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Il Castello De’ Monti

Area Corigliano d'Otranto

//Il Castello De’ Monti
Il Castello De’ Monti2018-10-25T20:53:26+00:00
Le prime notizie storiche intorno ai feudatari di Corigliano risalgono al 1190 quando re Tancredi concesse i feudi di Corigliano e Castiglione a Pietro Indrimi o Drimi.
Nel 1239 era conte di Corigliano Pietro Sanfelice, nel secolo XIV il feudo appartenne ai signori Ceppoy De Tremblay di origine francese e verso la fine del secolo Corigliano e Martano dipendono dal contado di Lecce e furono acquistati dal demanio e nel 1398 da Raimondino Orsini de Balzo. Alla sua morte (1405 o 1406) passò al figlio Giovanni Antonio, ma poiché minorenne, ereditò la madre Maria D’Enghien.
Divenuto maggiorenne Giovanni Antonio prese possesso del feudo che, alla sua morte avvenuta nel 1436, per mancanza di eredi, passò al demanio. In seguito il feudo, per concessione dei primi re Aragonesi, fu dato alla famiglia Indrimi, non si sa con precisione se la stessa che lo ebbe nel 1190.

Il figlio di Alfonso d’Aragnone, Ferdinando, il 7 novembre 1486, concesse, vendendolo e donandolo per concessione legale, il marchesato di Corigliano ad Antonio De’ Monti Luogotenente della Regia Camera, per i servizi prestati alla corona. Nicola Antonio De’ Monti appena giunse a Corigliano restaurò le mura e la fortezza, il figlio Francesco prese parte alla guerra contro i turchi che avevano conquistato Otranto nel 1480. I capisaldi della difesa erano Roca, Castro e Corigliano, i mussulmani cinsero d’assedio quest’ultimo difeso dalla fortezza e da una cerchia di mura, dopo aver distrutto Martano, Cutrofiano, Sogliano e Risigliano. I turchi trovarono difficoltà a rifornirsi di acqua e scavarono dei pozzi in località ora chiamata Pozzelle a circa un chilometro dal castello.Castello Aerea

Una narrazione tramandata dai coriglianesi vuole che il comandante fu ucciso da una palla di archibugio o durante un duello con Francesco De’ Monti nello spiazzo a sud-ovest del castello, oggi denominato “tomba te lu bascià” perché formava un leggero avvallamento che si trasformava in pantano durante il periodo delle piogge.
Francesco De’ Monti partecipò alla ripresa di Otranto, era maestro di campo di 2000 fanti e morì l’11 febbraio 1481. Il figlio Giovanbattista potenziò le opere di difesa di Corigliano, restaurò le mura e fece costruire sedici torri ottagonali ed in seguito aggiunse al maschio centrale quattro torri, una per angolo, di forma arcolare divise all’interno da robuste volte con un foro circolare che permetteva l’accesso da un piano all’altro con scale levatoie e la rapida trasmissione di ordini e rifornimento di munizioni.
Nel 1536 il re Carlo V concesse a Giovanbattista De’ Monti il titolo di Marchese di Corigliano. Nel 1536 Giorgio De’ Monti combattè contro i turchi che avevano saccheggiato Castro, nella piana di Sanarica. Fece un grosso bottino di guerra tra cui un orologio in ferro che fu collocato nella piccola torre che ancora si erge nella piazza intitolata a San Nicola, patrono del paese.
Gli altri marchesi De’ Monti vissuti a Corigliano furono: Girolamo, Scipione, Alessandro, Ferrante e Giorgio. Quest’ultimo morì nel 1649 e il castello passò al fisco dal quale fu acquistato nel 1653 da Luigi Trani che ottenne il titolo di duca nel 1664. La famiglia fu molto ricca e potente fino a comprare Tutino, Guardigliano, Lucigliano, Montesano, Tiggiano, Specchia, Torre Paduli, Scorrano e Martano. Francesco Trani nel 1667 modificò l’antica cortina difensiva rendendola ricca di ricami, sculture e fregi a testimonianza del fasto e della potenza dei nuovi padroni. Portò ammodernamenti alla fortezza con la costruzione di una scalinata coperta in luogo di quella scoperta, riadattò la parte abitata trasformando la fortezza in un palazzo ducale.
Il castello passò di nuovo al fisco nella seconda metà del 1700 per estinzione dei rami principali della famiglia e nel 1797 re Ferdinando lo concesse ad Antonio Maria Pignatelli principe di Belmonte e da questi, per eredità, passò agli ultimi feudatari, i Granito i quali lo vendettero alla famiglia Peschiulli di Corigliano. Successivamente fu acquistato dalla famiglia Anchora sempre di Corigliano e per eredità passò alla Famiglia Pedone.

Il castello, che si dice sia anche stato presidio romano, ma sicuramente fortezza di importante valore militare, poi divenuto palazzo ducale ricco di arti medievali, oggi è di proprietà del Comune di Corigliano d’Otranto e i coriglianesi e i visitatori lo possono ammirare in tutta la sua imponenza e il suo splendore.

Altre notizie… di Cesare Paperini
GLI ANCHORA E IL CASTELLO DI CORIGLIANO D’OTRANTO
Come tramandato verbalmente da padre in figlio, gli Anchora arrivarono in terra Apula dall’isola di Creta e si fermarono a sud della penisola bagnata dal mare, dai laghi di acqua dolce e da un fiume formatosi da acqua sorgiva. L’ambiente era circondato da querceti, pini marittimi, oleandri e salici che nascondevano i villaggi e le zone fortificate. La fuga da Creta avvenne dalle guerre delle caste: l’isola infatti, era divisa in sei parti e ognuna di esse aveva il proprio re. I conflitti erano continui, la pace tra le sei caste era solita solo se altri attaccavano l’isola e in queste occasioni avvenivano le fughe.

Si tramanda che in quel sud della penisola vi era pace, gli abitanti riuscivano a comprendersi con la lingua e soprattutto a sviluppare le proprie conoscenze nella caccia, alla ricerca di cibo e nello sviluppare tecniche per la coltivazione di orzo, verdure e per la costruzione di abitazioni fortificate. Tanto era l’intesa che si dotarono, per meglio tutelare le imbarcazioni (fiorenti grazie a tanto legname disponibile) di un porticciolo ed eressero anche un tempio a Minerva per eseguire i sacrifici (attuale porto Cràulo).

DAI DOCUMENTI…
Anchora Giuseppe nasce a Corigliano d’Otranto nel 1778; all’età di 18 anni terminata la settima classe a Maglie, si reca a Napoli per seguire i corsi di belle lettere (attuali lettere classiche), che non riuscirà a terminare per il piacere dei divertimenti, come si evince dalle coperture economiche effettuate in favore di locande e trattorie. All’età di 25 anni sposa una nobile conosciuta a Napoli nel 1804 e dalla loro unione nasce Celestino. Negli appunti si legge di un bambino biondo con gli occhi azzurri assomigliante alla mamma. Per l’occasione si danno molte feste sia nelle casine che nei poderi.
Giuseppe nei libri mastri elenca i nomi dei 42 coloni; dal contratto con essi si evince che era obbligo di consegnare solo le primizie in ogni stagione, il resto suddiviso a chi lavorava nei terreni a loro affidati e in caso di carestie veniva diviso in parti uguali. Acquistava molti cavalli (dall’attuale Abruzzo e dalla Campania); non amava vedere buoi lavorare in agricoltura in quanto predestinati per la carne e soprattutto per il latte. Dai suoi appunti si notano entrate per l’affitto dei cavalli nel periodo degli scassi profondi dei terreni fuori delle sue proprietà; il cavallo era più veloce e soprattutto più duraturo.
La sua vita Giuseppe la passava tra i suoi coloni e contadini, amava la sera incontrare nobili limitrofi e spesso raggiungeva Maglie e Lecce. Non andava in chiesa lo si vedeva solo nelle prediche dei domenicani che lo appassionavano, nei suoi registri mastri ogni anno è annotata un’offerta che inviava a Maglie per l’accensione della lampada votiva a San Nicola di durata annuale.
Della moglie si hanno scritti sul libro mastro solo per la nascita dei figli: ne ebbe altri sei dopo Celestino. Su alcuni appunti scritti all’interno delle custodie dei registri mastri del 1814 accusava i francesi di “rubargli il suo domani” cioè i giovani i quali si reclutavano tra le truppe francesi attratti dalla divisa, dai cavalli e dalle monete raffiguranti Murat. Essi erano anche attratti dall’arrivo a Maglie e a Lecce dei velluti e merletti per le loro sorelle, fidanzate e mogli. In quelle date con calendario francese si legge: oggi 10 nivose, i 4 figli del Pulimeno se ne vanno, annota “oggi 20 nivose”…, i Quarta… Meneleo…, in un anno si sommano 61 giovani dai 18 ai 26anni che lasciano Corigliano d’Otranto per seguire volontariamente le truppe Francesi. La fuga dei nobili con la Repubblica Napoletana non fu tanto sentita, la legge a favore dei contadini emanata dal Murat non fu mai attuata, la vita continuò normalmente, ma con un grave danno: quello della perdita di braccia lavoro per la fuga dei giovani.
Celestino finita la sesta a Lecce si reca a Napoli per proseguire gli studi. Dai versamenti annotati su un libro mastro è citata l’uscita di un versamento… “Celestino, studio terra fu’ Murat”… sembrerebbe (l’attuale facoltà di Agraria che fu istituita da Murat). Anch’egli come il padre non terminerà gli studi, non per i divertimenti ma esclusivamente a causa del suo ideale di economista: infatti nel suo sangue scorreva più sangue blu che liberista e populista del padre. Lavorò all’insaputa del padre in istituti di credito, frequentava ambienti notarili studiava negli uffici demaniali l’andamento del mercato, tanto che vendeva i terreni e le abitazioni ereditate dalla madre e li tramutava in denaro corrente e poi in oro che ritirava negli istituti di credito dello Stato Pontificio. Nel 1840 a 36 anni Celestino, alla morte del padre Giuseppe, divenne erede universale; infatti ai tre fratelli erano già stati donati terreni, alle tre sorelle un buon partito per il matrimonio, una dote in denaro e un corredo acquistato nel ducato di Toscana (a quei tempi era il massimo!).

Celestino si era sposato a 24 anni con una nobile donna di Sanarica, una certa Annunziata Maria Antonietta Comi, a cui il padre per dote, come si legge da un contratto conservato in un libro mastro …”Alla mia figlia Annunziata M. A. avendo raggiunto l’età di 19 anni e dopo autorizzazione di Anchora Giuseppe padre del novizio aspirante sposo Celestino passo… a nulla pretendere dai altri eredi di mio casato Comi essendo non eredi di quanto diritto… di tutti i terreni della mia prima moglie Maddalena madre di Annunziata siti in zona canale pozza (attuale canale dell’Asso) are 1.500 denominati Linzine e recitante con alberi di alloro in essi sono comprese la masseria Maddalena e la masseria Annunziata n. 10 pagliare e 5 casine alloggio per lavoranti, vi sono 12 aratri …(elenca gli attrezzi i mobili sino al numero di lenzuola, coperte e le stoviglie…”.

LA LEGGENDA…
Sembrerebbe che Annunziata ebbe gioielli molto pregiati ricevuti dal nonno e dalla nonna materna dopo la immatura dipartita della loro cara Maddalena. Celestino li aveva convertiti in oro: sembrerebbe che all’età dei 36 anni ne avesse ben 25,5 Kg. Donna Nunzia era molto buona, la sua giovinezza l’aveva passata in un convento di suore presso Urbino (non si hanno notizie certe se non per racconti da padre in figlio…). Nel 1828 nasce Nicola; per lui solo una festa nella parrocchia, in casa, a cui partecipano parenti e amici che vengono anche da Napoli. Celestino dopo la costruzione di un palazzo nel centro antico a Corigliano d’Otranto, guarda il Castello trasformato in una abitazione di nobili. I coriglianesi raccontavano da padre in figlio l’importanza di quel castello per dare esempi di correttezza ai giovani, un luogo sempre vietato al popolo pure dopo la trasformazione in abitazione.

Celestino preso dal gusto di entrare in quel castello, vederlo e farlo vedere ai suoi amici e pure ai coloni, ai suoi contadini, si spinse a parlarne con Peschiulli e gli offrì in denaro registrabile, lire 1.000 con scrittura privata e Kg.1 in oro. I Peschiulli accettarono e si recarono alla sede degli Uffici Demaniali di Bari per il nulla osta e la registrazione fu eseguita presso il Notaio Nuzzachi in Lecce: si dovette attendere 120 giorni per la registrazione presso gli uffici demaniali del Regno delle due Sicilie. I suoi amici degli istituti di credito diedero le garanzie anche per la nomina a Conte, onorificenza che Celestino ricevette da un delegato del regno a Bari.

CONSIDERAZIONI DAI SUOI APPUNTI
Celestino certamente non vuole essere di meno. Nella famiglia Comi ci sono duchi e soprattutto è preso dalla passione delle gesta dei Monti dal loro marchesato e dal conoscere le storie sul castello e l’unica cosa da fare era entrarne in possesso per poterlo studiare anche se tutti erano a conoscenza che molte cose, ad ogni passaggio erano state portate via. Il saccheggio più grande si ebbe dal 1670 al 1759 quando, per mancanza di eredi di Luigi Trani, prima della confisca da parte del fisco venne al demanio del regno.
Non essendo del luogo (e nemmeno tanto amato dai coriglianesi) Celestino non capiva perché il Trani avesse trasfigurato la fortezza in un’abitazione addobbando con sculture applicate, chiudendo le torri, realizzando un fossato, un ponte fisso per l’entrata, chiudendo e aprendo stanze e realizzando un blasone mai certificato.
Celestino appena ebbe in mano l’autorizzazione con otto coloni e trenta contadini iniziò la pulizia del fossato e fece aprire tutto ciò che era stato murato. Dagli appunti…: “nel retro fossato per 30 gg si accumularono oltre 300 pietre sagomate e più di 1.000 normali, tutte furono portate in spalla per evitare di lasciare aperto il portone di ingresso con accesso ai curiosi, ma soprattutto per la pericolosità degli ambienti…” Incarica tre suoi amici del periodo della sua giovinezza napoletana che si erano laureati in Agrimensometria i quali nel periodo estivo, con le loro famiglie, raggiunsero Corigliano d’Otranto e furono alloggiati nella casina, la tenuta estiva di Celestino (attuale oratorio salesiano). La foga per Celestino di conoscere gli amici per arricchire la loro professionalità in un vero ambiente antico a loro disposizione non era da poco… Fece adibire un androne per far dormire i 30 contadini e mise a disposizione una carrozza e sei cavalli, fece costruire una cucina per preparare 36 pasti e assunse delle donne del luogo per la cucina e le pulizie… Dal libro mastro: “per tali lavori ho dovuto cambiare Kg. 2 di oro all’istituto di credito in Lecce…” segnala anche la collera di alcuni per questo aprire di tante chiusure e l’utilizzo di manodopera delle sue campagne per distruggere un ben ristrutturato palazzo…, anche i figli sono adirati perché volevano trasferirsi nel castello…
Solo Annunziata, donna molto dolce, capìta questa mania del marito, lo accontentava e lo consolava dicendo che i suoi coloni e tutti i contadini lo stimavano per la sua generosità e soprattutto per la sua passione a ricordare l’intelligenza degli antichi e la passione a conservare le loro opere. Celestino ristrutturava, era contrario agli abbattimenti, e i coloni lo sapevano bene. Le aie, i muri a secco, i pergolati erano i luoghi davanti ai quali egli andava in estasi. Si sedeva e li osservava, se vedeva che si deterioravano ordinava le ristrutturazioni. Mandava persone in giro a vedere se qualcuno smontava vecchi basolati e colonne che poi acquistava, ristrutturava e depositava presso le sue campagne per utilizzarli come pezzi di ricambio.

L’esplorazione iniziò dal finto fossato, entrati da un largo foro si notarono delle scale che andavano sino al centro del castello certamente erano le stanze dei soldati; c’era un cunicolo per il passaggio di una sola persona, dopo un po’ di giorni da un altro foro… un labirinto sotto le fondamenta, sicuramente conosciuto da pochi, che portava al centro del castello detto il piazzale grande, le pareti in molte parti del labirinto erano state smontate e utilizzate per altre costruzioni nel castello…, sopra il labirinto vi erano dei grandi stanzoni certamente da utilizzare per il ricovero di animali e attrezzi…

LA STORIA DEL CASTELLO
La scelta di creare in mezzo a una fitta foresta un campo romano non è nuova per l’Impero Romano. Questi campi servivano al ricambio di uomini, alla fornitura di armi e soprattutto alla riparazione o alla creazione di nuove macchine da guerra (l’utilizzo di pietre perfettamente rotonde in marmo o in travertino dà la prova inconfutabile della presenza di macchine da guerra. Inoltre la quantità di ammassi di ferro consumati dalla ruggine dà un’altra prova) se poi si calcola che il ricambio era formato di oltre 500 uomini non ci sono dubbi.
Nel perimetro dell’attuale castello si può inserire un cerchio perfetto, certamente utilizzato dal Console responsabile del campo e dai vari accampamenti (attuale Lecce, S.Cesario e Lequile) e dai patrizi e collaboratori. Il primo cerchio e le costruzioni erano sicuramente in muratura e così il primo recinto; dopo vi erano i centurioni e i cavalieri e altri ancora, una radura ben curata e pulita che si estende sino alla foresta. In un luogo ben scelto non mancava il legname e la cacciagione, l’acqua era abbondante per via di pozze di acqua sorgiva. Le distanza del campo verso il mare aperto era tale da poter organizzare la difesa sia contro gli attacchi da terra che via mare.
Corilano non venne mai nell’Apulo Calabra e tanto meno la località prese il suo nome, certamente fu la derivazione o stortura del Console del campo a dare il nome che si divulgò in tutta l’Apula Calabria. Dal 475 d.C. in poi quel campo fu usato e trasformato in villaggio ebbe subito saccheggi e distruzioni come si nota nei materiali di zavorra. Molte pietre hanno lavorazioni diverse molti pezzi in creta fanno supporre non la conservazione ma l’attacco a navi o il recupero da quelle affondate. Sicuramente i pezzi erano di otri enormi contenenti legumi e cereali.
Emma dei conti indusse il figlio Tancredi a riunire i feudi di Corigliano e Castiglione in contea e nominò Pietro Idiomi conte. Pietro confiscò quel campo fortificato e iniziò grazie ai contributi bellici ad edificare stanze fortificate affiancate alle mura. Il conte Sanfelice progettò e realizzò la sua sede, ampie stanze e corridoi. I Ceppoy de Treblay si limitarono a brevi soggiorni il castello era spesso visitato da ladri e la sua manutenzione costava; i francesi raccolsero tutto e rifiutarono la sua gestione che tornò al demanio.
Gli Orsini de Balzo Raimondo sicuramente spinto acquista dal demanio e restaurano l’abitazione del castello abbandonandone il resto, addirittura creano una recinzione.Divenuto maggiorenne il figlio Giovanni Antonio vuole curare le ampie stanze a ridosso delle mura e si nota la differenza; le travi vengono sagomate, anche il calpestio viene cambiato con basolati per evitare il ristagno di acqua, nel grande piazzare esegue una conduttura e fa costruire una cisterna di raccolta a ben 15 metri sotto terra: era immane, ci lavorarono per oltre due anni per la realizzazione e per la volta di chiusura furono chiamati mastri muratori dalla campania specializzati nella costruzione di volte e mura.
Ferdinando figlio di Alfonzo d’Aragone declassa da contea a marchesato e lo dona a Nicola Antonio de Monti per meriti di guerra giunto a Corigliano da buon guerriero e stratega si fa sovvenzionare per il restauro e rendere una vera fortezza il castello, le mura vengono allargate e rialzate abbatte il secondo muro fatto edificare dagli Orsini e crea un ponte sulla facciata principale collegandolo con molte scale per l’accesso immediato da tutte le parti delle mura di cinta. Fortificò il palazzo allargandone le mura, le stanze costruite a ridosso del recinto le corredò di gradini il piazzale centrale lo adibì a campo di allenamento milizie realizzò ben 50 macchine da guerra fece sicuramente recuperare dal sottomura molte pietre in marmo, dai terrapieni, nel sottosuolo nei recuperi, per non richiuderli realizzò delle fucine per sciogliere ferro e piombo (si evidenziano negli scavi eseguiti muri anneriti e grovigli di ferri arrugginiti). La fortezza e il castello avevano raggiunto la perfezione lo stratega e grande condottiero Nicola aveva realizzato un caposaldo a difesa da qualsiasi attacco. Fu il figlio Francesco a utilizzarlo con l’attacco dei turchi. I turchi avevano conquistato Otranto siamo nel 1480 i capisaldi erano Roca che era ben collegata con il castello da un sottopasso già realizzato dai romani e Castro collegata via mare con Roca. I turchi in poco tempo conquistarono Roca e Castro e si spinsero verso Corigliano. Francesco ebbe tutto il tempo a far rifugiare le popolazioni del marchesato a ben chiudere le mura e attendere i turchi, in quella fortezza vi erano vettovaglie, legna e poi il sottopasso che arrivava sino al mare tra le insenature rocciose non visibili ne da terra ne dal mare (Roca). La grande cisterna e i 7 pozzi di acqua sorgiva era la sicurezza, dava sicurezza di sopravvivere anche a un lunghissimo assedio, i turchi dopo aver oltrepassata la foresta trovarono un fossato e nel cercare qualche passaggio per arrivare alla piana furono investiti dalle fiamme, dal castello i lancieri diedero fuoco a quel fossato appositamente creato dai tempi dei romani e tenuto sempre pronto nei secoli, pieno di legna paglia sansa che si propagò agli alberi della foresta intrappolando l’esercito turco da tutte; le parti il fuoco durò per giorni. Forti le perdite dei turchi che senza aver neppure raggiungere l’obbiettivo erano stati così atrocemente respinti.
Francesco si aspettava l’atroce reazione e curò lui stesso le coperture difensive. Fece rifugiare i civili e la sua famiglia a sud del castello dove vi erano sottoposti delle ampie stanze e a pochi passi dal sottopasso trasferì i cavalli e il bestiame utilizzando alcune stanze a ridosso della recinzione fortificata e ci pose 5 macchine da guerra. L’attacco dei turchi fu terribile ritornarono attrezzati di ponteggi e anche loro con macchine da guerra e sferrarono l’attacco con lancio di frecce e pece accesa che come lapilli caddero su tutta la fortezza molti l’incendi e le perdite, Francesco riuscì a far versare olio misto a pece sul costato est non visibile dai turchi e poi diete ordine a dare fuoco ed ecco un nuovo grande incendio si sviluppa dalla festa che porta con il fumo e la paura il fermo dei turchi che conquistata la piana si misero ad assediare la fortezza. Non si ebbe nessun attacco per mesi i turchi mostravano la cacciagione l’acqua che raccoglievano dai pozzi, Francesco vedeva i viveri scendere dal sottopasso non poteva giungere nulla, tutto era sotto stretto controllo dei turchi. La strategia, dal sottopasso inviò un abile coriglianese dedito sempre alla pesca che giunto nell’insenatura depose la rete e la lasciò per tutta la notte all’alba la tirò e faticò per raggiungere la fortezza i pesci furono cotti e nella stessa rete li fecero scende dalla mura sino ai turchi i quali restano senza parole a vedere quell’abbondanza di pesce, di seguito gli fecero scendere del pane caldo e a questo punto iniziarono a pensare che era meglio conquistare altre città e poi vendicare i loro morti non valeva la pena restare in un posto dove stava pure mancando l’acqua.
Francesco accertatosi del ritiro dei turchi con 2000 fanti partecipò alla liberazione di Otranto e Roca, il figlio Giovanbattista fortificò ancora di più il castello realizzò il maschio e 4 torri con collegamenti strategici e 22 torri in legno per migliorare i tiri. I de Monti esperti di guerra e ottimi strateghi investirono molto a creare una rocca difensiva per tutta la terra d’Otranto, Scipione de Monti sicuramente privo di battaglie si dedicò in modo certosino a creare stanze cunicoli, a restaurare il sottopasso a fornirlo durante il tragitto di pozzi luce a restaurare la viabilità realizzò un sistema fognante di collegamento delle tante latrine convergendo il tutto fuori della recinzione fortificata creando un’ampia cisterna che dopo ne chiuse l’apertura.

Giorgio nonostante tante donne che lo volevano non volle far famiglia, amava godersi la vita, stava pochissimo al castello vagava di città in città la nascita dei comuni lo attirava amava vedere i nuovi palazzi dei nobili che si arricchivano di quadri di affreschi che le città si trasformavano. Nel 1649 muore e il castello è ricondannato a passare al fisco. Il castello ritorna a ruberie, viene dalla parte esterna scavato un varco nelle grosse mura del recinto per essere occupate le stanze a ridosso, da coriglionesi privi di alloggio e di lavoro fisso, i nobili sono indignati che i popolani possano utilizzare quelle stanze. Le voci arrivano a Bari e poi a Napoli e ne approfitta la ricchissima famiglia Trani, proprietari di tanti terreni masserie che si estendevano da Taranto verso il nord di Bari e che volevano alla conquista verso il sud, ed ecco nel 1653 acquistano dal fisco il castello. Luigi Trani giunse a Corigliano d’Otranto con architetti e capo mastri e progettò la trasformazione del castello in una abitazione ducale titolo che ottenne nel 1664 la trasformazione fu radicale ma certamente inutile sproporzionata ma realizzata per far notare la potenza economica dei Trani tanto potente che non gli bastava all’acquisto di vasti terreni ma li acquistava con il paese (Tutino, Lucignano, Montesano, Tiggiano, Specchia, Torre Paduli, Scorrano e Martano). Morto Luigi il figlio Francesco (1680) ordinò a dei scultori napoletani dei ricami e fregi da apporre sulle facciate dei muri e in varie parti delle torri fece scavare un fossato per rendere più imponente il castello e costruì una lussuosa passerella per raggiungere l’ingresso che creò con un’arcata attinente ai palazzi di quel tempo, recuperò dal sottopasso i basolati e quanto gli servì per abbellire il grande ingresso che porta alle scalinate che raggiungono l’abitazione e poi chiuse costruendo muri e realizzando colonnati per meglio far reggere la torre che guardava verso Roca e chiudendo il tutto con misti di arenaria e sabbia. Chiuse i pozzi di sfiato con i “cuti” tolti dai contadini dai terreni. I Trani amano Corgliano d’Otranto contribuiscono ad abbellirla anche per i tanti nobili che vengono invitati al Castello.Castello di notte

Francesco non ebbe figli e ritornò il castello al fisco. Il castello restò chiuso e blindato per evitare razzie ben 97 anni quando le insistenze dei nobili costrinsero Re Ferdinando di Borbone a donarlo ad Antonio Maria Pignatelli, era principe di Belmonte che non abitò mai a Corigliano d’Otranto, il principe ci mandò dei lontani parenti che trasformarono quel castello e quella grande abitazione di 365 stanze luogo di incontro tra nobiltà e di feste. Nessuna modifica avviene in questi periodi della struttura così da parte degli eredi i Granito che non interessati lo vendono ai Peschiulli e poi l’acquisto degli Anchora.
Celestino decide di far richiudere gli scavi di utilizzare tutto il muro di recinto del lato verso Roca crea abitazioni e grandi stanzoni per il ricovero di raccolti, i nobili lo attaccano, anche i prelati lo considerano pazzo a spendere per il popolo e profanare un ambiente destinato alla nobiltà.
Morto Celestino (18739 il castello passa a Nicola che fortemente continua il desiderio del padre, accetta di dare alcune stanze alla guardia di dogana sicuramente inviate dal regno per controllare queste strane aperture. Nicola non lascia mai Corigliano neppure per proseguire gli studi si ferma alla sesta e si dedica al controllo dei terreni delle casine e del palazzo si reca al castello esclusivamente per salutare le famiglie che abitavano e continuavano a trasformare stanze sul quel lato per abitarci. Nicola dovette dichiarare che gli pagavano l’affitto per evitare conflitti tra poveri e ne pagava i contributi al Regno come del castello. Organizzava feste popolari e in quel piazzale ci fu tanta allegria Arrivavano anche compagnie teatrali e scatenò l’ira di tanti nobili e i neo politici e da spirito libero e populista come il suo avo Giuseppe più condannavano che un castello era frequentato usato e anche abitato cercarono in tutti i modi affinché tornasse al fisco ma non ci riuscirono per la sua rettitudine nel pagare le tasse e sia nella vita privata. Si era sposato all’età di 29 anni con Maria Verzienti proveniente da Taranto orfana di padre e madre, gli zii gli acquistarono per dote una zona paludosa nella zona di Frigole, ebbe da lei 3 figli. Nel 1856 nacque Francesco che alla morte del padre (1898) decise di passare ai Pedone il castello anche se non c’erano vincoli di parentela, fece prendere in aggiunta il cognome Anchora per non far ritornare al fisco la proprietà. Francesco sposò Liaci Concetta ebbe 4 figli donò ai contadini molti dei suoi terreni l’entrate erano ridotte a zero la mancanza di giovani nelle campagne dovute al servizio militare ordinato dal Regno portava Francesco a sentirsi stretto il figlio Clodomiro sposò Romilda Bari figlia dell’agrimensometro Giustino che per il suo lavoro di esproprio per la realizzazione della linea ferrata Anchora – Otranto si era fermato e accasato a Corigliano d’Otranto.
Clodomiro pur di dare una eredità a se e ai suoi fratelli decise di accettare (cosa grave a quei tempi per un nobile) il posto offertogli dal suocero e così gli affidarono la nova stazione ferroviaria e ne divenne il primo Capo Stazione di Tricase (1913) nel 1915 fu chiamato alle armi e lasciò la moglie e la primogenita Concetta, quando rientrò nel 1918 la vita del Capo Stazione lo impegnava moltissimo nel suo sangue scorreva il godimento delle campagne la caccia e si trasferì a Lecce e ottenne a diventare Capo Treno.
Oltre a Concetta ebbe altre 3 femmine nella speranza di avere un maschio che avvenne nel 1931 lo chiamò Giuseppe proprio come il capo stipide degli Anchora.

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