Exallievi ed Exallieve di Don Bosco

DOCUMENTO FINALE

del 10° Congresso Nazionale di Firenze

NELLA FAMIGLIA
  • Testimoniare nella propria famiglia che essa è risposta alla chiamata di Dio ed è progetto di vita comune, che assume responsabilità genitoriale e funzione educante.
  • Promuovere iniziative tra famiglie per condividere e corroborare l’azione educante.
  • Prendersi cura direttamente delle famiglie in difficoltà e dei loro componenti, ove possibile anche attraverso attività del terzo settore.
  • Assumere posizioni chiare e condivise sulle questioni sociali e politiche che coinvolgono la famiglia e dare loro risonanza pubblica.
NELLA FAMIGLIA SALESIANA
  • Promuovere iniziative che mirino alla conoscenza reciproca dei vari gruppi operanti nella medesima realtà locale per evidenziare l’unicità della fonte (Don Bosco) nella ricchezza delle diversità dei carismi.
  • Attivare nuovi e comuni sistemi di comunicazione veloce che favoriscano il lavoro in rete.
NEL MONDO
  • Nella convinzione che per conoscere Dio occorre conoscere l’uomo, ribadire che l’impegno sociale è carattere peculiare della nostra associazione.
  • Condividere l’attualità e l’urgenza contenuta nel messaggio di Don Bosco per cui “oltre al pregare, che non deve mancare mai, bisogna operare”.
  • Riscoprire la nuova provocazione del volontariato e, conseguentemente, trovare luoghi in cui testimoniare “da che parte sta Dio”.
  • Assumere posizioni chiare e condivise sulle questioni sociali, in particolare sui valori non negoziabili, e politiche di interesse collettivo e dare loro risonanza pubblica.

Exallievi ed Exallieve di Don Bosco

MESSAGGIO DEL RETTOR MAGGIORE
Don Ángel Fernández ArtimeCarissimi Exallievi

X Congresso Nazionale a Firenze

Carissimi Exallievi del X Congresso Nazionale a Firenze,Ricevete il mio più cordiale saluto. Sappiamo quanto don Bosco amasse i suoi allievi. Termina-to il loro percorso educativo li seguiva, li invitava, li accoglieva, li orientava ancora, li ammo-niva se fosse il caso, si preoccupava del loro bene soprattutto spirituale…

Diceva don Bosco «Colla vostra presenza mi assicurate che stan saldi nel vostro cuore quei principi di nostra santa religione che io vi ho insegnati e che questi sono la guida della vostra vita…».

In altra occasione, parlando agli Exallievi, disse: «Una cosa più di ogni altra vi raccomando, o miei cari figlioli, ed è questa: dovunque vi troviate, mostratevi sempre buoni cristiani e uomini probi… Molti di voi hanno già famiglia. Ebbene, quell’educazione che voi avete ricevuta nell’oratorio da don Bosco, partecipatela ai vostri cari». (MB XIV, 511)

In questi anni, voi vi siete inseriti pienamente nel vostro territorio di appartenenza, avete testimoniato il carisma di don Bosco, siete stati i difensori di questi valori nella famiglia, nel gruppo, nella Chiesa e nella società. In altre parole avete manifestato cosa significa essere “sale della terra” e “luce del mondo”, vivendo la vostra esistenza di laici impegnati, svolgendo il vostro lavoro con competenza professionale ed esprimendo la vostra apertura al mondo di oggi con un concreto impegno sociale.In questo X Congresso Nazionale, celebrate e testimoniate con entusiasmo i valori della Famiglia come comunità educante, le iniziative e il lavoro di ciascuno di voi che vi adoperate per realizzare come Famiglia Salesiana la continuità educativa del nostro Padre e Maestro Don Bosco.

Una cosa deve essere chiara l’”educazione ricevuta” in passato non può e non deve rimanere solo un ricordo, ma si deve trasformare in una forza che trascina l’Exallievo e quindi tutta la Famiglia Salesiana ad incidere nel mondo per trasformarlo e renderlo più umano. Oggi più che mai è necessario costruire “rete” nel territorio ad intra e ad extra; occorre camminare insieme, con tutti i gruppi della Famiglia salesiana, le agenzie educative per educare la gioventù.

Carissimi, vi saluto e vi invito a continuare a lavorare con entusiasmo, “sono certo che voi continuerete ad essere la consolazione di Don Bosco”. (MB XVII, 173)

Roma, 29 ottobre 2016
Don Ángel Fernández Artime
Rettor Maggiore
Exallievi ed Exallieve di Don Bosco

X CONGRESSO NAZIONALE DEGLI EXALLIEVI D’ITALIA

Don Eusebio Muñoz
Delegato del Rettor Maggiore per la Famiglia Salesiana

Firenze 11-13 novembre 2016

Ringrazio per l’invito ricevuto dal Presidente Nazionale degli Exallievi, Giovanni Costanza, a partecipare al vostro Congresso. Giovanni fa onore al suo cognome e mette anche in buona evidenza l’educazione ricevuta: una educazione nella quale la costanza occupa un posto significativo.

Aggiungo due indicazioni che possono anche spiegare la mia risposta. Vi assicuro che tra voi mi trovo bene e sono convinto dell’attualità della Associazione degli Exallievi, anche se il cammino che dobbiamo fare insieme è ancora lungo.

Ho preparato il mio intervento rispondendo a quello che il Presidente mi aveva chiesto. In concreto le sue indicazioni erano queste: “Presenza dei laici nella Famiglia Salesiana, delle loro potenzialità e delle attese che nutrono gli SDB circa tale presenza”.

Rispondendo alla sua richiesta ho diviso questo contributo in tre parti.

1.- Il particolare tempo della Chiesa, dei nostri gruppi e della Famiglia Salesiana

La concreta situazione del nostro tempo ci obbliga a prendere coscienza di vivere un momento speciale della storia della società, della Chiesa e del nostro gruppo, gruppo che, a sua volta, è particolare e importante. Questo può diventare il primo passo per operare con logica e con generosità.

1.1. – Un tempo originale nella Chiesa per il laico

La prima cosa che ci può aiutare nel lavoro che dobbiamo fare è capire che il tempo della Chiesa non corrisponde con il tempo del calendario.

Nella Chiesa il tempo ha una relazione speciale con la durata: per la Chiesa la realtà, la vita è un cammino verso la maturazione. Per questo, alcune volte le cose accadono prima del previ- sto ed altre volte il processo ci pare più lento di quanto desideriamo. Ma sempre, nella Chiesa si gioca con un tempo lungo, medio o corto, sapendo che il tempo diviene sempre il grande scultore delle persone e dei gruppi.

Il Vaticano II ha sottolineato una realtà teologica tradizionale convertendola in una profonda novità teologica, spirituale e morale. Il permanente invito evangelico alla santità ha la sua origine nel battesimo. Tutti noi battezzati siamo chiamati a sviluppare la consacrazione battesimale nella particolare vocazione alla quale siamo chiamati. Ciascuno di noi ha ricevuto un originale invito di Dio a fare una esperienza evangelica unica e completa. Il risultato di questo è che ciascuna delle vocazioni nella Chiesa ha un valore definitivo e tutti possono giungere alla pienezza della vita.

Oggi, nella Chiesa, nessuno mette in discussione questa affermazione teologica. Si considera che il laico è arrivato alla maggior età e la vocazione laicale si capisce come una vocazione completa in sé stessa e complementare della vocazione del sacerdote e dei consacrati.

Questo fatto permette a tanti di dire che siamo nella epoca del laico. Non per ridurre il valore delle altre vocazioni, ma per capire meglio il senso del battesimo. Nella Chiesa tutti sono importanti e tutti siamo chiamati a costruirla, vivendo in maniera piena il Vangelo.

1.2. – Un tempo di maturazione per i Gruppi della Famiglia Salesiana

Guardando ai gruppi della Famiglia Salesiana, con soddisfazione si percepisce che hanno fatto una riflessione abbastanza accurata sulla loro natura originale. La definizione alla quale sono arrivati ci permette conoscere, in forma documentata, la realtà dei nostri gruppi. Il Progetto di Vita Apostolica dei Salesiani Cooperatori, lo Statuto della Confederazione Mondiale degli Exallievi/e di Don Bosco e il Regolamento dell’ADMA sono una chiara espressione di questa presa di coscienza da parte dei gruppi laicali della Famiglia Salesiana con i quali abbiamo una particolare relazione.

La crescita e lo sviluppo della organizzazione dei nostri gruppi ci permette di dire che anche tra noi la maturità del laico e dei suoi gruppi è molto cresciuta. Per il gruppo degli Exallievi il Piano Strategico per 2015-2021 fatto dalla Presidenza Confederale Mondiale rappresenta un chiaro esempio di questo.

Siamo adesso più coscienti delle sfide rivolte ai nostri gruppi. Conosciamo meglio dove dobbiamo concentrare le energie per rispondere alle richieste che riceviamo. Abbiamo una coscienza più chiara delle ombre e delle luci dei nostri gruppi. Il cammino finora percorso ci ha permesso di addentrarci nelle nostre radici e di guardare al futuro in maniera più serena e con una maggiore comprensione della nostra particolare natura.

Possiamo dire che il cammino fatto ci ha portato a una situazione nella quale possiamo impostare la vita e l’azione dei nostri gruppi con una forza maggiore e più convinti di quello che dobbiamo fare.

Sappiamo meglio cosa significa la fedeltà a Don Bosco in questo momento storico.

1.3. – Un tempo con una maggiore coscienza di quanto significa la Famiglia Salesiana

Può essere anche questo il tempo nel quale siamo arrivati a comprendere meglio quello che significa la Famiglia Salesiana e la particolare esperienza che facciamo del Vangelo.

Le lettere di Don Viganò sulla Comunione nella Famiglia Salesiana e quella di Don Vecchi sulla Missione sono state completate da Don Pascual Chàvez con la Carta d’identità della Famiglia Salesiana.

In questo importante documento si spiega cosa significa la Famiglia Salesiana nella Chiesa, la sua particolare missione, la spiritualità che la anima e un tipo di formazione che favorisca la comunione tra i gruppi della Famiglia.

Siamo coscienti di essere un frutto dell’azione dello Spirito Santo: Egli ha suscitato Don Bosco per la Chiesa e continua il suo intervento con ciascuno dei nostri gruppi e con ciascuno di noi. La nostra presenza nella società e nella Chiesa non è la conseguenza di un progetto umano ma di un progetto di Dio. Siamo nati nel cuore di Dio e continuiamo a rimanere inseriti in Dio. Questa è la nostra fortuna e la nostra forza.
Adesso comprendiamo meglio il valore della unità e della diversità tra noi. La particolare originalità di tanti gruppi non si capisce bene se non si comprende che soltanto nella comunione tra loro questi gruppi trovano la loro giusta definizione. Isolati perdiamo una parte importante della nostra identità. Nel vivere in comunione con gli altri e nel realizzare insieme un intervento missionario troviamo la nostra forza e, soprattutto, rispondiamo a quello che Dio aspetta da noi.

2.- Il presente, un ricco momento di grazia che Dio ci concede

Siamo invitati ad analizzare il nostro tempo e a capirlo bene. Noi facciamo questo ascolto con una percezione particolare nella quale si sottolineano specialmente le possibilità che ci offre il presente.

Per il nostro gruppo qualsiasi tempo non è mai stato un tempo per lamentarsi e non fare nulla. Come ci dice il Papa, dove tutto pare perso ed impossibile, la Famiglia di Don Bosco è sempre capace di costruire. Per questo l’ascolto salesiano del presente può essere la prima condizione per guardare con speranza il futuro.

Scelgo qui quattro sfide che mi pare possono essere importanti per noi in questo momento, e per ognuna sottolineo alcune possibilità.

2.1. – Il momento di arrivare a una sana autonomia in ciascuno dei nostri gruppi e nei suoi membri

Vedendo la nostra situazione attuale credo che non sia un’illusione il pensare che oggi ci troviamo con una seria opportunità di arrivare ad una autonomia più matura in ciascuno dei nostri gruppi e in ciascuno dei suoi componenti.

A questa situazione ci porta il lavoro eseguito finora tra noi e il lungo cammino fatto dal Vaticano II per situare nel giusto posto ciascuna delle vocazioni dei battezzati nella Chiesa.

Dobbiamo capire bene che ciascuno di noi ha un lavoro particolare da fare nelle nostre Associazioni. È questa una seria responsabilità che dobbiamo assumere, ma anche una stimolante sfida che adesso diventa molto più chiara.

Questo tempo, per quanto ci riguarda, possiamo definirlo come il tempo dell’età matura per ciascuno di noi. L’infanzia e l’adolescenza in qualche momento sono state presenti tra di noi, ma in questo tempo è giusto chiedere a tutti un passo avanti. Possiamo permetterci di pensare a un gruppo di persone adulte che guardano nella medesima direzione e lavorano insieme.

Uno dei frutti più fecondi del Vaticano II può essere questo: ponendoci in un punto di vista superiore, oggi possiamo dire che essere coscienti del battesimo significa che la santità è per ciascuno di noi la meta finale e definitiva della nostra vita.

Il desiderio di arrivare a questa meta di maturità e di autonomia non significa che gli altri gruppi e le altre persone non hanno importanza nella Famiglia Salesiana. Ciascuno di noi è importante e imprescindibile. Ciascuno di noi deve fare quello che deve fare perché la presenza di Don Bosco continui ad essere viva nel mondo. La nostra forza si trova quando siamo capaci di scoprire il valore della complementarietà tra i nostri gruppi, rispettando l’originalità di ciascuno.
Un primo segno del nostro tempo salesiano può essere questo: prendiamo ciascuno l’iniziativa di rispondere alla chiamata ricevuta da Dio per vivere il Vangelo, come lo ha fatto Don Bosco e tante persone che ci hanno preceduto.

2.2. – Momento di passaggio dalla riflessione all’azione

In tanti anni lo sforzo fatto per definire il gruppo, per capire meglio la sua natura, per la cura della formazione, soprattutto intellettuale, per assicurare una efficace programmazione, ha occupato tanto tempo e tante energie.

Queste realizzazioni sono state interessanti e hanno creato una maniera di fare molto impor- tante per i nostri gruppi. Il cammino realizzato ci aiuta a capire meglio l’importanza di tutto questo. I risultati di tanto sforzo ci permettono di pensare che dobbiamo curare sempre tutto questo e dedicarvi il tempo necessario.

La società, la Famiglia Salesiana, la Chiesa ci chiedono ora una maggiore significatività: un pressante invito a rispondere, con interventi concreti, ai bisogni di tante persone, in particola- re dei giovani. Non abbiamo ancora preso piena coscienza delle possibilità del nostro gruppo. Posso dire che tanti gruppi della Chiesa ci guardano e aspettano tanto di noi.

Secondo me il momento presente può essere il momento opportuno per fissare l’attenzione sul fare. Possiamo fare più di quanto facciamo, che non è poco, e anche migliorare la qualità del nostro lavoro. Continuando la riflessione, e l’impegno nella formazione, nei nostri raduni, così importanti, centriamo l’attenzione sull’intervento diretto nella evangelizzazione.

La nostra definizione è chiara. Siamo nati nella Chiesa per fare il bene, soprattutto ai giovani più bisognosi e al ceto popolare. Siamo nati facendo tante cose. Il nostro gruppo non è un gruppo che si dedica alla contemplazione come altri gruppi della Chiesa. Fare e fare per il Signore è il nostro compito.

Oggi, la Chiesa e la società chiedono persone che non si stanchino mai di fare il bene. La chiamata che anche oggi Don Bosco fa a tante persone per collaborare con lui, per salvare i giovani, suona oggi con un tono particolare. Siamo significativi in ciascuno dei luoghi dove ci troviamo perché la nostra significatività diventa un segno chiaro che facciamo quello che dobbiamo fare.

2.3. – Momento di fare una chiara scommessa per il lavoro insieme con gli altri gruppi

Può anche essere questo il momento di condividere maggiormente con altri gruppi, in particolare con i gruppi della Famiglia Salesiana, il lavoro di evangelizzazione. È un momento propizio per sviluppare la sinergia tra noi. Il numero e la qualità di nostri gruppi ci permette di sognare in grande. Il sogno isolato di ciascuno di noi non ci porta alla meta desiderata.

Don Bosco, fin dall’inizio del suo lavoro, ha capito bene questo. Tante volte diceva che il successo dell’educazione e dell’evangelizzazione si trova nella capacità di lavorare insieme (vedere l’esempio della corda che Don Bosco portava). Questo è un invito ai gruppi non solo di associarsi, ma di interagire fra tutti loro in modo corresponsabile.

Questo pensiero ha portato a Don Bosco a diventare Fondatore. Era cosciente che tutti coloro che potevano, dovevano collaborare nel lavoro della salvezza dei giovani. Fonda la Congregazione dei Salesiani, la Congregazione delle FMA, l’Associazione dei Salesiani Cooperatori e l’ADMA. Agli Exallievi propone tante iniziative perché tra loro possano aiutarsi e conservare così i frutti della educazione ricevuta.

La proposta di Don Bosco tendeva ad aumentare sempre il numero delle persone che potevano aiutare i giovani, assicurando l’unità di ciascuno dei gruppi e la collaborazione tra di loro.

Tutti guardiamo nella medesima direzione, lavoriamo con il medesimo stile e, soprattutto, alimentiamo la nostra vita nel medesimo spirito. Alla fine, pensiamo che Dio ha chiamato ciascuno di noi e ciascuno dei nostri gruppi a dare una risposta comune alla sua chiamata. Il nostro lavoro e la nostra vita si spiegano come una particolare vocazione alla quale Dio ci chiama.

I giovani ci aspettano e la nostra risposta ci obbliga ad operare in unità e in maniera corresponsabile. Questa opportunità ci permette di fare un passo avanti nel cammino fatto finora. Tra altre cose, possiamo potenziare la Consulta Ispettoriale e Locale della Famiglia Salesiana, assicurare la Giornata Ispettoriale e Locale della Famiglia Salesiana, cogliere l’occasione di fare qualche lavoro insieme e sempre collaborare e sentirsi corresponsabili di quanto si fa.

2.4. – Momento di crescere nella coscienza di condividere un carisma ecclesiale

Queste parole di Don Pascual Chàvez all’inizio della Carta d’Identità della Famiglia Salesiana meritano una particolare e continua meditazione da parte nostra.
“Con umile e gioiosa gratitudine riconosciamo che Don Bosco, per iniziativa di Dio e la materna mediazione di Maria, diede inizio nella Chiesa ad un’originale esperienza di vita evangelica.

Lo Spirito plasmò in lui un cuore abitato da un grande amore per Dio e per i fratelli, in parti- colare i piccoli e i poveri, e lo rese in tal modo Padre e Maestro di una moltitudine di giovani, nonché Fondatore di una vasta Famiglia spirituale ed apostolica”.

Maturare la convinzione di vivere una esperienza evangelica suscitata dallo Spirito nella Chiesa può essere un nuovo invito che Dio fa alla nostra Famiglia in questo tempo. Abbiamo la necessità di superare visioni che ci portano a ridurre il nostro lavoro nelle Associazioni a un progetto puramente umano, senza tener conto che lavoriamo a un progetto di Dio.

L’incorporazione che facciamo all’Associazione rappresenta la risposta personale che ciascuno dà a Dio. In questa risposta manifestiamo la scoperta della particolare vocazione alla quale Dio ci chiama.

Come accade con Don Bosco in questo dialogo con Dio, lo Spirito fa il suo lavoro configurando nei suoi discepoli una particolare interiorità con una sensibilità speciale per certi valori del Vangelo e per una data forma di vivere. Questi elementi che caratterizzano il nostro gruppo ci permettono di curare meglio la relazioni e la comunione tra noi.

In sintesi finale: ci consideriamo come persone suscitate da Dio per fare presente nella Chiesa e nel mondo una particolare forma di vivere il battesimo. Nella esperienza che facciamo di Famiglia Salesiana esprimiamo una identità originale che Dio ci ha regalato.

3.-Richieste particolari agli Exallievi in questo tempo e con queste possibilità

Nel mio intervento si possono già trovare indicazioni che rispondono a quello che mi aveva chiesto il Presidente con il suo invito.

3.1. – Spiegare e capire meglio la vostra particolare vocazione entro la FS

Si tratta di un gruppo originale che talora non si conosce nella sua vera realtà. Si fanno affermazioni che nascono in una errata conoscenza della sua natura. Questo può essere all’origine delle quattro categorie di appartenenza nelle quali lo Statuto distribuisce gli Exallievi Nell’articolo 2 si parla del tipo di appartenenza all’Associazione che hanno gli Exallievi indicando quat- tro livelli diversi di identità. Il primo gruppo è quello degli Exallievi che hanno concretizzato un progetto di vita nel carisma educativo di Don Bosco. Un secondo gruppo è rappresentato dagli Exallievi che si sentono chiamati a comunicare i valori ricevuti nell’educazione salesiana. Il terzo gruppo lo formano quelli che si considerano fortunati di aver incontrato Don Bosco nella loro vita. Infine, ci sono altri che sono Exallievi come un dato di fatto, un aneddoto che non porta conseguenze nella loro vita.

Per questo il gruppo degli Exallievi si caratterizza per la sua grande eterogeneità. Agli Exallievi possono appartenere cristiani e non cristiani, battezzati convinti e battezzati poco coscienti del loro battessimo, persone moralmente sane e altre con una vita morale non così chiara. Pensate, per esempio come avviene nella famiglia: credenti maturi, credenti meno maturi e così via.

L’Associazione degli Exallievi si presenta come il gruppo più aperto della Famiglia Salesiana.

Per mezzo degli Exallievi tante persone si sono incontrate con il volto della Chiesa e con la possibilità di curare tante ferite e trovare un cammino di maturazione che, tante volte, prima era chiuso per loro.

La periferia di cui parla il Papa Francesco può essere presente anche nei gruppi della Famiglia Salesiana e dobbiamo curarla.

In tutti gli Exallievi si trova il riferimento all’educazione ricevuta de Don Bosco. Sappiamo che questa forma di educare ha fatto miracoli e continua a portare benefici a tanti. La sfida per l’Associazione degli Exallievi mi pare adesso evidente: mantenere viva l’educazione ricevuta.

3.2. – Assicurare cammini formativi per i suoi membri

Se in tutti i gruppi la formazione è decisiva, questo si può affermare, con più sicurezza, quando si fa riferimento agli Exallievi, almeno per la natura particolare del gruppo. Un gruppo nel quale si possono trovare persone in una diversa situazione umana, religiosa e cristiana.

Questa realtà si converte per noi in una sfida importante. Mettiamo alla prova la nostra capacità di offrire una possibilità di maturazione reale a ciascuno di questi Exallievi che si avvicinano a noi. Per fare questo la formazione diventa una opzione chiave.

Assicurare un progetto formativo che arrivi a tutti mi pare che possa essere un obbiettivo centrale per noi. Dal gruppo che fa l’animazione delle Associazioni fino a quelli che non si interessano per questo tema, tutti hanno bisogno di un accompagnamento formativo che può avere tante forme diverse e tutte ben curate.
Una maniera speciale di formazione consiste nella circolazione, nei nostri ambienti, di valori che aiutano a crescere tutti quelli che si avvicinano. Sono valori che permettono loro di dare qualche passo nel cammino della loro maturità personale. La nostra storia ci ha insegnato tanto in questo campo.

Migliorare è sempre possibile e farlo in un ambiente salesiano si converte in una evidente pro- va della sua qualità di educazione e di evangelizzazione.

Mettiamo alla prova la nostra immaginazione, la nostra capacità e le possibilità che abbiamo per aiutare la crescita della vita e del suo senso in tante persone e in tanti ambienti dove siamo presenti.

Abbiamo ottenuto cambiamenti significativi in paesi dove si ricorda che la nostra presenza è diventata decisiva per migliore il mondo sociale. In questo momento di tanta confusione Don Bosco continua ad essere la risposta ai bisogni del tempo e aspetta, tante volte, la nostra generosità.

3.3. – Chiedere una maturità cristiana e salesiana ai dirigenti dell’Associazione

Tante volte diciamo che quando ci troviamo con gravi mali la soluzione consiste nel ricorrere a grandi rimedi. Preparando il mio intervento, dal primo momento ho pensato che il nostro tempo, quello che Dio ci ha regalato per partecipare alla storia della salvezza, si converte in un tempo specialmente propizio per fare tante cose. Siamo arrivati a un livello di maturità globale impossibile alcun tempo fa.

Una scelta che si trova tra le più importanti è quella che fa riferimento alla qualità dei nostri animatori. Fare una buona scelta di queste persone, assicurar loro una seria formazione e aiutarli a capire l’importanza del loro compito non è cosa facile ma è, senza dubbio, importante.

Sappiamo che, tante volte, una Associazione riflette il volto dei suoi dirigenti. Una Presidenza Ispettoriale e locale solida garantisce tante cose. In questo momento aiuta molto a rispondere alle serie sfide che dobbiamo affrontare per fare il bene e assicurare il futuro.

Un momento prima facevo riferimento alla santità come meta finale dei battezzati. Ho sottolineato questo, convinto che nella santità troviamo la sintesi più completa di quanto significa oggi essere animatore di un gruppo di Chiesa e, in concreto di una Associazione come quella degli Exallievi.

Parlando di santità parliamo di una realtà che include la fiducia in quello che si fa, la generosità, la costanza, la fiducia di sentirsi nelle mani di Dio che ci ha portato a questo lavoro e sempre ci accompagna.

Se questo è il tempo del laico nella Chiesa dobbiamo dare una dimostrazione pratica di questa affermazione. In maniera particolare, i laici dirigenti delle nostre Associazioni sono chiamati a mostrarci la realtà di questa primavera che la Chiesa e la Famiglia Salesiana ci offrono.

3.4. – Rendere reale in qualsiasi presenza salesiana il nostro caratteristico contributo salesiano

Forse l’Associazione più originale nella Famiglia Salesiana può essere proprio l’Associazione degli Exallievi. Ha una possibilità di fare il bene e di animare persone e gruppi alla quale altri non arrivano.

C’è una questione di grande valore nella esperienza salesiana che gli Exallievi devono curare specialmente perché appartiene alla loro definizione. Per gli Exallievi, l’ambiente educativo e il valore del cuore sono due opzioni importanti, ma sono anche due elementi centrali nel pro- getto salesiano di educare e di evangelizzare.

Un ambiente buono o cattivo sappiamo che tante volte determina il successo o la rovina di un lavoro in una realtà salesiana. Ma l’ambiente salesiano non nasce artificialmente ma è il frutto di una cosciente scelta di interventi concreti. Tra noi lo sport, il teatro, la musica e la festa sono determinanti nella creazione di questi ambienti.

Sono queste scelte che concretizzano gran parte degli interventi degli Exallievi e delle loro Associazioni. Vedete come questo ambiente si converte in una chiara offerta formativa che ha aiutato a migliorare tante persone e sono gli Exallievi, in tantissime occasioni, i protagonisti di queste attività.

Insieme all’ambiente, il valore del cuore occupa un luogo determinante nella Famiglia Salesiana secondo l’insegnamento di Don Bosco. Nell’origine del vostro gruppo si trova il cuore. Il cuore fa parte del nucleo centrale del sistema di educazione e di evangelizzazione di Don Bosco. Possiamo immaginare Don Bosco che parla con Bartolomeo Garelli, con Michele Magone, con qualsiasi giovane, senza il cuore in mano?

In questo momento abbiamo bisogno di tutti voi e di tutte le Associazioni degli Exallievi per creare ambienti educativi dove si trovano bene tutti, anche quelli, o specialmente quelli, che sono fuori del gioco sociale, salesiano o ecclesiale. Abbiamo bisogno del vostro cuore! Pensate cosa significa una misericordia, di cui parla tanto il Papa, senza cuore.

Questa è la mia proposta finale, alla quale, come potete pensare, possiamo rispondere tutti.

Organizzare una squadra di calcio, di pallacanestro, di qualsiasi sport, creare un gruppo o una banda di musica, fare teatro, organizzare una festa è sempre possibile. Coraggio!

Don Eusebio Muñoz
Delegato del Rettor Maggiore per la Famiglia Salesiana

Exallievi ed Exallieve di Don Bosco

LA FAMIGLIA OGGI: UNA COMUNITÀ EDUCANTE?

Pino Acocella

I. Una Etica familiare per il Terzo millennio.

Proprio quando la diffusione dei dati sulla crisi diffusa del matrimonio sembra compromettere la tradizionale asserzione che vorrebbe la famiglia elemento fondamentale della vita sociale, si moltiplicano appelli e richiami alla necessità che l’istituto familiare sia tanto solido da contrastare la preoccupante disgregazione sociale che l’atomismo contemporaneo appare aver fatto esplodere nella società contemporanea. In questi nostri giorni, nei quali si rimpiange la indispensabile funzione del ruolo della famiglia – naturale trama delle relazioni interpersonali e di prossimità – allo scopo di contrastare fenomeni di smarrimento e di disgregazione sociale ed individuale, in specie delle fasce giovanili, si incrementano proposte e pressioni (pubbliche e private) che depotenziano l’istituto familiare.

Quando le sfide appaiono troppo complesse, tecnici sociali e amministratori politici si rifugiano nella magica risoluzione che consiste o nel rimproverare alla famiglia il ruolo che non svolge o nel compiere la storica scoperta che nulla e nessuno può sostituire la funzione ricompositiva assolta dalla famiglia di fronte al caos delle relazioni. La soluzione è troppo semplice per apparire realistica: a quale famiglia si intende far riferimento, se l’istituto stesso – dai medesimi che ne rimpiangono la centralità – è continuamente minato nei suoi caratteri fondamentali e nella sua identità morale? In questi primi decenni del terzo millennio cruciali interrogativi si pongono:
  1. in uno scenario che esalta la sessualità inconsapevole, è possibile separare sessualità e pro- creazione, recidendo il legame di responsabilità che ha caratterizzato (con alterne accentuazioni) l’istituto familiare attraverso l’equilibrio tra i due elementi?
  2. è possibile ancora sollecitare la funzionee ducativa familiare, se essa di fatto è continuamente e dichiaratamente sottratta alla famiglia – a sua volta, consapevolmente o inconsapevolmente, di fatto rinunciataria – in favore di modelli mercantili e soggetti all’obiettivo dell’intrattenimento?
  3. si può ridisegnare la funzione sociale della famiglia, se essa è ridotta al consenso tempora- neo tra i soggetti di una coppia, e dunque è possibile “pensare” la famiglia e la sua funzione escludendo a priori che essa si costruisca sulla base di un “progetto” di vita comune e non meramente singolaristico, come nelle coppie costituite “ad ogni costo”? Occorre su questo punto interrogarsi su quale sia lo specifico profilo della famiglia che lo distingua da altri modelli di unioni casuali e temporanee, cioè cosiddette “di fatto”.

Sulla base di questi interrogativi occorre con serietà valutare quale avvenire sociale possa es- sere fondato sull’apprezzamento crescente di una “coppia” (che è inizialmente solo una somma di vite “singolari”) senza obbligo di responsabilità, che coinvolge e travolge lo stesso significato della genitorialità. Se quest’ultima viene privata del peso della responsabilità – che è indotta dalla consapevolezza di un comune progetto di vita – quale mondo futuro si profila allorché si delinei uno scenario di figli senza legami né modelli, e di genitori senza responsabilità né solidarietà?

Le società naturali – come è noto – costituiscono la realtà effettuale del tessuto sociale delle nazioni moderne, formazioni intermedie tra individuo e società generale, giacché dal primo scaturiscono i fondamentali diritti personali che precedono la seconda, come precedono e costituiscono lo Stato che il diritto scaturente dalle società naturali costituisce riconoscendole e non creandole. La famiglia è una di queste, anzi è la società naturale per eccellenza, e la sua caratteristica è che essa è una formazione etica in virtù dei legami che si costituiscono tra i suoi membri, rendendola qualitativamente diversa dalla semplice somma dei suoi componenti, in virtù del progetto di vita comune che la fa sopravvivere alla stessa volontà temporanea dei suoi componenti.

Ciò che distingue la “famiglia che scaturisce dal matrimonio” (come indicato nella nostra Costituzione all’art. 29) da ogni diversa relazione affettiva è infatti l’attribuzione del carattere di stabilità come conseguenza essenziale dell’atto di volontà di due individui di sesso diverso nel costituire la loro relazione, a garanzia di tutto ciò che nasca da essa, in primis i figli (poco importa che poi i figli non nascano o il matrimonio venga annullato o sciolto, restando fermo il carattere attribuito all’unione). Una unione che pregiudizialmente escluda il requisito della stabilità (come è proprio delle relazioni di fatto, che per essere tali volontariamente intendono escludere il diritto) non può invocare la condizione di famiglia fondata sul matrimonio caratterizzato dalla stabilità, dal momento che la esclude pregiudizialmente affidandosi alla volontà momentanea e particolare, indifferente agli effetti di essa.

Il matrimonio – per cogliere il senso della grande lezione di Santi Romano – fa apparire la famiglia nel mondo del diritto e dei diritti, facendola transitare dal fatto all’ordinamento. Il significato della famiglia – originata dalla volontà degli individui che la costituiscono e rinnovata dalla adesione tacita e sostanziale dei membri che sono chiamati ad ampliarla – acquista nuovo valore e si rafforza anche al di là delle singole volontà, denunciando il limite di una mera interpretazione del matrimonio come contratto limitato agli effetti temporanei del reciproco scambio interno alla coppia. Dunque i diritti della famiglia nei confronti della società e dei singoli componenti, dei suoi membri verso la società familiare, e dello Stato verso questa, sono tutti conseguenti alla istituzione di una entità capace di una vita sua propria che va al di là dell’arbitrio dei contraenti. Andrebbe pertanto riletto il significato civile della famiglia prima ancora di ragionare su possibili tentativi legislativi di estendere a questi i riconoscimenti dovuti a quella. Va ricordato infatti che la dimensione etica non può essere assoggettata a limitazioni temporali o a riserve, giacché non può recidere la responsabilità che regola ogni conseguenza che dall’atto morale derivi.

Il matrimonio genera una istituzione eticamente significativa, e sancita di conseguenza anche giuridicamente, solo ove sia consapevole di un progetto che – per esempio nella generazione dei figli e nella responsabilità che la accompagna – travalica la volontà dell’atto iniziale e assume valore di universalità e di conservazione dell’umanità (col che si rende incoerente la pretesa di allargare alle unioni tra membri del medesimo sesso la condizione coniugale, restando per principio escluse da esse la generazione e la continuità della specie). La stessa legislazione familiare ha raccolto questa profonda esigenza di tutelare anche all’interno i membri più es- posti predisponendo progressivamente garanzie sempre maggiori per i componenti più deboli della famiglia, fino a giungere alla valorizzazione dell’interesse dei figli, addirittura fino a riconoscerne la priorità.

Per intenderci: la regolamentazione giuridica delle unioni non matrimoniali si limita a de- scrivere il fatto della loro esistenza e quindi contempla solo diritti, dal momento che i doveri sono legati alla responsabilità che può derivare appunto solo da un progetto, che non sopporta limitazioni temporali legati alla temporanea volontà. Le unioni di fatto si chiamano così perché non intendono transitare nella sfera del diritto che sottrae all’arbitrio l’atto individuale. La jheringhiana lotta per il diritto consiste invece nel continuo sottrarre territori all’arbitrio. Si noti che l’assimilazione al matrimonio, nel senso di prevedere effetti che vadano al di là dei limiti temporali stabiliti dalla libera volontà dei contraenti alla loro unione (di fatto), configura eventualmente una esplicita estensione della dimensione giuridica in forme provvisorie a chi invece rifiuta, insieme ai vincoli, le garanzie dell’istituzione familiare giuridicamente tutelata.

Un grande maestro del Novecento, Giuseppe Capograssi, eticista di formazione giuridica che concluse la sua vita poco dopo la sua nomina a giudice della Corte costituzionale, scriveva: “I vari fini immediati di coloro che formano quella tipica comunità di vita che è il matrimonio, non solo i fini accidentali ed arbitrari che nascono nelle mutevoli psicologie dei soggetti (gli interessi e le particolari vedute pratiche con cui questi operano) ma i fini stessi relativi all’unione, inerenti all’unione (la mutua assistenza, la prole, la educazione della prole) non sono che elementi e parti secondarie e conseguenti del vero e profondo e centrale fine che è la realizzazione di quella partecipazione di vita con vita (l’amore nella sua duplice forma in tutta la ricchezza di contenuto che essa comporta) per cui il matrimonio costituisce una delle più singolari forme dell’esperienza concreta. (…) Ora la volontà giuridica viene ad esercitare in queste formazioni una molteplice funzione: viene a chiarire che il vero fine di queste esperienze non è il fine immediato degli agenti ma il fine profondo di esse vale a dire la vita unitaria, e ad affermare la superiorità di questo fine. Questo fine è la sostanza profonda di questa azione, è la volontà giuridica, di esso prende consapevolezza vale a dire realizza l’azione proprio nella sua sostanza ed afferma per conseguenza che il fine di realizzare questa sostanza è superiore alle singole volontà immediate ed accidentali dei soggetti e le assorbe” (Studi sull’esperienza giuridica, 1932, pp. 322 e323).

II. Responsabilità familiare e funzione educante.

L’unione che si realizza nella famiglia è dunque formazione etica, che preesiste al diritto, e che lo Stato si limita a riconoscere, ed il matrimonio traduce la scelta etica in impegno e respons- abilità verso i singoli e verso la collettività. Priva di questa dimensione ogni diversa formazione – per quanto Stato e Parlamento si sforzino di crearne – non è a quella assimilabile, al di là della necessaria tutela che l’ordinamento deve ad ogni persona individualmente assicurare.

I dibattiti di questi anni in materia familiare hanno messo in luce quanto diffusa sia la reazionaria concezione della procreazione come atto assolutamente separato dalla sessualità e dalla relazione affettiva. Si discute la relazione essenziale tra coppia, sessualità, procreazione. Il turbine che ha investito la famiglia in questo senso giunge a travolgerla sino alle sue radi- ci profonde quando intende separare definitivamente sessualità e procreazione. Paradossal- mente il pensiero “laico” – che ha costantemente rimproverato ai cattolici una svalutazione della sessualità coniugale a vantaggio del solo fine procreativo – oggi rivendica un “diritto alla procreazione” (assistita) assolutamente separata dalla sessualità.

Insomma il significato etico della sessualità è travolto dalla assenza di progetto (connesso alla stabilità dell’istituto familiare), e sostituito dalla programmazione utilitaristica della procreazione (il figlio assoggettato alla volontà del programmatore: ma chi sceglierà veramente i caratteri e li definirà medicalmente?). Per di più la programmazione genetica, auspicata fino alle soglie dell’eugenetica, introduce un modello di condizionamento dei caratteri del “figlio”, commissionato ai laboratori, che rischia alla lunga di privare la condizione filiale della stessa prospettiva fondamentale della conquista dell’indipendenza esistenziale ed etica che nasce e si sviluppa proprio all’interno della comunità.

Si assiste progressivamente alla vanificazione del significato della costruzione della personalità dell’essere umano in famiglia. La conquista dell’autonomia personale edificata in famiglia attraverso l’emancipazione dai genitori, non viene forse minacciata dalla imposizione genetica, apparentemente decisa dalla famiglia e invece determinata dalla convenienza affaristica del business della diagnostica ai fini di procreazione assistita?

Di fatto con l’esaltazione dei mondi separati dell’individualismo e dell’egocentrismo si mette fine alla solidarietà familiare. Questo passaggio epocale è riconoscibile come segno della fine della radice stessa della solidarietà? L’esito è forse lo sradicamento delle basi della comunità? Di fatto la funzione della famiglia, quando è resa precaria dalla cessione dell’orientamento educativo a circuiti esterni, finisce per evaporare, traducendosi in privazione della libertà morale e personale dei figli, programmati secondo modelli stabiliti al di fuori della società familiare. Messa in crisi dall’individualismo, la famiglia che si consegna alle agenzie esterne, recependo passivamente modelli instabili di relazioni affettive, costruisce una cellula esemplare di comunità o piuttosto di convivenza anomica?

Il legame intergenerazionale rischia di venir così lacerato: padri e figli, nonni e nipoti divengo- no passeggeri di uno spazio indefinito, in cui relazioni affettive e processi educativi fluttuano casuali e intermittenti, privi di ancoraggi e di solidarietà. Come potrebbe mai più la famiglia svolgere il ruolo che pur viene continuamente rimpianto e richiamato?

Occorre certo considerare che la famiglia, quella naturale, di per sé non rappresenta – senza uno sforzo etico faticoso e quotidiano – sempre e comunque una comunità d’amore i cui vin- coli affettivi sono evidenti (tanto che si creano situazioni di crisi e di abbandono talvolta dei suoi membri più deboli), né tanto meno si mostra sempre una comunità generosa ed aperta anche quando non si registrino situazioni di disagio, cosicché non riesce facile immaginarla espletare il ruolo di “cellula fondamentale” ed indispensabile della società.

Con l’esaltazione dei mondi separati dell’individualismo e dell’egocentrismo si mette fine alla solidarietà familiare? L’esito è forse lo sradicamento delle basi della comunità? Di fatto la funzione della famiglia, quando è resa precaria dalla cessione dell’orientamento educativo a circuiti esterni, finisce per evaporare, traducendosi in privazione della libertà morale e personale dei figli, programmati secondo modelli stabiliti al di fuori della società familiare.

La stessa “chiusura che consegue al rifiuto della famiglia – in nome degli interessi dei singoli che la compongono di entrare in relazione con il complesso della società – non solo incrina la coesione e la solidarietà sociale ma comporta l’impoverimento degli enti intermedi e delle società che sono fondamentali per una democrazia che superi l’isolamento individuale nella collettività organizzata. Si comprende così come si possa affermare l’inquietante accaparramento del concetto di “famiglia” in ambiti del tutto lontani da quelli riferiti a quella calda esperienza fondamentale per la crescita delle persone e delle società.

Messa in crisi dall’individualismo, la famiglia che si consegna alle agenzie esterne, recependo passivamente modelli instabili di relazioni affettive, costruisce una cellula esemplare di comunità o piuttosto di convivenza anomica? Quanto il dono e la gratuità riescono a contenere le pulsioni egoistiche? Le basi dell’eguaglianza sono minate definitivamente?

Va peraltro considerato che l’universo giovanile è profondamente stratificato e non esiste come realtà compatta, giacché è spesso illusoriamente unito in modo effimero più che altro solo da mode, simboli, miti, linguaggi, che lasciano intatte le cesure sociali una volta che siano ineluttabilmente svanite le chimere passeggere del destino comune, restando solo le più forti appartenenze di ceto o comunque i legami familiari. La diversificata incidenza assunta dalla formazione scolastica (e dal tempo ad esso dedicato) va riferito ad un universo frammentato che – al di là della ipocrita espressione di “mondo giovanile” o di “condizione giovanile” – cela divisioni e distinzioni che riproducono e riflettono le distinzioni di quello che potremmo a questo punto definire “mondo adulto”, sempre parallelo al primo.

La celebrazione operata dai mass-media della inquietudine giovanile come segno di una crisi collettiva – dalle stragi del sabato sera agli investimenti folli per ubriachezza o avventatezza, o anche dai giovani dalla identità personale smarrita – è in realtà il frutto di una indifferenza etica che nega sempre il ruolo della responsabilità personale, sacrificandola allo stereotipo delle colpe oggettive (il disagio, l’incomprensione degli adulti, la scarsa prevenzione pubblica), nel tentativo di liquidare ogni distinzione tra bene e male.

Del resto, se da un lato lo schiacciamento dei “corpi intermedi” ha impoverito la dialettica sociale compressa tra ragioni dell’individualismo consumistico e quelle dell’indistinto collettivismo della società dell’effimero e dell’intrattenimento, solo poche realtà sociali sembrano interessate a ricostruire rete di relazioni interpersonali. In questa prospettiva culturale esiste una linea di confine che distingue il riconoscimento per il minore di un diritto alla famiglia dall’abusata e sfrontata rivendicazione, molto di moda oggi, del diritto al figlio (coniugabile anche come diritto a procreare ad ogni costo o ad acquistare se necessario) anche rispetto alla inevitabilmente ambiguità che permane facendo coesistere nell’istituto dell’adozione (come ben sanno gli operatori) motivazioni nobilissime e disinteressate con ragioni egoistiche spesso incomprimibili.

Riportare invece al centro la responsabilità genitoriale – che riceve accentuazione dalla volontarietà della assunzione del carico educativo – rimette in discussione l’intero universo fa- miliare e delle famiglie, a qualunque titolo costituite. Infatti: quale futuro sociale si può basare sulla realtà che conosce “coppia” e genitorialità senza responsabilità? Quale mondo si profila se la condizione filiale è privata della conquista dell’indipendenza esistenziale ed etica? Si assiste progressivamente alla vanificazione del significato della costruzione della personalità dell’es- sere umano in famiglia. La conquista dell’autonomia personale attraverso l’emancipazione dai genitori sembra debba invece essere affermata solo a costo della liquidazione di ogni relazione familiare.

La prevalenza di etiche utilitaristiche – accettate dall’intero sistema “formativo” e scolastico con l’acquiescenza di distratte famiglie – incide profondamente sulla formazione dell’ethos giovanile e del mondo valoriale di generazioni progressivamente private di punti di riferi- menti forti. Il cosiddetto <> costituisce la premessa della diffusione di un atteggiamento che avremmo un tempo definito “asociale” e che oggi, specie in certi ambiti di studio, viene definito <> (alla ricerca anche di spiegazioni biologiche e “neo-darwiniane” degli atti morali). L’educazione familiare dovrebbe inserirsi in questo vuoto per cercare di colmare almeno gli effetti più evidenti e riconducibili alla carenza di formazi- one ai valori dell’ethos comune. Occorre promuovere insieme libertà e responsabilità, senza sacrificare né l’una né l’altra. Né è pensabile che la famiglia affronti questo impegno senza raccordarsi ad una pluralità di agenzie educative che di fatto incidono sulla formazione della personalità giovanile.
Giuseppe Acocella

Exallievi ed Exallieve di Don Bosco TESTIMONI NEL MONDO

SONO FORSE IO IL CUSTODE DI MIO FRATELLO?

(Genesi 4,9)

Don Tonino Palmese

La premessa è sempre antropologica

“Per conoscer Dio bisogna conoscere l’uomo”

Una peculiarità di Don Bosco in riferimento al buon cristiano e all’onesto cittadino, potrebbe essere riconducibile all’incontro che Paolo ebbe all’Areopago con i filosofi e poeti pagani del tempo. Constatata la desolazione, l’Apostolo muta l’atteggiamento della semplice constatazione e si apre al dialogo attraverso la lode per simpatia. La lode di Paolo consiste nella capacità di scrutare nella ricerca della verità i semi della trascendenza. Tale percezione di futuro e di fede ha un limite probabilmente simile alla nostra attuale situazione. Una trascendenza (e perciò continui annunci valoriali) che spesso ha poco a che vedere con la dimensione antropocentrica del vangelo di Gesù. Una ricerca di Dio (ieri come oggi), che non riconosce la straordinaria consapevolezza che Paolo VI esprimeva alla fine del Concilio: “Per conoscere Dio, bisogna conoscere l’uomo”. L’uomo da conoscere a cui si riferiva il Papa Montini era ed è il destinatario privilegiato che pone la chiesa chinata a lavargli i piedi e asciugarli e baciarli con la tenerezza della gratuità.

L’uomo, considerato solo come una natura, presenta una caratteristica comune all’intera natura umana: il possedere e il prevaricare per primeggiare. Quando quest’uomo prende coscienza del suo essere persona, allora gli appare un’altra caratteristica più importante del possedere: il contribuire. Solo quando ci si rende conto che la vita è da considerare nella logica del dono offerto, si trasforma in un compito da realizzare per e con amore. Sono le premesse che con- sentono ogni persona, al di là di ogni professione di fede e confessione religiosa, di sentire l’intimità-apertura e la donazione direttamente con quella forma di trascendenza che nella vicenda antropologica ti permette di dire: “Questa persona (e perciò anche io) è tutt’altro che”. Dice bene il padre della logoterapia, Viktor Frankl: “Essere uomo vuol dire essere fondamentalmente orientato verso qualcosa che ci trascende, che sta al di là e sopra di noi stessi, qualcosa che ci attira fortemente”.

Esiste pertanto, una trascendenza che non conosce confini religiosi, potendo perciò parlare di “una spiritualità per non credenti” (Infinito, Eterno, Aassoluto).

Questione teologica: avvicinare il cielo alla terra

“Non si può più affermare che la religione deve limitarsi all’ambito privato e che esiste solo per preparare le anime per il cielo. Sappiamo che Dio desidera la felicità dei suoi figli anche su questa terra, benché siano chiamati alla pienezza eterna, perché Egli ha creato tutte le cose «perché possiamo goderne» (1 Tm 6,17), perché tutti possano goderne. Ne deriva che la conversione cristiana esige di riconsiderare «specialmente tutto ciò che concerne l’ordine sociale ed il conseguimento del bene comune” (EG 182).

Superamento del triplice dualismo

Dalle parole di Papa Francesco si comprende che l’alternativa alla mondanità tanto pericolosa per la salvezza delle persone è necessario affrontare e superare il triplice dualismo:

  • • Ontologico: Spirituale e materiale;
  • • Antropologico: Corpo e anima;
  • • Soteriologico: liberazione della materia e abitare il cielo.

Una salvezza spirituale: individualista; ultraterrena; senza rapporto con la storia.

Pertanto:

Egli ha assunto tutto, dunque tutto è redento “Tutto quello che Egli ha assunto è redento, per- ché in tal modo esso è diventato vita e destino di Dio stesso. Egli ha assunto la morte; dunque la morte deve essere qualche cosa di più di un tramonto nel vuoto assurdo. Egli ha assunto di essere abbandonato; dunque la tetra solitudine deve racchiudere in sé anche la promessa di una felice vicinanza divina. Egli ha assunto la mancanza di successo. Dunque la sconfitta può essere una vittoria. Egli ha assunto di essere abbandonato da Dio. Dunque Dio è vicino anche quando noi pensiamo di essere da lui abbandonati. Egli ha assunto tutto, dunque tutto
è redento”[1].

Un ulteriore aspetto teologico:

Monoteismo sensibile al dolore

Incominciamo – in questi tempi della globalizzazione e del suo pluralismo costituzionale – con la “difficile universalità” della memoria biblica di Dio. Il principio monoteistico delle tra- dizioni bibliche è cioè un principio universalistico. Dio non è ne un tema umano ne in generale nessun tema. Gli dèi sono pluralizzabili e regionalizzabili, ma non Dio. Egli è soltanto “il mio” Dio, anche se può essere “il tuo” Dio, egli è soltanto “il nostro” Dio, anche se può essere il Dio di tutti gli altri uomini. L’idea monoteistica di Dio non si adatta propriamente alla legittimazione e conferma dell’antitesi amico-nemico tra gli uomini. Essa è – elementarmente
– un’idea di pace, non un’idea di sottomissione; essa mira al riconoscimento della filiazione divina di tutti gli uomini.

D’altra parte il discorso su Dio è perciò un discorso su Dio che può universalizzarsi soltanto affrontando la questione del dolore, la memoria passionis, l’idea del dolore, in particolare del dolore degli altri fino al dolore dei nemici. Questo discorso su Dio può essere universale, quindi importante per tutti gli uomini, soltanto se nel suo nucleo è un discorso su Dio sensibile al dolore altrui.

II discorso sul Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, che è anche il Dio di Gesù, non è espressione di un qualsiasi monoteismo, bensì di un monoteismo “debole”, vulnerabile, empatico: esso è in nuce un discorso su Dio sensibile al dolore.

Responsabilità, sensibile al dolore, nei confronti del mondo

Il problema, turbante profondamente le tradizioni bibliche, della giustizia verso i sofferenti innocenti venne fin troppo rapidamente trasformato e convertito nel problema della redenzione dei peccatori. Per questo problema c’era pronta una risposta: l’azione salvifica di Cristo. Il problema della teodicea veniva placato e tacitato con la soteriologia, con il messaggio del- la morte espiatrice di Gesù. La dottrina cristiana della redenzione drammatizzava troppo il problema della colpa e relativizzava quello del dolore. Il cristianesimo si trasformò da religione primariamente sensibile al dolore in religione primariamente sensibile al peccato. Il primo sguardo non era rivolto più al dolore della creatura, ma alla sua colpa.

In questa linea, l’annuncio del Vangelo deve urgentemente recuperare ciò che fu il primo sguardo di Gesù. Uno sguardo rivolto, non al peccato degli altri, ma prima di tutto al loro dolore. Il peccato non può essere inteso antropomorficamente quale offesa a Dio, ma è il dolore che Egli avverte per l’autodistruzione dell’uomo e dello smarrimento o vanificazione della primordiale somiglianza con il Volto di Dio stesso. La vicenda umana di Gesù ci fa pensare che Dio abbia voluto definitivamente superare il concetto di offesa per indicarci l’unica vera esperienza che Egli assume nella sua umanità: la sofferenza e il dolore.

Certo, questa accentuazione della sensibilità per il dolore, propria del messaggio cristiano e del suo discorso su Dio, non intende mettere in questione il significato del peccato e della colpa, dell’espiazione e della redenzione (e neppure in funzione dell’illusione di innocenza sociale oggi imperversante). Si tratta unicamente del problema della priorità e della proporzione – e della pericolosa unilateralità di un “assolutismo cristiano del peccato”, in cui proprio le con- crete esperienze individuali del fallimento e della colpa minacciano di scomparire.

“Compassione” invece, potrebbe risultare parola-chiave per il programma universale del cristianesimo nell’età della globalizzazione e del suo costituzionale pluralismo dei mondi religiosi. Questa compassione può valere come promozione di una nuova politica di riconoscimento. Nelle situazioni politiche globali può oggi trattarsi non del rapporto di un partner del discorso con l’altro, ma – più fondamentalmente – del rapporto degli uni con gli altri minacciati ed esclusi, quindi anche del rapporto con le vittime della globalizzazione. Rapporti di riconosci- mento strettamente simmetrici, quali vengono sottoposti nel concetto delle nostre progredite società di discorso, non superano in ultima analisi una logica dei rapporti di mercato, di scambio e di concorrenza. Solo rapporti di riconoscimento asimmetrici, solo il rivolgersi degli uni agli altri esclusi e dimenticati rompe il potere della pura logica di mercato.

Di fronte alla nuova situazione mondiale, dobbiamo rinviare la nostra riflessione verso due attuali ambiti problematici. Si tratta anzitutto del problema di un éthos globale e poi del problema di una ecumene della compassione in queste situazioni globalizzate.

Versante pastorale: Il potenziale evangelizzatore dei poveri

Partiamo da un dato ovvio: ogni persona è degna dell’annuncio del vangelo. È vero, ma solo a patto che ciò non vanifichi la verità dell’annuncio. Ciò vuol dire che bisogna essere consapevoli della duplice fedeltà: al messaggio e al destinatario. Scelgo pertanto, una delle pagine più illuminanti della teologia latinoamericana. Padre Gustavo Gutiérrez, così spiegava la diversità d’impianto fra la teologia elaborata nel Nord del mondo e quella del Sud:

«Sembra che buona parte della teologia contemporanea sia partita dalla sfida lanciata dal non credente. Il non credente mette in questione il nostro mondo religioso, esibendo da esso una purificazione e un rinnovamento profondi. Bonhoeffer accettava la sfida e formulava incisivamente la domanda che sta alla base di molti lavori teologici attuali: come annunciare Dio in un mondo che è diventato adulto (mundiing)? Ma in un continente come l’America Latina la sfida non viene principalmente dal non credente, bensì dal non uomo, cioè da chi non è riconosciuto come uomo da parte dell’ordine sociale imperante: il povero, lo sfruttato, colui che è sistematicamente e legalmente spogliato dal suo essere uomo, colui che a mala pena sa che cosa sia un uomo. Il non uomo mette in questione. prima di tutto, non tanto il nostro mondo religioso, quanto il nostro mondo economico, sociale, politico, culturale; per questo spinge alla trasformazione rivoluzionaria delle stesse basi di una società disumanizzante. Pertanto, la domanda non verterà sul come parlare di Dio in un mondo adulto, ma piuttosto sul come annunciarlo Padre in un mondo non umano, sulle implicazioni che comporta il dire al non uomo che è figlio di Dio».

L’attualità della riflessione proposta da Gutierrez, consiste non solo nella giusta differenza d’impianto teologico, ma c’è in essa una sorta di (purtroppo una nefasta profezia) che si è realizzata per il pianeta intero. La stragrande maggioranza degli esseri umani del Primo, Secondo, Terzo… Mondo, sono accomunati da quella logica mercantilistica che ci rende ricchi o poveri persone considerate non “umani”, cioè non degni di quella “somiglianza” di Dio, che ci destina alla trasfigurazione, per essere sempre più simili a Lui e cioè capaci di superare il conflitto Vita- Morte, saldando il cielo con la terra attraverso la Giustizia, la Pace e per tanti anche l’affidamento al Suo Amore misericordioso.

Nel documento di Puebla, del 1979, i vescovi latinoamericani affermano: “L’impegno con i poveri e gli oppressi e la nascita delle comunità di base hanno aiutato la Chiesa a scoprire il potenziale evangelizzatore dei poveri, che la interpellano costantemente, la chiamano alla conversione e… a rivedere le proprie strutture e la vita dei suoi membri” (1147-57).

Ethos globale?

Questa autorità dei sofferenti (non del soffrire!) è – in data misura – secondo i moderni criteri del consenso e del discorso – un’autorità “debole”. Diceva San Vincenzo: “I poveri sono i nostri padroni, sono i nostri re, dobbiamo obbedirli e non è una esagerazione chiamarli così, perché nei poveri c’è il Signore”. Questa autorità “debole” dei sofferenti è, l’unica autorità universale che ci sia rimasta nelle nostre situazioni globalizzate; Essa è “forte” in quanto non è eludi- bile né religiosamente né culturalmente. Perciò il riconoscimento di questa autorità si lascia formulare anche come quel criterio che è attingibile da tutti gli uomini di tutte le religioni e culture, e che perciò può orientare il discorso religioso e culturale nelle situazioni globalizzate. Come massima per un éthos globalizzato vale inoltre: percepire il dolore altrui è la condizione indispensabile per ogni pretesa morale universale.

Per questa coscienza si manifesta l’autorità del Dio giudicante nell’autorità dei sofferenti, in quell’unica autorità sotto la quale Gesù, nella sua famosa parabola del giudizio di Mt 25, ha posto l’intera storia dell’umanità: Mt 25,37-40.

Ci sono alcuni racconti che mi inducono a parlare di impegno sociale. Il primo è di carattere storico e biblico (e qui cito le Sacre Scritture non per motivi confessionali, non per sottolineare la bontà di una religione, ma proprio come elemento antropologico): la Bibbia è un libro che ha il diritto di cittadinanza nell’antropologia culturale perché parla dell’uomo sia in senso metaforico che ontologico. L’elemento iniziale che caratterizza l’antropologia biblica sul senso del volontariato è correlato ai termini di Custodia e Corresponsabilità. Non a caso, al di là dell’esistenza di Dio, Colui che si chiama Dio o Colui che nella Bibbia è chiamato Dio, pone all’uomo una prima domanda che non è di carattere religioso o metafisico, ma è proprio di carattere esistenziale: “Adamo dove sei?” (inteso come “dove sei collocato”, “fatti vedere! Perché ti nascondi?”). La seconda domanda è “Dove sta tuo fratello?”, a sottolineare che l’uomo ha la custodia di suo fratello.

A queste due richieste l’uomo non sa rispondere in modo adeguato, in quanto alla domanda “Adamo dove sei?” questi replica dicendo di non essere stato lui a mangiare il frutto dell’albero. Tale risposta rimanda implicitamente ad una colpevolezza da attribuire ad un’altra persona che non sia Adamo stesso. Eppure Dio gli aveva chiesto altro, semplicemente dove fosse. La risposta denota, quindi, una mancanza di lealtà, di autenticità.

Alla seconda domanda, relativa alla custodia del fratello, Caino di fatto risponde: “Non sono mica io il custode di mio fratello?”. In realtà, nella domanda che Dio pone a Caino è contenuta proprio la certezza che lui fosse il custode di suo fratello.

Ecco, io credo che, dal punto di vista antropologico, quella che queste due domande sono fondamentali. Ovvero sono due domande alle quali l’uomo, per poter dire che è connesso con se stesso e con gli altri, pertanto deve saper rispondere.

Un secondo evento, storicamente rilevante, che mi induce a parlare di volontariato, che mi ha molto affascinato nel corso della vita e che mi ha condotto ad approfondire gli studi sulla Chiesa latino-americana, ancor prima dell’arrivo di papa Bergoglio a dir la verità, è la grande scoperta dell’altro. Questo concetto, che rappresenta un grande spartiacque in senso culturale e antropologico, prende forma nel 1492, anno della scoperta dell’America.

Per la prima volta sulle labbra di un essere umano appare la seguente considerazione: “Se io fossi l’altro”. L’uomo è Bartolomé de Las Casas, un monaco domenicano. Quest’ultimo, mandato nelle spedizioni delle Indie da parte degli spagnoli e dei portoghesi, capì che in quel viaggio mancava la dimensione dell’alterità, del riconoscimento dell’altro. Per cui l’altro era qualcuno da assoggettare, da depredare, ed erano sufficienti un colore della pelle insolito, un linguaggio differente ed un credo religioso non uguale a quello dei conquistatori, per qualificarlo diverso con un’accezione negativa: diverso, perciò inferiore.

Bartolomé de Las Casas, scrive un libretto che è tra i più spietati libri della storia della criminologia, poiché descrive nei dettagli come i bianchi assoggettarono gli indios dell’America Latina con le violenze più atroci, dalla vivisezione dei bambini appena presi, agli stupri più violenti, ammesso che esistano stupri più o meno violenti.

“Mettersi dentro gli occhi dell’altro”, potremmo aggiungere che oggi il momento storico è tanto particolare che il volontariato rappresenta anche un elemento importante proprio nella costruzione della sopravvivenza degli individui».

La forza educativa (ed eversiva) del volontariato

Proviamo a chiederci se col volontariato oggi si possa cambiare, se sia possibile educare la società e poi ci soffermeremo sull’aspetto economico di questo fenomeno.

Partendo dal carattere educativo dell’impegno sociale, vorrei evidenziare la sua importanza come riabilitazione sociale, come possibilità di fare cultura riparativa oltre che di giustizia. Personalmente da anni mi interesso di giustizia ripartiva. Seguo sistematicamente i familiari delle vittime della criminalità organizzata, ma da anni, con loro, abbiamo deciso che le ragioni del nostro stare insieme non potevano essere semplicemente di carattere previdenziale, questioni che già affrontano i patronati, più e meglio di me. Il tentativo è quello di dire “ci è accaduto questo, siamo stati uccisi, ingiustamente − ammesso che esista un’uccisione giusta − siamo totalmente innocenti: che cosa possiamo fare? Dobbiamo vendicarci, dobbiamo rassegnar- ci?” Sono delle ipotesi. Alcune persone avvertono la necessità di vendicarsi, tantissimi altri si rassegnano. E poi c’è un gruppo di persone che, anziché costruire la parete di separazione con il colpevole, prova a costruire un ponte, non nel senso del perdono che può essere considerato come punto di arrivo mettendo ma attraverso l’incontro tra il mondo dei colpevoli (carcere) e le storie di normalità delle vittime. Rappresenta invece il tentativo di capire cosa bisogna fare affinché non ci sia uno che si convinca di essere a buona ragione colpevole, ma che si ravveda. E di capire, da vittima, che cosa si può fare affinché non ci sia più un colpevole nella storia, affinché non ci sia nessuno che venga al mondo con la convinzione di essere colpevole, per poi fare il colpevole. (E. Hillesum)

Questa sorta di premessa per affermare che: tutto è fondato sulla dimensione del ponte e mai sulla separazione e quindi il volontariato è un elemento importante, un pilastro, non è semplicemente un cartello stradale, che pure avrebbe la sua importanza, è un pilastro impor- tante di quel legame che unisce la civiltà o la città dei vinti e dei vincitori, di quelli che stanno bene e di quelli che stanno male. In che senso? Nell’accezione di superare la pancia nei ragion- amenti come sta accadendo in questo periodo. Basti pensare alla pornografia televisiva, intesa come pornografia intellettuale, che va in scena dalle ore 20.00 in poi su molti canali televisivi.

“Traduco” come se dovessi parlare ai bambini: se mia madre di 90 anni si dovesse confrontare ogni sera con quei programmi, probabilmente si sarebbe già convinta che la sua pensione è scarsa perché gliel’hanno tolta i drogati, le prostitute, gli immigrati e adesso anche i terremotati. E non è vero. La pensione scarsa di mia madre è tale perché non c’è un welfare che si prende cura di lei. In realtà i soldi della pensione le basterebbero se le venissero garantiti tutti quei servizi indispensabili ad una donna della sua età, come l’assistenza sanitaria. Se esistesse un Welfare State efficiente che si prendesse cura della persona in quanto tale, a mia madre quei soldi sarebbero sufficienti. Invece no, oggi si veicola un messaggio che vede l’altro come colui che ti sta rubando i soldi, e non solo quelli ovviamente, per la tua dignità. Tale semplificazione di un concetto più complesso − e mi scuso perché le semplificazioni sono sempre pericolose, possono trasformarsi in slogan fini a se stessi − mi consente di affermare che il volontariato invece diventa quel pilastro che fa da ponte e consente di ragionare, a prescindere dalle apparenze, eppur tenendo conto del punto di partenza di una persona e soprattutto con un atteggiamento interiore fiducioso che è, per i credenti e non credenti, rivolto a quell’uomo che, se incontra le persone giuste, è destinato a diventare un’altra volta uomo e non larva per come si presenta a un consultorio o ad una mensa. Di restituirgli quella dignità che ha perso per tanti motivi, ma indipendentemente dalla natura di questi motivi, se la scelta è stata personale, o se le è stata violentemente addossata, resta il fatto che quella dignità se gli viene restituita diventa patrimonio dell’umanità, se non gli viene restituita diventa un problema dell’umanità.

La sintesi rispetto a quanto detto finora è che ancora oggi il volontariato può diventare una grande nozione culturale, politica, sociale, da determinare un ragionamento complesso sui fenomeni, e quindi una possibilità di poter rispondere all’unica domanda che vale la pena rispondere: “da che parte sto?”.

Il volontariato, quindi, sicuramente assume il ruolo di un’educazione più complessa e non di pancia. Il volontariato può sembrare in un’istanza immediata, di pancia, elemento indispensabile e connaturato all’atteggiamento altruistico − vedi il terremoto, “io parto!” − ma in seguito si crea quel freno che impone un minimo di organizzazione. Diventa, persino a sua insaputa, una grande opportunità per rimandare alla società una nozione che culturalmente serve, cioè di attestare la complessità dei fenomeni e di affrontarli nel pieno rispetto di tale complessità. Personalmente faccio una parte di questo ragionamento, cioè sostengo quel ponte che è necessario per mettere insieme chi ha vinto e chi ha perso, chi ha ragione e chi ha torto, chi è morto e chi è vivo.

Il volontariato è un ambiente in cui si condivide fiducia, che è un bene molto scarso in questo momento. Oggi siamo tutti diffidenti.

A volte, dal basso, si evince una cultura che è frutto di tanta riflessione, di tanta sofferenza che può diventare proprio il terreno su cui far nascere un progetto, una proposta alternativa, po- litica, evangelica. Spesso, davanti all’incertezza sul da farsi, potremmo ascoltare gli ultimi per avere la nozione di impresa e di capacità di fare qualcosa. Racconto un aneddoto per spiegare meglio questo concetto. Qualche mese fa abbiamo organizzato una cerimonia di apertura della porta santa alla mensa del binario della solidarietà nel quartiere Gianturco. Uno degli anziani lì presenti commentò: “In tanti luoghi si può andare a mangiare e bere, e va bene così perché noi non abbiamo dove mangiare e bere e nemmeno dove dormire. Però in questo luogo, grazie all’incontro con i volontari, io ho imparato una cosa: che posso dire ad un altro, come l’altro dice a me: “tu sei meglio di me!”. Magari in passato ha ascoltato le stesse parole, ma solo come patetica espressione di passaggio. Stavolta invece è stato detto con i fatti, perché è stato detto da chi è stato servito a tavola, e lo ha detto con una convinzione vera. Il suo stare lì determina- va un’occasione per ripensare al “tu sei meglio di me!”. E perché saresti meglio di me? Perché esisti, per il semplice fatto di esistere.

Oggi è difficile trovare anche due sole persone che condividano lo stesso obiettivo, c’è un egoismo imperante, ovvero ciascuno è concentrato su se stesso, e prevalentemente sui soldi. In generale non ci si interessa più all’altro, all’amore, che secondo me fa parte del DNA dell’essere umano.

Non so se entro nel merito della riflessione citando il grande Zygmunt Bauman riguardo il tema dell’insicurezza a lui tanto caro. Ovvero, quanto più aumenta l’insicurezza attorno a noi, tanto più anche l’elemento economico può diventare determinante: insomma determina una mancanza di lucidità per poter ragionare, per poter sperare, per potersi impegnare, per poter pensare anche ad un modo alternativo di curare l’esistenza. Io credo che, pur non avendo una grande capacità di analizzare un fenomeno così complesso, l’insicurezza di cui parla Bauman, corrisponda allo stesso tempo anche all’ipocrisia di questa società. Mi ha molto colpito, a proposito delle questioni di pancia di cui abbiamo parlato in precedenza, un’espressione di Bauman in un bellissimo testo che m’illuminò tanto, intitolato La solitudine del cittadino globale. Qui afferma che oggi noi passiamo dall’orgia mediatica della compassione che potrebbe essere anche velata attorno al volontariato − vedi i vari Telethon, per dirne una − alle forme più violente di intolleranza verso qualcuno, che in quanto diverso reputiamo un pericolo.

È chiaro, noi abbiamo bisogno di simboli. Una volta ho celebrato la messa con lo sfondo del bambino morto sulla spiaggia in Turchia: una cosa è avere quella immagine davanti a noi e raccordarla col mistero di Dio, che era la messa che stavo celebrando, e altro è celebrare con sullo sfondo un bel quadro di un grandissimo autore dove persino la bellezza di Dio potrebbe distrarti dalla verità del mistero, anche se involontariamente. Certamente noi abbiamo bisogno di queste “distrazioni”, di recuperare un contatto con la bellezza, ma guai se questa bellezza dovesse diventare complice di un allontanamento dalla verità e dall’impegno solidale verso qualcosa e verso qualcuno. Ed ecco, quindi, la forza evocativa dell’immagine proposta da Bauman che ha un fondo di verità: cioè questa società raccoglie in pochi giorni milioni di euro per il terremoto, ed è una cosa bellissima, però è la stessa società in cui ogni sera si ragiona sul come respingere l’altro.

Dove ogni giorno una qualsiasi riflessione sul disagio, non solo dell’altro ma apportato dall’altro, diventa motivo di fastidio e di intolleranza. Ha ragione Bauman quando definisce questo atteggiamento schizofrenia, lo chiamiamo così anche se non è diagnosi psichiatrica, però è forte tra noi questa schizofrenia culturale, il passaggio dall’orgia mediatica della compassione (il pianto davanti all’immagine del bambino africano con la pancia gonfia e con le mosche in faccia), che si trasforma nella forma più violenta di intolleranza verso qualcuno che irrompe nella nostra vita.

Traducendo Bauman in maniera più “tribale”, se quel bambino che ci fa piangere in televisione fosse lo stesso che ci troveremmo alla porta, correrebbe il rischio di ricevere un calcio nel sedere e non si permetterebbe mai più di venire, perché non dovrebbe mai più osare dis- turbare. Ma questa è l’altra faccia dell’ascolto al solo istinto, perché se ragioniamo per pancia diventiamo intolleranti nel senso proprio più terribile del termine. Pertanto, si preferisce la scorciatoia dell’elemosina come soluzione del problema.

Riporto, ad esempio, l’esperienza che ho fatto da ragazzo, nella mia adolescenza e che vedo ripetere in sporadici casi. Ricordo che mi sono riavvicinato al mondo del volontariato e perciò anche alla stessa fede, grazie ai campi di lavoro che facevamo nei paesi più diseredati del Mezzogiorno d’Italia. Il mio era chiaramente l’immaginario di un ragazzo che si spostava con altri coetanei con la pretesa di cambiare il mondo, mettendosi a lavorare in quei campi: ci occupavamo di trebbiatura, andavamo a pulire le case delle persone anziane. Una volta presi un’in- fezione di pulci dal tallone fino all’inguine, a entrambe le gambe. Ma nonostante le gambe così provate e dolenti tanto da non riuscire più a camminare, io ricordo quei momenti con grande entusiasmo, dove tutto tornava, persino l’affettività. Ci si innamorava tra di noi, con le ragazze del gruppo, e insieme a quella ragazza, non solo stavi bene, perché ti piaceva, perché era bella, perché finalmente avevi trovato l’amore della tua vita, ma il piacere era ancora più grande per- ché con lei avevi condiviso la possibilità di cambiare il mondo. Alla fine ci accorgevamo che in realtà il mondo non l’avevamo cambiato, però stavamo cambiando noi, che era la cosa più bella, la cosa più importante. Cioè stavamo tentando di debellare dal nostro vocabolario emotivo e politico, allo stesso tempo religioso, “je che teng’ a c’vere?!” ovvero “a me che importa!”.

Quando oggi per esempio con Libera o con diversi gruppi ecclesiali come l’AGESCI, facciamo i campi di lavoro sui beni confiscati, questi ragazzi pur venendo da situazioni agiate o meno agiate, tornano a casa convinti che qualcosa si può fare. Toccano con mano che addirittura non solo il mondo può cambiare, ma che la legge può rendere il mondo un po’ più giusto, perché la legge sull’utilizzo sociale dei beni confiscati è legge dello Stato (L. 109/96 della Repubblica italiana). Sanno che quella legge, se migliorata dallo Stato e accompagnata da una società civi- le, può diventare un restituire il maltolto alle persone che hanno subito con sudditanza quello schiaffo di vedere un bene in mano ai camorristi che invece non meritavano di avere nulla, e allo stesso tempo quello di poter dire, “io ci sto”, “ci sono stato anch’io” per poter mettere la propria impronta su questo mondo, ed è un’impronta “ecologica” e di “giustizia” perché ho contribuito a rendere il mondo più pulito e più vero. Ecco, io sono convinto di questa grande forza educativa del volontariato che vedrei sempre più, ecco il limite forse oggi dell’immagine del volontariato, che non sto qui a dire quale è perché non è che ho un termometro, però percepisco che nell’immaginario collettivo il volontariato è fatto da una certa età in poi o da un certo stato sociale in poi, invece dovremmo recuperare nostalgie in tal senso soprattutto tra i ragazzi.

Noi l’anno scorso abbiamo fatto un progetto che ha portato i suoi frutti, pochi, però li ha portati, un progetto in cui sette scuole alberghiere napoletane, per un giorno, hanno servito le mense dei poveri a Napoli: dal tovagliolo a tavola all’ultima goccia di limone sull’insalata. Tra quei ragazzi, ancora qualcuno oggi nel tempo libero sta continuando a fare questa esperienza perché non aveva mai visto il sorriso riconoscente o la faccia abbrutita di una persona costretta a mangiare nella mensa dei poveri. Per loro era un immaginario, erano i vecchi che puzzano, era la vecchia che bestemmia, il giovane drogato, erano una serie di etichette messe dagli altri che sono anche in parte vere, ma che certamente nel momento in cui ti confronti e ti servi e servi hai la possibilità di capire che dietro quella maschera c’è una matrice antica che si chiama Uomo, Donna e che merita di essere rivisitata.

Penso che oggi dobbiamo recuperare, magari anche attraverso il servizio civile, questa possibilità di incontro dei giovani col mondo del volontariato, affinché qualcuno possa vedere e sperimentare, perché sono poi loro i migliori amplificatori. Si crederà di più ad un ragazzo che ha vissuto questa esperienza che a me che lo dico con le parole, con tutto il rispetto, magari poi mi saluteranno e se ne andranno, invece se glielo dirà un loro compagno “vieni e vedi” come dice il Vangelo, può essere che si convincano di questa cosa».

Sottolineo l’importanza dell’esperienza di un giovane che dedica una parte del suo tempo ad aiutare il prossimo e della sua testimonianza che può fungere da sprone ai suoi coetanei. Si auspica, quindi, un cambiamento di tipo culturale.

Sono dell’idea che il mondo del volontariato debba intercettare una realtà nuova, diversa da quella caratterizzata dalle grandi narrazioni del dopoguerra che suggerivano ai giovani come poter cambiare il mondo. Queste erano principalmente due: il Cristianesimo e il Comunismo. In un certo senso anche il Fascismo aveva questa pretesa prima di cadere nell’abbraccio mortale con il Nazismo.

Penso che al giorno d’oggi nessuna di queste narrazioni abbia la forza trainante che aveva un tempo, forza che risiedeva nella capacità di accordare idee e cuori di uomini e donne alla realizzazione di un progetto comune. Come accennato in precedenza, ciò che manca oggi è un obiettivo comune, probabilmente abbiamo bisogno di un progetto sempre più universale, capace però di conservare le singole identità culturali, politiche e religiose per poter incidere sul cambiamento della società. In un momento storico in cui si assiste ad una regressione, aumentano le ghettizzazioni e i contrasti tra le religioni. Per tradizione culturale cristiana, sono convinto, ad esempio, che l’incontro con l’altro non solo ha determinato la fine del Cristianesimo ma lo ha arricchito, lo ha fatto espandere rendendolo più concreto. Se i dodici apostoli si fossero fermati all’uccisione di Gesù sarebbero diventati dei fanatici che ancora oggi trasmetterebbero la rabbia per aver subito l’uccisione dell’innocente, e invece quella storia si è trasformata in possibilità di incontro, di valore aggiunto con gli altri e per gli altri, diventando una religione universale. “Universale” non nel senso che sia l’unica ad avere la capacità di salvare, ma è una religione che universalmente ha parole di salvezza anche in termini eterni. È in questo limite odierno, nel revisionismo in atto a tutti i livelli, che si può sperare in un nuovo universalismo. Dobbiamo riscrivere narrazioni nuove, raccontare qualcosa di innovativo affinché il mondo possa affezionarsi all’idea del cambiamento, della rivoluzione, della possibilità di trasformare questa realtà. È compito dei popoli farlo e non del singolo poiché se lo facesse un solo uomo si tratterebbe di un dittatore.

Non mi stancherò mai di testimoniare ciò che ha caratterizzato in gran parte l’esperienza educativa di Don Bosco e poi dei salesiani: la formazione professionale. Oggi, più di ieri è urgente, necessario e determinante un piano Marshall di formazione alle professioni. I giovani “devono” essere orientati verso saperi e azioni che si trasformino in professionalità, lavoro e comprensione della vita. A me sembra, alla luce di ciò che stiamo dicendo quanto sia importante creare saperi e formazione che possano rispondere all’eterna domanda: cosa vale la pena insegnare? Cosa vale la pena imparare. Il filosofo dell’educazione O. Reboul risponde saggiamente così: “Vale la pensa insegnare e vale la pena imparare tutto ciò che libera e tutto ciò che unisce”. Il risultato più immediato è la gioia. Abbiamo bisogno di ritrovare la gioia, che non sempre coincide con l’allegria. La gioia è trovare quel senso della vita che ti unisce all’universo intero. Autostima e condivisione.

Allora mi chiedo che parte può avere il volontariato? Nella vita di tutti i giorni il volontariato può diventare una grande palestra dove le diversità, a tutti i livelli, si riconoscono e possono agire insieme per un cambiamento comune.

Il vero grande tema, che è anche l’altra faccia del volontariato, è il bisogno di comunità. Con un altro dei suoi libri intitolato Voglia di comunità Bauman ha ulteriormente illuminato la mia personale riflessione sul tema. Si avverte sempre più l’esigenza di costituire una comunità fatta di calore umano, tradizioni e condivisione di esperienze che determinano un senso di appartenenza, ma purtroppo la parola “noi” oggi fa sempre più fatica ad emergere. Questa difficoltà è dovuta alla maggiore consapevolezza che l’uomo ha rispetto a un tempo. Essa si evince dalla sua capacità di diagnosticare il senso di insicurezza, incertezza e precarietà sia a livello economico, psicologico- esistenziale, sia a livello relazionale, determinando, evidentemente, una forte paura di poter pronunciare sempre più l’espressione “noi”.

Citando Gaber in un suo monologo, “l’urlo è un grido in cerca di una bocca”. Credo che le urla che sentiamo sempre più spesso in televisione debbano essere ascoltate. Chiaramente mi riferisco a quelle persone che “urlano” e lo fanno in buona fede: non ai demagoghi di mestiere, a coloro che esprimono proprio la paura, l’incertezza, l’insicurezza e la precarietà e non sanno, parafrasando il cantautore milanese, dove orientare queste grida, “verso quale bocca”.

Se potessi tradurre l’espressione di Gaber, direi che “l’indignazione di tanti è una protesta in cerca di un progetto”. Passando dalla metafora alla realtà, se un’indignazione non trova un progetto rimane un semplice grido, che diventa rassegnazione e poi frustrazione.

In questo momento storico quello che mi preoccupa personalmente, è l’eccesso di aspettative di cui è caricato il volontariato. Oltre a svolgere una funzione pedagogica e di aiuto verso il prossimo, esso produce beni e servizi che sono forniti sempre meno da chi invece dovrebbe farlo. Penso sia necessario passare dal “se non ci foste voi” al “meno male che ci siete voi”. Fino a quando la politica, da intendersi anche come amministrazione, si rivolge al volontariato con “se non ci foste voi” si registra ancora un aspetto negativo, di inciviltà, nel senso che denota che sta morendo il welfare. Il volontariato deve esserci ed operare ma la politica dovrebbe riconoscergli quel valore aggiunto che esso apporta ai cittadini a livello umano e sociale.

In questo caso una soluzione non c’è, se non quella per il volontariato di restare voce critica e di dissenso rispetto a quello che determina il suo coinvolgimento in sostituzione dello Stato in quanto tale. È chiaro che si potrebbe diventare involontariamente complici, che c’è un dettato nella logica evangelica e cristiana che prevede solo di servire ma al contempo, nulla impedisce, nella religione cristiana, di mettere in discussione l’operato del legislatore al fine di promuovere la realizzazione di leggi più giuste ed efficaci affinché si riducano la povertà e il disagio sociale.

Riporto un’espressione che cito spesso di un grande vescovo latino-americano, monsignor Hélder Camara: “Quando do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista” e infatti più volte i regimi militari del Brasile gli avevano fatto degli attentati perché lo consideravano un vescovo politicizzato.

Perciò un volontario non può mai ritenersi apolitico, magari apartitico si. Invece alcuni si nascondono nell’apolitico per andare d’accordo col faraone di turno. Si deve agire affinché quest’ultimo perda la capacità di provocare sudditanza, perché le persone hanno diritto ad una terra libera, e promessa per dignità, non di qualcuno che amministri la nostra esistenza.

Noi che facciamo volontariato organizzato in associazione sappiamo che non è facile, ci rendiamo perfettamente conto della difficoltà di sganciarsi ma allo stesso tempo cerchiamo di tenere sempre stretto un contatto per poterci garantire la sopravvivenza e la possibilità di realizzare gli obiettivi prefissati. Un’altra questione su cui mi interrogo è che spesso accade che non si è neanche nella condizione di poter aiutare gli altri. Il volontariato, come emerso prima, è praticabile solo da una parte della popolazione, quella benestante, mentre per tanti la priorità è assicurarsi il necessario per vivere.

Quindi mi chiedo se non fosse necessario un intervento “politico” volto a garantire un minimo affinché le persone, le associazioni di volontariato, possano essere messe nella condizione di aiutare gli altri. Attesto quotidianamente che questo non viene assolutamente accolto dai nostri governanti ed è un problema che loro non si pongono neanche, parlo ad esempio di un rimborso spese minimo: se una persona qualunque, che non ha la possibilità economica, avesse voluto decidere di andare ad aiutare i terremotati e quindi di non lavorare per una settimana o pagarsi semplicemente il biglietto, in tanti non l’avrebbero potuto fare. A volte anche i gesti più semplici, come andare ad aiutare una signora, o accudire dei bambini, sono cose che non possono essere realizzate perché nel concreto lo Stato non ci supporta minimamente.

È una mancanza di intelligenza e di trasformazione di un concetto di welfare: da quello legato a situazioni particolari, a farmaci, ospedalizzazioni o a sovvenzioni pensionistiche rispetto ad alcuni disagi, a quello di aiuto da parte di persone, appunto, che potrebbero essere di supporto non per professione ma per prossimità, per vicinanza, per empatia e anche per capacità professionali. Riconoscere al volontariato quel giusto che è necessario per poter interagire rispetto a chi è nel bisogno. Perché se chi è nel bisogno deve ricorrere a organizzazioni già organizzate dal punto di vista strutturale allora è finita la possibilità del volontariato. Invece io ritengo che veramente uno stato intelligente, così come sta avvenendo in alcune parti dell’Europa, riconosce il bisogno di qualcuno attraverso la mediazione di un altro che non è strutturato e quindi che non deve diventare azienda, non deve quantificare, non deve diventare finanza, economia rispetto a quello che sta facendo, ma diventa occasione di sussistenza nella reciprocità, sicuramente sarebbe una grande opportunità. Io penso che il welfare deve diventare una ulteriore occasione di reciprocità, dove chi ha di meno può essere aiutato da chi ha qualcosa e questo qualcosa va accompagnato ovviamente con un riconoscimento minimo di spese. Come esistono i buoni INPS per far lavorare una persona a ore e gli si consegna quel buono ai fini della sua dimensione previdenziale e lavorativa, così potrebbe esserci un riconoscimento dello Stato in una diminuzione minima di tasse o di un pagamento di un sussidio per il lavoro o per il bene che è stato fatto, per il sollievo dato alla società».

Io concluderei citando un grande teologo protestante che fu ucciso dai nazisti: si chiamava Bonhoeffer. Egli “inventò” la formula della fede come militanza e non solo come confessione da manifestare, dicendo che questo è il tempo che bisogna vivere come se Dio non ci fosse, io credo che questo per il volontariato sia il tempo per compiere un ulteriore sforzo in avanti: “vivere come se lo Stato non ci fosse” … in attesa del suo rientro in “gioco”.

“Bisogna essere duri senza perdere mai la tenerezza”

«Dio incontrandoci ci dice due cose. La prima è: abbiate speranza. Dio apre sempre le porte, mai le chiude. È il papà che ci apre le porte. Secondo: non abbiate paura della tenerezza. Quando i cristiani si dimenticano della speranza e della tenerezza, diventano una Chiesa fredda, che non sa dove andare e si imbriglia nelle ideologie, negli atteggiamenti mondani. Mentre la semplicità di Dio ti dice: vai avanti, io sono un Padre che ti accarezza. Ho paura quando i cristiani perdono la speranza e la capacità di abbracciare e accarezzare. Forse per questo, guar- dando al futuro, parlo spesso dei bambini e degli anziani, cioè dei più indifesi. Nella mia vita di prete, andando in parrocchia, ho sempre cercato di trasmettere questa tenerezza soprattutto ai bambini e agli anziani. Mi fa bene, e mi fa pensare alla tenerezza che Dio ha per noi». http:// www.lastampa.it/2013/12/15/esteri/vatican-insider.

“Sta avanzando un “nuovo cristianesimo” postcristiano, cioè disancorato dalla parola di Dio, dal- la Bibbia e dalla storia della chiesa e delle chiese. Un cristianesimo senza Vangelo, ovvero con il Vangelo solo copertina e a pagine bianche, un cristianesimo di “civiltà”, di “identità geopolitica”, che non ha più rapporto con l’annuncio del Cristo, la “debolezza” della croce, ed ha solo nostalgia della deriva temporalista, della tradizione intesa come tradizioni popolari e non certo come tradizione cristiana incarnata nella parola, nella letteratura dei padri della chiesa, nei modelli degli Atti degli Apostoli e delle prime comunità cristiane, nella povertà della chiesa” (Paolo Giuntella “Europa” 5-11-04).

[1] K. RAHNER, Misteri della vita di Cristo. Ecce homo! In Nuovi Saggi, II, Roma 1968, pp. 173-174.

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Documenti del 10° Congresso Nazionale di Firenze
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Versione2016
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Inserimento14 Novembre 2016
Aggiornamento14 Aprile 2019
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