Exallievi ed Exallieve di Don Bosco - Puglia

Convegno Diocesi di Otranto 2017

//Convegno Diocesi di Otranto 2017

Convegno Diocesi di Otranto 2017

Icon

Convegno Pastorale 2017 862.99 KB - 3 Files  Visualizza Dettagli >>

Arcidiocesi di Otranto ...
Introduzione al Convegno Pastorale Diocesano

“Camminare nella fede da adulti e con gli adulti”

Benvenuti a tutti carissimi.

Diamo inizio al nostro Convegno Diocesano in cui vogliamo tematizzare il rapporto dell’adulto con la fede, puntare gli occhi sull’adulto-cristiano e sul cristiano-adulto, e soprattutto riscoprire la fisionomia della sua missione nella Chiesa e nel mondo.

Quello di quest’anno non è un tema che si aggiunge ai precedenti, con qualche encomiabile ma debole tentativo di amalgama con il cammino già fatto. Siamo giunti piuttosto in un momento in cui ci si presenta davanti proprio la chiave di volta dell’azione pastorale della nostra diocesi. Senza adulti e adulti nella fede, la comunità ecclesiale è estremamente impoverita e rischia sempre più di essere confinata in una sfera marginale dell’attuale assetto sociale e culturale. Senza adulti essa c’è, ma è come se non ci fosse. C’è, ma non incide. E poi, questo è il peggio, sembra che, di riflesso, il mondo si abitui ormai all’assenza della Chiesa dai vissuti quotidiani, dagli ambiti di gestione delle responsabilità sociali, dai confronti culturali, dal mondo lavorativo, dalle scelte etiche.

Qual è l’anello mancante, se accade questo? L’adulto! Sì, proprio l’adulto.

E poi, ancora, come è possibile pensare qualsiasi percorso di catechesi, anche ben strutturato, se non è supportato da persone generose che si spendono con una matura scelta di fede? Come è possibile senza adulti veri sognare una comunità in cui ci siano «la passione per la Chiesa, lo zelo evangelico e la volontà di comunicare la propria gioia di credere» come è affermato nel nostro Progetto Pastorale? (D. NEGRO, In mezzo alle case, Salentina, Galatina 2004, p. 69). Papa Francesco ha affermato: «C’è una grande responsabilità per noi, i battezzati, annunciare Cristo, portare avanti la Chiesa, questa maternità feconda della Chiesa» (Omelia, 17 aprile 2013). In questo senso diciamo pure che solo gli “adulti nella fede” possono iniziare alla fede.

Queste provocazioni iniziali ci fanno comprendere la portata di questi due giorni, ci mettono davanti alla responsabilità di non procrastinare più i tempi di maturazione personale e comunitaria e ci fanno intuire che, anche se questo nostro stare insieme è bello e gratificante perché esprime la comunione diocesana, il percorso che si sta dischiudendo non è affatto facile.

I santi hanno sempre da insegnare e per questo vorrei consegnarvi tre straordinarie citazioni tratte da un interessante testo del Card. Angelo Comastri, L’urlo di Dio, in cui l’autore dà voce ad alcuni testimoni, tra cui papa Giovanni XXIII.

Di questo santo Papa che volle il Concilio Vaticano II, Comastri riporta uno stralcio del discorso tenuto il 21 novembre 1962 in cui racconta un episodio della sua infanzia, un passaggio di una lettera che a cinquant’anni scrisse ai suoi genitori e uno squarcio del suo diario.

L’episodio della sua infanzia: «Era il 21 novembre 1885 e tutti andavano al Santuario della Madonna delle Càneve. Anche Marianna Roncalli (la mamma del Papa) si avvia con i suoi figli […]. Quando giunsi davanti alla chiesetta, non riuscendo ad entrarvi, perché ricolma di fedeli, avevo una sola possibilità di scorgere l’effige della Madonna, attraverso una delle due finestre laterali della porta d’ingresso, piuttosto alte e con inferriata. Fu allora che la mamma mi sollevò tra le braccia dicendomi: “Guarda, Angelino, guarda la Madonna com’è bella, lo ti ho consacrato tutto a lei”».

Ecco il contenuto della lettera che scrisse a cinquant’anni: «Da quando sono uscito di casa, verso i dieci anni, ho letto molti libri e imparato molte cose che voi non potevate insegnarmi; ma quelle poche cose che ho appreso da voi sono ancora le più importanti e sorreggono e danno calore alle molte altre che appresi in seguito, in tanti e tanti anni di studio e di insegnamento».

Leggo infine il brano tratto dal suo Diario: «L’educazione che lascia tracce più profonde è sempre quella della casa. Io ho dimenticato molto di ciò che ho letto sui libri, ma ricordo ancora benissimo quello che ho appreso dai genitori e dai vecchi. Per questo non cesso di amare Sotto il Monte, e godo di tornarvi ogni anno. Ambiente semplice, ma pieno di buoni principi, di profondi ricordi, di insegnamenti preziosi» (A. COMASTRI, L’urlo di Dio. Perché non lo senti, San Paolo, Roma 2015, pp. 56-58).

La scia luminosa di questi testi di papa Giovanni XXIII ci mostra soprattutto la bellezza di un’immagine: sua madre che lo solleva fra le braccia. Mi piace pensare che anche da Papa lei continuasse idealmente a sollevare sulle braccia suo figlio, così come mi piace pensare che i nostri genitori continuano a sollevarci tra le braccia attraverso ciò che ci hanno insegnato. Per cui ognuno di noi può continuare a essere ciò che è, soprattutto grazie a loro.

L’indiscussa attualità di questi testi, inoltre, ci offre alcuni parametri di fondo da non dimenticare in questa fase assembleare.

  • Adulti non ci si improvvisa né umanamente, né cristianamente. L’adultità non è mai solo e innanzitutto una questione di anagrafe.
  • Andando a considerazioni di tipo più “qualitativo” e non come mera indicazione di età, possiamo dire che la condizione adulta è segnata dalla raggiunta autonomia, dall’indipendenza personale. Quando si parla di “indipendenza” ci si riferisce alla famiglia d’origine. Tale indipendenza si declina su vari piani: indipendenza economica, indipendenza abitativa, indipendenza “affettiva”, indipendenza sociale, politica, culturale e religiosa. E non mancano oggi difficoltà che ostacolano il sereno e progressivo raggiungimento dell’autonomia…
  • Gli adulti hanno prima di tutto una grande e grave responsabilità: quella dell’educazione dei figli o in genere delle nuove generazioni.
  • I figli, nonostante le apparenze, non sono mai distratti davanti ai messaggi dei loro genitori o degli altri adulti che li circondano… e al momento opportuno ce lo dimostrano. Ciò che imparano soprattutto informalmente, dalla vita degli adulti cioè, rimane loro impresso indelebilmente, poiché come diceva Massimo D’Azeglio: «Siamo tutti fatti di una stoffa nella quale le prime pieghe restano per sempre».
  • Una comunità sarà adulta nella fede solo se ci saranno persone che sceglieranno di intraprendere il viaggio nell’adultità della fede, incarnata dai modelli biblici e dalle innumerevoli storie di santità di cui è arricchita la vita della Chiesa di tutti i tempi.

Quali prerequisiti si chiedono in fase di partenza?

Innanzitutto quello di non staccare mai lo sguardo da Cristo, «l’uomo perfetto», come in definiva la Gaudium et Spes al n. 22. È la luce del suo volto che dovrebbe riflettersi sul nostro. La nostra vocazione è quella di avere sempre in noi «gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù» (Fil 2, 5), non dobbiamo mai dimenticarlo.

L’altro prerequisito è quello di “camminare insieme”, pena il fallimento di ogni scelta spirituale e pastorale. L’adulto è tale, infatti, se vive con maturità la dimensione più intima del suo essere persona, che è quella di essere “in relazione”. Non può esistere una maturità soggettiva, gestita a proprio uso e consumo, e, di conseguenza, non può esistere un adulto se non inserito in una comunità adulta e costituita da adulti che vivono il dono e il dovere di una fraterna corresponsabilità.

All’adulto, poi, ad ogni adulto, incominciando naturalmente da me, poi vorrei lasciare due consegne: la prima quella di avere sempre lo slancio di un bambino nella relazione con gli altri e con l’Altro; la seconda è di conservare la consapevolezza, la forza e la fedeltà dell’uomo maturo. Le due consegne, apparentemente contraddittorie, sono il segreto della vita cristiana.
Altro prerequisito è che “adulto” non è sinonimo di “arrivato”. Nella fede, infatti, non è premiato chi arriva, ma sempre chi parte… come Abramo. Il traguardo poi non sarà una conquista personale ma il più grande dono di Dio. Altrimenti, anche per noi potrebbe valere il rischio bene sintetizzato dalla ben nota massima latina: «Non progredì est regredì» (il non progredire è già un regredire). Che l’adultità, allora, non significhi per alcuno di noi trovarsi su un piano inclinato, sul quale si è innescata un’inesorabile discesa fino allo spegnimento della volontà, della fede, della vita.

Leggendo a ritroso il titolo del nostro Convegno, “Camminare nella fede da adulti e con gli adulti”, risulta chiaro, infine, che per accompagnare gli adulti nel loro percorso di fede (dal titolo “… con gli adulti”) è necessario che anche noi, per primi e da subito, ci mettiamo in cammino (dal titolo “… da adulti”) senza lasciarsi assalire dal “complesso dell’ostrica”, così come ce lo presenta magistralmente Gianfranco Ravasi, commentandoci quest’immagine lasciataci da don Tonino Bello:

«Siamo troppo attaccati allo scoglio, alle nostre sicurezze, alle lusinghe gratificanti del passato. Ci piace la tana. Ci attira l’intimità del nido. Ci terrorizza l’idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci in mare aperto. Se non la palude, ci piace lo stagno […]. Talora, infatti, entrando in certi gruppi o comunità, sembra quasi di avvertire subito un’aria viziata, una mancanza di respiro. Certo, l’ambiente asfittico ti rende meno agitato e teso, ti avvolge come un grembo protetto e ti fa cadere a terra in un apparente riposo. Ma è solo il risultato di un’assenza d’ossigeno spirituale, che rende inerti. È l’essere come immersi in uno stagno ove non si può nuotare e navigare. La vera spiritualità è, invece, ricerca e cammino, è fremito e attesa, è freschezza di vita e passione del cuore. Purtroppo, però, nell’itinerario dell’anima [e della Chiesa – aggiungo io), «appena trovata una piazzola libera, ci stabilizziamo nel ristagno delle nostre abitudini, dei nostri comodi». E si spegne in noi l’ansia della pienezza e dell’infinito (G. RAVASI, «Il complesso dell’ostrica», in Avvenire, 11 agosto 2007].

Buon lavoro a tutti!
Otranto, 20 settembre 2017
+ DONATO NEGRO

Arcivescovo

Schema della relazione di
Daniele Loro

(Professore di Pedagogia Generale e Sociale dell’Università di Verona)

UNA SOCIETÀ “SENZA ADULTI”
O UNA SOCIETÀ CON ADULTI “IMPREPARATI”?
Il lungo cammino verso un’adultità “competente”

(Diocesi di Otranto, Convegno diocesano, 20 settembre 2017)

1. Una società “senza adulti”? La scomparsa dell’età di mezzo e le sue conseguenze
  • Dal libro, Senza adulti (Einaudi, 2016) del giurista Gustavo Zagrebelsky: la riduzione delle grandi età della vita da 3 (giovinezza, adultità, vecchiaia) a 2 (giovinezza e vecchiaia).
  • La giovinezza è la sola età che vale e che è misura della vita umana, presente e futura, mente la seconda rappresenta il tracollo, la fine, la perdita irrimediabile della prima età.
  • Si cerca in tutti i modi di vivere rimanendo “sempre giovani”, con il terrore di ritrovarsi da un momento all’altro “improvvisamente vecchi”, cioè nella “non vita”.
  • Testimoniano la risucchio dell’età adulta in quella giovanile: quest’ultima diviene il punto di riferimento attorno al quale ruota l’altra; mentre dovrebbe essere il contrario.
  • i comportamenti individuali (stili di vita, abbigliamenti, mode, linguaggio…);
  • il modo di affrontare la vita (primato della reversibilità nelle scelte, la centratura sui propri bisogni e desideri; adulti senza profondità di riflessione e proiettati verso l’estemo);
  • il modo di pensare i figli (come una proprietà) e di educarli (in modo iperprotettivo);
  • Se scompare l’età adulta, quali le possibili conseguenze sociali (ed ecclesiali)
  • La scomparsa anche delle altre età e del loro significato: “adultizzazione dei bambini” (cui corrisponde la “infantilizzazione degli adulti”).
  • Anche l’età giovanile è destinata a implodere: se è fine a sé stessa, che senso ha?
  • Se scompare l’età adulta, che ne è della vita della chiesa: è fatta solo di bambini (fino alla cresima) e di anziani?
2. E se gli adulti fossero in realtà “impreparati” a vivere da adulti? Si è adulti senza sapere che cosa significa “diventare” adulti
  • E se fossimo circondati da “ottimi adulti dalla pessima maturità”, come scrive Duccio Demetrio, In età adulta (Guerini e Associati, 2005, p. 39)? Ossia da uomini di successo, legato ai loro ruoli, ma incapaci di riflettere – da adulti – sulla propria vita e il suo significato?
  • La vita adulta di fatto esiste, ma ha un suo “senso”? Ha una sua consistenza esistenziale e con essa un proprio ruolo, diverso da quello delle altre età, con dei compiti propri e da svolgere nel ciclo della vita umana?
  • Se non avesse un senso significativo, perché mai i giovani dovrebbero desiderare di diventare adulti?
  • Forse gli adulti hanno solo dimenticato che la loro vita ha un senso o non lo sanno cercare; in passato lo si imparava dalla tradizione, oggi non è più possibile. Ognuno lo deve trovare da sé, a partire dalla propria realtà e storia.
  • La vita adulta ha un senso, diverso da quello delle altre età, però è da comprendere!
3. Non si diventa adulti “spontaneamente”: il primo passo di un lungo cammino
  • Non si diventa adulti per il solo fatto di crescere in età. Occorre un lungo cammino, scandito da fasi, periodi e tempi differenziati.
  • La prima grande difficoltà è capire di che cosa si parla, quando si parla degli “adulti”? Ogni adulto è diverso da un altro, perché ha la sua storia, le sue esperienze, il suo modo di pensare, di sentire e di agire.
  • Per dare vita ad una riflessione si dovrebbero individuare degli elementi comuni; ma c’è realmente qualcosa in comune tra “tutti” gli adulti? Per capirlo occorre distinguere tra: ruoli, adultità, persona:
  • i “ruoli” (ad es. quello di genitore), riguardano la dimensione relazionale e sociale dell’adulto, non la tua interezza, né possono essere vissuti da tutti;
  • l’essere “persona” dice il valore ontologico della vita umana, ma è un significato che è proprio di ogni età, non solo di quella adulta. Lo stesso dicasi se si intende l’adulto come “figlio di Dio”;
  • l’essere “adulto” indica un’età della vita, peraltro molto lunga. Si diventa adulti percorrendo il “cammino di adultità”, fatto di molti momenti, come ogni cammino.
  • Per diventare adulto, occorre volerlo, ma ancor più occorre sentirne l’esigenza e accettare di diventarlo. Per questo può accadere che si diventi adulti di fatto, senza dapprima esserne consapevoli, mentre lo si diventa “dopo” esserlo già diventati. Si diventa così consapevoli:
  • che è una delle età della vita che l’adulto sta vivendo, ed è parte della sua esistenza. E in rapporto alle altre età, in una successione di continuità e di differenziazione.
  • Ogni fase della vita «costituisce una forma definita, ha un proprio senso e non può essere sostituita da nessun’altra» (R. Guardini, Le età della vita, Vita pensiero, 1986).
  • Diventare adulti è impegnativo e faticoso, perché lo si diventa nel tempo, gradualmente, e ad un livello di profondità sempre più profondo. Spesso lo si diventa perché “provocati” dalla realtà, non per nostra iniziativa diretta.
4. Diventare adulti (1): le fasi più “evidenti” di un’esperienza, perché più “esteriori” e osservabili
  • Si diventa adulti dapprima a livello biologico, attraverso la crescita fisica e la maturazione sessuale. Il corpo raggiunge con largo anticipo uno stadio di sviluppo adulto, anche se le altre componenti costitutive dell’età sono ancora assenti o allo stato germinale.
  • Si diventa adulti, in secondo luogo, a livello giuridico, con il raggiungimento della maggiore età, a cui segue l’insieme di diritti e doveri da assumere e da rispettare.
  • In terzo luogo, si diventa adulti a livello sociale, quando si assumono ruoli socialmente rilevanti, come quelli familiari e professionali, ecc. Si diventa adulti non solo in virtù di sé stessi, ma anche in relazione agli altri.
  • Infine, si diventa adulti a livello psicologico, quando si è in grado di pensare ed agire in modo autonomo e responsabile; a questo livello, si mostra un certo grado di stabilità personale, di buon senso, di coerenza e di attendibilità di comportamento.
  • Questi sono gli elementi ai quali solitamente si pensa, quando si riflette sul diventare adulti; ma riguardano di fatto gli elementi dell’adultità psico-sociale, propri del processo di adattamento al contesto in cui si vive, che caratterizza l’identità collettiva, riconosciuta dalla comunità di appartenenza.
5. Diventare adulti (2): Momenti ed esperienze esistenziali più “interne”
  • Mentre si è impegnati a diventare adulti esteriormente, accade che all’interno di sé si vivano altre esperienze, che si intrecciano con quelle esterne e che ne scandiscono il cammino.
  • L’esperienza delle grandi “scelte” sono quasi sempre presenti all’inizio o alla fine di determinati periodi, di stabilità o di cambiamento della propria vita;
  • L’esperienza dei “passaggi di vita” sono momenti particolari, vissuti con un senso doloroso di smarrimento, perdita, paura, ma che diventano poi la premessa per un nuovo stato di cose e nuova consapevolezza di sé.
  • L’esperienza del “cambiamento” nel corso del tempo: è l’esperienza di come si cambia nel tempo e di come, guardando indietro, si prenda coscienza di ciò allora non si sapeva.
  • L’esperienza della presenza di “due età della vita” (puer e senex), della necessità della loro sintesi, quando a metà della vita appare il senex e con esso la consapevolezza che quanto appare vero al mattino della vita, può apparire falso nel pomeriggio della vita (C. G. Jung).
6. Diventare adulti (3): II percorso conoscitivo più “nascosto” e “interiore” del cammino verso l’adultità “competente”
  • Vi è un terzo livello dell’esperienza conoscitiva e riflessiva, ancora più interno che pone l’adulto nelle condizioni di comprendere e interpretare la vita che sta vivendo – e con essa la vita in generale – attribuendo ad essa un significato globale.
  • Il processo di “identificazione”, seguito da un processo di “distacco” e dall’alternativa tra una crisi senza sbocco o “rientrare in sé stesso”. Alcune sue espressioni esperienziali:
  • Le “fasi apicali” di Demetrio e la loro logica permanente e ricorrente: vita (ricerca di conformità); lavoro (mancanza di sincronia); sofferenza e morte (presa di distanza); rinascita (reintegrazione).
  • L’esperienza del “disincanto” di Guardini, e la decisione di continuare a vivere secondo i valori, nonostante la consapevolezza della miseria della vita.
  • Il duplice dinamismo della vita interiore, alla ricerca del proprio “centro di unità”:
  • il dinamismo dall’esterno verso l’interno: dall’esperienza materiale alla verifica del suo significato “per me”, riportandolo all’intemo di sé;
  • il dinamismo dall’interno verso l’esterno: dal significato “per me” al desiderio della sua realizzazione nella realtà, attraverso l’azione.
7. Gli effetti del raggiungimento dello “stato di coscienza”, proprio di un adulto “competente”
  • La dilatazione della visione del proprio mondo: i due volti (interiore ed esteriore) della propria realtà.
  • La “generatività” come segno esistenziale della propria fecondità del dinamismo interiore.
  • La scoperta della dimensione “simbolica” della conoscenza, via di accesso all’esperienza di trascendenza, attraverso:
  • l’esperienza spirituale; 1’esperienza religiosa;
  • l’esperienza educativa.
Arcidiocesi di Otranto

 Relazione del convegno pastorale diocesano del 21 settembre 2017

Narrare la fede ai genitori

(Enzo Biemmi)

Introduzione

«A poco servirebbe, in ordine alla fecondità degli itinerari di iniziazione cristiana, se a partire dai 6-7 anni di età i percorsi di gruppo dei bambini e dei ragazzi fossero interamente delegati ai catechisti, lasciando sullo sfondo il possibile apporto dei genitori e il contesto offerto dalla stessa vita comunitaria […]. L’accompagnamento dei genitori non potrà che continuare, evolvendosi nelle  forme e negli stessi obiettivi […] In concreto, si tratta non solo di fissare veri e propri itinerari di catechesi per i genitori, ma anche e soprattutto di responsabilizzarli a partire dalla loro domanda dei Sacramenti» (Incontriamo Gesù, n. 60).

– Tutta la riflessione e la sperimentazione fatta in questi anni sull’iniziazione cristiana, dopo le tre note che in qualche modo l’hanno sostenuta e incoraggiata, ci ha trovati concordi, tra l’altro, su questo punto: lo spostamento di asse dai soli ragazzi ai loro genitori. Se non raggiungiamo i loro genitori, il lavoro sui ragazzi rischia di non avere futuro, continuiamo a dire. E anche: i destinatari veri dell’IC dei ragazzi sono i genitori, sono loro che hanno bisogno di essere reiniziati alla fede.

 Gli Orientamenti CEI Incontriamo Gesù recepiscono e rilanciano questa convinzione. Questa consapevolezza non riguarda solo le comunità cristiane che hanno rinnovato l’impianto di IC, ad esempio secondo il modello catecumenale o quello dei quattro tempi (per citare i due più diffusi in Italia), ma anche tutte le parrocchie (e sono la maggioranza) che continuano con il modello consueto. Non c’è catechista che non si renda conto che la posta in gioco sono i genitori e non c’è comunità che non provi a mettere in atto qualche iniziativa, anche modesta, in questa direzione. Modello rinnovato o modello consueto poco importa: importa coinvolgere i genitori.

– Eppure, proprio questo punto che ci trova concordi è anche quello che crea più difficoltà, sembra ottenere scarsi risultati ed è a rischio di non poche ambiguità, di messaggi e metamessaggi che rischiano di vanificare ogni buona intenzione, e quindi di frustrazioni pastorali.

 L’annuncio del vangelo ai genitori dei ragazzi che si preparano a ricevere i sacramenti dell’iniziazione non è che un aspetto della difficoltà che stiamo sperimentando riguardo all’iniziazione cristiana. Ma è un aspetto decisivo, se vogliamo veramente incamminarci verso una conversione missionaria.

– Le comunità che hanno rinnovato l’impianto di IC hanno particolarmente puntato su questa scelta. Dopo una quindicina di anni di sperimentazione queste proposte costituiscono quindi anche un interessante punto di osservazione per capire che cosa sta veramente accadendo, che problemi stiamo affrontando nel coinvolgimento degli adulti, quali aspettative e quali obiettivi ci possiamo dare e quali no.

– Il mio intervento vuole stare su questo terreno pratico: cosa siamo riusciti a fare fino ad ora; che cosa è effettivamente fattibile; che sguardo e che attese possiamo avere; quali attese invece non ci dobbiamo fare.

 Sviluppo il mio breve intervento in tre passaggi, i più ovvi e mi pare i più necessari: la realtà dei genitori; quale annuncio siamo chiamati a fare; come lo possiamo fare concretamente.

1. Quali genitori?
 La prima domanda che ci dobbiamo porre è questa: quali genitori? Quali famiglie?
 In un convegno svoltosi a Barcellona una decina di anni fa, in occasione dei 100 anni di presenza del mio Istituto in Spagna, mi è stato chiesto di presentare la spiritualità della mia famiglia religiosa, che trova nella santa famiglia di Nazareth il suo riferimento, e di come questa spiritualità possa essere vissuta nelle famiglie. Per farlo sono partito dal quadro ufficiale della mia congregazione, una Sacra Famiglia di tipo tradizionale, di quelle che rappresentano le due trinità: quella del cielo e quella della terra, la trinità di Dio e quella della famiglia di Nazareth. Ho poi delineato tutte le virtù della Sacra famiglia che nella nostra tradizione sono diventate il riferimento di vita per le nostre
 famiglie[1]. Nel farlo ho dato il meglio di me, ma mi sentivo a disagio. È stata una signora che, nel  momento del dibattito, ha dato un nome chiaro a quello che sentivo. Esitando con la voce, mi ha chiesto se c’era qualcosa anche per lei, per la sua famiglia che non era un modello di vita cristiana, almeno lei pensava così. Quella domanda e il tono con il quale me la pose mi hanno folgorato.  Forse questa donna era separata, o semplicemente nella sua famiglia c’erano problemi relazionali da affrontare ogni giorno, o più semplicemente la vita ordinaria nella sua famiglia non aveva nulla di quel quadro ideale che io avevo appena descritto.

Quel giorno ha segnato per me una conversione. Mi sono dato il permesso di cambiare totalmente prospettiva. Mi sono impegnato a scrivere, quasi come riparazione, “l’elogio della Sacra Famiglia al rovescio”, facendo vedere come la famiglia di Nazareth non è una famiglia ideale, è piena di problemi, non è imitabile. I vangeli dell’infanzia non propongono un modello da imitare, ma annunciano una buona notizia: che all’interno di ogni famiglia, qualunque essa sia, ormai c’è la presenza dell’Emmanuele, il Dio con noi, che custodisce ogni legame e diviene motivo di speranza per tutte le famiglie, qualunque sia la loro situazione.

Quando ho letto Amoris laetitia mi si sono illuminati gli occhi. Il secondo capitolo, dopo quello biblico che presenta la situazione di famiglie che più reali non si può, è tutto dedicato a considerare la situazione attuale della famiglia “in tutta la sua complessità, in tutte e sue luci e ombre” (n° 32), “in ordine a tenere i piedi per terra” (n° 6). Ho letto che «l’analogia tra la coppia marito-moglie e quella Cristo-Chiesa» è una «analogia imperfetta» (n° 73), e mi è venuto in mente il peso che per tanto tempo abbiamo rischiato di mettere sulle spalle delle famiglie privandole invece della buona notizia del vangelo, la notizia appunto che ogni famiglia, anche la più tribolata, è custodita dall’amore di Dio.

Vale la pena leggere come entrata tutto il n. 325 di AL.

«Nessuna famiglia è una realtà perfetta e confezionata una volta per sempre, ma richiede un graduale sviluppo della propria capacità di amare. C’è una chiamata costante che proviene dalla comunione piena della Trinità, dall’unione stupenda tra Cristo e la sua Chiesa, da quella bella comunità che è la famiglia di Nazareth e dalla fraternità senza macchia che esiste tra i santi del cielo. E tuttavia, contemplare la pienezza che non abbiamo ancora raggiunto ci permette anche di relativizzare il cammino storico che stiamo facendo come famiglie, per smettere di pretendere dalle relazioni interpersonali una perfezione, una purezza di intenzioni e una coerenza che potremo trovare solo nel Regno definitivo. Inoltre ci impedisce di giudicare  con durezza coloro che vivono in condizioni di grande fragilità. Tutti siamo chiamati a tenere viva la  tensione verso qualcosa che va oltre noi stessi e i nostri limiti, e ogni famiglia deve vivere in questo stimolo costante. Camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare! Quello che ci viene promesso è sempre di più. Non perdiamo la speranza a causa dei nostri limiti, ma neppure rinunciamo a cercare la pienezza di amore e di comunione che ci è stata promessa» (AL 325).
Che la realtà sia più importante dell’idea è ormai un acquisito nel modo di affrontare le cose da  parte di papa Francesco, e il suo invito a non presentare un quadro ideale della famiglia, è forte e chiaro[2]. Si tratta di partire da quello che essa è e vive e accompagnarla verso “il bene possibile”. Questo discorso è decisivo, ed è il primo che dobbiamo fare quando parliamo del coinvolgimento dei genitori. Quando incontriamo i genitori dei nostri ragazzi dobbiamo allora fare attenzione ai tre dati seguenti.
– I genitori che hanno figli nel periodo del completamente dell’IC si collocano di media tra i trenta e quarant’anni e vivono un momento della vita particolarmente complesso, dovendo assommare diversi ruoli contemporaneamente: di padre e madre, di marito e moglie, di figlio e figlia che cominciano a doversi occupare dei genitori, di impegni lavorativi onerosi e di altri interessi sociali. A questo si aggiunge la situazione sempre più diffusa di crisi o fallimento del primo matrimonio, di solo matrimonio civile o convivenza, di seconde unioni con famiglie allargate. Sono in un momento della vita dove si identificano con quello che devono fare, che li assorbe totalmente. Hanno poco tempo per se stessi, sono sempre di corsa. Il catechismo dei loro figli è solo uno degli aspetti (e  certo non il più importante) di un insieme di impegni molto che devono onorare. Il dialogo di due mamme al supermercato è significativo: “Ma dai, porta pazienza, tra poco fa la cresima ed è finita”. E questa frase non viene da persone lontane dalla chiesa.
– Per quello che riguarda la fede si trovano in situazioni molto differenziate. Sono tutti dentro un contesto di transizione culturale caratterizzato almeno per grande parte delle regioni italiane dal permanere di abitudini religiose che riguardano alcuni riti di passaggio, come appunto i battesimi, le prime comunioni e le cresime, domande di riti sempre meno accompagnate da un reale vissuto di fede. La maggioranza dei genitori ha contatti sporadici con la comunità cristiana e l’ultimo incontro personale per molti è stato quello veloce del battesimo dei loro bambini o della prima comunione  nel caso della cresima. Ci sono poi genitori francamente indifferenti, attenti a tutt’altro nella loro vita, se non molto freddi nei riguardi della chiesa. Ci sono infine genitori motivati, spesso impegnati nelle comunità, per esempio come catechisti. Ma per la grande maggioranza i genitori attuali rappresentano quelle generazioni che ci tengono ancora ad alcuni momenti religiosi e che preparano le prossime generazioni (forse già la prossima) di coloro che non chiederanno più i battesimi né i sacramenti successivi (esempio dei dati nella mia diocesi: il 30% non ha fatto battezzare i loro bambini). L’onda lunga del cristianesimo sociologico sta per esaurirsi e questa forse è proprio l’ultima. Avremo meno problemi pastorali riguardanti le domande di sacramenti; saremo misurati  ad altre sfide, di tipo chiaramente missionario.
– Perché li mandano a catechismo? Lo fanno per il loro figli, non per se stessi. Questa presa d’atto è fondamentale, e vale per tutti, anche per coloro che hanno un vissuto di fede. Tu puoi parlare a qualunque mamma e te ne rendi immediatamente conto. Anche le più motivate non pensano affatto che questo sia un momento per loro: è per i loro figli. Per se stesse non hanno né il tempo, né la testa. E il messaggio che noi immediatamente mandiamo loro è che questo è un momento per loro, per riprendere la loro fede in mano, per un cammino su di sé proprio nel momento in cui hanno pochissimo tempo per sé. Certo, per il bene dei loro figli.
È molto importante che siamo consapevoli di questo scarto intenzionale. Noi non ce ne rendiamo conto, perché siamo tutti sbilanciati sul compito, sulla missione, e diamo per scontato che questo sia scontato anche per loro. N.B. il paradosso è che anche i catechisti genitori entrano in questo offuscamento della percezione.
Riassumo così: per la maggioranza è una domanda di riti, non di fede; in un momento della loro vita nel quale hanno poco tempo per tutto e non è il momento più adatto per un ritorno su di sé (lo era certamente di più al momento del matrimonio e della nascita dei loro bambini, per esempio; lo sarà molto di più in alcune fasi successive della loro vita); vogliono bene ai figli e pensano che questo  sia un bene per i loro figli, ma non lo percepiscono importante per loro stessi. Salvo eccezioni, che confermano la regola.

Queste tre semplici considerazioni, per altro non esaustive, ci rendono attenti a come affrontiamo tutta la questione della proposta di fede ai genitori.
È uno sguardo realistico, che può apparire persino disincantato, che non ci porta certo a rimangiarci le convinzioni con le quali ho aperto questo mio intervento, vale a dire che è indispensabile uscire da una catechesi di IC puerocentrica e spostare l’asse sugli adulti. Ma ci educa a calibrare gli obiettivi, a non farci delle attese sproporzionate che portano a mettere sulle spalle delle persone dei pesi che non siamo in grado di portare neppure noi e creare le premesse per non poche delusioni pastorali. Occorre dunque avere i piedi per terra e fare i passi possibili (papa Francesco).

2. Quale annuncio? Narrare la fede
È dentro questo quadro e questo sguardo che possiamo e dobbiamo attuare l’accompagnamento dei genitori. Chiediamoci dunque cosa è essenziale fare con loro. Il massimo e il minimo che possiamo fare con i loro è quello di riproporre il kerigma, in questo incontro più o meno breve che hanno con la comunità cristiana.

Il kerigma è quello che papa Francesco riassume con una semplicità disarmante:

«Sulla bocca del catechista torna sempre a risuonare il primo annuncio: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti”». (Evangelii gaudium, 164).

Al numero 165 EG afferma che è sempre il kerigma che dobbiamo annunciare, ma in modo che si faccia carne dentro le situazioni concrete della vita delle persone. Un kerigma, quindi, che sia una buona notizia per dei trenta/quarentenni genitori, non importa se vicini o lontani. Lo potremmo definire il kerigma della genitorialità, visto che lo fanno per i loro figli e non primariamente per se stessi: Dio vi ama; egli sa che è facile mettere al mondo un figlio, molto più difficile essere padri e madri. È esperto nel generare. Non vi lascia soli nel vostro compito di educazione dei figli. La comunità cristiana è qui per esprimervi concretamente questa vicinanza di Dio.
Questo annuncio non si fa prima di tutto con le parole. Come annunciarlo? Lo sguardo sulle  pratiche in atto con gli adulti ci rinvia tre indicazioni preziose[3]. Esse ci dicono che il kerigma va a segno (senza poter mettere le mani sul risultato) quando incontrando i genitori più o meno disponibili noi facciamo loro tre soprese.
– la sorpresa di una comunità che non si aspettano
– la sorpresa di un linguaggio e di un contenuto che non si aspettano, che li aiuta a vivere

– la sorpresa di un volto di Dio che non si aspettano , un Dio a favore dell’uomo, che si appassiona e ha compassione di8 loro (la misericordia)

a) La sorpresa di un’esperienza ecclesiale diversa
I genitori vengono con un immaginario di chiesa e si aspettano un certo tipo di discorsi, prevalentemente morali. Molti sanno di non essere del tutto a posto con la fede. Il kerigma passa per la porta di un’esperienza diversa di comunità ecclesiale, che in poco tempo può far crollare in loro resistenze e precomprensioni che, forse, li hanno tenuti lontani o indifferenti per tanto tempo.
È vero che la fede riguarda la loro relazione con Dio, ma la porta stretta di questa relazione è l’esperienza che fanno della chiesa. La sorpresa di trovarsi di fronte a una comunità che non si aspettavano è decisiva e non avviene per via intellettuale, ma relazionale, non parlando di chiesa ma facendo sperimentare un certo stile di chiesa. Questo stile è caratterizzato da relazioni buone  ispirate al vangelo, connotate da un’accoglienza incondizionata di tutti (sospendendo ogni giudizio morale o religioso), in un clima di ascolto e rispetto e dentro dinamiche di reciproca edificazione. Il primo obiettivo è di far fare un’esperienza di chiesa diversa da quella che avevano lasciato, e non tanto di fare degli incontri di riflessione.
Meno incontri di carattere intellettuale e cognitivo (le riunioni di catechesi dopo cena, ad es.) e più esperienze di vita comunitaria. Non è che si tratti di lasciar perdere i momenti di catechesi, ma vanno inseriti in un luogo di esperienza. Ad es. è evidente a tutti che una domenica delle famiglie della comunità, nella quale si alternano momenti di riflessione, di svago, di celebrazione e di convivialità è un’esperienza più “iniziatica” che dieci incontri serali con i soli genitori. La fede nasce in un tessuto esperienziale e relazionale dove ci si allena a vivere secondo lo stile del vangelo. Anche nel periodo dell’iniziazione cristiana sono del parere che si debbano limitare gli incontri di catechesi con i genitori e invece debbano essere valorizzate alcune esperienze di vita che fanno fare un bagno ecclesiale a tutta la famiglia; certo, a quelle che ci stanno. È analogo per i ragazzi: un campo scuola estivo è più iniziatico che tutti gli incontri di catechesi di un anno e se questi poi reggono è grazie al campo estivo che abbiamo fatto. Si fa esperienza e poi si riflette sull’esperienza, mentre noi ci limitiamo ancora a “spiegare la fede” a persone che non ne hanno più alcuna esperienza.

Qui c’è la prima domanda: quale esperienza di comunità viviamo nelle nostre parrocchie e proponiamo ai genitori?

b) La sorpresa di una fede come grazia di umanità (seconda sorpresa)
La seconda sorpresa (porta di ingresso o di ritorno) riguarda il linguaggio e il contenuto di quello che si annuncia. Di cosa si parla e come se ne parla?
I genitori non arrivano solo con un’idea precostituita di chiesa, ma anche di fede. Per loro la fede è fondamentalmente una questione di dottrine, di riti e di comportamenti morali riassunti dai comandamenti. Si trovano invece di fronte a una proposta che si configura come accompagnamento dell’esperienza che stanno vivendo (come adulti e come genitori), fatta con il linguaggio della vita ordinaria. Qualunque cosa si dice a loro è un aiuto a leggere in profondità quello che stanno vivendo. Questa proposta necessariamente dà un grande spazio ai racconti di vita delle persone stesse. Ci si mette in ascolto delle proprie storie. Sono dunque percorsi autobiografici e narrativi. Questo porta progressivamente a intuire prima e poi ad esplicitare che la propria vita è abitata dalla presenza di Qualcuno che la custodisce, la promuove, la protegge, la rimette in cammino. È una storia della salvezza in corso, anche se non ne eravamo consapevoli. Le persone possono allora arrivare a dire: “Dio era qui e io non lo sapevo”.
Si tratta di una seconda sorpresa e un secondo spiazzamento, che riguarda la figura di fede. Potremmo dire che avviene un processo di secolarizzazione del messaggio cristiano, nel senso che esso appare non come un settore a parte (quello del sacro), ma come “grazia di umanità”, come offerta di vita buona rispetto ai desideri e ai problemi che ciascuno vive. La fede si presenta così come possibilità di vivere bene, di non sciupare la propria vita, di godere di quello che essa dona, di aprirsi alla responsabilità per non sprecarla e di sapere che “abbiamo sempre una seconda possibilità”, cioè siamo sempre rimessi in cammino e mai identificati con i nostri fallimenti.

E qui c’è la seconda domanda: quale figura di fede stiamo vivendo e proponendo ai genitori?

c) La sorpresa della testimonianza in uno spazio di libertà
Un terzo aspetto riguarda direttamente lo stile degli accompagnatori. Si manifesta quando questi si implicano e testimoniano la loro fede e, proprio per questo, mettono in atto una proposta che non pretende risposta. La sollecitano senza imporla. La testimonianza si presenta come attestazione. Il testimone pronuncia due parole: “Eccolo”; Eccomi”. Eccolo, come mi è venuto incontro; eccomi, come Lui mi ha trasformato, come provo ad accoglierlo, come vivo la relazione con lui, con le mie gioie e le mie difficoltà.
Qui avviene una terza sorpresa, un terzo spiazzamento che ha effetto missionario. I genitori  vengono con l’idea più o meno marcata dell’obbligo: per avere il sacramento occorre fare un corso. Si trovano invece di fronte a persone che non chiedono nulla, ma presentano (“presentare” nel senso di rendere presente, lasciando liberi). Si trovano di fronte a persone che danno ragione della speranza che è in loro, senza chiedere nulla, solo per la gioia che hanno e desiderano condividere.
Avviene in questo modo una terza riformulazione (dopo quella di chiesa e di fede), che riguarda l’immagine di Dio. Vengono agli incontri segnati da una rappresentazione di Dio rispetto al quale bisogna fare qualcosa, occorre fargli dei sacrifici e delle offerte, perché sia buono con noi. Si trovano di fronte a un Dio, mediato dall’atteggiamento di coloro che lo rappresentano, che offre senza chiedere una controparte, che ama perché è la sua identità, che si rallegra del bene che le persone vivono e si rattrista delle loro sofferenze, che offre la sua grazia sempre, che non condiziona il suo amore alle prestazioni morali delle persone, ma vuole che tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

Qui c’è per noi la terza domanda: quale è lo stile delle nostre persone, quando incontriamo i genitori? È quello della pretesa, o della testimonianza gratuita e disarmata? Infatti, abbiamo alle spalle una lunga tradizione dell’obbligo, che in una cultura della libertà non ha più futuro.

3. Come annunciare il vangelo ai genitori. Alcune cose che abbiamo imparato.
Ci siamo interrogati su chi sono i genitori reali (non le famiglie del mulino banco); abbiamo  indicato l’unico contenuto da annunciare (il kerigma) e come questo di fatto passa più che dalle parole da tre sorprese. Possiamo ora dire qualcosa sulle iniziative concrete che possiamo mettere in atto. Le accenno a partire da uno sguardo sulle parrocchie italiane, su quello che tentiamo di fare anche se in maniera non perfetta.
a) Ci siamo progressivamente resi conto, da una parte, che l’obiettivo di una catechesi familiare in senso forte, nel periodo che va dalla prima elementare alla cresima (o alla prima eucaristia), si scontra con la complessità delle famiglie reali e alcuni tentativi di coinvolgimento molto esigenti hanno dovuto accettare un ridimensionamento, risultando non sostenibili.
b) In compenso, questo obiettivo di coinvolgimento si è allargato a due tappe fino ad ora trascurate: l’accompagnamento in occasione della domanda del battesimo, fatto in maniera leggera ma curata; la proposta per i genitori con figli tra gli 0 e 6 anni. Queste due scelte hanno fatto prendere coscienza che l’IC non inizia in prima elementare con la preparazione alla prima comunione, ma inizia con il battesimo. La porta di accesso alla vita cristiana per i bambini e non raramente del ritorno alla fede per i genitori è il battesimo. Non si può parlare di rinnovamento dell’IC senza un ripensamento della pastorale del battesimo. E quel tempo vuoto, dagli 0 e 6 anni, registra in Italia le esperienze più positive, perché avviene in un clima totalmente gratuito, in quanto il battesimo è già stato conferito e la prima comunione e la cresima sono ancora molto lontane. Questo permette di fare un cammino a partire dagli interrogativi dei genitori e non dalle esigenze sacramentali.
Ecco dunque un primo suggerimento concreto. Non aspettare la prima elementare per coinvolgere i genitori, perché allora dobbiamo costruire sul deserto.
c) Alcune pratiche hanno imparato a valorizzare maggiormente, in funzione di un cammino catecumenale, le esperienze che la comunità già vive e mette in atto, come ad esempio celebrazioni, giornate di incontro e di festa, iniziative di carità, campi scuola, attività di oratorio, ecc., senza  dover per forza inventare da capo delle iniziative specifiche per il percorso di IC, evitando così di procedere per accumulo di proposte.
Ecco la seconda cosa che stiamo imparando, il secondo suggerimento. Più che aggiungere proposte per i genitori, è meglio chiedere loro di partecipare alla vita della comunità, naturalmente riqualificando le esperienze già in atto in modo che siano accoglienti, che diventino iniziatiche (es. della parrocchia di Zevio, Verona).
d) Sta crescendo un consenso sul fatto che la partecipazione all’eucaristia domenicale è il luogo e il tempo privilegiato per i processi di iniziazione cristiana. Una liturgia domenicale curata in un contesto di esperienza relazionale e comunitaria è il tempo e il luogo privilegiato, anche se non unico, per vivere e trasmettere la fede.

Ecco dunque una terza cosa che sta crescendo: la qualità della proposta nel giorno del Signore, come tempo di incontro delle famiglie. Non è priva di difficoltà, ma riavvia un nucleo di comunità viva, generativo.

Conclusione: con i genitori, non per i genitori
– Ci stiamo rendendo conto che il modello attuale di IC è in forte difficoltà. Anche dove viene rinnovato, resta un modello sfasato culturalmente. È nato e ha dato prova di efficacia pastorale per una cultura che non esiste più. È un modello messo a punto per un cristianesimo sociologico e si trova a fare i conti con una cultura plurale, differenziata anche all’interno della chiesa stessa.  Coloro che lo stanno riformando stanno facendo l’unica cosa possibile, sensata e giusta che si possa fare: immettergli quella che chiamiamo “ispirazione catecumenale”, vale a dire camminare concretamente verso un modello che presenterà sempre più le caratteristiche di una fede di scelta (e quindi di minoranza) e sempre meno una fede di tradizione sociale.
– Uno degli elementi di questa transizione è di coinvolgere le famiglie che lo accettano, non solo i loro bambini, e quindi di tornare a percorsi di fede che riguardino gli adulti. In questa linea non è pensabile una catechesi degli adulti, tantomeno per gli adulti, ma con loro. Il che suppone adulti  laici che con i loro presbiteri accompagnano altri adulti e riapprendono la fede insieme a loro. Questo si chiama testimonianza.
– Infine, nell’accompagnare i genitori l’obiettivo ultimo non sono i genitori, né il loro figli, ma va fatto per noi stessi. Paradossalmente dobbiamo fare su di noi quello che chiediamo a loro. Noi li spiazziamo (e non poco, come abbiamo visto) quando vengono per i loro figli e noi diciamo che il cammino è prima di tutto per loro. Altrettanto dobbiamo accettare noi. Mentre proponiamo loro un cammino per loro, dobbiamo subito dirci che è per noi, non primariamente per loro. È per noi, comunità ecclesiale, perché reimpariamo a dire e vivere la nostra fede in questo tempo, con queste persone, perché reimpariamo l’alfabeto della fede in questo contesto culturale, perché ci alleniamo a riformulare la fede e a consegnarla alle nuove generazioni nel loro dialetto, nel loro modo di vivere, nella loro ricerca di felicità. Per farlo, dobbiamo farlo insieme ad adulti come noi, meglio se non troppo vicini, perché solo così può avvenire che la comunità cristiana mentre evangelizza sia evangelizzata da coloro insieme ai quali rilegge il vangelo. Questo è tutto quello che possiamo fare: poco e tantissimo allo stesso tempo.

[1] La mia famiglia religiosa, dei Fratelli della Sacra Famiglia, nella sua tradizione elenca le 5 grandi virtù che animavano Gesù, Maria e Giuseppe sia nelle loro relazioni reciproche che nella loro relazione con Dio: l’umiltà, la semplicità, l’obbedienza, l’unione e l’abnegazione reciproca. A queste 5 segue l’elenco delle “piccole virtù nazarene” che le rinforzano: la cortesia, l’affabilità e condiscendenza, la dissimulazione caritatevole delle mancanze dell’altro, l’indulgenza e la pazienza, la stabilità di carattere e la santa gioia, la compassione e l’attenzione nel servizio. Si tratta di un elenco in cui viene presentata la mappa degli atteggiamenti positivi vissuti dalla Sacra Famiglia. Questo quadro lascia ammirati, ma rischia anche di scoraggiare una famiglia normale.
[2] «Altre volte abbiamo presentato un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono. Questa idealizzazione eccessiva, soprattutto quando non abbiamo risvegliato la fiducia nella grazia, non ha fatto sì che il matrimonio sia più desiderabile e attraente, ma tutto il contrario» (AL 36).
[3] Non solo con i genitori di IC, ma anche con i fidanzati, i genitori al momento del battesimo, nel periodo 0-6 anni, al momento della cresima quando viene chiesta prima del matrimonio, ecc.
   

By |2018-10-02T21:51:19+00:00settembre 21st, 2017|Categories: Chiesa Cattolica|Tags: , |Commenti disabilitati su Convegno Diocesi di Otranto 2017

Exallievi ed Exallieve di Don Bosco
FEDERAZIONE ISPETTORIALE PUGLIESE

Contatti >   –   Credits >

Breaking News