A Sua Eccellenza
Mons. Francesco Cacucci
Arcivescovo della Diocesi Bari – Bitonto

Largo San Sabino. 7 70121 Bari

Eccellenza Reverendissima,

Le scrivo per manifestarLe la mia commossa adesione alla nobile iniziativa, partita da un gruppo di amici e conoscenti, perché sia riconosciuto lo status di “Servo di Dio” al defunto Stefano Speranza, ingegnere barese deceduto or sono più di tre decenni per le conseguenze di una sclerosi multipla contratta in età giovanile.

A Stefano mi ha legato, fino alla sua morte, una sincera e profonda amicizia, della cui solidità e durata il merito appartiene esclusivamente a lui. Laddove, infatti, il mio è sempre stato un carattere impetuoso, talora irruento anche nei confronti delle persone care, il suo era, per contro, conciliante e affabile, immancabilmente contrassegnato da un sorriso, segno di intimo e non circostanziato spirito di tolleranza. Non ho dubbi adesso, se mai li ho avuti in passato, che la sua compostezza, che mitigava i miei (ma, in tutta evidenza, non solo i miei) eccessi di scontrosità e li riconduceva nell’alveo di una più cordiale attitudine verso il prossimo, fosse l’espressione non solo di doti umane e intellettuali superiori alla norma, ma anche, e in ben maggior misura, di una fede sincera, profonda, granitica.

Stefano seppe dimostrarlo in modo inequivocabile per tutto il suo percorso terreno, ma soprattutto quando si ammalò del terribile male che inesorabilmente lo condusse alla morte. Ebbene, alcuni dei suoi amici (me compreso) non accettarono quella che apparve loro una sofferenza ingiusta, imposta da un destino troppo crudele; in lui, invece, non venne meno la capacità di ritenere che fosse una prova di fortezza d’animo che il Padre, alla cui volontà si era rimesso, gli chiedeva di superare. Ma non per sé; piuttosto perché restasse d’esempio in chi lo amava o semplicemente lo stimava, ammirandone l’essere, senza cedimenti al dubbio, appunto un “figlio di Dio”.

E proprio questa, infatti, la lezione che Stefano ha sempre impartito, a chi ha avuto la fortuna e il privilegio di conoscerlo anche occasionalmente, con la connaturata signorilità della parola e del gesto, oltre che nell’imperturbabile serenità del viso.

Eccellenza Reverendissima, non vorrei, sia pur per affetto verso l’indimenticabile amico, indulgere a un eccesso di retorica, che a Lei suonerebbe importuno e che, del resto, è un espediente estraneo alla mia natura, anche quando intende proporsi nella forma di una comunque accorata captatio benevolentiae. Né Le ruberò tempo, abbandonandomi ai ricordi, nell’elencarLe le singole occasioni in cui ho avuto la prova che era la fede, tanto più autentica quanto niente affatto ostentata, ad animare ogni passaggio cruciale della vita di Stefano. Mi conceda, tuttavia, di svelarle un dato, per me sintomatico, non della rassegnazione, ma della eroica fermezza con cui il mio amico continuò a credere fino all’ultimo istante che le prove supreme Dio le riserva agli eletti. Quando il suo male era in uno stadio avanzato, un giorno tornai a sfogliare un libro di poesie da lui composte nel tempo; ma fu la prima volta che mi trovai a meditare sul titolo che gli aveva dato: Siamo a buon punto. Non era, è chiaro, l’illusoria certificazione di un insperabile, e di fatto insperato, miglioramento delle sue condizioni di salute, ma nemmeno l’amara constatazione dell’approssimarsi, ancorché lento, della fine; se mai, la confessione che cominciava a intravedere, da lontano, la vera luce. Nella quale credo sia ora immerso e della quale generosamente, pazientemente, continua a dispensare anche a me, “persino” a me, che la fede l’ho persa, un riflesso di cui non son degno, ma che mi rende fiero della solidarietà di ideali e di intenti che mi unì a lui. Di essa, peraltro, non avverto il rimpianto, perché è sempre viva in me, anche a distanza di tanti anni.

Eccellenza Reverendissima, Le sono grato per il credito che vorrà benevolmente riservare a questa mia testimonianza, consentendo che sia annessa alle altre, di certo più rilevanti, tese a far sì che Stefano sia ufficialmente proclamato “Servo di Dio”.

Gradisca, intanto, i sensi del mio più cordiale ossequio.

Nicola Biffi

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