Siamo andati sulla Luna e su Marte, abbiamo trasformato la terra in un piccolo villaggio globale…, sembravamo invincibili, invece un invisibile virus ci fa scoprire improvvisamente fragili e indifesi. Pascal e Kant, con le dovute differenze, sostenevano che l’uomo si trova nella situazione paradossale di essere grande e piccolo insieme. Siamo grandi nei confronti della natura perché, a differenza di tutto ciò che esiste, siamo gli unici esseri pensanti; uno status non da poco, visto che ci permette di fare progressi straordinari nel campo della scienza e della tecnica, dell’etica e della politica. È un dono concesso da Dio ad Adamo quando gli comanda di dare il nome alle cose (Gen 2, 19-20) e di dominare e soggiogare la terra (Gen 1, 28).

Tuttavia, l’universo illimitato e incommensurabile ci fa sentire anche piccoli e vulnerabili tanto che basta, come scrive Pascal, “un vapore o una goccia d’acqua per ucciderci”. Dobbiamo farcene una ragione, l’uomo è grande, ma la sua esistenza è strutturalmente segnata dal limite e dalla finitudine, semplicemente perché siamo creature e non Creatori. Se fossimo stati noi a crearci, ci saremmo dotati di tutte le perfezioni divine; invece no! Siamo uomini e non Dio!

Trovandoci in questa situazione mediana tra splendore e miseria, bisogna evitare due eccessi. Il primo è quello di riconoscere solo la grandezza. È un errore dettato da quel delirio di onnipotenza che illude tanto l’uomo da farlo sentire un dio in terra; una forma di superomismo che si traduce spesso in volontà di potenza e di sopraffazione sugli altri e sul creato. Il secondo errore è di chi vede l’uomo come un minorato e di conseguenza immagina Dio come un essere onnipotente che corregge continuamente le nostre deficienze. Questa visione erronea di Dio e dell’uomo in questi giorni spinge alcuni a interpretare la terribile pandemia del covid-19 come una punizione correttiva nei confronti di un uomo peccatore. Ma questa visione è orrenda! La connessione tra malattia e peccato è stata già smentita nell’episodio del cieco nato (Gv 9, 1-41), dove Gesù contraddice apertamente i suoi discepoli. Il virus, come qualsiasi altra malattia, non è mandato da Dio, ma è il frutto di scelte libere dell’uomo e della casualità di tanti eventi naturali, ed è l’uomo stesso che deve scoprire le cause e trovare le soluzioni. A questo punto qualcuno potrebbe dire che, se il problema è nelle nostre mani, non ha più senso rivolgersi a Dio. Invece no! Questa è la convinzione di chi considera l’uomo alla stregua di un dio, come se fosse la “misura di tutte le cose”. Se, invece, lo consideriamo per quello che è, cioè un misto di grandezza e di miseria, allora troviamo giusto pregare Dio che è l’unico a essere la “misura di tutto”.

Dunque è un bene pregare, ma come pregare? Ricordiamoci che Dio non risolve i problemi dall’alto in modo miracolistico; non è un deus ex machina, un distributore celeste di beni materiali su richiesta, perché un Dio simile tratterebbe l’uomo come un burattino.

Quando Gesù ci comanda di chiedere e di bussare, non ci dice che Dio concede qualsiasi cosa in modo automatico e magico, anche perché spesso, come ci ricorda S. Paolo, non sappiamo neppure cosa sia conveniente domandare (Rm 8,26). Purtroppo molti non lo capiscono e per questo, quando non ottengono ciò che vogliono, finiscono per non pregare più. Gesù, invece, ci dice che quando chiediamo e bussiamo, Dio dà “lo Spirito Santo a coloro che glielo domandano!” (Lc 11,13). In altre parole, noi non preghiamo per suggerire al Signore come comportarsi in una pandemia, perché già sa quello che deve fare! La preghiera non cambia la volontà di Dio, ma cambia i nostri atteggiamenti. Infatti, chi riceve lo Spirito Santo abbandona tristezza e pessimismo e riesce a vedere i germogli di vita e di speranza anche in un tempo di crisi come il nostro; chi accoglie lo Spirito nel suo cuore è anche capace di trasformare un evento tragico com’è questa pandemia, in un’opportunità per rinascere. Stiamo vivendo una lunga alba, in attesa di un giorno nuovo che tarda ad arrivare, ma non disperiamo e impariamo da don Bosco a trasformare le difficoltà in risorse.

Il nostro santo, infatti, non si lamentava dei tempi difficili, ma rispondeva ai problemi della società di allora, aprendo oratori e laboratori di arte e mestieri, scrivendo libri, costruendo scuole e collegi, fondando congregazioni e associazioni. Se non vogliamo che l’opportunità offerta da questa crisi la sfruttino i mafiosi e gli usurai, dobbiamo essere più svegli dei “figli delle tenebre” (Lc 16,8).

Questi ultimi sono scaltri nel fare il male, noi invece con l’aiuto dello Spirito dobbiamo essere svegli e attivi nel fare il bene. Se ci fidiamo di Dio e doniamo i nostri “cinque pani e due pesci” (Mc 6, 38), Egli farà il resto per restituire gioia e speranza in un momento in cui sta prevalendo mestizia e angoscia. La Provvidenza divina fa breccia nel cuore dell’uomo non in modo miracolistico, ma per mezzo della sua Parola; un intervento che non annulla la libertà e non elimina la problematicità della storia umana.

A coloro che accolgono la Parola in una riunione di governo o in un’aula di tribunale, in un laboratorio scientifico o nella corsia di un ospedale, Dio effonde il suo Spirito; quello Spirito che ci aiuta a capire che è un bene investire il denaro nella ricerca scientifica e non negli armamenti, che è un bene coniugare il benessere economico con la salvaguardia del pianeta, lo sviluppo solidale con gli interessi dei propri cittadini. Pertanto preghiamo come ci dice Gesù, cioè senza stancarci (Lc 18, 1-8). Non si tratta della stanchezza fisica, ma dell’accidia, di quella pigrizia spirituale che ci fa cadere nell’abitudine, recitando formule sterili e senza slancio amoroso; di quella stanchezza che ci fa smettere di pregare perché siamo convinti di non essere ascoltati. Invece preghiamo, preghiamo ininterrottamente, perché così facendo ci “spuntano le ali” per vedere il mondo dal lato di Dio e mantenere la calma anche quando tutto attorno a noi sembra che crolli.

Scrive Gandhi: “È la preghiera che ha salvato la mia vita. Senza preghiera sarei impazzito da molto tempo. Se non ho perso la pace dell’anima, nonostante tutte le prove, è perché questa pace viene dalla preghiera. Si può vivere alcuni giorni senza mangiare, ma non si può vivere nemmeno un giorno senza pregare. La preghiera è la chiave del mattino e il chiavistello della sera”. Se preghiamo, diventiamo migliori e anche le nostre debolezze si trasformano in una forza. Più l’uomo si inginocchia, più si innalza.

Da Voci Fraterne N. 2, Giugno 2020