Exallievi ed Exallieve di Don Bosco - Puglia

Non fare del male è fare il bene possibile

di Don Enrico Peretti, sdb

//Non fare del male è…

Non fare del male è…

Sei un bigotto?», gli chiese un giorno qualcuno in università (così allora si ingiuriavano i credenti, sia dal versante massonico-liberale, che da quello fascista, che da quello social-comunista). «No», rispose Pier Giorgio rispondendo con bontà, ma con altrettanta fermezza, «No, io sono ‘rimasto’ cristiano!».
Pier Giorgio si dedicò costantemente al “volontariato della carità”, immergendosi nella più viva tradizione dei santi sociali della sua terra: Don Bosco, il Cottolengo, Faà di Bruno, Murialdo, Orione.
«Gli uomini, a partire dai suoi parenti, vedevano questo giovane, a cui nulla sembrava mancare per essere campione di mondanità, trascinare per le vie di Torino carretti pieni di masserizie dei poveri in cerca di casa, e passare sudato sotto il carico di grossi pacchi anche male confezionati, ed entrare nelle case più squallide dove spesso miseria e vizio si danno la mano, sotto gli occhi ipocritamente scandalizzati di un mondo che nulla fa per aiutarli ad uscirne; e farsi, con sorprendente umiltà, lui, il figlio dell’ambasciatore d’Italia a Berlino, lui il figlio del senatore, questuante per i suoi poveri, e per essi ridursi al verde così da rincasare fuori orario per non avere neppure i pochi centesimi che gli bastino per il tram…».
Non era d’altra parte, la sua, una carità ottusa: “Dare è bello – diceva –, ma ancor più bello è mettere i poveri in condizione di lavorare”. Sapeva bene che la carità era anzitutto una questione di giustizia sociale.
Pier Giorgio, ben presto, si ammalò nella maniera più terribile: poliomielite fulminante, che lo distrusse in una settimana.
I funerali furono un accorrere di amici e soprattutto di poveri; i primi a restare allibiti, al vederlo tanto amato e tanto noto, furono i suoi stessi familiari che per la prima volta capivano dove Pier Giorgio avesse veramente abitato nei suoi pochi anni di vita, nonostante avesse una casa confortevole e ricca nella quale arrivava sempre in ritardo.
Quanto mi piace la vita felice di questo giovane che ha goduto del bene ricevuto condividendolo con chi aveva avuto meno di lui, neanche il necessario. Non si è accontentato di “fare del bene” ma lo ha scelto come compito della sua vita, coinvolgendo gli amici nelle sue avventure di carità.
Troppo spesso confiniamo il non fare del male a trattare gli altri con rispetto ma con distanza, facciamo elemosina ma fatichiamo a farci carico dei dolori e delle fatiche di chi ci sta vicino, perché vorrebbe dire fare nostra la sua causa, lasciarci importunare dalle lacrime, curare le ferite.
In questi giorni di calda primavera sono ripresi gli sbarchi dei disperati sulle nostre coste. Fuggono da violenze, soprusi o miseria. Abbiamo pianto tutti nel vedere gli occhi spaventati di Favour, la bimba di sei mesi, arrivata da sola perché la sua mamma incinta di un fratellino era morta nella traversata. Credo che tutti si siano sentiti pronti ad accoglierla in casa e a darle una famiglia. Davvero lo credo. Come credo che ciascuno si sia sentito sconvolto dalla foto del corpicino di Aylan annegato nel tragico tentativo di scappare dalla folle violenza Siriana.
Una scossa di responsabilità ci ha detto che un mondo che lascia soli i bambini o li lascia morire annegati non è un mondo umano. Fin qui il nostro dolore sconvolto.
Poi comincia la responsabilità che voglio riprendere con le parole di Piergiorgio Frassati.
“Dare è bello – diceva –, ma ancor più bello è mettere i poveri in condizione di lavorare”. Sapeva bene che la carità era anzitutto una questione di giustizia sociale.
Dobbiamo cambiare il nostro modo di vivere, dobbiamo far cessare le violenze, quelle della guerra folle e sanguinaria, ma anche quella dei ricchi verso i poveri. Non dobbiamo più credere che il nostro benessere ci possa salvare o che i muri ci riparino dall’esodo dei poveri. Anche perché se tacessero loro, i poveri, sarebbe la coscienza cristiana (No, io sono ‘rimasto’ cristiano! Dice Piergiorgio) a domandarci conto con la voce di Dio: “Dov’è tuo fratello?”.
Fare il bene, aiutare i poveri, accogliere i profughi, gli orfani e le vedove sono opere di misericordia che ci vengono messi davanti agli occhi. Non vedere è farsi complici del male dei malvagi.
Perché solo il bene condiviso è bene: quello tenuto solo per noi, con un possesso egoistico e al chiuso dei nostri “confini”, siano essi quelli dello stato o le mura di casa, si consuma in fretta e lascia infelici e angosciati.
«Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me». (Ap 3,20).
Mi auguro di potermi sempre sedere a cena con Gesù perché ho ascoltato il suo bussare e gli ho aperto. Lo auguro anche a ciascuno di voi.

By |2018-10-02T22:04:47+00:00luglio 18th, 2016|Categories: Exallievi|Tags: |Commenti disabilitati su Non fare del male è…

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