. Vincenzo Cimatti, sacerdote (21 dicembre 1991) – (Italia – Giappone)
ven. Simone Srugi, religioso (2 aprile 1993) – (Palestina)
ven. Rodolfo Komorek, sacerdote (6 aprile 1995) – (Polonia – Brasile)
ven. Luigi Olivares, vescovo (20 dicembre 2004) – (Italia)
ven. Margherita Occhiena, laica (23 ottobre 2006) – (Italia)
ven. Giuseppe Quadrio, sacerdote (19 dicembre 2009) – (Italia)
ven. Laura Meozzi, vergine (27 giugno 2011) – (Italia – Polonia)
ven. Attilio Giordani, laico (9 ottobre 2013) – (Italia – Brasile)
ven. Giuseppe Augusto Arribat, sacerdote (8 luglio 2014) – (Francia)
ven. Stefano Ferrando, vescovo (3 marzo 2016) – (Italia – India)
ven. Francesco Convertini, sacerdote (20 gennaio 2017) – (Italia – India)
ven. Giuseppe Vandor, sacerdote (20 gennaio – 2017) – (Ungheria – Cuba)
ven. Ottavio Ortiz Arrieta, vescovo (27 febbraio 2017) – (Perù)

ven. Augusto Hlond, cardinale (19 maggio 2018) – (Polonia)

SERVI DI DIO (ventiquattro)
È in corso l’esame della Positio o della Redazione
Elia Comini, sacerdote (Italia)
Ignazio Stuchly, sacerdote (Repubblica Ceca)
Antonio De Almeida Lustosa, vescovo (Brasile)
Carlo Crespi Croci, sacerdote (Italia – Ecuador)
Costantino Vendrame, sacerdote (Italia – India)
Giovanni Swierc, sacerdote e 8 compagni, martiri (Polonia)
Oreste Marengo, vescovo (Italia – India)
Carlo Della Torre, sacerdote (Italia – Thailandia)
Si è in attesa del Decreto di Validità dell’Inchiesta diocesana
Anna Maria Lozano, vergine (Colombia)
È in corso l’Inchiesta diocesana
Matilde Salem, laica (Siria)
Andrea Majcen, sacerdote (Slovenia)
Carlo Braga, sacerdote (Italia – Cina – Filippine)
Antonino Baglieri, laico (Italia)
Antonietta Böhm, vergine (Germania – Messico)

Rodolfo Lunkenbein, sacerdote (Germania – Brasile) e Simão Bororo, laico (Brasile), martiri

[1]D’ora in avanti GE.
[2]Esprimo la mia gratitudine a Don Pier Luigi Cameroni, Postulatore generale per le cause dei Santi, e alla Signora Lodovica Maria Zanet, esperta collaboratrice della nostra Postulazione generale e affermata relatrice. Grazie alla loro visione ho potuto arricchire queste pagine con elementi e contenuti che sono propri della Postulazione, ma che possono illuminare tanto.
[3]P. Chávez, Attingiamo all’esperienza spirituale di Don Bosco, per camminare nella Santità secondo la nostra specifica vocazione, ACG 417 (2014); P. Chávez,“Cari Salesiani, siate santi”, ACG 379 (2002); J.E. Vecchi, La beatificazione del coadiutore Artemide Zatti: una novità dirompente, ACG 376 (2001); Santità e martirio all’alba del terzo millennio, ACG 368 (1999); E. Viganò, Don Bosco Santo, ACS 310 (1983); Riprogettiamo insieme la santità, ACG 303 (1982); L. Ricceri, Don Rua richiamo alla santità, ACS 263 (1971).
[4]Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptoris Missio, Città del Vaticano, 7 dicembre 1990, 28.
[5]Agostino, Confessioni, 10,28.
[6]Francesco di Sales, Introduzione alla vita devota I, 3.
[7]Benedetto XVI, Catechesi nell’Udienza generale del 13 aprile 2011: Insegnamenti VII (2011), 451.
[8]Ibid., 450.
[9]Benedetto XVI, Omelia nella festa dell’Assunzione di Maria, 15 agosto 2005.
[10]Proprio per continuare questo “cammino mariano” celebreremo a Buenos Aires dal 7 al 10 novembre 2019 l’VIII Congresso Internazionale di Maria Ausiliatrice dal titolo: Maria donna credente.
[11]ISS, Fonti Salesiane. 1. Don Bosco e la sua opera. Raccolta antologica, LAS, Roma 2014, 1047. Il frammento completo al quale faccio riferimento dice così: «Un giorno si andavano spiegando alcune parole secondo la etimologia. “E Domenico, egli disse, che cosa vuol dire?”. Fu risposto: “Domenico vuol dire del Signore”. “Veda, tosto soggiunse, se non ho ragione di chiedergli che mi faccia santo: fino il nome dice che io sono del Signore. Dunque io debbo e voglio essere tutto del Signore e voglio farmi santo e sarò infelice finché non sarò santo”».
[12]Ibid., 1046.
[13]Cf. Cost. SDB, 2, 25, 65, 105; Cost. FMA, 5, 46, 82.
[14]M. Rua, Santificazione nostra e delle anime a noi affidate. Lettera del Rettor Maggiore agli Ispettori e ai Direttori di America, Valsalice, 24 settembre, 1894
[15]Giovanni Paolo II, Discorso in occasione della visita alla Pontificia Università Salesiana, 31 gennaio 1981, in L’Osservatore Romano, 8 febbraio 1981,1.
[16]E. Viganò, Riscoprire lo spirito di Mornese, in ACS 301 (1981), 24-25.
[17]Giovanni Paolo II, Veglia di Preghiera della XV GMG, Roma Tor Vergata, 19 agosto 2000.
[18]Benedetto XVI, Discorso alla Festa di accoglienza dei giovani a Colonia, 18 agosto 2005.
[19]Francesco, Omelia nell’Eucaristia del giubileo dei ragazzi e delle ragazze, Roma 24 aprile 2016.
[20]ISS, Fonti Salesiane. 1. Don Bosco e la sua opera. Raccolta antologica, LAS, Roma 2014, 444.
[21]J. E. Vecchi, Andate oltre. Temi di spiritualità giovanile, Elle Di Ci, Leumann (TO) 2002.
[22]P. Chávez, Cari Salesiani, siate santi, ACG 379 (2002), 22.
[23]Ambrogio, De Virginitate, 40.
[24]XV Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Instrumentum Laboris, LEV, Roma 2014, 214.
[25]XV Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Instrumentum Laboris. Riunione pre-sinodale. Documento finale (19-24 marzo 2018), Parte II, Introduzione. Il documento si trova nella pagina: http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2018/03/24/0220/00482.html
[26]XV Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Documento finale, LEV, Roma 2018, 167.
[27]Benedetto XVI, Catechesi nell’Udienza generale del 13 aprile 2011: Insegnamenti VII (2011).
[28]MB V, 356.
[29]Paolo VI, Discorso durante la «via crucis», 24 marzo 1967.
[30]Benedetto XVI, Lettera Enciclica Deus caritas est, LEV, Roma 2005, 42.
[31]Paolo VI, Discorso del 27 giugno 1965, in E. Viganò, Riprogettiamo insieme la santità, in ACS 303 (1981).
[32]M. Menapace, Cuentos rodados, Patria Grande, Buenos Aires 1986 (nostra traduzione).
[33]Benedetto XVI, Catechesi nell’Udienza generale del 13 aprile 2011: Insegnamenti VII (2011).
[34]P. Catry, «Le tracce di Dio», in Aa. Vv., La missione ecclesiale di Adrienne von Speyr. Atti del 2° Colloquio Internazionale del pensiero cristiano, Jaca Book (= Già e non ancora), Milano 1986, 32 citato in L. M. Zanet, La santità dimostrabile. Antropologia e prassi della canonizzazione, Dehoniane, Bologna 2016, 204.
[35]Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Novo Millennio Ineunte, Roma 2001, 31.
[36]Ricorda Don Bosco: «Conobbi in lui un animo tutto secondo lo spirito del Signore, e rimasi non poco stupito considerando i lavori che la Grazia divina aveva già operato in quel tenero cuore», G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico allievo dell’Oratorio di S. Francesco di Sales con appendice sulle grazie ottenute per sua intercessione, Ed. 5, Torino, Tipografia e Libreria Salesiana 1878 in ISS, Fonti Salesiane. 1. Don Bosco e la sua opera. Raccolta antologica, LAS, Roma 2014, 1039.
[37]Lo stupore, nella storia di Domenico Savio, è tipicamente eucaristico e trova il suo momento di grazia nel giorno della Prima Comunione, visto come un seme che, se coltivato, è fonte di vita gioiosa e di impegni decisi: «Quel giorno fu per lui sempre memorabile e si può chiamare vero principio o piuttosto continuazione di una vita, che può servire di modello a qualsiasi fedele cristiano. Parecchi anni dopo facendolo parlare della sua prima comunione, gli si vedeva ancora trasparire la più viva gioia sul volto. “Oh! quello, soleva dire, fu per me il più bel giorno ed un gran giorno. Si scrisse alcuni ricordi che conservava gelosamente in un libro di devozione e che spesso leggeva […:] 1° Mi confesserò molto sovente e farò la comunione tutte le volte che il confessore mi darà licenza. 2° Voglio santificare i giorni festivi. 3° I miei amici saranno Gesù e Maria. 4° La morte, ma non peccati”. Questi ricordi, che spesso andava ripetendo, furono come la guida delle sue azioni sino alla fine della vita» (G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico allievo dell’Oratorio di S. Francesco di Sales con appendice sulle grazie ottenute per sua intercessione, Ed. 5, Torino, Tipografia e Libreria Salesiana 1878 in ISS, Fonti Salesiane. 1. Don Bosco e la sua opera. Raccolta antologica, LAS, Roma 2014, 1032).
[38]Ibid., 1067.
[39]Cf. VC, 62.
[40]Giovanni Paolo II, Messaggio di S.S. Giovanni Paolo II all’inizio del CG25, in CG25, 143.