UNA RIFLESSIONE PER LA PASQUA 2012

di Don Tommaso De Mitri

Delegato regionale degli Exallievi/e di Don Bosco

Il mistero pasquale nella vita cristiana

Anzitutto richiamiamo brevemente il significato della espressione “Mistero Pasquale” Con questo nome si indica l’insieme degli eventi che ruotano intorno alla passione, morte, risurrezione e glorificazione di Gesù Cristo. Raccogliendo nel termine “mistero pasquale” fatti così diversi, si vuole cercare di evidenziare la profonda unità che essi rivelano nell’economia della salvezza.

La passione e la morte di Gesù di Nazaret, presi solo in se stessi, non avrebbero la lettura coerente che viene data loro dalla risurrezione; resterebbero, infatti, come fatti che provocano per la durezza e crudeltà, ma non potrebbero raggiungere la pienezza dell’espressione rivelativa. Alla stessa stregua, la risurrezione di Cristo non può prescindere dalla sua morte perché equivarrebbe ad essere ridotta ad un mito.

Solo nel loro reciproco richiamo questi fatti diventano rivelazione di Dio che esprime se stesso, la sua natura e la condivisione a cui chiama chiunque crede in lui. Sia la morte di Gesù che la sua risurrezione possono essere provocazione alla fede; lo dimostra il testo di Mc 15,39 che, davanti alla croce fa compiere al centurione la professione di fede e quello di Gv 20,29 che fa professare la fede a Tommaso solo davanti al Cristo risuscitato. Una professione di fede che si fermasse, però, ad uno solo di questi eventi rischierebbe di non raggiungere la globalità del mistero. La Pasqua cristiana è il passaggio di Gesù da questo mondo al Padre. E questo passaggio abbraccia in unità strettissima passione e risurrezione. Con S. Paolo e Sant’Agostino diciamo che dal momento che Gesù è morto per i nostri peccati ed è risorto per la nostra giustificazione, nella sua passione e nella sua risurrezione è consacrato il nostro passaggio dalla morte alla vita. Tutti dunque siamo passati con Cristo al Padre e “la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio” (Cfr. Col 3,3), eppure tutti dobbiamo ancora “passare” nella realtà della vita quotidiana, imitando la sua vita e soprattutto il suo amore.

1. «PURIFICATEVI DEL VECCHIO LIEVITO»

La Pasqua di Cristo si prolunga e si attualizza nella Chiesa su due piani diversi: su un piano liturgico-sacramentale e su un piano personale ed esistenziale. Per quanto riguarda questo secondo piano, si tratta di tradurre il mistero pasquale nella vita. Il testo biblico, nel quale questo piano più personale della Pasqua è messo meglio in evidenza, è 1 Corinzi 5, 7: «Purificatevi dal vecchio fermento per essere una nuova pasta, dal momento che voi siete azzimi. Infatti, quale nostra Pasqua, Cristo è stato immolato». Siamo di fronte a quella famosa «Pasqua dell’uomo» che affianca, fin dalle origini, nella Bibbia, la «Pasqua di Dio» e che i Padri definivano come passaggio dai vizi alla virtù e dalla colpa alla grazia.

Il linguaggio usato dall’Apostolo, nel testo ora citato, rimanda a un’usanza ebraica. Il giorno avanti la Pasqua, la donna ebraica, obbedendo alla prescrizione di Esodo 12, 15, rovistava tutta la casa, perlustrandone ogni angolo al lume di candela, per ricercare e far sparire ogni più piccolo frammento di pane fermentato, così che si potesse, poi, celebrare la festa con il solo pane azzimo. Ebbene, l’Apostolo trae spunto dall’usanza ebraica per illustrare le implicazioni morali della Pasqua cristiana; vi vede un simbolo. Il credente deve perlustrare, anch’egli, la casa interiore del suo cuore, per distruggere tutto ciò che appartiene al vecchio regime del peccato e della corruzione e potere, così, celebrare la festa «con azzimi di sincerità e di verità» (1 Cor 5, 8), cioè in purezza e santità, senza più alcun legame con il peccato. C’è, insomma, una «pulizia pasquale» del cuore e della vita che tutti siamo invitati a operare, se vogliamo entrare davvero nella luce della Pasqua. C’è un nesso strettissimo, una conseguenza logica, tra l’immolazione di Cristo e l’impegno morale del cristiano: poiché Cristo è stato immolato, quale nostra Pasqua, per questo dobbiamo purificarci. Su questo stesso rapporto insiste il grande testo pasquale di Romani 6, 1 ss: «Se Cristo è morto per tutti – vi si legge – dunque, virtualmente, tutti sono morti (Cf anche 2 Cor 5, 14). Cioè: se Cristo è morto al peccato, dunque tutti sono morti, di diritto, al peccato; se Cristo è risuscitato dai morti, dunque tutti dobbiamo «camminare in una vita nuova», come gente che, in speranza, è già risorta.

Risuona in questi testi la grande intuizione paolina che non ci si salva per le nostre opere, ma non ci si, salva senza le nostre opere. Ciò che ci salva veramente è la Pasqua di Cristo, cioè la sua immolazione e risurrezione, ma la Pasqua di Cristo non è efficace per noi se non diventa la «nostra» Pasqua. L’impegno morale e ascetico non è la causa della salvezza; deve però esserne l’effetto. Non, dunque: mi purifico dal peccato per essere salvato; ma: mi purifico dal peccato perché sono stato salvato, perché Cristo è stato immolato per i miei peccati! Il contrario – cioè continuare a vivere nei peccati – è «assurdo»: è come pretendere di essere vivi alla grazia e al peccato, cioè vivi e morti, liberi e schiavi, nello stesso tempo (Cf Rm 6, 2.15 ss).

1.1. Distruggere il corpo del peccato

Se osserviamo più da vicino i due testi pasquali menzionati (1 Cor 5, 7 e Rm 6, 1 ss) scopriamo in essi due parole-chiave con le quali 1’Apostolo riassume tutte le conseguenze morali derivanti dalla Pasqua di Cristo: una è la parola purificazione, l’altra è la parola novità. «Purificatevi dal vecchio fermento, per essere una nuova pasta». La prima cosa è messa più direttamente in rapporto con la morte di Cristo, la seconda con la risurrezione di Cristo; Cristo è stato immolato: purificatevi! Cristo è risuscitato dai morti: camminate in novità di vita! Non si tratta di due cose separate o giustapposte, ma tra loro intimamente connesse; la prima è via alla seconda, perché non c’è novità di vita possibile senza purificazione dal peccato. Riflettiamo brevemente su questo primo aspetto della nostra Pasqua che è la purificazione dal peccato.

È questa la Pasqua che il Signore Gesù, con forza e accoratamente, ci chiede di compiere: uscire dal peccato e purificarci dal vecchio fermento, cioè dal fermento dell’uomo vecchio. Tutti indistintamente abbiamo bisogno di compiere questo «passaggio», perché tutti siamo invischiati, in misura più o meno grande, in questa triste realtà: «Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa» (1 Gv 1, 8-9).

Ma di quale peccato si tratta? Qual è il «peccato» che dobbiamo «riconoscere»? Certamente, si tratta anzitutto dei peccati attuali che commettiamo ogni giorno, giacché «tutti quanti manchiamo in molte cose», ci ricorda san Giacomo (Gc 3, 2). Ma se ci fermiamo qui, non tocchiamo che le conseguenze e rimaniamo molto in superficie. L’evangelista Giovanni parla più spesso del peccato al singolare che al plurale: «il peccato del mondo», «se diciamo che siamo senza peccato»… San Paolo distingue chiaramente il peccato come stato di peccaminosità (il «peccato che abita in me»: Rm 7, 17), dai peccati che ne sono le manifestazioni esterne, quasi allo stesso modo che il focolaio sotterraneo di un vulcano si distingue dalle eruzioni che ogni tanto esso provoca all’esterno. Dice: «Non regni più il peccato nel vostro corpo mortale, sì da sottomettervi ai suoi desideri; non offrite le vostre membra come strumenti di ingiustizia al peccato» (Rm 6, 12-13). Questo peccato al singolare ci è presentato dall’Apostolo come un «re» nascosto nel segreto del suo palazzo che «regna» mediante i suoi emissari (i desideri) e i suoi strumenti (le membra).

Non basta, dunque, attaccare i vari peccati che commettiamo ogni giorno. Sarebbe come mettere la scure ai rami, anziché alla radice; non risolverebbe quasi niente. Chi si contentasse di fare questo e, ogni volta, nell’esame di coscienza, passasse in rassegna pazientemente i suoi peccati per accusarli nel sacramento della penitenza, senza mai scendere più in profondità, somiglierebbe all’agricoltore inesperto che, al posto di sradicare la gramigna, passasse periodicamente a raccoglierne le punte fiorite.

C’è, dunque, un’operazione più radicale da compiere riguardo al peccato; solo chi compie questa operazione fa veramente la Pasqua; e questa operazione consiste nel «rompere definitivamente con il peccato» (1 Pt 4, 1), nel «distruggere il corpo stesso del peccato» (Rm 6, 6).

Un esempio può rendere molto bene questo “peccato” da rimuovere. Nella nostra mente affiorata nitidissima l’immagine di una stalagmite, cioè di una di quelle colonne che si formano sul fondo di certe grotte, per la caduta di gocce d’acqua calcarea dal tetto della grotta stessa. I nostri peccati attuali, nel corso degli anni, sono caduti sul fondo del nostro cuore come tante gocce d’acqua calcarea. Ognuna vi ha depositato un poco di «calcare», cioè di opacità, di indurimento e di resistenza a Dio, che andava a far massa con il precedente. Il più scivolava via, di volta in volta, grazie alle confessioni, alle eucaristie, alla preghiera. Ma ogni volta rimaneva qualcosa di non «sciolto», e questo perché il pentimento e la contrizione non erano sempre totali, assoluti. E, così la nostra stalagmite è cresciuta, come una «colonna infame», dentro di noi; è diventata come una grossa pietra che ci appesantisce e ci ostacola in tutti i nostri movimenti spirituali, come fossimo «ingessati» nello spirito. Essa è, propriamente, quel «corpo del peccato» di cui parlava san Paolo, quel «fermento vecchio» che, non eliminato, inserisce un elemento di corruzione in ogni nostra azione e ostacola il cammino verso la santità. Che fare in questo stato? Non possiamo togliere quella stalagmite con la nostra sola volontà, perché essa è proprio nella nostra volontà! È il nostro «io» vecchio; è il nostro amor proprio; è, alla lettera, il nostro «cuore di pietra» (Ez 11, 19). Non ci resta che l’implorazione. Implorare l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, perché tolga anche il nostro peccato. Abbiamo visto di quale dolore siamo figli e cosa hanno fatto di Gesù le nostre colpe! Beati noi se lo Spirito Santo ci mette nel cuore il desiderio di una contrizione nuova, diversa e più forte del passato: il desiderio di sciogliere nel pianto, una buona volta, i nostri peccati, se non l’abbiamo fatto mai. Chi non ha ancora sperimentato il sapore di queste lacrime che hanno fatto i santi non deve darsi pace finché non l’abbia ottenuto dallo Spirito Santo (poiché è un dono dello Spirito Santo!). «Se uno non nasce da acqua e da Spirito – diceva Gesù a Nicodemo – non può entrare nel regno di Dio» (Gv 3, 5). Dopo l’acqua del battesimo, non c’è che questa acqua della contrizione per rinascere. Da un tale pianto si esce per davvero uomini nuovi, quasi modo geniti infantes, come bambini appena nati (cf 1 Pt 2, 2), pronti per servire Dio in modo nuovo, perché liberi ormai dai ceppi del peccato. Non è una cosa «supererogatoria»; è una cosa «obbligatoria»: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini – questi bambini, nati da pentimento e contrizione – non entrerete nel regno dei cieli! » (Mt 18, 3).

Gesù Cristo offre la purificazione dei peccati come il frutto del suo sacrificio: «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia, né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5, 25-27). Quello che Gesù ha fatto per la Chiesa nel suo insieme, lo ha fatto anche per ogni anima, quello che desidera dalla Chiesa nel suo insieme – che sia santa e senza macchia – lo desidera da ogni anima.

1.2. Purificazione e rinnovamento

La parola di Dio ci affida, dunque, un appello pressante destinato a tutti i figli della Chiesa: bisogna pentirsi dei peccati e liberarsi dal peccato. Il popolo cristiano non riconosce più il suo vero nemico, il padrone che lo tiene schiavo, solo perché si tratta di una schiavitù dorata. Molti che parlano di peccato hanno di esso un’idea del tutto inadeguata; hanno finito per identificarlo, in pratica, con la posizione dei propri avversari politici o ideologici: il peccato è «a destra», o il peccato è «a sinistra». Ma vale anche del regno del peccato quello che Gesù disse del Regno di Dio: Quando vi dicono: Il peccato è qui, o: il peccato è là, non credeteci, perché il peccato è dentro di voi! (cf Lc 17, 21). Molti cristiani sono caduti, riguardo al peccato, in una specie di narcosi: frastornati dai mass media e dalla mentalità del mondo, non lo avvertono più. Scherzano con la parola «peccato», quasi fosse la cosa più innocente del mondo; ci vivono insieme senza paura per anni e anni; non sanno più, in realtà, che cosa è il peccato.

Quando Dio parla agli uomini di pentimento e di purificazione dai peccati, è perché li vuole felici, non infelici; vuole la vita, non la morte. È un dono, perciò, che fa, non un peso che impone. Un movimento penitenziale autenticamente cristiano ed evangelico deve recare sempre quest’impronta positiva di amore alla vita, di gioia, di slancio. La sincera contrizione è la via più sicura alla «perfetta letizia». Il peccato è il primo responsabile della grande infelicità che regna nel mondo.

Che il Signore faccia ascoltare presto anche a noi quella consolante parola: «Ecco, io ti tolgo di dosso il peccato! ». Allora sarà per noi davvero Pasqua, avremo compiuto il «santo passaggio» e potremo fare nostre con verità le parole della liturgia pasquale ebraica e cristiana:
«Egli ci ha fatti passare:
dalla schiavitù alla libertà,
dalla tristezza alla gioia, dal lutto alla festa, dalle tenebre alla luce, dalla schiavitù alla redenzione.

Perciò diciamo davanti a lui: alleluia!».

2. «RIENTRA IN TE STESSO!»

Ripartiamo ancora una volta dal testo di san Paolo in cui si fa menzione, per la prima volta, della Pasqua cristiana. Nella sua brevità esso dice molte cose. «Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. Infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità» (1 Cor 5, 7-8).

In questo testo si parla, in realtà, di due pasque: una Pasqua di Cristo, che consiste nella sua immolazione, e una Pasqua del cristiano che consiste nel passare dalla vecchiaia alla novità, dalla corruzione del peccato alla purezza della vita. La Pasqua di Cristo è già «fatta»; il verbo in questo caso è al passato: «è stato immolato». Nei suoi confronti c’è solo il dovere di crederla e celebrarla. La Pasqua del cristiano invece è tutta «da fare»; i verbi sono in questo caso all’imperativo: «purificatevi, celebriamo».

Ritroviamo, come si vede, in ambito cristiano, la caratteristica dialettica tra Pasqua di Dio e Pasqua dell’uomo. Questa distinzione riflette, del resto, altre distinzioni più note e generali: quelle tra kerigma e parenesi; tra fede e opere, tra grazia e libertà, tra il Cristo- dono e il Cristo-modello. La Pasqua di Dio, ora impersonata da Cristo, è l’oggetto del kerigma; è dono di grazia che si accoglie con la fede ed è sempre efficace per se stessa. La Pasqua dell’uomo è oggetto della parenesi; si attua mediante le opere e l’imitazione, postula la libertà, dipende dalle disposizioni del soggetto. La Pasqua appare così come il concentrato di tutta la storia della salvezza; in essa si riflettono le linee e le strutture portanti dell’intera rivelazione biblica e di tutta l’esistenza cristiana.

2.1. Ritornare al cuore

Due caratteristiche, o regole, governano la lettura morale dell’Antico Testamento e di tutta la Scrittura: primo, ciò che è avvenuto una volta (semel), deve ripetersi ogni giorno (quotídie); secondo, ciò che è avvenuto per tutti, in modo visibile e materiale, deve avvenire in ciascuno, in modo interiore e personale. Queste due regole si possono riassumere in due parole: attualizzazione e interiorizzazione. Io credo che, per altra strada, l’esegesi recente, detta kerigmatica o esistenziale, ha raggiunto questa stessa conclusione, quando insiste sul «per me» e sul «qui e adesso» (hic et nunc) della parola di Dio.

Applichiamo ora tutto ciò alla Pasqua. Come possiamo concepire questa Pasqua «quotidiana», di carattere personale e interiore? Abbiamo già accennato a un aspetto di questa Pasqua morale, o Pasqua dell’uomo: quello che consiste nella purificazione dal lievito vecchio del peccato. Ora facciamo un passo avanti e mostriamo come la spiritualità pasquale non si limita a questo primo contenuto negativo che è la fuga dal peccato, ma getta la sua luce anche su ciò che viene dopo, nel cammino verso la santità. Oggi è il caso di cogliere una sfumatura nuova di questo dinamismo pasquale, una nuova idea di passaggio: il «passaggio dentro», l’introversione o interiorizzazione! Il passaggio dall’esterno all’interno, da fuori a dentro di noi. Dall’Egitto della dispersione e dissipazione, alla terra promessa del cuore. Esiste una Pasqua esoterica nel senso più positivo del termine, cioè una Pasqua che si svolge dentro, nel segreto o che tende all’interno. Una pasqua insomma centripeta e non centrifuga. È la Pasqua dell’uomo interiore, dell’uomo «nascosto nel cuore», come lo chiama la Scrittura (cf 1 Pt 3, 4). Nel Deuteronomio troviamo questa prescrizione circa la Pasqua: «Guardati dal celebrare la Pasqua in qualsiasi luogo, ma immolerai la Pasqua soltanto nel luogo che il Signore avrà scelto per fissarvi il suo nome» (cf Dt 16, 5). Qual è questo luogo scelto dal Signore? Una volta esso era il tempio di Salomone, il tempio storico; ora, come abbiamo visto, esso è il tempio spirituale o personale che è il cuore del credente. «Siamo noi il tempio del Dio vivente! » (2 Cor 6, 16). È qui dunque che si celebra in definitiva la vera Pasqua, senza la quale tutte le altre restano incompiute e inefficaci.

Interiorizzare la Pasqua significa, nello stesso tempo, attualizzarla, cioè renderla significativa per il nostro tempo e per l’uomo d’oggi. Anche la Pasqua, come tutte le grandi realtà della Bibbia, è una «struttura aperta», capace cioè di accogliere nuove sfide e nuovi contenuti. Come la Scrittura «cresce, crescendo quelli che la leggono», così la Pasqua cresce, crescendo coloro che la celebrano.

In che consiste questo «passaggio all’interno», ce lo facciamo spiegare da sant’Agostino che in questo, come in molti altri casi, ci appare come il primo dei moderni. In un discorso al popolo, egli commenta un versetto del profeta Isaia che nella versione da lui usata diceva: «Tornate, o prevaricatori al cuore (redite, praevaricatores ad cor)» (Is 46, 8). A un certo punto, egli lancia questo appassionato appello: «Rientrate nel vostro cuore! Dove volete andare lontano da voi? Andando lontano vi perderete. Perché vi mettete su strade deserte? Rientrate dal vostro vagabondaggio che vi ha portato fuori strada; ritornate al Signore. Egli è pronto. Prima rientra nel tuo cuore, tu che sei diventato estraneo a te stesso, a forza di vagabondare fuori: non conosci te stesso, e cerchi colui che ti ha creato! Torna, torna al cuore, distaccati dal corpo… Rientra nel cuore: lì esamina quel che forse percepisci di Dio, perché lì si trova l’immagine di Dio; nell’interiorità dell’uomo abita Cristo, nella tua interiorità tu vieni rinnovato secondo l’immagine di Dio».

Se vogliamo un’immagine plastica o, un simbolo, che ci aiuti ad attuare questa conversione verso l’interno, ce la offre il Vangelo con l’episodio di Zaccheo. Zaccheo è l’uomo che vuol conoscere Gesù e, per farlo, esce di casa, va tra la folla, sale su un albero… Lo cerca fuori. Ma ecco che Gesù passando lo vede e gli dice: «Zaccheo, scendi subito perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19, 5). Gesù riconduce Zaccheo a casa sua e lì, nel segreto, senza testimoni, avviene il miracolo: egli conosce veramente chi è Gesù e trova la salvezza. Noi somigliamo spesso a Zaccheo. Cerchiamo Gesù e lo cerchiamo fuori, per le strade, tra la folla. Ed è Gesù stesso che ci invita a rientrare in casa nostra nel nostro stesso cuore, dove lui desidera incontrarsi con noi.

2.2. Interiorità, un valore in crisi

C’è un motivo che giustifica questa insistenza sulla Pasqua dell’uomo interiore. È che l’interiorità è un valore in crisi. La «vita interiore» che un tempo era quasi sinonimo di vita spirituale, ora tende invece a essere guardata con sospetto.

Alcune cause di questa crisi sono antiche e inerenti alla nostra stessa natura. La nostra « composizione», cioè l’essere noi costituiti di carne e spirito, fa sì che siamo come un piano inclinato, inclinato però verso l’esterno, il visibile e il molteplice. «Non si sazia l’occhio di guardare, né mai l’orecchio è sazio di udire», dice la Scrittura (Qo 1, 8). Siamo perennemente «in uscita», attraverso quelle cinque porte o finestre che sono i nostri sensi. Altre cause sono invece più specifiche e attuali. Una è l’emergenza del «sociale» che è certamente un valore positivo, dei nostri tempi, ma che, se non è riequilibrato, può accentuare la proiezione all’esterno e la spersonalizzazione dell’uomo. Nella cultura secolarizzata e laica dei nostri tempi il ruolo che svolgeva l’interiorità cristiana è stato assunto dalla psicologia e dalla psicoanalisi, le quali si fermano però all’inconscio dell’uomo e comunque alla sua soggettività, prescindendo dal suo intimo legame con Dio.

In campo ecclesiale, l’affermarsi, con il Concilio, dell’idea di una «Chiesa per il mondo» ha fatto sì che all’ideale antico della fuga dal mondo, si sia sostituito talvolta l’ideale della fuga verso il mondo. L’abbandono dell’interiorità e la proiezione all’esterno è un aspetto – e tra i più pericolosi – del fenomeno del secolarismo. C’è stato perfino un tentativo di giustificare teologicamente questo nuovo orientamento che ha preso il nome di teologia della morte di Dio, o della città secolare. Dio – si dice – ci ha dato lui stesso l’esempio. Incarnandosi, egli si è svuotato, è uscito da se stesso, dall’interiorità trinitaria, si è «mondanizzato», cioè disperso nel profano. È diventato un Dio «fuori di sé».

Come sempre, alla crisi di un valore tradizionale, nel cristianesimo si deve rispondere attuando una ricapitolazione, cioè riprendendo le cose al loro principio per portarle a un nuovo compimento. In altre parole, si tratta di ripartire dalla parola di Dio e, alla sua luce, di ritrovare, nella stessa Tradizione, l’elemento vitale e perenne, liberandolo dagli elementi caduti di cui si è rivestito lungo i secoli. È quello che il concilio Vaticano Il ha seguito come metodo in tutti i suoi lavori. Come in natura, a primavera, si pota l’albero dai rami della precedente stagione per rendere possibile al tronco una nuova fioritura, così bisogna fare anche nella vita della Chiesa.

2.3. L’interiorità nella Bibbia

Che cosa troviamo nella Bibbia circa l’interiorità? Raccogliamo alcuni dati più significativi.

Già i profeti d’Israele avevano lottato per spostare l’interesse del popolo dalle pratiche esteriori di culto e dal ritualismo, all’interiorità del rapporto con Dio. « Questo popolo – leggiamo in Isaia – si avvicina a me solo a parole e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e il culto che mi rendono è un imparaticcio di usi umani» (Is 29, 13). Il motivo è che «l’uomo guarda le apparenze, ma Dio scruta il cuore» (1 Sam 16, 7).

«Laceratevi il cuore, non le vesti», si legge in un altro profeta (GI 2, 13).

È il tipo di riforma religiosa che Gesù ha ripreso e portato a compimento. Uno che esamini l’operato di Gesù e le sue parole fuori da preoccupazioni dogmatiche, da un punto di vista di storia delle religioni, nota anzitutto una cosa: che egli ha voluto rinnovare la religiosità giudaica, finita spesso nelle secche del ritualismo e del legalismo, rimettendo al centro di essa un rapporto intimo e vissuto con Dio. Egli non si stanca di richiamare a quell’ambito «segreto», il «cuore», dove si opera il vero contatto con Dio e con la sua vivente volontà e da cui dipende il valore di ogni azione (cf Mt 15, 10 ss).

La motivazione profonda che Gesù porta è che «Dio è Spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità» (Gv 4, 24). Questa frase ha dei livelli di significati diversi, fino al più profondo di tutti, in cui «spirito e verità» indicano lo Spirito Santo e il Verbo, cioè Dio stesso e la sua vivente realtà. Ma certamente tra questi diversi livelli c’è anche quello in cui «spirito e verità» indicano l’interiorità dell’uomo, la sua coscienza: il tempio spirituale, in opposizione a luoghi esterni, quali erano allora il tempio di Gerusalemme e il monte Garizim. Come per entrare in contatto con il mondo, che è materia, abbiamo bisogno di passare attraverso il nostro corpo, così per entrare in contatto con Dio che è spirito abbiamo bisogno di passare attraverso il nostro cuore e la nostra anima che è spirito.

C’è poi un’altra ragione che Gesù adduce spesso. Quello che si fa all’esterno è esposto al pericolo quasi inevitabile dell’ipocrisia. Lo sguardo di altre persone ha il potere di far deviare la nostra intenzione, come certi campi magnetici fanno deviare le onde. L’azione perde la sua autenticità e la sua ricompensa. Il sembrare prende il sopravvento sull’essere. Per questo Gesù invita a fare l’elemosina di nascosto, a pregare il Padre «nel segreto» (cf Mt 6, 1-4). E vero che non siamo ancora all’idea dell’interiorità segreta, o della coscienza dell’uomo, ma siamo certamente su questa linea. Sant’Ambrogio non ha dunque del tutto torto quando, spiegando il testo dove Gesù invita ad entrare nella propria stanza e a chiudere la porta per pregare il Padre, commenta: «Non pensare che questa stanza, sia solo la stanza circondata da pareti; essa è anche la stanza che è in te stesso nella quale sono racchiusi i tuoi pensieri e in cui dimorano i tuoi affetti».
Il richiamo all’interiorità trova infine la sua motivazione biblica più profonda e oggettiva nella dottrina della inabitazione di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, nell’anima, dottrina sviluppata sia da Paolo sia da Giovanni (Gv 14, 17.23; Rm 5, 5; Gal 4, 6).
Su questo sfondo evangelico si colloca l’idea dell’«uomo interiore» o dell’«uomo nascosto nel cuore» che si legge talvolta nel Nuovo Testamento (cf Rm 7, 22; 2 Cor 4, 16; 1 Pt 3, 4).
La novità più grande è questa: rientrando in se stesso, l’uomo trova Dio, e non un Dio generico, impersonale, ma il Dio rivelato in Cristo. Non trova solo il proprio spirito, ma lo Spirito Santo! «Non uscire fuori, ritorna in te stesso – esorta sant’Agostino -: nell’uomo interiore abita la verità». Ma abbiamo già sentito chi è per lui questa «verità»

nel testo riportato sopra dove diceva: «Nell’interiorità dell’uomo abita Cristo».

Per Agostino arrivati al centro, al cuore, si trova una persona un «tu»: Gesù Cristo! L’interiorità cristiana è stata definita giustamente una «interiorità oggettiva». L’uomo rientrando in sé non trova solo se stesso, il suo io, ma trova l’Altro per eccellenza che è Dio. L’interiorità cristiana non è una forma di soggettivismo, ma è il rimedio al soggettivismo.

Ho detto che la Pasqua è il passaggio da fuori a dentro di sé. Certo la Pasqua vera e ultima non consiste nel rientrare in se stessi, ma nell’uscire da se stessi; non nel trovarsi ma nel perdersi, nel rinnegarsi. Giunto al termine del suo Itinerario dell’anima a Dio, san Bonaventura scrive: «Resta che la nostra mente trascenda e passi oltre non solo questo mondo visibile, ma anche se stessa, del quale passaggio Cristo è la via e la porta, la scala e il veicolo». Bisogna però rientrare in se stessi per trascendere se stessi. Lo stesso san Bonaventura lo illustra con l’esempio del tempio di Salomone. Per entrare nel «Santo dei Santi», bisognava varcare prima la soglia esterna del tempio ed entrare nel «Santo». Solo da qui infatti, cioè dall’interno, si poteva accedere al Santo dei Santi, al cospetto di Dio. Solo al termine di questo cammino si celebra la vera Pasqua morale o mistica. Essa ha luogo – dice san Bonaventura – quando uno, «rivolgendosi a Cristo sospeso sulla croce, con fede, speranza e carità, devozione e ammirazione, esultanza, stima, lode e giubilo, fa con lui la Pasqua, cioè il passaggio, passa il Mar Rosso appoggiato alla verga della croce, dall’Egitto entra nel deserto, gusta la manna segreta e riposa con Cristo nella tomba morto alle cose esteriori».

La beata Elisabetta della Trinità è nella linea della più pura interiorità oggettiva, quando scrive: «Io ho trovato il paradiso sulla terra, perché il paradiso è Dio e Dio è nel mio cuore».

2.4. Ritorno all’interiorità

Perché è urgente tornare a parlare di interiorità e riscoprire anzi il gusto di essa? Viviamo in una civiltà tutta proiettata all’esterno, fuori. L’uomo invia le sue sonde fino alla periferia del sistema solare, ma ignora il più delle volte quello che c’è nel suo stesso cuore. Evadere, cioè uscire fuori, è una specie di parola d’ordine. Esiste perfino una letteratura di evasione, spettacoli di evasione. L’evasione è, per così dire, istituzionalizzata. Al contrario, parole che indicano una conversione all’interiorità, come introversione, hanno acquistato un senso tendenzialmente negativo. L’introverso è visto come un ripiegato su se stesso. Il silenzio fa paura. Non si riesce a vivere, lavorare, studiare senza qualche voce o musica intorno. C’è una specie di horror vacui, di paura del vuoto, che spinge a stordirsi. Mai soli, è la parola d’ordine.

Abbiamo qualche volta a messo piedi in una discoteca e ci siamo fatta l’idea di che cosa vi regna: l’orgia del chiasso, il rumore assordante come droga. Sono state fatte inchieste tra i giovani all’uscita della discoteca e alla domanda: «Perché vi riunite in questo luogo?», alcuni hanno risposto: «Per non pensare! ». Ma a quali manipolazioni non sono esposti dei giovani che hanno rinunciato ormai a pensare? «Pesi il lavoro su questi uomini e vi si trovino impegnati, così che non diano retta alle parole di Mosè», fu l’ordine del Faraone d’Egitto (cf Es 5, 9). L’ordine tacito, ma non meno perentorio, dei faraoni moderni è: «Pesi il chiasso su questi giovani, ne siano storditi, cosicché non pensino, non facciano delle scelte libere, ma seguano la moda che fa comodo a noi, comprino quello che diciamo noi, pensino come vogliamo noi! ». Per un settore molto influente della nostra società, quello dello spettacolo e della pubblicità, gli individui contano solo in quanto sono «spettatori», numeri che fanno salire la «audience» dei programmi.

Occorre opporsi con un risoluto «no!» a questo svuotamento. I giovani sono anche i più generosi e pronti a ribellarsi alle schiavitù e infatti vi sono schiere di giovani che reagiscono a questo assalto e, anziché fuggire, ricercano luoghi e tempi di silenzio e di contemplazione per ritrovare ogni tanto se stessi e, in se stessi, Dio. Giovani che hanno scoperto la differenza che c’è tra essere semplicemente «spettatori» e essere invece contemplativi.

L’interiorità è la via a una vita autentica. Si parla tanto oggi di autenticità e se ne fa il criterio di riuscita o meno della vita. Ma dov’è, per il cristiano, l’autenticità? Quand’è che una persona è veramente se stessa? Solo quando accoglie, come misura, Dio.

Non sono solo i giovani a essere travolti dall’ondata di esteriorità. Le persone non riescono più a raccogliersi. In preda a mille distrazioni, esse dissipano abitualmente le loro energie dietro le diverse forme della cultura moderna. Giornali, riviste, libri invadono l’intimità delle nostre case e dei nostri cuori. È più difficile di un tempo trovare l’opportunità per quel raccoglimento nel quale l’anima riesce a essere pienamente occupata in Dio.

Nessuno più di noi ha bisogno di fare la Pasqua di cui stiamo parlando e che consiste in una conversione all’interiore. L’esatta antitesi di questa Pasqua si chiama proprio la dissipazione o l’evasione, cioè il riversarsi all’esterno. Santa Teresa d’Avila ha scritto un’opera intitolata Il castello interiore che è certamente uno dei frutti più maturi della dottrina cristiana dell’interiorità. Ma esiste anche un «castello esteriore» e oggi constatiamo che è possibile essere chiusi anche in questo castello. Chiusi fuori casa, incapaci di rientrarvi. Prigionieri dell’esteriorità! Sant’Agostino descrive così la sua vita prima della conversione: «Tu eri dentro di me ed io stavo fuori e ti cercavo quaggiù, gettandomi deforme, sopra queste forme di bellezza che sono creature tue. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature che non esisterebbero neppure se non fosse per te che le fai esistere». Quanti dovrebbero ripetere questa amara confessione: Tu eri dentro di me, ma io ero fuori!

Non bisogna lasciarsi ingannare dall’obiezione solita: ma Dio lo si trova fuori, nei fratelli, nei poveri, nella lotta per la giustizia; lo si trova nell’Eucaristia che è fuori di noi, nella parola di Dio… Tutto vero. Ma dove è che «incontri» veramente il fratello e il povero, se non nel tuo cuore? Se lo incontri solo fuori, non è un io, una persona che incontri, ma una cosa; lo urti più che incontrarlo. Dov’è che incontri il Gesù dell’Eucaristia se non nella fede, cioè dentro di te? Un vero incontro tra persone non può avvenire che tra due coscienze, due libertà, cioè tra due interiorità.

È errato pensare che l’insistenza sull’interiorità possa nuocere all’impegno fattivo per il regno e per la giustizia; pensare, in altre parole, che affermare il primato dell’intenzione possa nuocere all’azione. Interiorità non si oppone all’azione, ma a un certo modo di fare l’azione. Lungi dal diminuire l’importanza dell’agire per Dio, l’interiorità la fonda e la preserva.

Come spesso, quando va in crisi un valore spirituale o di fede, ne resta in piedi il simulacro che è l’equivalente secolare di quello stesso valore. L’equivalente secolare, o naturale, dell’interiorità si chiama oggi, in psicologia, introspezione e in altri campi, concentrazione. Gli atleti e tutti quelli che si accingono a qualche impresa che richiede tutte le energie, conoscono l’importanza della concentrazione. Abbiamo tutti presenti alla mente immagini di atleti tutti raccolti in se stessi, pronti a slanciarsi verso la meta, come se dovessero mettersi in contatto con una fonte misteriosa di energia che è dentro di loro. Lo stesso fa l’artista, il direttore d’orchestra. Non c’è nulla che nuoccia tanto a un atleta o a un artista, quanto l’essere «deconcentrato» ed è a ciò che viene attribuito volentieri l’eventuale insuccesso. È una pallida idea di quello che avviene nel campo dello spirito, dell’importanza della contemplazione e del raccoglimento, da cui deve scaturire l’azione. Se vogliamo dunque imitare ciò che ha fatto Dio, imitiamolo davvero fino in fondo. È vero che egli si è svuotato, è uscito da sé, dall’interiorità trinitaria, per venire nel mondo. Ma sappiamo come ciò è avvenuto. «Ciò che era rimase, ciò che non era assunse», dice un antico adagio a proposito dell’incarnazione. Senza abbandonare il seno del Padre, il Verbo venne in mezzo a noi. Egli era «tutto in se stesso e tutto in noi». Anche noi andiamo pure verso il mondo, ma senza uscire mai del tutto da noi stessi. «L’uomo interiore – dice l’Imitazione di Cristo – si raccoglie spontaneamente perché non si disperde mai del tutto nelle cose esterne. A lui non è di pregiudizio l’attività esterna e le occupazioni a suo tempo necessarie, ma sa adattarsi alle circostanze».

2.5. L’eremita e il suo eremitaggio

Ma cerchiamo anche di vedere come fare, concretamente, per ritrovare e conservare l’abitudine all’interiorità. Mosè era un uomo attivissimo. Ma si legge che si era fatta costruire una tenda portatile e a ogni tappa dell’esodo fissava la tenda fuori dell’accampamento e regolarmente entrava in essa per consultare il Signore. Lì, il Signore parlava con Mosè «faccia a faccia, come un uomo parla con un altro» (Es 33, 11).

Ma anche questo non sempre si può fare. Non sempre ci si può ritirare in una cappella o in un luogo solitario per ritrovare il contatto con Dio. San Francesco d’Assisi suggerisce perciò un altro accorgimento più a portata di mano. Mandando i suoi frati per le strade del mondo, diceva: Noi abbiamo un eremitaggio sempre con noi dovunque andiamo e ogni volta che lo vogliamo possiamo, come eremiti, rientrare in questo eremo. «Fratello corpo è l’eremo e l’anima l’eremita che vi abita dentro per pregare Dio e meditare». Francesco riprende così, in forma tutta sua, l’antica e tradizionale idea della cella interiore che ognuno porta con sé, anche andando per strada, e in cui è sempre possibile ritirarsi con il pensiero, per riannodare un contatto vivo con la Verità che abita in noi.

Maria è l’immagine plastica dell’interiorità cristiana. Ella che per nove mesi ha portato, anche fisicamente, il Verbo di Dio nel suo grembo, che lo ha «concepito nel cuore prima ancora che nel corpo», è l’icona stessa dell’anima introversa, cioè, alla lettera, rivolta dentro, attirata dentro. Di lei si dice che meditava in cuor suo tutte le cose (cf Lc 2, 19). Le interiorizzava, le viveva dentro. Quanto ha bisogno la Chiesa di specchiarsi in questo modello! Mai come in questo caso bisognerebbe prendere sul serio la dottrina del Vaticano II, secondo cui Maria è «figura della Chiesa»: quello che si osserva in lei si dovrebbe vedere anche nella Chiesa.

A lei chiediamo di ottenerci di fare questa Pasqua nuova che consiste nel passare dall’esteriorità all’interiorità, dal chiasso al silenzio, dalla dissipazione al raccoglimento, dalla dispersione all’unità, dal mondo a Dio.

Elenco File
FileAction
Il Mistero Pasquale della Vita CristianaScarica 


Descrizione
Riflessione per la Pasqua
Di Don Tommaso De Mitri, sdb
Categoria
Versione2012
Files Totali1
Dimensione61.07 KB
Inserimento5 Aprile 2012
Aggiornamento21 Aprile 2019
Miniature