DON BOSCO E IL SUO SECOLO

Convegno Annuale Exallievi/e di Don Bosco Lecce

Don Bosco nasce, vive, opera nel secolo XIX, che in Italia, come in Europa, scorre nel confronto con i “principii del 1789” libertè, egalitè, fratemitè. Quest’ultima troverà delle difficoltà a farsi strada realmente nel periodo, ma comparirà spesso; nei detti e nei fatti più evidente sarà l’affermazione – teorica se non sempre pratica – della libertà, intesa come libertà politica, religiosa, sociale, culturale, economica.
La cultura iniziale e la mentalità di base di Don Bosco si radica nell’ancien regime, restando fedele ad altri principii diversi da quelli del 1789, ma egli si dimostrerà anche uomo nuovo e sorprendentemente libero. Per questo è difficile ridurlo ad unità: sembra quasi una figura contraddittoria: si professa fedele al papa e nello stesso tempo scriveva di essere cittadino affezionato al governo: uomo d’ordine, in uno stato chiaramente laico e con uomini apertamente laicisti e spesso anticlericali.
Egli è libero nella propria scelta vocazionale di “prete dei giovani”, libero nell’operare. Pensa che sulle norme canoniche debba avere la preminenza la suprema lex “della salus animarum”. Libero da vincoli, vuole la sua società religiosa. Si prodiga per i poveri e frequenta i ricchi, non mette in discussione la proprietà e la ricchezza, ma cerca solo di orientarla verso il bene. È forte in lui il legame con una visione teologica morale che privilegia i comandamenti, la legge, le norme, l’ordine con i quali la libertà deve fare i conti.
Cresciuto in un clima di restaurazione civile e religiosa, Don Bosco non poteva non essere colpito dalla rivoluzione politica degli anni 1847/55. Del 1848 scrive non solo nella Storia d’Italia, ma anche in un documento del ’70, attribuendo la svolta rivoluzionaria alla pressione delle società segrete, ma in Piemonte propende per l’apertura e la saggezza del re. Egli ignora che in Lombardia emergevano delle figure e delle personalità che avrebbero orientato in senso liberale le vicende, come Porro Lambertenghi, Federico Confalonieri, vicino politicamente e spiritualmente ad un amico di Don Bosco, Silvio Pellico.
Nella storia d’Italia parla e scrive con molto rispetto di Carlo Alberto, che succeduto a Carlo Felice, propone una serie di riforme liberali. Don Bosco a tal proposito scriveva: “Il suo governo fu quello di un padre e non di un sovrano. Ogni sua cura, ogni suo pensiero era intento a far rifiorire l’ordine e la moralità nei suoi Stati”. E nello statuto Carlo Alberto dichiarò: “Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge” e pose la religione cattolica come religione di Stato. Negli anni ’70, però, Don Bosco valutava diversamente la concessione dello statuto, non in sé, quanto per le conseguenze ancora in atto e piene di incerto futuro. In ciò egli si allineava con il clero del regno sardo, accettando lo statuto per evangelica obbedienza, salvo poi a prendere posizione contro le conseguenti misure liberali: in effetti Don Bosco vedeva lontano, subito dopo il nostro re, 25 agosto 1848, dichiarava l’espulsione dagli stati sardi dei Gesuiti e delle Dame di carità.
Anche Don Bosco dovette sottostare a visite e perquisizioni nel suo Oratorio. L’intervento poliziesco è possibile spiegarlo in tre modi. 1) Il suo illimitato attaccamento alla Santa Sede; 2) La difesa a Torino degli interessi della sede romana; 3) L’essere divenuto come il capo dirigente del movimento cattolico nel laicato torinese. In verità è probabile che Don Bosco, più di qualsiasi altro prete a Torino, avesse ormai contattato e mobilitato tante forze laiche cattoliche in favore delle sue iniziative, anche se nella città operavano altri sacerdoti.
A profitto dei laici, Don Bosco aveva operato con la parola e con gli scritti in due modi di azione: difendere e preventivamente avvisare e proteggere dall’indifferentismo, dal laicismo, dall’eresia, in secondo luogo, chiamare a raccolta i volenterosi per iniziative di bene.
Ho accennato brevemente a quella che era la visione di Don Bosco della società del tempo.
Essa era radicata nelle idee dell’ancien regime in via di lenta evoluzione verso una modesta sensibilità democratica. Il cattolico Don Bosco non poteva amare le rivoluzioni, tutte condannate nella Storia d’Italia a cominciare da quella dei Gracchi fino alla “persecuzione francese,” come egli definiva la rivoluzione.
Spirito rivoluzionario e spirito irreligioso erano la stessa cosa. In quella società la carità era chiamata a ristabilire una certa uguaglianza tra figli di Dio e fratelli di Cristo, senza scalfire la disuguaglianza strutturale di base. I ricchi si impoveriscono, relativamente, in favore dei poveri; i poveri diventano ricchi, precariamente, in forza della ricchezza parzialmente partecipata. Il ricco è tale per essere in grado di soccorrere il povero, procurandosi in tal modo la misericordia divina. Ricchi e poveri quindi erano complementari.
Per Don Bosco l’obbligo pressante dei governati e dei governati era quello di vivere con estremo impegno morale e religioso la rispettiva condizione. Ai reggitori rammentava: “Tale deve essere il pensiero di chiunque amministra le cose pubbliche: pensare a dirigere tutto con rettitudine e con giustizia e non solo ad accumulare ricchezze” e fa un lungo esempio di governanti, che avevano coniugato armoniosamente morale e politica, come anche di coloro che avevano pensato solo alla politica senza religione. Numa Pompilio “giusto e benefico” ,dall’altra parte Mario e Siila uomini di gran valore, ma mancò loro la religione , che temperasse la loro ferocia: da una parte Alessandro Severo e Graziano, che coniugarono il sostegno degli imperi con la felicità dei popoli, dall’altra Teodorico Alboino, Antonio ecc., la virtù specifica del governante è la giustizia, ma egli deve essere più padre che padrone: – come il padre – scriveva Don Bosco, sostiene la propria famiglia, così anche il re, il principe, deve governare il suo popolo. Queste dovrebbero essere qualità sempre di attualità e invece… assistiamo a voti di scambio, a salti di banchi, a passaggi di casacca… Don Bosco, presentando il banchiere Marco Gonella, che s’era candidato nel collegio di Susa disse al canonico Edoardo Rosaz e lo rassicurava: “Certamente è difficile trovare un soggetto migliore per fermezza, religione, indipendenza e beneficenza”. E Don Bosco era alla continua ricerca di beneficenza e non cessava mai di mendicare per la sua famiglia. Alla marchesa Maria de Maistre che aveva offerto 500 Lire (1.824,64 euro) scriveva che erano appena passate dalla sua mano perché erano state mandate dal panettiere. Al Barone Feliciano Ricci de Ferres, a cui aveva mandato dei consistenti blocchetti di biglietti per una delle tante lotterie, un po’ umoristicamente riscontrava: “La paruca (la lavata di capo) fu per me ed io sono contento perché ha ritenuto i biglietti a favore dei nostri giovani. La signora baronessa ci ha rimandati i biglietti”. – “Badi bene, che se mi troverò in assoluto bisogno io ricorrerò ugualmente alla sua carità ed ella nella sua bontà non saprà rifiutarsi. Cosi ella mi manderà poi denaro senza che io le possa più dare biglietti per la lotteria. Riceverà unitamente a questa lettera biglietti di lotteria… oh che sproposito! è già dimenticata la panica fatta testé. Dio benedica lei e la pia di lei consorte e mi creda sempre con gratitudine”. Questo era Don Bosco!
Ai politici dava del “tu”, perché il suo pensiero e la sua opera era visibile a tutti. Al Ministro Lanza scriveva: “Io l’assicuro, che mentre mi professo sacerdote cattolico e affezionato al capo della Religione, mi sono pur sempre mostrato affezionatissimo al governo” e lo stesso concetto ribadiva a Minghetti: “Sebbene io viva affatto estraneo alle politiche, tuttavia non mi sono mai rifiutato di prendere parte a quelle cose vantaggiose per il mio paese”. Preso atto che le strutture ecclesiastiche organizzate non reggevano più al confronto con gli squilibri sociali e culturali dell’epoca, prima ancora di avere una sede stabile nel 1846, indicava al Marchese Michele Benso di Cavour, che con il suo catechismo domenicale insegnava ai ragazzi solo 4 valori (lavoro, sacramenti, rispetto dell’autorità e fuga dai cattivi compagni) di guardare alle periferie dove vivevano giovani usciti dalle carceri.
Superate le vicende politico-religiose del ‘48/49, con il rifiuto di aggregarsi a qualunque schieramento politico, e con il deciso schierarsi in difesa della religione, Don Bosco riprese la sua politica educativa ed assistenziale, che anche lo Stato Sabaudo considerava benemerita della religione e della società, ma erano gli stessi vertici e gli stessi capi, che pochi mesi prima con l’approvazione della legge Siccardi avevano procurato la frattura fra Torino e Roma, frattura che si allargò con la legge Cavour-Rattazzi del ‘55 sulla soppressione degli ordini religiosi “non aventi scopo di utilità pubblica”. E qui si inserì di nuovo il primo intervento privato di Don Bosco per avvicinare le due parti in causa. Don Bosco fu invitato da Gustavo Cavour, fratello del conte, a chiedere la promozione di Mons. Fransoni a cardinale, sempre ostile alla Casa Sabauda e la nomina di un nuovo vescovo. La cosa fallì perché Mons. Fransoni non accettò e andò in esilio in Francia.
Poiché Don Bosco non si era schierato a favore delle innovazioni politiche, ma neppure si era opposto, continuò ad avere buoni rapporti con ministri e funzionari reali, e soprattutto con Rattazzi, che era abbastanza prodigo con il santo con la “pensione” che elargiva. Nei confronti di Luigi Carlo Farini, ministro dell’interno e di Terenzio Mariani rivendicò sia la sua azione educativa sia la sua estraneità alla politica, convinto di poter esercitare il suo ministero di carità in qualsiasi tempo e luogo, in mezzo a qualunque sorta di leggi e di governo. Di lì a poco (fatali coincidenze… il Farini divenne pazzo, nel ‘54/55 quattro membri della famiglia reale morirono, il Cavour lasciò le penne nel ’ól… fatti questi che per i cattolici fu una punizione divina).
Nel decennio ‘55/65 Don Bosco riprese la sua attività… mai abbandonata. Singoli nobili, gruppi cattolici, amministrazioni offrirono spazi e ambienti per le scuole. Sul finire degli anni ’60 i ragazzi erano 800 e continuava a raccogliere ragazzi raccomandati dal Cavour, dal Farini, dal Minghetti, dal Ricasoli e da Urbano Rattazzi, sempre più generoso che ben intuivano che i connotati dell’“onesto cittadino”, cui Don Bosco pubblicamente dichiarava di mirare e formare nei suoi giovani, erano ben diversi dal quel buon cittadino del Regno d’Italia. Morto Cavour e proclamato il Regno d’Italia con i territori sottratti allo Stato Pontificio, la frattura si aggravò con la pubblicazione del sillabo del ‘64.
La capitale d’Italia era stata trasferita da Torino a Firenze e Don Bosco dovette rassegnarsi ad entrare nei palazzi del governo per nuove conoscenze di politici che si succedevano nelle frequenti crisi ministeriali per chiedere sussidi per i suoi chierici e ragazzi. Delle sue necessità non era all’oscuro neppure il re se nel gennaio del ’69 fece recapitare due daini frutto delle sue battute di caccia. Il nuovo governo, presieduto dal Lanza nel 20 settembre 1870, inviava truppe a prendere possesso della città di Roma e nel maggio successivo faceva promulgare la legge delle guarentigie per l’indipendenza del papa, che però si dichiarò prigioniero in Vaticano. Don Bosco sperava ancora in un ritorno allo status quo. A giugno era di nuovo a Firenze, e dopo un colloquio con il Lanza, ne riferì gli esiti a Pio IX, che in agosto aprì di nuovo il dialogo con il re. A settembre, nella spola fra Roma e Firenze, comunicò al pontefice la disponibilità del governo sia a lasciare piena libertà di nomine episcopali sia a rimuovere gli ostacoli al conseguimento della cosiddetta temporalità. Così il plenipotenziario Don Bosco sbloccò la situazione.
Rimaneva ancora in piedi nel ’72 il contenzioso degli exequatur, cioè il nulla osta governativo per la nomina dei vescovi. Don Bosco nel ’72, appena guarito da una grave malattia offrì i suoi servizi ma le reciproche proposte non ebbero alcun esito: troppo distanti erano le parti. Nel ’73 ancora una volta Don Bosco tentò di avvicinare le parti, ma la soluzione non andò a buon fine, per la scomunica papale a causa della soppressione delle case religiose.
Minghetti, succeduto al Lanza, chiese a Don Bosco conferma degli accordi presi con il governo precedente. L’intesa sembrò possibile a fine gennaio del ’75, ma non approdò a nulla per la reazione della stampa sia cattolica reazionaria che quella anticlericale. Il guardasigilli Vigliani annotava: “Se tutto il clero fosse animato da prudenti e moderati di lei sentimenti, ella e io saremmo consolati da buoni frutti di reciproca condiscendenza, se non di vera conciliazione nelle cose della Chiesa e dello Stato”.
Nei secondi anni settanta ‘76/’88 con i governi della sinistra storica non ebbe occasione di intervenire in ambito della politica. Il suo nome salì alla ribalta nazionale per aver accolto in pompa magna, in occasione dell’inaugurazione della ferrovia Torino-Lanzo una triade di massoni dichiarati; Depretis, Nicotera Zanardelli; era chiaro il significato politico e ciò suscitò molto scandalo nella stampa cattolica, ma Don Bosco trasse qualche vantaggio. Lottava allora per il riconoscimento e la libertà di insegnamento nelle scuole ginnasiali a Torino contro il consiglio scolastico provinciale. Nel ’78 fu ricevuto dal ministro dell’interno Crispi e con lui discusse a lungo di educazione di metodi educativi e di altri aspetti sui giovani. Il ministro chiese un promemoria ispirato al suo sistema preventivo. A distanza di decenni il Lombroso scriveva: “Gli istituti salesiani rappresentano uno sforzo colossale e genialmente organizzati per prevenire il delitto. I padri della Patria avevano fatto l’Italia, Don Bosco aveva dato un suo specifico contributo per fare gli Italiani”. Ci avviamo alla conclusione.
Don Bosco nonostante i conflitti tra Stato e Chiesa, tra clericalismo e anticlericalismo conservò sempre la libertà e la fierezza dell’autonomia. Non volle legare la sua opera al variare dei regimi politici. Semplice educatore e sacerdote, senza essere politico o sindacalista, ha anticipato nella sua vita, sotto vari aspetti, quella prospettiva di azione educativa che oggi definiamo basati sui diritti umani dei bambini e degli adolescenti, ha intuito la validità di un sistema sociale rispondente ad una logica di solidarietà e sussidiarietà, i cui principi la politica avrebbe acquisito con fatica solo nel secolo successivo. Operando nel civile e nel sociale, Don Bosco ha dato prova di una duplice cittadinanza: quella terrena e quella celeste non disgiunte fra loro. E noi? facciamo quel che possiamo seguendo in nostro caro fondatore.

Ed ora alcuni fatterelli che caratterizzano bene il carattere e l’umorismo di Don Bosco.

La politica di Don Bosco.
Nessuna politica. “Fare del bene a tutti, del male a nessuno. Questa è la mia politica” diceva Don Bosco. Tattica e saper fare furono sempre le armi che adoperava il Santo, da giovane con i compagni e compaesani, da seminarista con i condiscepoli e con i superiori, da sacerdote con tutti e persino con i protestanti, con i massoni e con le più alte autorità, come attestano gli episodi più piacevoli e più gustosi della sua vita.
Prete più, prete meno.
In quei tempi di trionfante liberalismo, uomini politici, temendo in Don Bosco un oppositore, volevano coinvolgere anche lui nei moti rivoluzionari del ’21 e del ‘30/’31, e gli facevano insistenza perché prendesse parte con i suoi giovani ai pubblici festeggiamenti che si svolgevano a Torino. Un giorno, incontrandolo il famoso Angelo Brofferio, uomo politico, poeta e drammaturgo, gli disse: “Domani, in piazza Castello, ho fissato un posto anche per lei; veda di non mancare”. – “Scusi, onorevole, sono tanto impegnato a procurare il pane ai miei orfanelli. Se anche non v’andassi io, altri meglio di me occuperebbero il posto. E poi… prete più, prete meno, che importa!”
Un altro giorno, il marchese Roberto D’Azeglio lo invitò ad intervenire con il suo oratorio alla parata sulla piazza della Gran Madre di Dio, per inneggiare alla pubblicazione dello Statuto. “Signor Marchese – osservò Don Bosco – il mio istituto è una famiglia di giovani poveri, male in arnese; ci faremmo burlare se facessimo tale comparsa… ne scapiterebbe anche l’importanza e la grandiosità della festa. Mi abbia quindi per scusato”. Un’altra volta, in simili circostanze, invitato a pronunciare un discorso d’occasione, si scusò dicendo: “Signori, mi mettano in mezzo ad un esercito di ragazzi o dinanzi ad un raduno di contadini, e dei discorsi ne farò a piacimento; ma dinanzi ad un pubblico colto e scelto, con il mio dire inelegante e il mio fare bonario, temerei di mettere a riso l’assemblea e guastare ogni cosa”.

Chiamato in Municipio a rendere conto dei suoi rifiuti e del suo atteggiamento, si presentò con aria di “bonomo”, con la barba da radere, con le scarpe mal legate, dando risposte di un uomo distratto e poco intelligente, tanto che uno di quei signori, che non conosceva Don Bosco se non di nome, rivolto ai compagni, mormorò: “Oibò…! Lasciamo un po’ stare. Questo povero matterello non sarà colui che spianterà le istituzioni dello Stato”.

Caramelle amare.
Il tratto di Don Bosco con personaggi del mondo politico e con i ministri di stato fu sempre improntato a un sano realismo e a sollecitudine pastorale. Ecco altri episodi.
Un giorno di recò al ministero degli interni. Titolare di quel dicastero era Urbano Rattazzi. Don Bosco trovò l’anticamera affollata, ma il ministro, appena seppe che Don Bosco attendeva, si fece premura di riceverlo subito.
Il Santo, attraversando la fila dei curiosi e meravigliati per quella preferenza si presentò e disse, con quella semplicità tanto naturale in lui: “Quanta gente, eccellenza! Questo suo ufficio mi dà l’aria di un confessionale in tempo di Pasqua”.
“Eh, caro Don Bosco – rispose il ministro – con questa differenza, che chi va a confessarsi, se ne parte benedicendo il confessore, mentre chi parte dalle nostre udienze, spesso ci maledice, perché non si è potuto soddisfare alle richieste”. La conversazione si protrasse più del previsto, e, quando Don Bosco si alzò per licenziarsi, si alzò anche il ministro, che, prendendo per mano il Santo, gli disse: “Don Bosco, mi dica qualche cosa…” Don Bosco lo guardò meravigliato; poi con la massima confidenza, rispose: “Eccellenza… pensi a salvarsi l’anima!”.
Il ministro, stringendo forte la mano a Don Bosco, abbassò la fronte e pianse come un ragazzo. Quando poi gli si chiedeva perché il ministro si fosse messo a piangere, egli rispondeva sorridendo. “Eh! Gli ho detto qualche cosa… ma sono caramelle amare quelle che fanno bene”.

Questo stesso ministro, un’altra volta, gli fece una domanda strana: “Mi dica, Don Bosco…io sono scomunicato?”, il Santo preso così alla sprovvista, stette alquanto pensoso, e poi rispose. “Eccellenza, mi spiace, ma non potrei trovare argomenti che lo scusino”.“Bravo, Don Bosco! – soggiunse il ministro – finora nessuno me lo aveva mai voluto dire. Preghi per me, e faccia pregare i suoi giovani affinché non abbia ad andare all’inferno”. – “Sì, pregherò e farò pregare, ma lei faccia così… e così…”. Il ministro moriva poco dopo. Aveva chiesto e desiderato il sacerdote e il Signore gli aveva certamente usato misericordia, perché egli aveva usato misericordia agli orfanelli di Don Bosco.

Grande funerale a corte!
L’anno 1855 vide uno scontro durissimo fra lo Stato piemontese e la Chiesa. Verso la fine del 1854 fu presentato alla Camera un progetto di legge del ministro Urbano Rattazzi (era ministro degli interni nel primo ministero Camillo Cavour) tendente a ridurre l’influenza della Chiesa, come afferma lo storico Francesco Traniello. Esso proponeva di sciogliere tutti gli ordini religiosi contemplativi, che cioè non si dedicavano a qualche ministero attivo (istruzione, predicazione, assistenza ai malati) e l’incameramento dei loro beni da parte dello Stato, che era ciò che soprattutto premeva al Cavour.
Le forze cattoliche, guidate dai vescovi, si organizzarono perché questa cosiddetta legge sui frati passasse alle Camere, ma si dava per scontata l’approvazione alla Camera dei deputati e, di stretta misura, anche quella al Senato. Solo il re poteva bloccare la legge.
Stante questa atmosfera, in un rigido pomeriggio di dicembre, Don Bosco, che portava i suoi guanti di lana vecchi e sdruciti per proteggere i grossi geloni alle dita, raccontava ai suoi più intimi di aver fatto un sogno strano. Era nel cortile quando aveva visto entrare dal cancello un valletto di corte, vestito di rosso, che gridò: “Gran funerale, oggi, a corte!”. Appena sveglio Don Bosco prese penna e scrisse al re, pregandolo di impedire, a qualunque costo quella legge (immaginate oggi se Papa Giovanni avesse scritto al presidente della Repubblica di bloccare la legge sulle unioni civili, sull’aborto…). Cinque giorni dopo, sognò di nuovo. Gli pareva di essere nella sua camera, intento a scrivere, quando ode lo scalpiccio di un cavallo in cortile; vede aprirsi la porta ed apparire lo stesso valletto in livrea rossa, che al centro della stanza grida: “Annunzia; non gran funerale a corte, ma grandi funerali a Corte!”. E ripetute due volte queste parole se ne andò, chiudendo la porta dietro di sé. Don Bosco corse sul balcone, e, visto il valletto già in sella, gli chiese il perché di tale annunzio; ma quegli, spronando il cavallo, gridò ancora: “Grandi funerali a Corte!”. e si dileguò. Appena giorno, il Santo indirizzò al re un’altra lettera, nella quale raccontava la seconda minaccia e pregava sua maestà a fare in modo di impedire ad ogni costo quella legge. Il re non ne tenne conto.
Intanto la regina madre, Maria Teresa, colpita in quei giorni da grave malore, il 12 gennaio 1855 muore: aveva 54 anni.
La mattina del 16 gennaio si celebrano i funerali, e la sera dello stesso giorno, la regina, Maria Adelaide, riceve il santo viatico e muore il 20 di gennaio, a soli 33 anni, di gastroenterite. La stessa sera, riceve il viatico il principe Ferdinando, fratello del re, che spira la notte tra il 10 e 1’11 febbraio, anche lui a soli 33 anni.
I chierici dell’oratorio, i soli a conoscenza di questi eventi, era esterrefatti nel vedere avverate in modo così fulmineo le profezie di Don Bosco (lo scrive Don Lemoyne), nemmeno al tempo della peste si erano aperte tre tombe reali nel giro di un mese.
Intanto alla Camera la legge sui frati venne discussa il 15 febbraio e approvata (94 voti contro 23) per poi passare al Senato.

Non erano finiti i lutti in Casa Savoia. Il 17 maggio muore il figlioletto del re, Vittorio Emanuele Leopoldo, di appena 4 mesi. Si dice a corte che il re rimase molto sconcertato per tanti eventi funesti. Ma il 22 maggio la legge passa anche al Senato con 15 voti di maggioranza. Il re firma il 29 maggio. Questa volta Don Bosco non rise. Santo e menagramo (a seconda da che parte si voglia vedere la cosa aveva previsto giusto, purtroppo!

L’amicizia del re.
Re Vittorio Emanuele II, che passa alla storia con il nome di padre della patria con le virtù e i difetti che tufi gli riconoscono, era in fondo un galantuomo e, a suo modo, anche un credente.
Dopo le famose lettere dei funerali a corte, che tanto lo avevano scombussolato, cercò più volte di incontrare Don Bosco, senza mai riuscirci.
“Cuntacc! – disse un giorno al conte d’Angrogna, suo aiutante di campo – voglio proprio vedere questo prete in faccia”.
Ed ecco che un bel mattino, cavalcando con suo generale, venne a Valdocco e chiese di parlare con Don Bosco. Per caso pochi minuti prima, il Santo aveva detto al portinaio: “Questa mattina ho molto da fare. Se venisse anche il re, gli dirai che non posso riceverlo”. Il portinaio fu fedele alla consegna e riferì al re quello che aveva detto Don Bosco. Vittorio Emanuele si allontanò arrabbiato. L’aiutante, il giorno seguente, si reco da Don Bosco e, con fare risentito, lo interrogò: “Lei è Don Bosco?”“Sì, sono io” rispose tra lo stupore e la meraviglia, non riconoscendo l’aiutante del re. “E lei ha osato scrivere certe lettere al re, cercando di imporgli il modo di governare?”.
“Io ho scritto, ma non ho inteso imporre la mia volontà a nessuno” rispose calmo il Santo. Allora il generale incominciò a inveire, a chiamarlo impostore, cialtrone, fanatico, ribelle, nemico del re.
Don Bosco cercò di interrompere quel torrente di ingiurie, ma il generale, che gridava sempre di più, ad un certo punto disse: “Senta, qui non ci vogliono parole ma fatti! Lei deve dare soddisfazione degli insulti che ebbe l’ardire di indirizzare al re”.
“In che modo?” rispose il Santo.
“In nome di Sua Maestà, segga e scriva ciò che io le detterò” replicò l’aiutante di campo, con un tono che non ammetteva repliche.
“Eccomi, pronto” disse Don Bosco.
Il generale incominciò a dettare una forma di ritrattazione, che era la negazione della verità. Don Bosco, allora, depose la penna dicendo: “Io non scrivo simili ritrattazioni”
“Eppure deve scriverla a qualunque costo!”
“Io non la scrivo”. Il generale, furibondo, mise mano alla sciabola, come per sfidarlo a duello, ma Don Bosco con l’abituale dolcezza, lo disarmò e soggiunse: “Signor conte, se avessi saputo che desiderava aggiustare questo affare, io stesso mi sarei recato a casa sua, e le avrei risparmiato l’incomodo di questa gita”. Il generale, mezzo sbalordito da quella proposta, si sentì calmo e cambiato. E, preso un tono più dolce, soggiunse: “Dunque, lei verrebbe a casa mia?”“Sicuro”
“E ne avrebbe il coraggio?”“Certo”
“E se la prendessi in parola?”“Faccia pure”

Il giorno dopo, all’ora fissata, Don Bosco, fu veramente in casa del conte d’Angrogna. Lì ci si mise d’accordo di scrivere una lettera di convenienza al re. E da quel giorno il conte divenne amico sincero di Don Bosco e suo benefattore. In seguito anche Vittorio Emanuele II ebbe in grande considerazione e stima per Don Bosco, cercando di incontrarlo a Torino e a Firenze. Di lui disse un giorno all’arcivescovo di Genova: “Monsignore, sa, il nostro Don Bosco è veramente un santo”.

Cosa singolare.
Poiché le sue profezie avevano suscitato a Torino una enorme impressione, nel settembre del 1855 piombò nell’oratorio il questore di palazzo, che gli proibì in nome del re, di fare ancora profezie circa le prossime morti.
“E perché” osservò Don Bosco.
“Perché sono cose che impressionano e potrebbero non avverarsi”.
“Che impressionino e facciano del bene, sì; ma che non si siano mai avverate, non è mai capitato”.
“Ebbene, dica a me il nome di chi, in quest’anno, sarà il primo a morire tra i suoi dipendenti” riprese il questore.
“Mi dà formale promessa di conservare il segreto?” disse Don Bosco.
“La dò sul mio onore”.
“Boggero Giovanni” disse Don Bosco. Il questore segnò quel nome sul taccuino e se ne andò.
Giovanni era un giovane, aveva 26 anni, era di bella presenza, di bell’ingegno, amato da tutti e in piena salute.
Tre mesi dopo, cioè il 14 dicembre, mentre stava a far colazione, stramazzò improvvisamente a terra e morì di apoplessia fulminante. Quando il questore venne a saperlo, ritornò all’oratorio e disse a Don Bosco: “Dica pure quel che vuole ai suoi giovani; ne ha tutte le licenze immaginabili”. Poi baciatagli la mano commosso, si allontanò ripetendo: “È una cosa singolare… cosa troppo singolare!”.

A chi poi gli chiedeva il motivo di tali profezie, il Santo sorridendo rispondeva: “Cosa singolare! L’ha detto il questore”.

Viva Vittorio Emanuele, Cavour e Garibaldi.
Un giorno era stato invitato a pranzo con esponenti del governo e personaggi di varie tendenze politiche (Don Bosco non si muoveva mai se non per procurare pane per i suoi ragazzi) e ascoltava, annoiato, i brindisi inneggianti alla libertà, a Vittorio Emanuele, a Cavour, a Garibaldi. Invitato anche lui a parlare, don Bosco alzò il bicchiere e senza scomporsi esclamò, sorridendo. “Viva Vittorio Emanuele, Cavour e Garibaldi, sotto la bandiera del papa, affinché possano salvarsi l’anima!”. Tutti applaudirono, ammirando il tatto fine del Santo e la franca professione delle sue idee: ed uno di loro gridò: “Evviva Don Bosco! Egli non vuole proprio la morte di nessuno”.
Segreti di famiglia
Don Bosco per le sue frequenti visite al papa, era sospettato dalla polizia. Nel maggio del 1860 fu sottoposto ad una minutissima perquisizione, durante la quale gli agenti, nel visitare un armadio, trovarono un cassetto chiuso a chiave.
“Che c’è qui” chiese soddisfatto e con premura il delegato.
“Cose confidenziali, cose segrete – rispose Don Bosco – e non voglio che alcuno lo apra”.
“Che confidenze! Che segreti! Venga ad aprire”.
“Non posso. Ci sono cose che possono tornare a mio disonore. Rispettate i segreti di famiglia!” replicò di nuovo Don Bosco.
“Con noi non ci sono segreti. Venga ad aprire o scassineremo lo sportello”.
“Minacciato dalla forza, io cedo, ma… non vorrei…!”
Aperto il cassetto il delegato abbranca le carte e facendole vedere ai compagni grida: “Ora ci siamo!”.
Gongolando di gioia, si mette subito a farle passare, assistito dalla soddisfatta curiosità degli altri poliziotti. Ne apre una, poi una seconda, poi una terza e legge: pane amministrato a Don Bosco dal panettiere Magra lire 7800; cuoio somministrato ai calzolai di Don Bosco lire 2150; stoffa somministrata alla sartoria dell’oratorio lire 730.
“Ma che razza di carte sono queste?”
“Adesso che avete cominciato, continuate e lo saprete” disse calmo Don Bosco. Aprono altri fogli e non trovano che note di riso, pasta, olio, tutte ancora da pagare. Allora il delegato esclama: “Ma perché ci corbella così?”.

“Io non corbello nessuno! Non avevo piacere che i miei debiti fossero conosciuti; ma giacché li avete voluti tutti conoscere, pazienza! Se vi compiaceste di pagarmi almeno qualcuna di queste note, fareste un’opera di carità.” Quei signori si misero a ridere e vennero a più miti consigli. Don Bosco fece portare una bottiglia e bevvero tutti alla salute della perquisizione, non prima di aver messo mano al portafoglio: questo era Don Bosco.

Gatti nell’armadio.

Tra gli inquisitori e i perquisitori più arrabbiati contro i preti e gli Istituti religiosi, e quindi contro Don Bosco, vi era un certo cavalier Gatti, un alto impiegato governativo. Costui era stato incaricato di una inquisizione alle scuole dell’oratorio, e ne aveva fatto al governo una relazione spietata e falsa. Don Bosco, temendo la chiusura del suo istituto, si recò direttamente dal ministro dell’istruzione a parare la tempesta, che si stava addensando sulle sue opere. Il ministro, chiamato Gatti, lo mise a confronto con Don Bosco per sostenere le accuse fatte nella relazione: ma costui si impappinò e si arrabbiò tanto che ad un certo punto, non potendo più sostenere le sue menzogne, si alzò e, pieno di rabbia e di dispetto, cercò di andarsene. Però nella confusione e nel livore che lo divorava, sbagliò porta e, aperto un armadio, vi si ficcò dentro. A quella vista il ministro gridò: “Ehi, cavaliere, adagio! Quello è un armadio! Ritorni indietro”. E, alzatosi, andò egli stesso ad aprirgli la porta di uscita.

Le astuzie della marchesa.
Nel settembre del 1864 la capitale del regno fu trasferita da Torino a Firenze, e Don Bosco, a richiesta di alcuni benefattori, decise di recarsi, però in cerca di aiuti. Don Bosco non si muoveva mai per nulla. Quel viaggio a Firenze fu un trionfo. Tutti i giornali di quei giorni parlarono di lui: fu ospitato nell’arcivescovado; i canonici della cattedrale tennero un’accademia in suo onore, e le nobili dame gareggiavano tutte per averlo presso di loro. La marchesa Gerini, fra le altre lo pregò di fermarsi qualche giorno a Firenze, e Don Bosco rispose: “Non posso, marchesa, i miei figli mi aspettano”.“Che importa, aspettino, quando giungerà, lo rivedranno”. – “Oh, sì! essi aspettano il pane! Se io non vado chi paga loro il pane?”“Quanti sono?” – “Circa mille”.
“Quale somma ci vorrà per il pane ai suoi ragazzi in questi giorni?”.
“Diecimila lire, circa”.
“E se si trovasse questa somma, si fermerebbe davvero?”

“Perché no”. “Ebbene, io le darò le diecimila lire”. Se è così, il Signore – esclamò sorridendo – la benedica”.

Puf… puf… puf…
Durante la sua permanenza nella città di Firenze, Don Bosco venne chiamato d’urgenza al ministero degli interni per affare in una certa importanza. Trovandosi a colloquio con il primo ministro, Bettino Ricasoli, e con il ministro Lanza, questi gli chiese: “Ma lei, Don Bosco, come fa a mantenere tanti giovani e sostenere tante spese? dove prendete il denaro? – Don Bosco, sorridendo come al solito, con il suo sorriso disarmante, rispose: “Signor ministro, vado avanti a vapore”.
“E che vuol dire?”
“Vado avanti come fa il vapore, cioè il treno, puf… puf… puf… (ossia debiti debiti debiti)”.
Tutti risero di cuore; ma poi Lanza soggiunse: “Questo s’intende; ma poi questi debiti bisognerà onorarli”.
“Veda, eccellenza, io le dirò che dietro la macchina ci vuole fuoco, perché proceda; io ci metto questo fuoco”.
“Di che fuoco intende parlare?”
Del fuoco della fede in Dio e nella sua Provvidenza: senza questo fuoco, l’opera dell’uomo è nulla. Cadono gli imperi e rovinano i regni”
Queste parole, pronunziate come sapeva pronunziarle Don Bosco, lasciarono in tutti i presenti una impressione solenne e si persuasero che egli era veramente l’uomo di Dio.
Titolo di cavaliere
Quando il conte Luigi Cibrario, ministro della pubblica istruzione, gli inviò il diploma di Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, egli si affrettò a recarsi da lui e gli disse: “Illustrissimo signor Conte, se mi chiamassero cavaliere, chi oserebbe ancora farmi l’elemosina? E poi, di croci ne ho già troppe! l’onorificenza la dia piuttosto ai miei orfanelli”.
“In che modo?” –
“Ottenendo loro qualche sussidio per provvederli di pane”.

Fu accontentato e sulla Gazzetta Ufficiale di quei giorni comparve il decreto che fissava la pensione di lire 500 annue all’opera di Don Bosco.

Ancora un ultimo episodio e poi il saluto.
Un giorno durante i suoi continui viaggi in Europa, di ritorno dalla Spagna si fermò a Parigi, ospite del vescovo e delle più ricche dame di Francia. Invitato a pranzo da una delle solite dame, Don Bosco vi andò come era suo solito: il sorriso stampato sulle labbra, la solita tonaca, lisa, e l’aria di un buon prete di campagna. Il pranzo durò parecchie ore e a Don Bosco fu chiesto di illustrare l’opera del suo oratorio. Il Santo rispose alle richieste dei nobili francesi, ma quando si arrivò al momento di mettere mano in tasca, il portafoglio non si trovava. Don Bosco allora con l’aria sorniona di chi la sapeva più lunga, prese una tovaglia e vi raccolse quante più posate poteva, tra lo sbalordimento del padrone di casa e degli altri invitati. Don Bosco non si scompose e, caricato tutto in spalla, si avviò verso l’uscita, ma si fermò sulla porta e rivolto agli ospiti, li ringraziò per l’invito e poi sorridendo: – Don Bosco – disse – non si muove se non per trovare pane per i suoi ragazzi – e tutti applaudirono a queste parole.

Grazie.

Angelo Eugenio Micelio

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Appunti di Angelo Eugenio Micelio
Exallievo di Don Bosco
49° Convegno annuale dell'Unione Exallievi/e di Don Bosco di Lecce
Lecce 16 giugno 2019
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Inserimento17 Giugno 2019
Aggiornamento17 Giugno 2019
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