PROFILO DELL’EXALLIEVO DI DON BOSCO STEFANO SPERANZA

L’ing. Stefano Speranza nacque il 7 luglio 1950, a Bari, dove morì il 18 giugno 1986.

Ricevette una educazione religiosa tutta improntata all’amore e al rispetto degli altri, frequentando ancora bambino l’Oratorio Salesiano di Bari. Intelligentissimo, sin dalla scuola elementare si segnalò come uno studente straordinario, sempre primo della classe. Fu animatore di gruppi giovanili, soprattutto nelle zone di degrado della città. Organizzò, giovanissimo, corsi di doposcuola gratuiti per ragazzi in difficoltà. Ebbe grande capacità di elaborazione teorica ma, accanto a ciò, in lui si affermò una straordinaria attività, capacità di agire, di organizzare gli uomini, i giovani, le risorse umane che in qualsiasi posto si possono trovare.

Dopo le scuole medie frequentò il liceo scientifico Scacchi e la facoltà di Ingegneria dell’Università di Bari. Sono gli anni della così detta contestazione giovanile, gli anni del post concilio: i turbolenti anni sessanta. Diventò un leader di quegli anni, capace di affrontare le affollate e disordinate assemblee giovanili (era l’epoca dell’assemblearismo) e dominarle con la sua oratoria affascinante e stringente. E’ il solo cattolico che in quelle situazioni parla e convince. Si fa ascoltare in consessi e ambienti tutti di altro segno. Il suo liceo è l’unica scuola dove le assemblee accettano che venga eletto un presidente. Fu eletto lui. L’unico caso in Italia in cui in una scuola fu superato l’assemblearismo. È personaggio capace di reggere le piazze, anche quelle più violente. Indimenticabile il suo comizio nella piazza centrale di Bari (piazza San Ferdinando), in occasione del suicidio del giovane cecoslovacco Jan Palach, nel 1969.

Nonostante questa intensissima attività politica, si dedica con estrema serietà ai suoi studi, laureandosi con il massimo dei voti e la lode. Si sposa e si impegna nella vita professionale, preparando progetti edilizi, che poi vengono anche realizzati all’estero. Né tralascia le sue opere di pietà, la sua grande attenzione verso i deboli; continua ad organizzare interventi sul piano strettamente operativo a favore dei meno fortunati. E’ una fonte di sicurezza per tutti, una fonte di incoraggiamento. Chiunque l’incontra ne trae beneficio, sul piano morale, sul piano spirituale, sul piano materiale. Poi, la tragedia.

Viene colpito da una malattia subdola e di lunga durata, impossibile da curare all’epoca: la sclerosi multipla. Comincia un calvario, ma lui è quello di sempre. Poiché la malattia è lenta e aggredisce poco a poco tutti i suoi organi, continua a fare quello che ha sempre fatto, continua ad essere sempre un punto di riferimento per tutti, continua a fare politica, continua a lavorare.

Grande fu, nel movimento cattolico sia a livello locale che a livello nazionale, il suo contributo e la sua elaborazione sulle nuove prospettive che la Chiesa indicava con il Concilio Vaticano II.
Ma, soprattutto, affronta la tragedia con una serenità, una fede in Dio suo Creatore, che ha dell’incredibile. Mai una parola di rammarico, di rimpianto per quello che gli è successo, la sua fede in Dio continua ad essere intatta.

L’allegria e l’ ironia di Stefano continuano ad essere quelle di sempre. La sua capacità di incoraggiare, pure nelle sofferenze più atroci che lo colpiscono, è inimmaginabile. La serenità con cui affronta il lento cammino verso la morte è incredibile. È consapevole sin dal primo momento di quello che gli è successo. Appena scoperta la malattia, le sue parole furono queste: “Ho una malattia che, fino a qualche anno fa, faceva morire subito, ora fa morire dopo dieci, quindici, venti anni, dopo aver paralizzato tutto il corpo”. Profetico.

Succederà proprio così. La malattia lo paralizzerà muscolo dopo muscolo. Gli lascerà soltanto, efficientissimo, straordinariamente integro, il cervello. Perde l’uso della parola ma continua a comunicare con l’esterno. Negli ultimi tempi, quando diventerà immobile come un pezzo di marmo, si fa capire con il movimento delle palpebre, con un sistema quasi da alfabeto morse: un battito di ciglia per la A, due per la B e così via.

Quando è già colpito duramente dalla malattia viene eletto Presidente dell’Unione Exallievi Don Bosco di Bari. E l’Oratorio Salesiano diventa, per molti giovani, punto di riferimento, dove si discute e si elabora (erano anni di grande fermento ideologico) alla luce del magistero della Chiesa, del Concilio, della grande forza rivoluzionaria del Cristianesimo. Stefano, pur molto malato, è l’animatore di tutto questo. Per il suo straordinario impegno la Presidenza Nazionale lo insignì del Distintivo d’Oro.

E, come detto, durante tutta la malattia, fu sempre sereno. Non una parola di rammarico, di rimpianto, non una parola di protesta nei confronti dell’Onnipotente, che aveva consentito che la malattia lo riducesse in quelle condizioni. Nessuno lo ha mai sentito, nel corso dei lunghi anni della malattia che devastò il suo corpo, lamentarsi o compiangersi oppure imprecare contro quello che gli stava succedendo. Mai una parola volgare, un giudizio negativo su qualcuno o qualcosa di simile. Non si arrese mai alla tentazione di perdere la fiducia in Dio, anche quando fu sottoposto a prove tremende (gli ultimi due anni era, come ho già detto, immobile come un pezzo di marmo). Ma il cervello l’ebbe sempre lucidissimo e la memoria intatta e le sue cognizioni (anche quelle scientifiche) perfettamente presenti.

Accettò ciò che Dio gli aveva mandato, in buono e in cattivo. Anche in quelle condizioni riconosceva che Dio poteva spiegargli perché gli era capitata quella malattia. E dava ragione a Dio. Morì da cristiano, come era vissuto, veramente e sinceramente e allegramente, pure. Ha incoraggiato e confortato tutti, anche nelle condizioni in cui si trovava. L’arcivescovo Ballestrero andò a casa sua a trovarlo, accompagnato dal suo segretario Padre Caviglia.

All’uscita della stanza di Stefano disse: “Mi aspettavo di dover consolare e invece è avvenuto che sono stato consolato, per me è stato un incontro edificante.” E’ stato un trascinatore. Il più bravo nella scuola, nello studio, nel lavoro. Dio ha interrotto una grande aspettativa di vita, che già si materializzava. Dio ha fermato tutto questo e Stefano ha accettato di buon grado (cum laetitia) la decisione di Dio senza ribellarsi, senza piangere, senza disperarsi, continuando ad essere e a fare quello che aveva sempre fatto, non solo accettando la decisione dell’Onnipotente per quanto riguarda la sua vita, ma dandogli addirittura ragione.

E questo suo consapevole progredire verso la sofferenza e la morte appare, ancora oggi, un atto di accettazione della volontà di Dio e della condizione umana; e quello che fu il suo modo di essere di uomo e di cristiano un insegnamento e un sublime messaggio per noi tutti.

Un episodio, tra i tanti: aveva diciassette anni quando, mentre assisteva ad un concerto di musica classica, fu visto piangere. A chi gli chiedeva cosa fosse successo rispose: “Mentre noi siamo qui, ad ascoltare questa musica sublime, nel mondo c’è tanta gente che soffre”.