STRENNA 2004

Cogliere la grazia di questo giubileo per rivolgere,  a tutta la Famiglia Salesiana,  un invito a rilanciare la proposta della santità giovanile.

Nel 50° anniversario della canonizzazione di Domenico Savio,
RIPROPONIAMO A TUTTI I GIOVANI
CON CONVINZIONE
LA GIOIA E L’IMPEGNO DELLA SANTITÀ
COME MISURA ALTA DI VITA CRISTIANA ORDINARIA

(Cf. NMI, 31)

COMMENTO ALLA STRENNA

Introduzione

Sono passati cinquanta anni dal giorno in cui il neozelandese Edmund Hillary e il sherpa Tenzing Norgay raggiunsero la cima più alta del mondo, il Monte Everest. Era il 29 maggio 1953. Da quella data si sono moltiplicate le scalate e, da allora in poi, sono stati più di mille gli alpinisti che hanno raggiunto gli 8.848 metri della punta più elevata del pianeta terra. D’allora si sono accumulati molti record, riguardo al grado di difficoltà, alla stagione in cui si sono realizzate le salite, al numero di queste, alle età, condizione e sesso degli scalatori, ma lo spirito che ha portato gli scalatori lassù continua ad essere lo stesso. Non c’è dubbio che è stata una delle odissee del mondo contemporaneo.

Ci sono state moltissime altre avventure, ma questa riveste certamente un’importanza particolare, non soltanto per il mito che avvolge la vetta più prominente del mondo, ma forse anche perché come da nessun’altra parte si ha una visione più ampia del mondo e si è più vicini al cielo.

Non è indifferente il fatto che sovente il cammino della vita spirituale sia presentato come una salita alla montagna, per indicare il grande sforzo di mirare in alto, di dare il meglio di sé, e di raggiungere punti che superano la mediocrità della vita. Don Bosco presentava il suo itinerario interiore ai ragazzi come un invito a guardare in alto e operare con coraggio, e insegnava loro a rischiare per questi grandi ideali. Sotto questo profilo, la forza educativa della montagna unica. E sono molto contento di trovare che ancora qua e là nei programmi di scuole, parrocchie, oratori e centri giovanili non manchi la gita in montagna, la conquista di una cima.

Descrive splendidamente lo sforzo dell’impresa un articolo del Bollettino Salesiano Italiano del settembre 2003: “Albeggia appena: la lunga fila di escursionisti si pone in viaggio, lo zaino in spalla, gli scarponi ai piedi, il berretto in testa, il passo regolare, il respiro che lentamente si adegua al passo, e la volontà di compiere un’impresa, di espugnare la vetta, di toccare il cielo, di sfidare l’aquila. Man mano che si sale, il cicaleccio della comitiva diminuisce di intensità per trattenere il più possibile le energie necessarie ad arrivare al traguardo. È grande lo sforzo di battere la fatica, lo spasimo di trovare un fontanile, l’attesa di una sosta, la grinta degli ultimi metri, la gioia della meta raggiunta. Lassù, nello spazio inviolato delle vette più facile il colloquio con Dio, più agevole la riflessione, più sentita la preghiera”[1].

Il cinquantesimo anniversario della canonizzazione di Domenico Savio, il primo adolescente santo non per la via del martirio, ricorre appunto un anno dopo il giubileo dell’ascensione al Monte Everest. Ecco, vorrei servirmi di questa strana coincidenza per introdurre ed illuminare la strenna dell’anno 2004, che vuole cogliere la grazia di questo giubileo per rivolgere, a tutta la Famiglia Salesiana, un invito a rilanciare la proposta della santità giovanile, ad additare ai giovani vette alte da raggiungere.

Si tratta di credere ai ragazzi che, sin dall’adolescenza, sono capaci di fare scelte coraggiose di vita, come quella di Domenico Savio, di Laura Vicuña e di una schiera di giovani che hanno camminato dietro le loro orme cercando, come gli scalatori dell’Everest, nuovi percorsi. Significa riconoscere che i giovani hanno delle energie di bene da sviluppare, energie che trovano il maggiore dinamismo nella scelta di Gesù e del suo Vangelo, della sua amicizia e della volontà di battersi per questi valori. Per dirla con Don Bosco, invitarli a donarsi totalmente a Dio.

Si tratta di rinnovare la convinzione nostra, come educatori, che tutto il processo educativo orientato al fine religioso della salvezza, il che comporta l’impegno assai profondo di aiutare gli educandi ad aprirsi ai valori assoluti e ad interpretare la vita e la storia secondo le profondità e le ricchezze del Mistero (cf. JP 15). I grandi ideali non sono da proporsi ai pochi, al gruppo selezionato degli eletti, ma a tutti, perché per tutti c’è una vocazione e una missione, un “sogno” da realizzare, una causa da portare avanti, una meta da raggiungere. Dobbiamo andare oltre l’ideale fasullo di una felicità legata solo all’effimero, tipico di una società consumista ed edonista. Dobbiamo aiutare i giovani a capire che servire Dio non significa essere infelici, anzi, che nessuno come Dio ci rende felici, perché si trasforma in una forza trainante che trasfigura il quotidiano e fa gustare l’adempimento dei doveri. Non è stata forse questa l’esperienza di Michele Magone?

Ecco le parole di Giovanni Paolo II, nella lettera scritta in occasione del centenario della morte di Don Bosco:

“Nella Chiesa e nel mondo la visione educativa integrale, che vediamo incarnata in San Giovanni Bosco, una pedagogia realista della santità. Urge ricuperare il vero concetto di “santità”, come componente della vita di ogni credente. L’originalità e l’audacia della proposta di una “santità giovanile” intrinseca all’arte educativa di questo grande Santo, che può essere giustamente definito “maestro di spiritualità giovanile”. Il suo segreto fu quello di non deludere le “ aspirazioni profonde dei giovani (bisogno di vita, di amore, di espansione, di gioia, di libertà, di futuro), e insieme portarli gradualmente e realisticamente a sperimentare che solo nella “vita di grazia”, cioè nell’amicizia con Cristo, si attuano in pieno gli ideali più autentici” (JP 16).

È la sfida di poter attuare un interscambio tra “educazione” e “santità”. Se questa è la vetta da raggiungere, quella è l’indispensabile mediazione metodologica. Se la “santità” sta ad indicare la pienezza di vita cui tutti quanti aneliamo, l’”educazione” sta a segnalare il metodo per formare personalità robuste, mature. Se la santità è dono di Dio e viene solo da Lui, l’educazione è lo strumento umano privilegiato per lo sviluppo delle potenzialità che Dio pone nel cuore di ogni uomo e di ogni donna.

RIPROPONIAMO A TUTTI I GIOVANI
CON CONVINZIONE
LA GIOIA E L’IMPEGNO DELLA SANTITÀ
COME “MISURA ALTA DI VITA CRISTIANA ORDINARIA”

(Cf. NMI, 31)

1. Significato di questo Giubileo.

Il giubileo della canonizzazione di San Domenico Savio e della morte di Laura Vicuña vuol essere per noi una grazia che il Signore ci offre per rinnovare la nostra fede nel Sistema Preventivo e per proporre ai giovani una misura alta di vita cristiana ordinaria.

La santità di Domenico e di Laura, come d’altronde, quella di altri giovani dell’oratorio di Valdocco (Francesco Besucco e Michele Magone) è un riconoscimento anche all’educazione salesiana, al Sistema Preventivo.

È vero è come accennavo è che la santità è opera dello Spirito Santo, l’unico capace di trasformare dal di dentro le persone e farne dei capolavori, ma è anche vero che la grazia ha bisogno di nature ben disposte e soprattutto dell’arte della pedagogia, che fa maturare le persone aiutandole a sviluppare le loro migliori potenzialità ed energie.

Sotto questo aspetto è giusto affermare che Don Bosco aveva bisogno di Domenico Savio per convalidare il suo metodo educativo, ma è anche vero che Domenico Savio aveva bisogno di Don Bosco per poter trovare una santità giovanile, una santità a misura di adolescente e giovane. In verità, le due storie sono inseparabili. Appunto per convalidare l’unione che dovrebbe esserci tra “educazione” e “santità”, scrive il Papa: “Egli (Don Bosco) è un “educatore santo”, si ispira a un “modello santo” – Francesco di Sales -, è discepolo di un “maestro spirituale santo” – Giuseppe Cafasso -, e sa formare tra i suoi giovani un “educando santo” – Domenico Savio – (JP 5).

Oggi è più che mai chiaro che la grandezza di Don Bosco stava già nella decisione presa il giorno della sua vestizione di votarsi totalmente a Dio, per il suo Regno, infiammato di zelo pastorale. Da quella totalità del suo vivere solo per Dio scaturiva un modo pastorale di leggere i problemi e la realtà dei giovani.

Don Bosco era consapevole però che la strada verso la santità ha percorsi differenti, perché il punto di partenza non è sempre lo stesso. Sin dal primo incontro con Domenico Savio, Don Bosco capì che c’era stoffa per un bel vestito per il Signore e così poté parlare di santità, della vocazione alla santità, dell’urgenza della santità, della facilità di diventare santi. E Domenico capì il discorso, fece suo l’appello e si lanciò decisamente verso quel traguardo, fino a dire: se non riesco ad essere santo, avrà fallito.

A Michele Magone, un ragazzo della strada, Don Bosco non poteva evidentemente parlare negli stessi termini. Semplicemente lo invitò a venire all’oratorio e così gli offrì un ambiente dove potesse sviluppare quelle qualità e quelle virtù che finora erano state in lui un po’ atrofizzate. Michele rispose con generosità e in un periodo breve raggiunse un alto livello di vita spirituale.

Se Don Bosco sentì il bisogno di scrivere tre biografie giovanili, non fu soltanto perché fosse un autore prolifico – e lo era – o perché volesse essere rispettoso nei confronti di ognuno di questi ragazzi, ma perché voleva indicare a tutti i ragazzi dell’Oratorio tre modelli in cui potevano ritrovarsi e sentirsi stimolati.

Su questa stessa linea della diversità di punti di partenza e di percorsi per la santità, cercò di trovare una soluzione anche ai bisogni e alle aspirazioni della gioventù femminile. La scoprì in Maria Domenica Mazzarello, che il Signore suscitò accanto a lui come Cofondatrice, la quale con un gruppo di giovani colleghe già impegnate, a livello parrocchiale, alla formazione cristiana delle ragazze assunse e sviluppò lo spirito salesiano.

L’alta misura di vita cristiana ordinaria richiesta da Don Bosco si poteva sintetizzare in tre valori che egli ripeteva in vari modi: Allegria, Studio, Pietà. Espressione che non era molto diversa da altre simili, come per esempio: allegria e perfetto compimento dei doveri. Ma la cosa più importante è capire, in base anche ad altri suoi interventi educativi, che cosa Don Bosco voleva significare con questi motti. Innanzitutto la meta era la conformazione a Cristo attraverso l’obbedienza e l’umiltà, che sono la fonte della vera scienza, quella che porta a donarci totalmente a Dio e servire gli altri e ivi trovare la felicità.

Non lunghe preghiere no sacrifici che non si addicano all’età degli adolescenti, ma allegria e compimento dei doveri, religiosi, accademici e comunitari.

Nella stessa maniera in cui rivelava alla gente: amore all’Eucarestia, devozione alla Madonna e fedeltà al Papa; o agli educatori: Ragione, Amorevolezza e Religione; o ai Salesiani: Lavoro, Temperanza e Preghiera; ai giovani chiedeva Allegria, Studio e Pietà. Direi che si tratta, nel pensiero di Don Bosco, di forme diverse per esprimere quello che è la spiritualità salesiana, la quale naturalmente assume forme diverse rimanendo la stessa nel contenuto essenziale.

La spiritualità, infatti, è la sorgente del senso, il dinamismo con cui si vive la fede; l’opzione fondamentale è la finalità che orienta tutta la nostra vita, quella che le dà unità; la prassi quotidiana è la concretizzazione delle azioni, il banco di prova delle nostre motivazioni e della nostra scelta di vita.

Nel caso nostro, la spiritualità ha sempre come centro l’amore, quello di Dio effuso nei nostri cuori e quello che viene sprigionato dai nostri cuori e che si autentica nel servizio degli altri; l’opzione fondamentale è la maturazione della persona fino a raggiungere la statura dell’uomo perfetto, Cristo Gesù, la pienezza che è frutto dell’amore; la prassi quotidiana è il luogo dell’incontro con Dio e della verifica.

Quando Gesù, nel Vangelo di Matteo (cf. Mt 5,48) ci invita ad essere perfetti come il suo Padre celeste, non ci dà nessuna definizione teoretica o astratta di perfezione, di santità. Semplicemente ci chiede di amare i nostri nemici e di pregare per quelli che ci maledicono, a somiglianza del Padre celeste che fa brillare il suo sole sui buoni e sui cattivi, e manda la sua pioggia sui giusti e ingiusti.

Il suo agire determina quello che dovrebbe essere la nostra vita e quello che dobbiamo additare ai ragazzi. Agendo così, ci manifesteremo come membri della comunità dei figli di Dio e daremo prova di tendere alla perfezione del nostro Dio. A mio avviso questo è il senso più profondo del programma educativo ricevuto da Giovannino nel sogno dei nove anni: “Mettiti immediatamente a fare loro una istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù”[2], che si potrebbe parafrasare così: “mettiti a insegnar loro ad essere santi, perché la santità è luminosità, tensione spirituale, splendore, luce, gioia interiore, equilibrio, limpidezza, amore portato sino all’estremo”.

Potremmo chiederci che cosa dicono ai giovani di oggi questi due ragazzi santi, Domenico e Laura. Ebbene, troviamo la risposta nell’esortazione pronunziata da Giovanni Paolo II prima della preghiera dell’Angelus, con cui chiudeva la celebrazione del centenario della morte di santa Maria Goretti, il 6 luglio 2003: “Marietta” – è così veniva familiarmente chiamata – ricorda alla gioventù del terzo millennio che la vera felicità esige coraggio e spirito di sacrificio, rifiuto di ogni compromesso con il male e disposizione a pagare di persona, anche con la morte, la fedeltà a Dio e ai suoi comandamenti. Quanto attuale è questo messaggio! Oggi si esaltano spesso il piacere, l’egoismo o addirittura l’immoralità, in nome di falsi ideali di libertà e di felicità.

2. Memoria.

L’esemplarità di Domenico e Laura si rende palese nella solida tradizione di santi giovani di cui siamo forniti, sin dai primi anni dell’Oratorio di Valdocco fino ai nostri giorni, come dimostra l’albo di santità che possediamo e che sarà oggetto della mia rubrica nel Bollettino Salesiano del 2004. Lo scopo della presentazione di alcune di queste figure è di fare un appello a educatori ed educandi, giovani e adulti, a contemplare questi modelli e la loro proposta pedagogica, poiché tutta la nostra azione educativa tende ad aiutare i ragazzi a raggiungere la statura dell’uomo perfetto, Cristo Gesù (cf. Ef 4,12).

La presa di coscienza della data del giubileo di Domenico Savio e Laura Vicuña, il desiderio di cogliere questa celebrazione per riproporre ai giovani “una misura alta di vita cristiana ordinaria”, ci portano a valorizzare il ricco patrimonio di ragazzi e ragazze che il sistema educativo di Don Bosco ha incamminato sulla via della santità, facendone dei capolavori di umanità e di grazia. Mi riferisco soltanto a quelli/e che sono stati allievi/e dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Questo vuol dire che l’albo diventerebbe ancora più ricco e variegato se si prendesse l’intera Famiglia Salesiana. Sono veramente i frutti più preziosi del Sistema Preventivo!

Il sistema pedagogico di Don Bosco, che i Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice applicano fin dalla loro fondazione, ha dato nel corso di più di 150 anni frutti quasi insperati, ha formato eroi e santi, e uomini e donne rimasti sconosciuti ma “straordinari nell’ordinario”.

Certo, il contesto odierno e la situazione giovanile del mondo d’oggi sono molto diversi da quelli di Don Bosco, ma da una parte le attese più profonde dei giovani continuano ad essere le stesse, e dall’altra la chiara ispirazione cristiana della pedagogia di Don Bosco resta valida, perché s’ispira alla trascendente pedagogia di Dio.

Tutti sappiamo che il riferimento alla vita vissuta può risultare più incisivo della luce di un principio, soprattutto adesso che il mondo sembra soffrire di una forte carenza di modelli. Questa affermazione, che resta valida per tutte le età, lo è in modo particolare per l’età giovanile. Se il nostro bagaglio culturale e spirituale ci permetterà di incarnare i messaggi in modelli concreti, li avremo resi più convincenti e propositivi.

“Poche cose possono fecondare e ringiovanire la teologia, e per mezzo suo tutta la vita cristiana, come una trasfusione di sangue proveniente dall’agiografia”, dice uno dei teologi contemporanei più brillanti (Hans Urs von Balthasar).

I nostri santi, specialmente i/le giovani santi/e, sono il miglior timbro di autenticità, oltre che fonte privilegiata di pensiero. Essi non solo “si sono avvicinati sempre più a Cristo”, ma come tutti i santi hanno arricchito di valori e di sensibilità l’ambiente e il tessuto sociale. Quando ha voluto parlare di spiritualità giovanile, Don Bosco non ha scritto dei trattati di teologia spirituale, o di mistica giovanile; ha semplicemente scritto la vita di Domenico Savio, di Michele Magone e di Francesco Besucco. Additava così – scegliendoli tra quelli in carne e ossa che frequentavano il suo Oratorio – gli ideali da proporre ai ragazzi.

Rifarsi ai nostri santi e rifarsi alle figure che più hanno inciso nell’età degli ideali dei nostri exallievi, per ogni educatore salesiano una motivazione in più: così ha fatto Don Bosco, quel pedagogo straordinario che conosceva tanto bene il cuore dei ragazzi, da saperli indirizzare “allegramente” su strade che tutti consideravano difficili e fuori portata dei ragazzi comuni.

Se diamo uno sguardo d’insieme, ci possiamo rendere conto di disporre di un patrimonio molto ricco e variegato: partendo dalle figure più note, come quelle di Domenico Savio, Laura Vicuña, Zeffirino Namuncurà, passando per la categoria dei martiri come i cinque giovani polacchi beati, e giungendo alle figure con aureola come la beata Teresa Bracco, il beato Piergiorgio Frassati e fra poco Alberto Marvelli, o senza aureola ma ugualmente esemplari, come i vari D’Acquisto, Maffei, Devereux, Ocasion, Calò, di Leo, Ribas, Adamo, Flores, Zamberletti, Blanco Pàrkumas, De Koster, Cruz, Scalandri.

Per quel che riguarda la provenienza, vengono dall’Italia, dall’Argentina, Cile, Spagna, Francia, Polonia, Portogallo, Lituania, Messico. Questo soltanto a mo’ di esempio. Faccio auspici che ogni Ispettoria possa riscrivere il proprio “Libro d’Oro” dell’educazione salesiana e pubblicare i profili biografici di ragazzi considerati modelli.

Questi giovani santi non sono per “semplici fiori all’occhiello”, ma stimolatori autorevoli del nostro cammino e della nostra proposta educativa.

Questa è la ragione per cui saranno loro, con la loro vita, a parlarci lungo l’anno 2004, diventando contenuto delle nostre proposte educative. Anche qui è vero che sono i giovani ad evangelizzare i giovani!

3. Profezia.

Il nostro compito e la nostra competenza è di essere compagni di cammino dei giovani fino a raggiungere insieme, noi e loro, educatori ed educandi, la statura di Cristo (cf. Ef 4,12) attraverso l’educazione.

Parlando della santità di don Giuseppe Kowalski e dei cinque giovani martiri polacchi dell’Oratorio di Poznan, don Vecchi concludeva così la sua lettera circolare: “Nell’oratorio infatti era sbocciata e cresciuta la loro santità, evidenziata dal martirio. Il sistema preventivo fa santo l’educatore, propone la santità e aiuta i giovani a diventare santi: il suo luogo di nascita e di rinascita è l’oratorio[3].

Rileggendo la vita di Domenico, di Laura e di questi adolescenti e giovani che il Signore ci ha regalato, possiamo contemplare il futuro che siamo chiamati a creare: “i santi del terzo millennio”, “le sentinelle del mattino”, per usare espressioni programmatiche delle ultime Giornate Mondali della Gioventù.

Dobbiamo dunque passare dall’appello a diventare santi alla proposta di quelle figure di giovani che hanno raggiunto questa vetta, dalla proposta di modelli all’accompagnamento come vere guide nella vita spirituale dei giovani, dall’accompagnamento all’assistenza creando le condizioni personali e ambientali, a mo’ di microclima, dove possano germinare, maturare e fruttificare le grandi scelte di vita. La convinzione personale di Don Bosco è stata che senza la direzione spirituale non avrebbe realizzato nulla di buono. Perciò ha voluto essere per i suoi giovani una guida spirituale che entusiasmava, indicava, impegnava, guidava, correggeva.

Il vocabolo “santità” non deve intimidire, quasi volesse dire vivere un eroismo impossibile, proprio solo di pochi. La santità non è opera nostra, ma – partecipazione gratuita della santità di Dio, quindi – una grazia, un dono prima di essere frutto del nostro sforzo, obiettivo dei propri programmi. Indica che tutta la persona (mente, cuore, mani, piedi) viene inserita nella sfera misteriosa della purezza, della bontà, della gratuità, della misericordia, dell’amore di Gesù. È una consegna totale di noi stessi, nella fede, nella speranza e nell’amore a Gesù, al Dio della vita; una consegna che si attua nella vita quotidiana vissuta con amore, serenità, pazienza, gratuità, accettando le prove e le gioie di ogni giorno, con la certezza che tutto ha senso davanti a Dio, che tutto è valido e importante in Lui.

Una prima conclusione che possiamo trarre è che l’adolescenza e la gioventù non sono tempo di attesa, ma stagioni per sviluppare l’immenso potenziale di bene e di possibilità creative al servizio delle proprie scelte coraggiose, quelle che rispondono agli interrogativi sul senso della vita. Si deve reagire decisamente alla tentazione di molti giovani di adagiarsi in una vita senza ideali, ed incoraggiarli invece alla creazione di un mondo che rispecchi più chiaramente la bellezza di Dio.

La sensibilità verso i valori emergenti, come l’apertura alla verità, alla giustizia, alla solidarietà, alla comunione e alla partecipazione, alla difesa dei diritti umani e della dignità della persona, alla salvaguardia della natura, alla pace, non è solo “sogno” e/o “utopia” per passare bene questa fase dell’esistenza, ambendo un mondo migliore, ma un impegno a tradurli operativamente e diventare costruttori di una nuova civiltà che sia civiltà di amore, di giustizia e di pace, fondamento ed espressione della nuova umanità. Una cosa vera è che nessuno potrà sostituire i giovani, che dunque essi devono assumere la loro responsabilità. Questo significa per noi educatori prestare attenzione ai contenuti educativi dei programmi e delle proposte, cercando di sviluppare gli elementi più rilevanti di carattere umano, sociale ed evangelico e creando ambienti ricchi di stimoli e impegni.

Certo, questo stile di vita cristiana non si improvvisa né è frutto della casualità, ma va seriamente e sistematicamente coltivato. Don Bosco lo fece dando luogo a un’esperienza educativa che faceva leva su tutti gli aspetti umani e religiosi che potevano fornire i giovani del corredo necessario per diventare “buoni cristiani e onesti cittadini”. La sua pedagogia era una pedagogia permeata da umanesimo cristiano, appunto perché aveva una concezione antropologica integrale.

Così la sua proposta di santificazione giovanile partiva dal darsi a Dio totalmente e spiccava nel compimento dei propri doveri, nella pietà sacramentale e nella vita di grazia, nell’apostolato tra i propri compagni.

Non è – e non può essere – tanto diversa la proposta di Giovanni Paolo II quando insiste sulla scelta per Gesù, l’unico che rende possibile la santità, la fede come orizzonte della vita, l’ascolto della Parola e la frequenza dei sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione come luce che illumina la mente e alimento che nutre il cuore, e l’apostolato specialmente a favore degli stessi giovani più bisognosi.

È importante che continuiamo a sviluppare una pedagogia della santità giovanile salesiana che attinga al ricco patrimonio del passato e che sia rispondente ai giovani del mondo d’oggi.

Uno dei problemi che ha accompagnato il riconoscimento della santità di questi/e ragazzi/e riguarda gli studi psicologici sulla loro età evolutiva, ancora evanescenti, e le dinamiche motivazionali dell’universo dell’adolescente, che offrivano molte ombre e poche certezze.

Il problema della giovane età accompagnerà sempre la storia di questi/e ragazzi/e. Tuttavia è vero che la Sacra Scrittura conosce già alla fine dell’Antico Testamento un ripensamento: “L’uomo onesto, anche se muore giovane, ha una sorte felice. La saggezza vale più dei capelli bianchi e una vita onesta più di una lunga esistenza” (Sap 4,7.9).

I santi, creature in cui l’amore di Dio diviene icona, sono profezia per i tempi che sono e per quelli che verranno. La loro vita diviene lode alla Trinità, progetto realizzato. Ed è questa la testimonianza che la Chiesa proclama al mondo. Sempre più la profezia di questi/e ragazzi/e “salesiani/e” diventa itinerario maturo per camminare verso Dio.

4. Guardando Domenico Savio e la santità per i giovani del terzo millennio

Per approfondire, adattare e rinnovare la proposta di santità giovanile salesiana la strada migliore è contemplare Domenico Savio e la sua esemplarità per i giovani del terzo millennio. A volte, forse, una certa iconografia, che lo dipinge o scolpisce troppo angelicale, ce lo fa diventare lontano e poco accessibile o proponibile. A volte, una scarsa conoscenza della sua storia reale, che mette a fuoco la sua purezza e appena fa cenno al suo genio apostolico, ci spinge a cercare altri modelli. A volte, una mancanza di coraggio per varcare le soglie della timidezza evangelica nei confronti con i giovani ci porta a concepire e presentare l’educazione salesiana come una mera alternativa umanista, senza identità né incisività, e ridurre la pastorale a divertimento, senza additare mete alte da raggiungere.

Vediamo, invece, come si comportò Don Bosco nei confronti di Domenico Savio, quando sin dall’inizio, nei primi contatti, scoprì che dietro quella figura fragile si celava un santo, che c’era stoffa per fare un vestito di lusso per il Signore. Vediamo come Don Bosco non minimizzò le sue attese né lo deluse, ma si trasformò in un magistrale accompagnatore, una guida dello spirito[4].

È da rilevare che Domenico Savio, nel 1954, segnò un record, ottenendo il “guinness” di gioventù tra le persone canonizzate, non martiri. Quando morì era alla soglia dei 15 anni: esattamente 14 anni, 11 mesi e 7 giorni.

Trent’anni dopo, nel 1988, ebbe luogo il sorpasso da parte della Beata Laura Vicuña, beatificata in occasione del centenario della morte di Don Bosco: alla sua morte aveva 12 anni, 9 mesi, 17 giorni. è da ricordare lo scenario di questa beatificazione: al Colle Don Bosco, sulla grande piazza antistante il tempio, in una mattinata indimenticabile di sole splendente, in una gioiosa manifestazione di gioventù salesiana, radunata per celebrare la grazia di Dio che trasforma la debolezza umana in fortezza per renderci testimoni eloquenti del suo amore. Era anche un tributo riconoscente alla capacità degli adolescenti per raggiungere la più alta cima spirituale, l’Everest della santità.

In attesa c’è Zeffirino Namuncurà, il centenario della cui morte ricorrerà il prossimo anno, ancora come Venerabile, cioè con la vita sottomessa già a esame da parte degli esperti in esperienza cristiana e trovato esemplarmente maturo, anzi eroico nella pratica delle virtù evangeliche: egli morì con 18 anni, 8 mesi, 15 giorni.

Sono tre giovani cresciuti negli ambienti salesiani di mondi diversi che, possiamo dire oggi, hanno percorso le strade del Progetto formativo salesiano e beneficiato dell’ambiente della Comunità Educativa, dove hanno trovato un clima di alto spessore educativo, animato da educatori/trici che hanno avuto l’ardimento di proporre ideali di grande portata, che li hanno portati all’incontro personale con Cristo e hanno insegnato loro a fare delle scelte coraggiose di vita.

Ad essi si sono uniti i giovani martiri della Polonia, beatificati nel giugno del 1999 a Varsavia: erano cinque giovani oratoriani, tra i 19 e 23 anni, tutti frequentatori regolari dell’oratorio di Poznan, animatori di gruppi, impegnati in attività, imprigionati proprio per essere pubblicamente conosciuti come giovani di fede.

Nell’insieme questi giovani ricoprono tutto l’arco dell’adolescenza e della gioventù: dai 12 ai 24 anni. E, l’abbiamo già capito e sottolineato, hanno maturato la loro santità in ambiente salesiano, come tanti altri ragazzi e ragazze che hanno trovato ispirazione in Domenico Savio. Questo dato fa vedere la fortissima valenza educativa del carisma salesiano e dei suoi ambienti, a condizione che siano davvero attraenti e propositivi.

È quanto attesta lo stesso Giovanni Paolo II nella già citata lettera ai Salesiani nel 1988: “Mi piace considerare di Don Bosco che egli realizza la sua personale santità mediante l’impegno educativo, vissuto con zelo e cuore apostolico e che sa proporre, al tempo stesso, la santità quale meta concreta della sua pedagogia. Egli è un “educatore santo” – e sa formare tra i suoi giovani un “educando santo”, come Domenico Savio – (JP 5).

Pio X, quando favorì l’accesso all’Eucaristia in una età più tenera aveva predetto: “Ci saranno santi tra i bambini”. Nonostante, per molto tempo ancora si discusse se nella fanciullezza e nella adolescenza fosse possibile una vera santità, che si potesse proporre come modello di vita cristiana. E qualcuno fece ai Salesiani un richiamo alla prudenza: “Salesiani, adagio con i ragazzi candidati agli altari”.

Oggi tali riserve sono state risolte, e pare definitivamente, sia dal punto di vista teologico che psicologico. Noi non vogliamo ripercorrere qui tutta la discussione; ma concludiamo con le parole illuminanti di Paolo VI: “La santità nella giovinezza sembra a noi un fenomeno umano degno del più grande interesse per la precocità (alludeva ai fanciulli prodigi e ai giovani eroi) e sembra un fatto mirabile per la ricchezza di doni soprannaturali, che l’acerbità stessa dell’età mette in evidenza”.

È chiaro dunque che Dio e la sua grazia possono riempire l’adolescente e il giovane e farsi capire da loro: Dio non è limitato dall’età. Egli può muoversi verso qualsiasi cuore umano e riempirlo facendosi sentire.

Perché questo interrogativo e questa discussione risulta interessante per noi dal punto di vista pratico?

Perché genitori, maestri, educatori e, in generale, adulti, imparino a valutare bene le possibilità che racchiude l’anima dei ragazzi, degli adolescenti e dei giovani: non è di tutti né è totalmente facile immaginare che nel cuore del giovane che abbiamo di fronte può star lavorando Dio in una forma del tutto singolare.

E può darsi che le attese che esprimiamo, la fiducia che siamo capaci di coltivare, le proposte che facciamo siano molto al di sotto delle loro capacità e disponibilità. Oggi non è comune proporre il massimo. Anzi, spesso oggi si presentano come valori una vita senza ideali, un mondo a misura nostra, l’effimero, l’individualismo, l’edonismo, il relativismo, il “fai da te”. Oggi non sono molti quelli che hanno il coraggio di parlare ai giovani come Giovanni Paolo II: “Giovani di ogni continente, non abbiate paura di essere i santi del nuovo millennio! Siate contemplativi e amanti della preghiera, coerenti con la vostra fede e generosi nel servizio ai fratelli, membra attive della Chiesa ed artefici di pace”[5]. E pensare che queste parole non sono altro che quelle che noi Salesiani nel CG23 abbiamo preso come cammino di fede da percorrere con i ragazzi nelle quattro grandi aree di sviluppo: l’opzione della Vita, l’incontro con Cristo, il senso di Chiesa, il ruolo nel Mondo.

La singolarità di Domenico Savio è di aver condiviso la santità trasmessa e proposta dal suo Maestro, Don Bosco; perché questi si accorse della stoffa che aveva il ragazzo col quale si era incontrato. Così infatti egli racconta il suo primo incontro: “Conobbi in quel giovane, cresciuto in famiglia cristiana, un animo tutto secondo lo Spirito del Signore; e rimasi non poco stupito considerando i lavori che la grazia divina aveva operato in così tenera età”.

Questa perspicace osservazione di Don Bosco veniva ispirata e sostenuta da una convinzione: la disponibilità dei ragazzi per una proposta di vita di grazia, la loro capacità di fare una esperienza di Dio e la felicità che ne avrebbero sentito. È proprio questo il tema della predica che mosse Domenico Savio a intraprendere, con un’intenzione diretta ed esplicita, la strada della santità.
Sono consapevole – come già ho accennato – che la situazione culturale odierna è molto diversa di quella in cui vissero Don Bosco e Domenico Savio.

Basta leggere la lettera sinodale “Ecclesia in Europa” per vedere il panorama sempre più secolarizzato che regna ovunque. Sembra naturale dunque che più di uno si ponga la domanda: Ma ci sono oggi giovani capaci di una vita cristiana? E corrispondentemente: Ci sono Maestri che scorgono l’indole dotata, il lavoro della grazia nei ragazzi e si dimostrano pronti a fare ai giovani la proposta di santità e a guidarli per i suoi sentieri?

È fuori dubbio che la sensibilità culturale dei giovani del mondo d’oggi, come pure le loro attese sono diverse. Ma è anche vero che i loro bisogni più profondi continuano ad essere gli stessi: la sete di amore, di felicità, di vita. Il problema si trova piuttosto nella fonte a cui li stiamo conducendo per appagare questa loro sete. Detto in altri termini: il giovane d’oggi è culturalmente diverso, ma è sempre prima di tutto e soprattutto giovane.

Nei giovani certamente avvertiamo:

  • un grande desiderio di vita e di senso, che trova la sua migliore icona nell’incontro e dialogo del giovane con Gesù sulla vita eterna (cf. Mt 19,16-30);
  • tergiversazioni e ambiguità nella ricerca di una vita piena e felice;
  • sufficiente capacità di distinguere il diverso valore delle offerte che ci sono sul mercato: il duraturo dall’effimero, quello che nobilita da quello che rovina;
  • desiderio di esperienze valide da condividere con coetanei e adulti;
  • generosità, sebbene sovente fragile e occasionale.

Allora, se l’anima del giovane è così, quali sono i suggerimenti per un cammino di santità giovanile che ci vengono da Domenico Savio?

Impressionato dalle parole di Don Bosco sulla possibilità e felicità del farsi santo, Domenico Savio fa questa richiesta: “Mi dica come debbo regolarmi per incominciare l’impresa”.

Ci viene subito da pensare: Che cosa avrebbe risposto un educatore incompetente o sprovveduto? Forse sarebbe stato colto impreparato e senza capacità di risposta; forse non sarebbe andato oltre un sorriso, ritenendo ingenuo e inconsistente quello slancio di fervore; forse avrebbe giudicato al di sotto delle esigenze della vita spirituale l’ansia sincera, ma inattuabile del ragazzo.

Don Bosco, attrezzato di una buona dottrina, proprio come quella che abbiamo noi oggi sulla chiamata universale alla santità secondo il proprio stato di vita, ed ormai esperto dell’animo giovanile, non sorrise, non scrolla scetticamente il capo, non sfuggì il problema, si dimostrò invece pronto a tracciare un programma da mettere in atto.

A noi quel programma interessa perché, tradotto in termini attuali, costituisce una proposta di santità per i giovani di oggi, per formare davvero ragazzi e ragazze che siano “luce del mondo e sale della terra”, “onesti cittadini e buoni cristiani”, “le sentinelle del mattino”, insomma “i santi del terzo millennio”.

Ecco i punti:

a. Assumere la vita come un dono, sviluppare i suoi aspetti migliori con gratitudine e viverla con gioia.

“Costante e moderata allegria” – “Partecipare assiduamente nella ricreazione con i compagni”, direbbe Don Bosco.

Con questo intendeva la santificazione della gioia di vivere, cioè:

  • promuovere un ambiente di allegria e di confidenza, in cui la personalità del giovane possa spontaneamente espandersi e maturare;
  • badare alla propria crescita, riconoscendo quello che il Signore ha depositato in noi di buono e di bello, sviluppandolo con fiducia e perseveranza;
  • convivere con i compagni, condividendo con loro la spontaneità dei momenti di svago, la gioia dell’amicizia, il dinamismo della festa;
  • aprire i cuori all’ottimismo e alla fiducia nella vita, salvata e redenta da Gesù Cristo e amata da Dio.
È la voglia di vivere di Ninni di Leo, condannato a morte dalla leucemia, che ammalia i compagni di ospedale con il suo sorriso.
La spontaneità di Ferdinando Calò che alla domanda: “E se morissi?”, risponde: “Sono pronto, si gioca a calcio in Paradiso, no?”.

Lo sguardo, la sensibilità, l’amore alle cose belle di Paola Adamo, che diceva alle sue amiche: “Se Dio è la sorgente di tutte le cose, solo Lui ci potrà fare davvero felici, non il denaro, il potere, il piacere”.

b. Il nervo, la colonna vertebrale, l’energia e la garanzia della crescita: è l’esperienza di Dio e della sua presenza provvidente, l’amicizia con Gesù e la vita che si va conformando ad essa.

“Essere perseverante nell’adempimento dei doveri di pietà e di studio”, direbbe Don Bosco, come seconda indicazione adeguata all’ambiente in cui si svolgeva la vita di Domenico Savio.

Voleva dire innanzitutto:

  • capire la propria vita dalla fede, come dono di Dio e frutto del suo amore, e viverla sempre nella sua presenza con un atteggiamento filiale;
  • desiderare e vivere un incontro personale di amicizia con Gesù e con Maria sua Madre, attraverso una preghiera semplice e perseverante, la partecipazione frequente e impegnata ai sacramenti, specialmente l’Eucaristia e la Riconciliazione;
  • approfondire la formazione cristiana, illuminare le situazioni e i problemi della vita con la Parola di Dio, assicurare un impegno costante e generoso di miglioramento della vita.
È il progetto di vita di Xavier Ribas: “Il mio impegno attuale si può riassumere così: operare nei diversi ambienti in cui vivo ‘conforme alla mia fede’ Liberarmi delle schiavitù è una condizione imprescindibile per realizzare questo; una dedizione quotidiana alla preghiera, che per me consiste nella lettura della Parola di Dio, nel ricordare i fratelli e amici, e una revisione della mia vita o di un fatto”.

È la fedeltà di Teresa Bracco all’Eucaristia giornaliera sempre all’alba, la sua devozione alla Madonna attraverso la recita della corona del rosario nel suo lavoro quotidiano di pastorella.
Ma Don Bosco aggiunge lo studio, cioè, la santificazione del dovere compiuto per amor di Dio e la gioiosa accettazione delle dure esigenze della vita cristiana.
Indica quindi:

  • aprirsi ad una visione della vita di ogni giorno come missione affidata da Dio nello sviluppo delle proprie risorse e qualità, al servizio della propria vocazione nella Chiesa e nella società (cultura vocazionale);
  • vivere il lavoro quotidiano dello studio, della professionalità della vita di famiglia, con precisione e con perseveranza, come risposta d’amore al Signore e servizio agli altri.

È interessante come Don Bosco congiunga strettamente la pietà e lo studio, quello che appare come “religioso” e di chiesa con quello che sembra “profano”, “di mondo”: lo studio, il lavoro, il divertimento.

Per lui la vera pietà consiste molto semplicemente nel compiere i doveri a tempo e luogo e solo per amore di Dio; si verifica nella purità di coscienza, nella decisa volontà di riformare se stesso, nella disponibilità al sacrificio e al lavoro.

Il “Da mihi animas” è il riassunto di una spiritualità che integra in forma unitaria e proporzionata l’azione e la preghiera, il quotidiano e la festa, il personale e il comunitario, il lavoro e la temperanza, l’amicizia e la capacità di autonomia.

c. Aprirsi alla dimensione sociale, al servizio, alla solidarietà, alla carità, e assumere un progetto di vita.

“Adoperarsi per guadagnare anime per Dio”, tornerebbe a dire Don Bosco, cioè, salvarsi e farsi santo salvando le anime.

I giovani educati da Don Bosco col diventare buoni diventano santamente aggressivi, zelanti, ossia missionari tra i compagni. Domenico Savio s’impegnò con coraggio a riconciliare due compagni che volevano ammazzarsi in un duello, si diede a fondare un gruppo di vicendevole aiuto, offrì i suoi servizi in una epidemia di colera che imperversava a Torino, sospirò per l’unione della Gran Bretagna con la Chiesa Cattolica, espresse il desiderio di diventare sacerdote.

Il cammino proposto da Don Bosco si articola in piani diversi e complementari:

  • operare a favore dei compagni nella vita quotidiana, attraverso l’esempio, l’aiuto amichevole per superare le difficoltà, il sostegno dell’ambiente educativo;
  • aprire i giovani alle grandi prospettive apostoliche della Chiesa e ai bisogni della società (le missioni, la pace, la solidarietà, la costruzione di una nuova civiltà dell’amore), e aiutarli a tradurli in immediate attuazioni nella situazione e nell’ambiente dove vivono e operano;
  • promuovere gruppi, associazioni e movimenti in cui gli stessi giovani sviluppino come protagonisti una fede impegnata e attenta alla promozione umana e alla trasformazione dell’ambiente;
  • guidare e accompagnare i giovani nella maturazione delle loro motivazioni verso la concretizzazione di un progetto di vita evangelico e una scelta vocazionale.

È forse questa del servizio e della carità la dimensione della santità che i giovani colgono più immediatamente, quella dalla quale vengono attratti e alla quale più credono, quella che noi dobbiamo continuare a promuovere per dare concretezza alla voce del loro cuore. Difatti assunta con generosità da un grande numero di giovani, che operano da animatori e da volontari, nei quali si vede se non la santità completa e perfetta almeno qualche tratto che può e deve crescere.

Tuttavia, perché queste esperienze esprimano tutta la loro carica di amore e sprigionino tutto il loro dono di grazia, devono essere collocate nello spazio del Regno; devono avere la caratteristica della gratuità, e da “occasionali” devono diventare definitive e totali, un progetto di vita a pieno tempo e a piene forze; i giovani devono rendersi consapevoli che Dio opera attraverso di loro.

Su questa linea, ecco gli esempi del volontario Sean Devereux, l’uomo del sorriso luminoso, del coraggio, dell’impegno, della coerenza, che ha dato la sua vita lavorando nell’Africa per aumentare le aspettative e le possibilità della gente, per ridar loro dignità e speranza: “Finché il mio cuore batte, devo fare ciò che penso di poter fare, aiutare ciò quanti sono meno fortunati di noi”.

Ecco l’impegno progressivo come animatore dei suoi gruppi, e tra i suoi compagni di scuola e di quartiere, di Xavier Ribas, incoraggiato e stimolato dal suo gruppo di formazione nel Centro giovanile, che lo aiutano a scoprire la chiamata di Gesù: “Guardando la mia vita e senza sapere perché, già che c’è niente di straordinario in essa, sembra che Dio mi avesse attratto e mi avesse chiamato; da parte mia sto tentando di seguire il cammino nonostante le difficoltà”.

Ecco l’eroismo dei cinque giovani oratoriani polacchi martiri, coinvolti nell’animazione dei compagni, legati tra di loro da interesse e progetti personali e sociali, e che insieme nei momenti della prova la vivono con coraggio e fedeltà: “Dio ci ha dato la croce, ci sta dando anche la forza di portarla”.

Per concludere

Ho incominciato questo commento alla strenna ricordando la conquista della cima più alta del mondo, l’Everest, e l’ho proseguito raccontando il cammino percorso da Domenico Savio sotto la guida sapiente di Don Bosco.

Concludo con una fiaba, che ho visto sceneggiata dai nostri ragazzi nel teatro di Budapest, dove si è svolta la celebrazione del 90° anniversario della presenza salesiana in Ungheria. Mi è piaciuta molto, anche perché il messaggio è perfettamente in sintonia con quanto scrivevo all’inizio, nel senso che i grandi ideali non sono da proporsi ai pochi, al gruppo selezionato degli “eletti”, ma a tutti, poiché è mettendo insieme la propria luce, il proprio seme di bellezza, di verità e di bontà, che faremo scoppiare un nuovo sole, un nuovo giorno, una nuova umanità in ognuna delle nostre opere, fino a convertire ognuna di esse nel Valdocco di Don Bosco.

Ecco dunque la storia narrata da Jànos Pilinszky, poeta cattolico, molto religioso, che ha conosciuto l’esperienza dei lager, che dovette rimanere in silenzio, con il solo permesso di scrivere favole, come questa della quale vi trascrivo il riassunto:

La nascita del sole

Per molto tempo solo le stelle abitavano nell’alto dei cieli.
Il mondo portava l’abito di lutto.
La terra camminava in solitudine in queste tenebre,
solo i vicini conversavano gli uni con gli altri,
e spesso intorpidivano o si addormentavano cadendo in sonno profondo.
Gli animali non si conoscevano, le nuvole giravano senza senso,
i fiori non vedevano l’abito e i colori degli altri fiori.
Le piogge non sapevano dove cadevano.
Un giorno molte delle stelle decisero di unirsi
per creare con i loro bagliori una grande, splendida luce.
Si misero in cammino tante stelle le une verso le altre.
Da mille direzioni, per mille strade,
mille stelle si avviarono dall’orlo delle tenebre
per dare origine a uno splendore comune
al centro del firmamento vuoto come l’abisso.
Dovettero fare un lungo viaggio
sul nero firmamento,
ma finalmente con grande felicità
tutte le mille stelle si fusero
in una grande, splendida, unica luce.
Nacque così il sole,
il focolare comune di mille stelle
e così cominci la prima grande festa della luce.
Fu una vera festa!
La festa del primo giorno vero.
Arrivavano gli ospiti al banchetto
attorno alla grandiosa tavola rotonda della luce, mai vista prima.
Prima di tutti arrivò l’aria insieme con il firmamento vecchio
portando un manto lungo leggero.
Il terzo ospite illustre fu il mare,
le sue onde suonarono come una salva.
Poi vennero i grandi boschi, gli alberi
in mantelli verdi di foglie,
la famiglia dei fiori, silenziosi ma di bellissimi colori.
Poi gli animali: i veloci cavalli, i fedeli cani, i forti leoni
chi potrebbe annoverare tutti?
Al culmine della festa
arrivò una coppia bella:
un giovane e una giovane,
come la coppia regale del banchetto,
benché arrivassero ultimi, si sedettero a capotavola,
gli altri invitati gioirono.
Tutti si sentivano figli del sole del mezzogiorno,
prediletti nel regno appena nato del firmamento splendido.
Ma all’improvviso un’ombra entrò
nel palazzo di cristallo del sole,
altre piccole ombre la seguirono.
All’inizio nessuno si curò di loro,
ma arrivavano sempre di più,
si mischiavano tra gli ospiti,
e ad un certo punto fece quasi buio.
Il sole neonato cominciò a spegnersi.
Gli ospiti si spaventarono, e tutti fuggirono dal banchetto.
La giovane coppia umana rimase sola nella notte
che diventava sempre più oscura.
Ma il ragazzo non si spaventò nel suo cuore,
abbracciando il suo amore parlò al mondo:
“Non temete, mari e fiori,
non temete animali ed erbe!
Il sole non è morto, solo riposa
per sorgere domani di nuovo con una forza rinnovata.”
Ma durante questa prima notte nessuno dormiva,
né erba, né albero, né vento, né mare.
Tutti aspettarono se sarebbe stata vera la promessa del loro giovane re
sul ritorno del sole.
E quando al mattino la luce si svegliò nella sala di cristallo
del suo palazzo, la accolse un giubilo più grande del primo giorno.
Perché allora tutto il mondo seppe:
la notte è sempre solo un sogno,

dopo il sogno arriva però la splendida realtà della luce.

A Maria, la Madre di Dio, sotto la cui protezione intraprendiamo questo anno 2004, affido ognuno/a di voi, membri della Famiglia Salesiana, educatori, giovani del mondo. Ella, la più eminente collaboratrice dello Spirito Santo, ci insegni a formare attraverso l’opera educativa persone che raggiungano la statura dell’uomo perfetto, Cristo Gesù.

Con affetto e riconoscenza, in Don Bosco.

Don Pascual Chávez V.

1 gennaio 2004
Solennità di Maria SS, Madre di Dio

e Giornata Mondiale della Pace

[1]Bollettino Salesiano Italiano, settembre 2003, pag. 11
[2]G. Bosco, Memorie dell’Oratorio di San Francesco di Sales, a cura di Antonio da Silva Ferreira, LAS, Roma, pag. 35
[3]ACG 368, luglio-settembre 1999, pag. 36
[4]Ricordiamo qui l’intervento di don Vecchi “Guardando Domenico Savio” in occasione del 50° anniversario della presenza dei Salesiani a Lecce (dicembre 1999).
[5]Messaggio in occasione della XV GMG, OR 2-07-1999, pag. 5