LETTERA APERTA A MICHAEL HORT

in margine alla lettera “Che tipo di Exallievo per il XXI secolo?”

con la quale invita alla celebrazione dell”Anno Giubilare per il 150° anno della Associazione degli Exallievi/e di Don Bosco

Carissimo Michal,

nel ringraziarti per l’invito contenuto nella tua lettera a partecipare alla celebrazione del 150° degli Exallievi/e di Don Bosco nell’EuroBosco 2020 che si terrà a Torino, desidero esprimerti alcune mie considerazioni.

Centocinquanta anni di presenza, per una qualsiasi Associazione, sono un traguardo veramente invidiabile: non sono molte in Italia le esperienze associative di tale longevità nel campo sia religioso che laico.

Forse il primato spetta alla Conferenza di San Vincenzo De Paoli che data dal 1833; la stessa Azione Cattolica precede di appena tre anni la “nascita” degli Exallievi di Don Bosco nel 1870 mentre la Croce Rossa si costituisce nel 1884. Dunque a meno che non si vogliano citare il millenario Sovrano Militare Ordine di Malta o le prime logge massoniche italiane nel XVIII secolo, la nostra è una meta di tutto rispetto.

Ma lasciando da parte queste divagazioni sui primati, sicuramente lacunose, è lo spirito del “Santo dei giovani”, Don Bosco, che in pieno risorgimento italiano creò le condizioni per l’avvio del nostro “movimento” che, dandosi nel tempo una struttura organizzata, si radicherà in tutti i continenti.

Concordo certamente con te quando scrivi che il 2020 deve essere un anno di festa e di gioia come credo sia ancora più importante e utile farne “anche un anno di riflessione e ripensamento” come opportunamente sottolinei nella tua lettera che chiudi con la frase “Invito tutti voi a unirvi a me in questa riflessione per poter godere dell’anno giubilare del 2020 e prepararci per i prossimi 150 anni degli Exallievi di Don Bosco”: aderisco pienamente al tuo invito con le considerazioni che seguono e che si proiettano specialmente sulla seconda parte della tua frase.

Nella mia intenzione vanno nella direzione da te prospettata e si riferiscono alla realtà italiana. Derivano dai miei 17 anni di esperienza associativa tra gli Exallievi di Don Bosco dell’Unione di Catania-Salette, preceduti da una lunga frequentazione di un oratorio salesiano nel cuore del quartiere di S. Cristoforo della città etnea, tristemente famoso per il suo stato di degrado in tutti i sensi. Si tratta pertanto di una visione, la mia pur limitata, ma che cerca di essere un contributo in direzione di quanto tu auspichi e in tale ottica ti prego di accoglierla.

Mi sforzerò di andare a di là dei luoghi comuni retorici o elogiativi. Desidero chiarire che, su vari temi, ho cercato di rimanere strettamente sul piano di ragionamenti attinenti ad aspetti “organizzativi-associativi”, ponendomi e ponendo alcuni interrogativi.

1. Può essere utile approfondire la nostra storia per ripensare il nostro progetto associativo?

Sono convinto che oltre il momento di festa e di gioia per il 150° anniversario sia importante una analisi ragionata e approfondita di quanto è avvenuto nel nostro sodalizio in questo secolo e mezzo. Credo sia la cosa più ovvia da fare in primo luogo in una occasione come questa. “Ripensare” cosa siamo stati e cosa siamo è fondamentale per immaginare la prosecuzione del nostro cammino. Ma mi rendo conto che i tempi che avremo a disposizione nel previsto incontro di giugno (qualora la data venisse confermata) saranno piuttosto limitati e l’analisi retrospettiva difficilmente potrà essere approfondita. Perché non lanciare il progetto della pubblicazione di una “Storia degli Exallievi di Don Bosco”?

Già Tucidide1 quattrocento anni a.C. lucidamente suggeriva che “bisogna conoscere il passato per capire il presente e orientare il futuro”: un metodo che ci aiuterebbe a trarre insegnamenti per prepararci ai prossimi 150 anni.

Ma perché scrivere una Storia degli Exallievi di Don Bosco?

In un libro di “Storia dell’Azione Cattolica” (sulla quale c’è un’ampia storiografia2), l’autore3 si chiedeva nella prefazione: “Perché una storia dell’Azione Cattolica Italiana?”. Questa la risposta che si diede subito dopo: “Anzitutto in quanto non esiste niente del genere, in forma organica, con finalità divulgative, criteri di ricerca scientifica, e valutazioni slegate da affetti associativi”. Questa risposta può benissimo applicarsi al nostro caso se si considera che è estremamente difficile trovare analisi storiche sull’associazionismo cattolico, e sono numerosissime, che prendono in considerazione l’esperienza degli Exallievi. Finora non ho trovato libri sul tema. Probabilmente è un mio limite ma sarei felice che mi segnalassi dei riferimenti. Un libro di storia degli Exallievi, approfondito e analitico, che raccogliesse in forma organica e complessiva tutti i singoli aspetti dell’esperienza degli Exallievi, sarebbe uno strumento per farci conoscere e apprezzare meglio al di fuori della nostra cerchia e nella società (incluso il mondo della ricerca sociologica e di storia della Chiesa) oltre ad essere per noi un importante strumento di lavoro e di introspezione di grande aiuto per noi stessi.

Si tratta di un progetto che è già all’ordine del giorno nella Federazione Italiana ma che potrebbe essere incluso nell’agenda della Confederazione (con una commissione ad hoc che ne discuta le modalità, individuando studiosi da coinvolgere, articolandone i contenuti, ecc.), dandogli un respiro internazionale come appunto si caratterizza la nostra associazione, a meno che non sia già previsto, da lanciare nel workshop sulla storia della confederazione già nell’agenda dell’EuroBosco.

2. L’associazione sta crescendo?

In un articolo pubblicato su Voci Fraterne4 ho rilevato che la crisi del nostro sodalizio sembra essere iniziata nella seconda metà degli anni ’60, epoca di “rivoluzioni culturali” che misero in discussione valori e modi di vita tradizionali. Fino a quel momento la nostra associazione fu forte e solidamente radicata anche se non sembra abbia mai raggiunto quella capacità di influire sulla società italiana come si accredita all’Azione Cattolica fino agli anni del Concilio Vaticano II5. Ancora nel settembre del 1965, in occasione del 1° Congresso Europeo degli Exallievi di Don Bosco a Torino (che fu preparato con l’invio preventivo alle Delegazioni Nazionali di un corposo e approfondito documento-analisi sul tema “L’Exallievo e le sue responsabilità di fronte ai problemi di oggi”), la cronaca di quell’evento (era il 150° Anniversario della nascita di Don Bosco) ci parla di diecimila Exallievi convenuti in Piazza Castello da dove partì un imponente corteo (le foto di allora lo documentano) che attraversò la città. “La solenne manifestazione doveva dare una pubblica testimonianza dell’attaccamento filiale degli Exallievi a Don Bosco e ai Salesiani e l’esito superò ogni più larga attesa”: così leggiamo negli atti6. Quella testimonianza fu data e corrispondeva a ciò che era nella tradizione e nella ragion d’essere dell’associazione fino a quel momento quando gli Exallievi provenivano in grande parte dalle scuole salesiane: ma ciò non fu sufficiente per reggere l’urto dei tempi che ora richiedevano che l’Associazione si confrontasse in modo diverso con la società, con un impegno più consistente da assumere sotto la spinta dei cambiamenti culturali che in quegli anni stavano trasformando il mondo. Comincia il declino. Già nel ’68, nel nostro “Convegno Giovani Exallievi” ad Assisi, Sergio Vinciguerra, vice Presidente Nazionale, denunciava la crisi numerica nell’associazione affermando che “…deve esservi la consapevolezza che allo stato presente le perdite sono inevitabili. Toccherà semmai alla congregazione l’analisi delle cause e l’enunciazione dei rimedi, ammesso che i rimedi vi siano. Noi sulla base di questa considerazione lavoreremo per ridurre le perdite”7. In realtà quella analisi non credo all’interno dell’Associazione sia mai iniziata seriamente e si è andati avanti vivendo di rendita e di ricordi, quasi per inerzia, ma perdendo via via pezzi del nostro grande patrimonio di risorse umane. La “analisi delle cause” e la ricerca dei “rimedi” invocati da Vinciguerra sono concretamente mancati e la rendita si è nel tempo dispersa: negli ultimi due EuroBosco è stato considerato già un successo il centinaio di presenze presenti.

Sono valutazioni ovviamente personali ma sulle quali sarebbe opportuno discutere e confrontarsi.

3. Potrebbe essere utile ricaratterizzarci?

Un primo punto potrebbe essere la considerazione che da tempo la sorgente degli Exallievi non è più unicamente rappresentata da quanti escono dalle scuole, dai collegi salesiani o dagli oratori. Già il regolamento della nostra Federazione ne ha preso atto e la nostra proposta associativa si rivolge anche all’esterno del mondo salesiano8. Una nuova sfida, forse più impegnativa per noi, ma certamente entusiasmante. Ma resta il problema di quali siano i contenuti di questa proposta. Abbiamo spesso usato lo slogan “Don Bosco ti chiama”. E Don Bosco non credo chiami solo “gli Exallievi”. Solo che bisogna spiegare a chi invitiamo ad aderire alla nostra Associazione perché e per far cosa. Non possiamo più puntare unicamente su valori quali la riconoscenza e l’attaccamento filiale: non basta più, da tempo.

Se proviamo a ragionare su quali sono le associazioni, di vario genere e ispirazione, che dopo il ’68 hanno avuto una certa rilevanza in Italia sembrerebbe siano quelle che meglio si sono caratterizzate per un obiettivo o un ambito di azione immediatamente individuabile, percepibile e riconoscibile. Penso all’Agesci, alle diverse associazioni ambientaliste, alla Comunità di Sant’Egidio, a Libera, ai Focolarini, a Comunione e Liberazione, la San Vincenzo, o ai giovani che si aggregano intorno alle Misericordie, ecc. Generalmente in questi casi c’è, per chi guarda dall’esterno, una percezione diretta della azione concreta portata avanti. Ma se volessimo spiegare a qualcuno cosa è, o ancor più “cosa fa”, l’Associazione degli Exallievi sarebbe molto meno immediato e diretto identificare un preciso terreno di impegno che evochi nell’immaginario una mission operativa sul piano pratico. Tanto più che, all’esterno, ci presentiamo come degli “ex” qualcosa.

Noi lavoriamo, si badi bene generosamente, in tante direzioni e su temi diversi: carceri, periferie, scuole, oratori, parrocchie, cultura, ambiente9 ecc. ma ci manca un obiettivo “bandiera” che accomunandoci ci faccia riconoscere e distinguere come Associazione anche in termini di attrattività. Probabilmente è un problema in più per noi quando ci rivolgiamo ai giovani di oggi le cui aspirazioni forse non riusciamo a cogliere o non ci attrezziamo adeguatamente a cogliere10. In un editoriale su “Voci Fraterne”11 così ha scritto Valerio Martorana: “Oltre il convegno annuale, cosa siamo in grado di offrire all’esterno per essere appetibili?”, e più avanti, “Dobbiamo obbligatoriamente cambiare rotta, ne vale per la nostra sopravvivenza”. Una messa a fuoco sintetica ma efficace che fotografa una nostra difficoltà di fondo.

Non è un problema da poco. Anche il nostro motto “buoni cristiani e onesti cittadini” siamo sicuri che identifica e distingue una proposta formativa caratterizzante che possiamo rivolgere fuori della nostra cerchia? Ma l’Azione Cattolica, la Gioventù Francescana, Comunione e Liberazione o l’Agesci ed altro ancora, forse mirano al contrario? Credo quindi sia difficile per noi offrire un messaggio specifico e distintivo di quanto vogliamo proporre soprattutto ai giovani.

Nel “ripensare” “Che tipo di Exallievo per il XXI secolo?”, il primo passo potrebbe essere abbandonare il linguaggio retorico, le frasi fatte, la ripetizione generica e vaga dell’essere presenti sul piano socio-politico e lanciare messaggi che possano intercettare aspirazioni dei giovani che siano allo stesso tempo tematiche di interesse generale sulle quali si gioca il futuro del paese, e non solo, e che marchino in maniera comprensibile una specificità nel costruire “buoni cristiani e onesti cittadini”.

La questione ambientale potrebbe essere una idea “bandiera”?

Il Rettor Maggiore nella Strenna 2020 ci propone di pensarci su quando, riferendosi a Papa Bergoglio, ci dice: “L’impegno per la casa comune (visione dell’ecologia proposta dalla Laudato si’) non è un impegno in più: è un orizzonte che interpella per intero la nostra cultura, fede, stile di vita, missione, educazione e evangelizzazione. Inoltre, l’ecologia ci parla anche di una proposta educativa integrale (nei suoi valori umani e spirituali). Quando parliamo di cura della casa comune o di cura del Creato, non siamo di fronte ad una scelta opzionale, bensì ad una questione essenziale di giustizia, dal momento che la Terra che abbiamo ricevuto appartiene anche a coloro che verranno dopo di noi. L’ambiente è un prestito che ogni generazione riceve e che deve trasmettere alle generazioni successive”.

Andando ancora avanti, la lettura del quarto capitolo della Laudato si’ dà una chiave di volta per comprendere come “la cura della casa comune” assommi in sé ogni aspetto delle dimensioni umane e sociali dove in ultima analisi convergono tutte le azioni che noi mettiamo in campo unificandole. Il che non significa minimamente che diventiamo “ambientalisti”. La proposta della “ecologia integrale” di Bergoglio è qualcosa di molto più ampio perché unifica ecologia ambientale, economica e sociale, cultura, vita quotidiana, il principio del bene comune, la giustizia tra le generazioni, l’etica sociale, la fede. In altri termini l'”ecologia integrale”, che rimanda al “Vangelo della creazione”12, è un terreno privilegiato su cui imperniare il ruolo socio-politico dell’Associazione sulla scena politica. Ma ciò dovrebbe accompagnarsi ad una formazione tendenzialmente olistica all’interno delle Unioni come palestra di elaborazione ideale e di attività conseguenti, e all’esterno prendendo posizione sulle cause della crisi ambientale, sull’economia circolare, sulle problematiche energetiche, sulla giustizia sociale, sul lavoro, ecc.: opzioni che l’Associazione comunica alla società, e su cui si impegna con atti concreti e messaggi pubblici coerenti.

Potrebbe questa essere una scelta capace di “incontrare” le aspirazioni e le attese dei giovani di oggi che peraltro sembrano attratti dal tema e disponibili a mettersi in gioco? Don Ártime nella Strenna ci suggerisce di “Accompagnare il protagonismo giovanile nell’impegno per la casa comune” e cita la Tunberg. E sottolineo ancora le parole che ha scritto “L’impegno per la casa comune non è un impegno in più”13.

Tutto ciò dovrebbe però tradursi in “campagne” su interventi concreti ad esempio sulla plastica o sulla gestione dei rifiuti nei quartieri dove operano le Unioni (creando ove possibile, sinergie e collaborazioni non solo tra Unioni ma anche con altre associazioni di volontariato) come anche aderendo pubblicamente ad iniziative nazionali o internazionali quali il Manifesto di Assisi per “Un’economia a misura d’uomo contro la crisi climatica” ed altro.

Ovviamente sono ipotizzabili altri possibili temi “bandiera”. In discussione è se siamo interessati o no a farci identificare con una connotazione definita, comprensibile, attuale.

In ogni caso si tratta di una prospettiva non certo di breve termine, ma qui stiamo parlando di “Che tipo di Exallievo per il XXI secolo” vogliamo prefigurare, valutando di volta in volta i risultati dei nostri tentativi e rimettendoci sempre in discussione.

4. Come tradurre in fatti il nostro impegno socio-politico “come associazione”?

È una domanda che ci poniamo praticamente da sempre e da sempre facciamo ragionamenti intorno alla questione scrivendo pagine su pagine e dicendocelo nelle nostre riunioni. Ma la realtà è che, come lucidamente ha sostenuto nell’EuroBosco di Malta nel 2014 Carlos Berenguer Sanchez nella sua relazione (“Identità e Missione dell’Exallievo/a di Don Bosco Oggi”) “Il nostro problema è come costruire un nostro ruolo socio-politico nel contesto sociale come associazione”. Siamo ancora alla ricerca di questo ruolo con buona pace di tutti gli sforzi finora compiuti: dovremmo, per poter progredire su questo piano, prenderne atto e mettere da parte i discorsi retorici. E prima di tutto distinguere chiaramente tra azione socio-politica individuale e azione-socio politica come associazione, come lascia intendere Sanchez. Sono concetti che si integrano, naturalmente, ma che si muovono su piani diversi.

Non c’è alcun dubbio che nel primo caso il contributo degli Exallievi sia stato e sia imponente: numerosissime sono le testimonianze e i contributi individuali nel campo socio-politico, o nella politica tout court, offerte da figure ammirevoli quali quelle compendiate nel volume “Exallievi Don Bosco”14: si tratta di exallievi santi; exallievi cristiani esemplari ed exallievi realizzatisi nella vita (letterati, artisti, persino attori e sportivi), molti nel campo politico propriamente detto (compresi nomi famosi). Del resto basta riflettere sul grandissimo numero di giovani che sono passati nelle scuole o negli oratori salesiani per farsi un’idea di quanto può essere grande la platea degli exallievi esemplari che hanno agito nello spirito di Don Bosco. La stessa esperienza di Alberto Marvelli, un gigante nell’essere “buon cristiano e onesto cittadino”, può essere letta in questo senso. Alberto ha il suo primo impatto, fuori dalla famiglia, con l’oratorio salesiano come scrive Fausto Lanfranchi15 nella biografia a lui dedicata dove leggiamo anche: “Alberto Marvelli aveva aderito all’Azione Cattolica entrando a far parte del gruppo fanciulli cattolici quando aveva appena 12 anni, nel 1930, e vi rimase fino alla morte, nel 1946. Una lunga militanza, entusiastica, attiva, responsabile”, e più avanti “L’Azione Cattolica fu l’ambito principale nel quale Alberto educò la sua giovinezza alla generosità, all’impegno, alla santità”. La sua attività, straordinaria, non sembra quindi potersi ricondurre ad una esperienza come Exallievo Associato. Ciò ovviamente nulla toglie al valore enorme di ciò che è stato Alberto e a ciò che per noi rappresenta in termini di stimolo ed esempio per il contributo da lui dato nella realtà sociale e politica come testimonianza che ha certamente avuto le sue più profonde radici nell’insegnamento di Don Bosco.

Ma il problema resta quello di Sanchez. Tutte quelle testimonianze sono ascrivibili come azione di una Associazione in quanto tale o il risultato di scelte personali pur se riconducibili alla formazione ricevuta negli ambienti salesiani? Tra i due aspetti c’è una differenza concettuale?

Faccio un esempio tra i tanti possibili. Nel dibattito sulle “unioni civili” in Italia non ho dubbi che gli exallievi, personalmente e individualmente abbiano portato avanti nella loro vita i valori appresi negli ambienti salesiani. Ma l’Associazione come tale, oltre ad affrontare il tema al suo interno, si è espressa pubblicamente? Quale posizione ha assunto? Per quale linea di valori si è espressa come soggetto organizzato verso la società attraverso i vari media per dialogare con essa? Sembra essere mancato un indirizzo, un sentire comune, una qualsiasi strategia come posizione dell’Associazione sulla questione e proclamata come tale nella collettività. Il che vuol dire fare politica in una società pluralista quale quella attuale dove hanno cittadinanza progetti sociali differenti i cui soggetti portatori si confrontano e dialogano però su valori riconoscibili.

In altri termini su temi come questi appena citati, e in molteplici situazioni analoghe16 andrebbe assunto un ruolo socio-politico esplicito mettendoci in gioco, altrimenti quella nostra “afonia e debolezza di rilevanza”, rilevata dal Delegato italiano Don Gianni Russo17, resta tale per la nostra Associazione e il sempre invocato ruolo socio-politico rimane nebuloso e intangibile o comunque limitato alla sfera personale.

La riflessione quindi va lontano nella ricerca di possibili motivazioni che stanno a monte di questa nostra scarsa significatività attuale in campo socio-politico. Riporto nella lingua originale un brano della relazione di Mons. Raùl Biord Castillo, salesiano, presentata nel citato congresso alla UPS, considerazione che apre un interrogativo metodologico cruciale: “Muchas de nuestras obras: colegios, oratorios, parroquias solo ofrecen un accompanamiento a ninos adolescentes, la mayorìa de la veces en lo ludico, deportivo y estetico, pero realmente no los acompanamos en su juventud, habida cuenta que la juventud se ha prolongado. No los acompanamos suficientemente en la universidad y en su inserciònes en el mundo del trabajo, no los acompanamos en sus opciones de vida durante el noviazgo y los primeros anos de matrimonio. Creo que como salesianos debemos repensar nuestras presencias en medio de la yuventud y, si es necesario, recolocar nuestras obras para que realmente cumplamos la misiòn de acompanar a los jòvenes en sus opciones de vida. Especialmente hay que repensar la formaciòn en lo social y en lo politico, que son dimensiones imprescindibles de todo ser humano”.

Parole molto chiare quanto forti su cui meditare. Sono un invito a un ripensamento profondo delle strategie di attuazione della formazione dei giovani alla dimensione socio-politica che poi possa esprimersi come Associazione. Se fosse una lettura che corrisponde alla realtà significherebbe che dal ’68 ad oggi non siamo ancora riusciti ad andare significativamente oltre l’impostazione originaria del nostro sodalizio. L’avere poi sempre privilegiato l’aspetto della “filialità verso i salesiani” probabilmente ha alimentato un corto circuito di autoreferenzialità che non ha favorito la nostra “uscita verso l’esterno” indebolendo l’Associazione.

Sanchez attende pertanto ancora una risposta: impegno socio politico come associazione o come scelta personale privata? Sono cose diverse, come si evidenzia anche nell’introduzione al Piano Strategico 2015-2021 della nostra Confederazione Mondiale18, due “goals” che tuttavia che si integrano. Fino ad ora sembra abbia prevalso la seconda opzione. Ciò non toglie che la nostra scelta futura possa benissimo essere di puntare unicamente sulla formazione salesiana da spendere ognuno nel miglior modo possibile “personalmente” (“one as a single past pupil by living Don Bosco ideals, one can reach the goal of heaven”) nel socio-politico, nel mondo; si tratta di una scelta strategica validissima: ma dovrebbe essere annunciata in maniera chiara19 rinunciando definitivamente ad una “presenza associativa” sulla scena pubblico-politica e quindi ad una certa ambiguità.

Se nel futuro decidessimo di andate in questa direzione l’interrogativo di Sanchez non avrebbe più motivo di essere posto. Anche noi rinunceremmo ad una nostra visione politica Associativa di mondo, di società, di forma di governo, di scelte economiche, di gestione della finanza, delle questioni ambientali, ecc. incluso il tentativo di elaborazione di idee comuni, sia pur minimali con le quali presentarci oltre il nostro recinto.

Ciò non toglie che resterebbero tuttavia ampi spazi di intervento ideale e pratico che potremmo occupare, come già in molti casi facciamo attraverso la nostra azione nelle unioni. Ovviamente si tratta di un supporto sociale, pur importantissimo che va incontro alle situazioni di disagio e di bisogno diffusi nella nostra società.

Il che però non mette criticamente e politicamente in discussione aperta i modelli di vita predominanti (sostenuti dalle lobby interessate, dalla pubblicità che costruisce bisogni lontani dall’essenziale, ed altro ancora) limitandoci al più ad un loro inseguimento a distanza senza prese di posizioni culturali associative rivolte anche all’esterno nella ricerca di convergenze oltre il nostro steccato.

5. Il concetto dell’onesto cittadino può essere ridefinito?

Ho letto una analisi critica del significato dell’essere “onesti cittadini”, nella sua evoluzione concettuale, apparsa sulla rivista di Ricerche Storiche Salesiane20: propone una visione dello sviluppo di quello che è uno dei pilastri della prospettiva formativa di Don Bosco e dei suoi salesiani. Ma prima di riassumerla vorrei sottolineare come Don Bosco stesso sia stato un esemplare “onesto cittadino”: tutta la sua vita è stata una lezione che ci chiarisce come essere un “buon cristiano” (e Don Bosco è stato un “super” cristiano!) sia inscindibile dall’essere “onesti cittadini”. Una ampia lettura su Don Bosco sotto tale profilo ce la offre Guiducci21 “sia in termini di memoria che di attualità”: ne risulta una figura di “grande santo” e di “grande cittadino”. Ma vorrei soffermarmi sul secondo aspetto.

Don Bosco lo ha vissuto coerentemente nel contesto del tempo segnato per i cattolici dal non expedit22. Era un’epoca “quando si parlava piuttosto di fedele suddito” come nota Malizia23 che analizza l’evoluzione del concetto formativo di “onesto cittadino” da Don Bosco in poi. Era già quasi sovversivo l’uso del termine “cittadino” in quel tempo. Nel suo operare Don Bosco coglieva di volta in volta le possibilità offertegli dalle cangianti condizioni storico-culturali e dalle congiunture economiche che si presentavano, educando ad essere onesti e capaci lavoratori del comune senso civico. “Di fronte ai giovani concreti di cui ci si occupava poco o nulla, il suo cuore di prete, pieno di sollecitudine per i loro bisogni quotidiani, ha reagito con interventi nell’ambito sociale e politico”. Il binomio don Bosco lo adotterà in tante varianti: buoni cristiani e uomini probi, buoni cristiani e savi cittadini, ecc. pur se “Tali espressioni evidenziano la condivisione da parte di Don Bosco di una concezione moderata del sistema sociale, pienamente comprensibile in un periodo in cui i cattolici erano tesi a ricomporre il tessuto morale e civile del Paese profondamente scosso dagli effetti della rivoluzione francese”24. Gli exallievi nascono quindi all’interno di questa “logica moderata” in cui però non c’è una visione compiuta della persona socialmente matura e politicamente impegnata25. Ma Don Bosco, “onesto cittadino”, riuscirà a conquistarsi le simpatie dello Stato Sabaudo, pur ostile nei confronti della Chiesa che riconoscerà l’opera di Don Bosco come “benemerita della religione e della società”. E i suoi interventi, profetici come ad esempio quelli a tutela del lavoro giovanile26, faranno la storia. In definitiva Don Bosco quale “onesto cittadino” in primo luogo ci insegna che tale ruolo va calato con intelligenza nella realtà socio-politica in cui si vive cogliendone i segni e le esigenze.

La Rerum novarum (verrà nel 1891, Don Bosco non c’è più ma in alcune sfumature sembra averla anticipata) induce un mutamento di ottica nella questione sociale in quanto introduce il concetto della ricerca della giustizia sociale come dimensione essenziale di ogni azione sul piano socio-politico dei cattolici. “Ma nelle deliberazioni della Congregazione la prospettiva rimane sostanzialmente difensiva, ristretta al sociale, mentre le proposte restano ancora lontane dall’idea di educare in positivo una persona socialmente e politicamente impegnata, assunta come una finalità specifica del progetto da realizzare”.27

L’analisi di Malizia continua mettendo in rilievo come si avrà un profondo rinnovamento con il Concilio Vaticano II e nel Capitolo Generale XIX quando si afferma “la necessità della integrazione tra la formazione religiosa e apostolica da una parte e dall’altra quella sociale”. Un ulteriore passaggio in avanti si avrà nel Capitolo Generale del 1971: emerge un incoraggiamento alla formazione orientata all’impegno per la giustizia e per la costruzione di una società più giusta e più umana. Con Don Chavez si affermerà la necessità e l’urgenza di una riattualizzazione del concetto di “buon cittadino” assumendo in maniera definita l’opzione per i diritti umani, con particolare attenzione verso i giovani, con un progetto che non si limiti ad interventi di assistenza e supporto, pur basilari, ma che porti alla affermazione decisa della necessità di uno sviluppo completo.

Credo che tutto ciò si possa leggere, per noi Exallievi, come un invito ad intervenire “in modo politico” nella società per tentare di modificarne meccanismi, o i sistemi, che generano le ingiustizie sociali e tutti quegli effetti critici (disagio, indigenza, modelli di vita insostenibili, ecc.) che ci impegniamo a colmare, o almeno mitigare, con le attività delle nostre unioni.

Il saggio di Malizia, che ho solo tentato di riassumere sembrandomi illuminante nella logica della nostra proiezione come Exallievi verso il nostro futuro, si chiude con questa notazione che fa riflettere: “Se i due termini della formula “onesti cittadini e buoni cristiani” si presentano come un tutt’uno inscindibile in Don Bosco, tuttavia nella storia successiva della Congregazione si possono rintracciare segnali dell’emergere graduale, anche se molto lentamente, di una considerazione autonoma dell’educazione dell’onesto cittadino e della sua dimensione socio-politica”.

Se ciò è vero stiamo assistendo ad un salto concettuale molto importante. Una mutazione che potrebbe assumere una funzione cruciale nel momento in cui siamo di fronte ad una prospettiva nuova: l’educazione salesiana non si rivolge più, e ancor più in futuro, unicamente al mondo cristiano e cattolico in particolare. Il confronto con altre culture e quello che il cardinale Scola ha definito il meticciato28 culturale entra prepotentemente nella tematica della globalizzazione.

Nella Strenna 2020 il Rettor Maggiore affronta in maniera esplicita la questione tanto attuale quanto complessa. Ne emerge Il progetto dell’onesto cittadino come progetto universale che può essere proposto ai Cattolici come ai non cattolici, ai credenti di qualsiasi religione come ai non credenti, perché mira alla formazione di cittadini responsabili che si impegnano in qualsiasi situazione culturale a dare un contributo attivo alla vita del proprio paese. È quello che i salesiani, i figli di Don Bosco, stanno facendo in qualsiasi parte del mondo operando per la formazione integrale dei giovani. Di converso avremo sempre più Exallievi che non verranno dalle file cristiane o cattoliche ma incoraggiati ad essere “onesti cittadini” con lo stile di Don Bosco. Che potrebbero anche diventare “buoni cristiani” nella misura in cui sapremo offrire un esempio convincente e coerente di cosa ciò significhi. Una sfida per noi ancora più impegnativa.

Infine se paesi di qualsiasi religione accolgono sempre più le scuole salesiane ad operare al proprio interno significa che il metodo e le finalità educative di Don Bosco vengono apprezzate universalmente: chiediamoci se stanno maturando le condizioni per avviare una campagna che porti il metodo educativo dell’“onesto cittadino” di Don Bosco ad essere riconosciuto come patrimonio immateriale mondiale dall’Unesco.

6. È importante giungere preparati all’appuntamento per il nostro 150°?

Concludendo ho la consapevolezza dei limiti di queste mie riflessioni. Come sono anche convinto che ci sono tanti altri aspetti che andrebbero presi in considerazione, da una verifica-bilancio rispetto all’ultimo EuroBosco o al work in progress del Piano Strategico, ad aspetti più ampi come il quadro formale entro cui si colloca il ruolo degli Exallievi all’interno delle “Costituzioni” salesiane per quanto riguarda i livelli del suo “governo”, la rilevanza degli Exallievi rispetto alle decisioni che vengono prese nelle case salesiane ove sono presenti Unioni, l’opportunità di svincolarsi dalla visione unicamente nostalgica e filiale per andare verso una matura e responsabile autonomia, ed altre questioni che ho cercato di sollevare nei miei articoli pubblicati su Voci Fraterne ai quali rimando. Tra l’altro mi chiedo se in futuro nella gestione della Congregazione i laici assumeranno una posizione diversa nel senso di una responsabilizzazione vera che in futuro potrebbe rendersi necessaria e per cui sarebbe opportuno prepararsi in tempo.

Quindi mi auguro che la celebrazione del nostro 150° sia l’occasione per un bilancio analitico del nostro passato per aprirci al futuro in maniera altrettanto analitica, magari attraverso un apposito gruppo di lavoro, e con l’auspico che ci sia il pieno coinvolgimento delle Unioni nel proseguire verso una nostra “metanoia organizzativa”.

Ricordo che il nostro ultimo Congresso Federale di Firenze si è celebrato all’insegna dello slogan “essere audaci”. Si, abbiamo bisogno di audacia nel guardare avanti.

Chiudo.

Nel nostro paese, e in tutta la comunità mondiale, stiamo vivendo una fase di grande crisi sanitaria, sociale, economica, umana. È evidente che i meccanismi naturali superano la nostra presunzione di poterli dominare in assoluto e quello che sta accadendo ci ricorda drammaticamente quei limiti che, in particolare dalla rivoluzione industriale in poi, ci si è illusi di potere impunemente superare: Papa Francesco, ma non solo lui, ce lo aveva ricordato prima che la crisi accadesse. Ma basterebbe leggere la prefazione di Aurelio Peccei nell’ormai storico bestseller “I limiti dello sviluppo” (pubblicato in tutto il mondo nel 1972) per renderci conto di come abbiamo fatto passare inutilmente mezzo secolo senza compiere veramente passi concreti verso modelli ecologici e umani sostenibili.

È tuttavia una opportunità che speriamo, ancora una volta, ci conduca finalmente a riflettere responsabilmente sui tanti aspetti dell’impatto umano sul pianeta che ci ospita, ricuperando le ragioni profonde per cambiare radicalmente rotta nei nostri stili di vita, dal livello personale a quello delle comunità nazionali, fino alla dimensione globale a cui ormai vanno riferite tutte le relazioni che ci coinvolgono, al di là di qualsiasi frontiera. Questa opportunità non va sprecata! Ed è una battaglia che riguarda anche noi Exallievi se vogliamo passare dai nostri proclami ai fatti.

Nella casa salesiana di Viagrande (vicino Catania) per il recupero di giovani tossicodipendenti, lessi una volta in una targa appesa ad una parete questa frase: “se da una sconfitta non impari niente allora ne meriti un’altra”.

Mi auguro che ciò non si verifichi. Noi Exallievi, per la nostra specificità, siamo chiamati a fare la nostra parte mantenendo ferme le virtù tipiche di un cristiano, la fede, la speranza e la carità.

La crisi richiede e richiederà sacrifici persino nelle nostre agende di lavoro dei mesi a venire e forse dovremo anche trovare nuovi mezzi e nuove tecnologie per comunicare tra noi, dal livello unionale a quelli più elevati.

Pur tuttavia passerà questa fase difficile e ci ritroveremo magari cambiati, ma sicuramente ancora determinati a continuare la nostra missione.

Confidiamo che il Padre, Maria Ausiliatrice e Don Bosco ci sostengano! Grazie Michal per l’attenzione che vorrai dedicare a queste mie riflessioni.

Alfredo Petralia
Unione di Catania-Salette

Catania, 16 aprile 2020.

Note
1L. Geymonat. Storia del pensiero filosofico e scientifico. Garzanti, 1973.
2Alfredo Canavero. L’Azione Cattolica nella Storiografia Italiana. In Giacomo De Antonellis (a cura di) 1987 – Storia dell’Azione Cattolica: dal 1867 ad oggi. Rizzoli, Milano.
3Giacomo De Antonellis. 1987 – Storia dell’Azione Cattolica: dal 1867 ad oggi. Rizzoli, Milano.
4Voci Fraterne, 2018, N.4.
5Ernesto Preziosi. Storia dell’Azione Cattolca: la presenza nella Chiesa e nella Società italiana. 2008. Rubbettino Editore.
6Atti del Primo Congresso Europeo degli Exallievi di don Bosco (Torino 9-12 settembre 1965). Stampa Arti Grafiche Colle don Bosco (Asti), 1966, pp. 146.
7Voci Fraterne, 1968, N.3.
8Regolamento Federazione Italiana Exallievi di don Bosco, Cap. 1, Art. 1.
9Riferimento alla Laudato si’ e all’incoraggiamento in tal senso che ci viene dalla Strenna 2020 del Rettor Maggiore.
10È sorprendente che al Congresso Internazionale Giovani e Scelte di Vita (oltre cinquecento partecipanti), tenutosi il 20-23 settembre 2018 alla Università Pontificia Salesiana in vista del Sinodo dei Vescovi dedicato ai giovani, non fossero presenti gli Exallievi neanche nei capitoli delle “Buone Pratiche” descritte nei tre volumi di Atti pubblicati dalla LAS (Libreria Ateneo Salesiano) di Roma.
11Voci Fraterne, 2016, N.2 aprile-giugno.
12Laudato si’ Capitolo quarto.
13Va rilevato che la nostra Federazione è intervenuta con una manifestazione nazionale sul tema della “Casa comune” in occasione dell’Expo 2015 di Milano. Una importante presenza in particolare dei giovani exallievi ampiamente descritta su Voci Fraterne N.3 luglio-settembre 2015; ma dovremmo verificare in che misura ha avuto esiti di continuità tematica interni ed esterni alla Associazione o se è rimasto un fatto isolato.
14Silvano Gianduzzo, 2014 – Exallievi don Bosco: 120 profili biografici. Tipografia Sartor, Pordenone.
15Fausto Lanfranchi, 2004 – Alberto Marvelli. Ingegnere manovale della carità. Edizioni San Paolo, Torino.
16Per esempio tutte le questioni che riguardano la cosa pubblica, dal piano interno a quello globale, in senso onnicomprensivo e sulle quali ovviamente dovremmo essere preparati riorganizzandoci opportunamente per operare scelte e fare proposte (come sulla attuale crisi sanitaria): tutto ciò richiederebbe una molto più ampia discussione.
17Gianni Russo, Alle sorgenti della spiritualità di don Bosco. Voci Fraterne, N.4 ottobre-dicembre 2013.
18World Confederation of the Past Pupils of Don Bosco. Strategic Plan 2015-2021.
19L’Azione Cattolica Italiana dopo gli anni della sua forte presenza e influenza “politica” in Italia abbandonerà il “collateralismo” optando per la “scelta religiosa” e aprendo una stagione di servizio sociale di “laicità cristiana” con Vittorio Bachelet , “Non meno politica, ma migliore, più limpida e motivata politica e cittadinanza; non rientro nelle sacrestie, ma più maturo e disinteressato servizio sociale; non arroccamento cattolico o clero, ma coraggiosa laicità cristiana” (Monticone, “La cultura politica e sociale nell’Azione Cattolica”, nel volume di Ernesto Preziosi, v. nota n. 5).
20Guglielmo Malizia. Educare ad essere “onesti cittadini”. La proposta salesiana da don Bosco a don P. Chàvez. In Ricerche Storiche Salesiane, anno XXIX, n.2 (56), luglio-dicembre 2010 (201-266).
21Pier Luigi Guiducci, 2012. Senza Aggredire, senza indietreggiare. Don Bosco e il mondo del lavoro. La difesa dei giovani. Editrice Elledici, Leuman Torino.
22Disposizione della Santa Sede (1868-1919) che vietava ai cattolici di partecipare alla politica nazionale italiana. 23 Francesco Motto. L’impegno morale e civile di don Bosco nell’Italia in dialogo con le istituzioni civili di governo. In Ricerche Storiche Salesiane, anno XXIX, n.2 (56), luglio-dicembre 2010 (177-200).
24ibd.
25Pietro Braido. Prevenire non reprimere. 2006. Libreria Ateneo Salesiano.
26Acocella G. (2019) nella sua “lectio magistralis” sul tema “Don Bosco e la questione del lavoro giovanile a fine ‘800: un approccio attuale” (Catania ,15 gennaio 2019); Guiducci, v. nota n.21 (nel capitolo “I contratti di apprendistato firmati anche da Don Bosco”).
27Vedi nota 17.
28Scola Angelo, 2016, “Un mondo misto. Il meticciato tra realtà e speranza”. Edizioni Jaca Book – “Città Possibile”.