IMPEGNO E RUOLO DEI CATTOLICI NEL PROCESSO UNITARIO NAZIONALE

Relazione di Orlando D’Urso,

Exallievo di Don Bosco e Socio Ordinario dell’Istituto per la Storia del Risorgimento,

al Convegno dell’Unione di Corigliano d’Otranto del 22 maggio 2011
anno del cinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia.

È da premettere che vi sono delle difficoltà oggettive nel tratteggiare in maniera schematica questo tema a causa dell’assenza di un vero e proprio movimento cattolico organizzato, come invece lo erano la Carboneria, i movimenti e i circoli liberali, la Giovine Italia mazziniana.

In una prima fase (cioè fino al 1848), più che di un’organizzazione cattolica, si può parlare di un mondo cattolico che, nella presa di coscienza che l’illuminismo e la Rivoluzione francese significavano una svolta storica, sentiva la necessità di prospettare una nuova collocazione della religione e quindi della comunità religiosa e di conseguenza della struttura ecclesiastica (il Papato) nella società postrivoluzionaria, nonché del ruolo che il cattolico (il cristiano in generale) doveva svolgervi.

L’età della Restaurazione fu caratterizzata dalla alleanza del trono e dell’altare che consentiva alla Chiesa (nella sua espressione gerarchica) di servirsi dello Stato per tutelare il suo potere temporale; le monarchie restaurate cercavano l’appoggio della Chiesa per conservare l’influenza sulle masse e per combattere la diffusione delle idee liberali e democratiche.

In questo contesto nacque nel mondo cattolico un dibattito controrivoluzionario che dalla Francia si propagò in Italia e nel resto d’Europa, e che vedeva in Joseph de Maistre, Félicité de Lamennais, Charle de Montalambert, François-René Chateaubriand i maggiori propagandisti. Il loro pensiero ruotava intorno alla centralità della religione cattolica, alla Chiesa come unica depositaria della verità, che era di derivazione divina e il cui interprete infallibile era il Papa; sosteneva l’eccellenza del cristianesimo e rifiutava totalmente, per la loro pericolosità, tutte le idee rivoluzionarie, liberali e democratiche.

Quelle idee penetrarono anche in Italia e alimentarono quel movimento reazionario sanfedista che era stato in grado di fanatizzare le masse contadine che soffocarono nel sangue la Rivoluzione partenopea del 1799 e che trovò nel principe di Canosa, Antonio Capece Minutolo, ministro della polizia borbonica, il più strenuo difensore, favorendo, oltre alla dura e sanguinosa repressione, la nascita del periodico Enciclopedia ecclesiastica diretta dal teatino Gioacchino Ventura.

Alle tesi del Lamennais si rifacevano gruppi operanti nel ducato di Modena; in Piemonte, il padre di Massimo d’Azeglio, il marchese Cesare Taparelli d’Azeglio, animava la società Amicizia cristiana. Sono le prime timide espressioni di strutture cattoliche organizzate costrette, molto spesso, ad operare in clandestinità perché avversate non solo dagli altri Stati, soprattutto dal governo austriaco, ma anche dallo stesso Stato Pontificio che si rendeva conto di come quelle idee estremistiche rischiavano di isolarlo dalle altre potenze europee conservatrici.

Erano, tuttavia associazioni molto ristrette che non incidevano su un tessuto sociale allargato. Cominciò ad avere una certa diffusione, divenendo un movimento di opinione pubblica tra il 1843 e il 1848, grazie all’attivismo dell’abate Antonio Degola, giansenista, che avrebbe poi avuto una grande influenza sul pensiero religioso e nella conversione di Alessandro Manzoni.

In quel filone prevalentemente tradizionalista, conservatore, estremista, lentamente, a partire dal 1830 circa, si inserirono i cattolici-liberali attraverso una formazione di coscienze che si espletò con pubblicazioni e con attività culturali.

È del 1827, infatti, la prima edizione de I promessi sposi, mentre nel 1822 era stato pubblicato il Discorso su alcuni punti della storia longobardica in Italia che, insieme all’altra sua produzione, saranno determinanti nella elaborazione di un pensiero cattolico-liberale fruito da diversi ceti sociali, non appannaggio di gruppi ristretti. A giusta ragione, perciò, Alessandro Manzoni può essere considerato l’iniziatore di un cattolicesimo liberale che, pur improntato alla tradizionale concezione cattolica della carità, risente degli aspetti illuministici senza però trasbordare in senso rivoluzionario, bensì mantenendosi in un umanitarismo cri- stiano, alimentando un senso patriottico nella ricerca dei tratti nazionali, distinguendo fra popoli egemoni e popoli soggiogati, tra vinti e oppressi.

Il Manzoni, quindi, si mosse su un piano squisitamente culturale, rifuggendo l’attivismo po- litico: non fece parte di nessuna struttura organizzativa, cospiratoria o meno, tenendosi prudentemente lontano, idealmente vicino ai liberali e agli unitari.

Altri intellettuali di estrazione cattolica contribuivano alla formazione di quella coscienza nazionale nei diversi campi: nella letteratura con Massimo d’Azeglio; con Niccolò Tommaseo che nel 1835 aveva dato alle stampe Dell’Italia, affermando che dalla sola religione di Gesù Cristo può venire libertà e pace all’Italia e al mondo intero; con Silvio Pellico che con Le mie prigioni dimostrava come fosse possibile conciliare l’amore per la Patria, per la libertà, con una fede ferma e incrollabile. Nella storiografia troviamo Cesare Balbo (Meditazioni storiche, 1842-1845, Le speranze d’Italia, 1844, Sommario della Storia d’Italia, 1846), Carlo Troya, Cesare Cantù; nella filosofia e nel pensiero politico Antonio Rosmini, Vincenzo Gioberti; nel campo della pedagogia Raffaello Lambruschini e Ferrante Aporti che evidenziava la necessità di nuovi metodi educativi e fu il fondatore a Cremona del primo asilo d’infanzia.

Grazie alla loro attività pubblicistica una parte della borghesia, dell’aristocrazia imborghesita e anche una parte del clero si convincevano gradualmente della possibilità di conciliare la tradizione e il progresso, la fede e la scienza, la dottrina cattolica e le aspirazioni liberali.

Non sempre il pensiero di questi intellettuali trovava un’ampia diffusione. L’abate Raffaello Lambruschini, per esempio, affidava i suoi pensieri a lettere private, ad incontri, a conferenze. I suoi scritti furono pubblicati postumi, nel 1887 e addirittura nel 1932; tuttavia, egli esercitò una notevole influenza su figure che saranno centrali nel periodo pre e postunitario, come Cavour e Ricasoli.

Un ruolo centrale fu svolto da Antonio Rosmini Serbati, ma anche i suoi scritti non trovarono un’eco immediata. Basti pensare, infatti, che il trattato Delle cinque piaghe della Santa Chiesa fu scritto tra il 1832-1833, ma fu pubblicato nel 1848, ossia nel pieno dei moti liberali, e il Rosmini venne ad assumere un ruolo centrale nel riformismo cattolico che, pur volendosi mantenere fedele alla Chiesa, intendeva aprirsi alle esigenze liberali ormai diffusamente recepite e seguite da molti.

Sebbene Rosmini con quel trattato si rivolgesse principalmente al clero per stimolare una riflessione e un cambio di atteggiamento, le sue formulazioni furono utilizzate dalla classe politica di tendenza liberale che condivideva l’idea rosminiana di una separazione tra Stato e Chiesa, dove, però, il primo doveva rimanere cattolico e ai principi cattolici ispirare la propria attività politica e sociale.

Si è, quindi, ancora lontani da strutture cattoliche organizzate: c’è un attivismo cattolico, condotto da singole personalità che crea il terreno all’idea che un rinnovamento nazionale italiano era possibile, era perseguibile, ed era conciliabile nel quadro di un universalismo papale, nel rispetto di una tradizione culturale e politica che evidenziava il primato dell’Italia e il primato della Chiesa.

Un tema secolare, che partiva dall’editto di Costantino; passava attraverso Dante Alighieri che vedeva nell’imperatore e nel papa le due guide dell’umanità; passava attraverso Tommaso Campanella che cercava il primato d’Italia in quello della Chiesa, e il primato della Chiesa in quello del papato; permeava tutto il pensiero successivo al Concilio di Trento; permeava tutta la letteratura e l’arte italiana.

In questo quadro si inseriva Niccolò Tommaseo che andava oltre la riforma morale-politico-disciplinare della Chiesa auspicata dal Rosmini: egli chiedeva un’apertura in senso democratico, esaltava il valore della libertà, vagheggiava un movimento cattolico-democratico che non poteva trovare accoglienza in quel momento presso una borghesia e presso la parte più colta e disponibile dell’aristocrazia più propensa, invece, ad un movimento cattolico-liberale.

Erano queste le difficoltà incontrate dai pensatori cattolici sui quali pesava pesantemente la spada di Damocle delle due encicliche di Gregorio XVI, il più reazionario dei papi, la Mirari vos (1832), e la Singulari vos (1834), fermamente avverse ad ogni idea liberale, illumini- sta, progressista.

Vincenzo Gioberti provò a mitigare i toni proponendo un riformismo moderato basato sui valori cristiani, evitando di porre accenti su terminologie o scenari costituzionali preferendo immagini di monarchie consultive, immaginando una confederazione nazionale dei vari stati della penisola sotto la presidenza del Papa, auspicando un partito cattolico.

Non fu tanto la pubblicazione nel 1843 de Il primato morale e civile degli Italiani a catalizzare l’attenzione sul suo pensiero e sulla sua figura; come era già successo per il Delle cinque piaghe della Santa Chiesa di Rosmini che era rivolto al clero, anche Il primato si rivolgeva in prima battuta al clero, ai principi, ai nobili. Le aspre critiche provenienti sia da ambienti gesuiti, sia dai mazziniani lo convinsero che era più opportuno rivolgersi alla borghesia, a una classe sociale molto più ampia che andava conquistando spazi di presenza sociale notevoli; una borghesia che non era né clericale, né anticlericale, semplicemente cattolica, cristiana; una borghesia moderata in grado di fondare un partito moderato che assumesse i valori evangelici come programma politico.

In questo senso, quindi, fu Vincenzo Gioberti a dare ai moderati un programma, ma soprattutto, con le sue precisazioni nei Prolegomeni, incrinò il blocco reazionario e favorì una coesione di quello moderato, intuendo che la situazione italiana era più avanzata di quanto si immaginasse e fosse pronta a recepire questo nuovo indirizzo: nacque il cosiddetto partito neoguelfo che consentirà a molti italiani-cattolici di partecipare alla prima guerra d’indipendenza.

Ma se Vincenzo Gioberti riteneva la borghesia moderata italiana pronta, dall’altro lato non percepiva quanto effimero e non perseguibile fosse il suo federalismo sotto la presidenza papale. Infatti, il futuro presidente sarebbe dovuto essere proprio quel Gregorio XVI autore delle due encicliche contrarie ad ogni riforma; gli sfuggiva che da quella improbabile lega federativa sarebbe rimasto escluso il Lombardo-Veneto, dominato dall’Austria; non realizzava che le grandi potenze si sarebbero opposte ad uno Stato italiano unitario o federativo sotto la guida di un Papa, consentendo così di accrescere la funzione ingerente nelle politi- che degli altri Stati, già ingombrante e invadente, rafforzato, peraltro, da un esercito.

Tuttavia, Gioberti suscitò un grande entusiasmo che si amplificò con l’elezione al soglio pontificio di Giovanni Maria Mastai Ferretti, Pio IX, intorno alla cui figura si fantasticò, esagerando il suo presunto liberalismo. Di fatto, le amnistie (16 luglio 1846), le concessioni liberali, rientravano nei protocollari atti di clemenza o forzatamente elargite per le agitazioni di piazza delle masse, più che per libera e convinta scelta. La propaganda sia liberale, sia patriottica amplificò il senso di quelle concessioni, ma fu lo stesso Pio IX con l’Allocuzione del 29 aprile 1848 a raffreddare le aspettative di coloro che vedevano in lui il realizzatore dei loro progetti politici. Sebbene fosse convinto che le posizioni reazionarie assunte da Gregorio XVI non fossero più sostenibili, non aveva né la forza morale, né quella intellettuale di assumere decisioni di cambiamenti di rotta, arroccandosi in un atteggiamento conservatore, sostenuto da una Curia altrettanto preoccupata del mantenimento dello status quo, trovando nel cardinale Giacomo Antonelli, segretario di Stato, l’interprete della politica temporale del papato.

Si giunse così alla nascita del Regno d’Italia (17 marzo 1861). Tra i vari problemi che il nuovo stato dovette affrontare ci fu anche: la questione romana, che implicava la presa di Roma e la regolazione dei rapporti tra Stato Italiano e Papato. Cavour affrontò questo argomento sin dal primo discorso del 27 marzo 1861 (e poi nei successivi) enunciando il principio di libera Chiesa in libero Stato, sottolineando come i liberali-moderati italiani avessero a cuore la conciliazione tra il cattolicesimo e lo spirito di libertà, evidenziando come il partito liberale italiano fosse il più cattolico d’Europa, ricordando come personalità del mondo cattolico (Rosmini, Gioberti, Manzoni) si fossero prodigati per dimostrare con il pensiero e l’azione la conciliabilità tra spirito di libertà e sentimento religioso.

Il papato rimase sordo sia a questi inviti, sia alle sollecitazioni che gli provenivano dagli stessi ambienti pontifici ed ecclesiastici sia centrali che periferici: la risposta fu affidata all’enciclica Quanta cura (8 dicembre 1864) e al Sillabo, segnando in tal modo la fine delle illusioni conciliazioniste, intimando ai cattolici l’astensionismo elettorale: né eletti, né elettori!

Da questa esposizione, che ha rapidamente ripercorso il lungo e travagliato periodo che portò all’Unità d’Italia, emerge il dato dell’assenza di un movimento, partito, struttura di chiaro segno cattolico che abbia contribuito all’unificazione; al contrario, la Chiesa, come apparato statale, in quanto Stato pontificio, avversò in maniera forte e decisa ogni processo liberale e unitario. La stessa Chiesa temporale non favoriva forme socializzanti estranee e diverse dalle Confraternite che, comunque, avevano finalità prettamente caritatevoli e di solidarietà improntate allo spirito religioso. Il popolo, i contadini che vivevano nelle campagne, erano tenuti in uno stato di analfabetismo e di arretratezza culturale, tanto al Nord quanto al Sud, in una dimensione religiosa che spesso rasentava il fanatismo e la superstizione, sotto il controllo dei parroci. Inoltre, è metodologicamente errato voler ricercare il coinvolgimento delle masse negli avvenimenti politici di quegli anni, giacché profondo era il solco che divideva il popolo dalla borghesia, dal ceto alto. Lo stesso Risorgimento italiano fu condotto dalle classi colte, borghesi, aristocratiche e il coinvolgimento popolare fu relativo, stimolato dalle promesse di concessioni di terre.

Tuttavia, proprio nelle Confraternite fu possibile veicolare suggestioni giacobine e liberali: spesso, in quelle strutture si mescolavano e operavano i carbonari, si mimetizzavano le Vendite carbonare, soprattutto nel Sud e nell’area salentina. Senza voler andare lontano e ampliare il discorso, la Confraternita dell’Immacolata di Corigliano svolse un ruolo importante nel tessuto politico, sociale e religioso del paese, ponendosi come fulcro intorno al quale hanno ruotato non poche tensioni, anche di carattere politico, ospitando, molto probabilmente la setta carbonara Primi Figli di Attilio Regolo che fu una fucina di formazione liberale.

Se la Chiesa-gerarchia contrastava i movimenti liberali, non tutti i cittadini-cattolici erano insensibili ai temi di libertà, di perseguimento della Costituzione, di progresso civile e sociale, di uno Stato unitario: non si può non tener presente che tutto il popolo era cattolico, al di là di giudizi sulla valenza percettiva che singolarmente ognuno poteva avere del suo personale essere cattolico.

Sia nella fase preunitaria, come si è detto, sia in quella postunitaria, molti cattolici si resero conto dell’inesistenza di un movimento cattolico italiano; successivamente ci si rese conto di quanto esso fosse arretrato, sotto l’aspetto organizzativo, rispetto ad altri paesi europei. Fu proprio nel periodo postunitario che i laici cattolici tentarono di organizzarsi: a Bologna, ad opera di Giambattista Casoni, con la nascita della rivista Il Conservatore, schierato con i papalini intransigenti; nel 1864 si posero le basi di una Associazione cattolica italiana per la difesa della Chiesa in Italia, anch’essa ostile allo Stato italiano; Giovanni Acquaderni e il conte Fani danno vita alla Società della Gioventù Cattolica Italiana, nel 1867. Furono gli anni in cui si gettarono i primi semi che matureranno alcuni anni dopo, e porteranno all’Opera dei Congressi, a figure come don Luigi Sturzo, alla nascita di un partito cristiano e cattolico, la Democrazia cristiana.

Accanto a queste forme di chiara impostazione intransigente e reazionaria vanno però registrate quelle dei cosiddetti clericomoderati che accettarono lo Stato unitario, nella sua struttura monarchica e costituzionale; pur non contestando clamorosamente le direttive papali non approvarono l’intimazione all’astensionismo elettorale; si differenziarono dai cattolici- liberali perché non vagheggiavano riforme all’interno della Chiesa-gerarchia; evitavano forme di contrasto in materie dottrinali; svolgevano nei luoghi dove erano presenti (stampa, Parlamento, settori pubblici) un’azione di difesa degli ordini religiosi minacciati dalle leggi soppressive; auspicavano una conciliazione tra Stato e Chiesa.

Tentavano, in poche parole, di essere cittadini e buoni cristiani, surrogando, là dove era possibile e necessario le deficienze sia dello Stato nella realizzazione delle riforme utili alla col- lettività, sia della Chiesa nelle sue difficoltà di rispondere alle esigenze degli indigenti privati da quell’assistenza che gli ordini religiosi avevano assicurato fino alla loro soppressione.

Senza voler andare lontano e sciorinare una serie di nomi illustri, è sufficiente restare alla realtà di Corigliano dove dal 1901 è presente la realtà salesiana voluta dal barone Nicola Comi del quale si hanno poche notizie sulla sua formazione, non essendo ancora possibile visionare il fondo documentale conservato in una biblioteca privata. I pochi documenti a disposizione consentono tuttavia di delineare una figura fortemente impregnata di cattolicesimo e di forte adesione ai principi evangelici. Da un altro lato, le carte di polizia dell’Archivio di Stato di Lecce lo segnalano come attendibile di primo grado, cioè come elemento legato ai movimenti liberali, le cui idee dovevano essere coltivate in casa Comi, se si considera che lo zio Giacomo era stato un fondatore di Vendite carbonare in Terra d’Otranto, nonché un patriota che trovò la morte a Venezia nel 1849 aderendo alla chiamata di Daniele Manin per difendere la pericolante repubblica di San Marco.

Non è pertanto da escludere che nel barone Nicola Comi convivessero idee liberali e di emancipazione sociale, con fondamentali evangelici che si estrinsecarono nelle sue scelte civiche e nella pratica religiosa.

Sono i rappresentanti di un cattolicesimo di azione sparsi per tutto il territorio nazionale tra i quali va senz’altro annoverato San Giovanni Bosco, non perché in questa occasione lo si voglia tirare per i capelli, quasi fosse il prezzemolo di ogni minestra.

Don Bosco giunse a Torino nel 1841, quando aveva 26 anni, in una città disarticolata, con un tessuto sociale lacerato e sfilacciato, in una realtà politica agitata da moti liberali.
La Rivoluzione industriale faceva le prime vittime con l’abbandono della campagna. Migliaia di braccia inesperte, soprattutto di ragazzi e di giovani sbandati, affollavano i quartieri di periferia: nasceva la classe operaia.

Da questo quadro ambientale, sociale, economico completamente diverso da quello in cui era nato (Castelnuovo d’Asti), seppe cogliere gli stimoli e le suggestioni per la creazione di istituzioni e modelli culturali, pur partendo da un cattolicesimo arcaico, ma dinamico. Fondò un piccolo impero costituto da oratori, società di mutuo soccorso, laboratori artigiani, scuole, attività editoriali ed assistenziali.

L’azione di Don Bosco si mosse su due crinali, su due piani opposti, che egli cercò di far convergere, di porre in equilibrio: la cultura del mondo contadino e i valori, o meglio la razionalità, della realtà urbana.

La sintesi tra queste due culture – quella contadina e quella della realtà urbana – fu sempre molto imperfetta, ma Don Bosco si mosse con estrema spregiudicatezzai. Egli si rivolgeva direttamente all’aristocrazia, al patriziato, all’imprenditoria che vedevano nell’azione di Don Bosco un ritorno a loro favorevole.

Per quanto riguarda il suo rapporto con le dinamiche unitarie e il dibattito sul ruolo dei cattolici si può dire che il suo atteggiamento realistico e la sua preoccupazione di dare risposte concrete (materiali e spirituali) ai giovani lo portò ad un’equidistanza: «Cittadini di fronte allo Stato e religiosi di fronte alla Chiesa».

Contrariamente a quanti assumevano posizioni reazionarie, di resistenza, di opposizione ai processi unitari, egli ne comprese l’irreversibilità. Pertanto si inserì in quei processi: lo testimoniano i suoi manuali di storia Patria, mosso appunto dalla preoccupazione pedagogica di formare liberi cittadini e buoni cristiani.

Le leggi Siccardi (9 aprile 1850, 5 giugno 1850, 29 maggio 1855) e quelle di Cortese-Sella (1865-1866-1867) certamente non furono condivise da Don Bosco; ma piuttosto che piangersi addosso, concepì l’organizzazione salesiana come una società che niente aveva da spartire con le istituzioni religiose legate alla manomorta.

I Salesiani dovevano essere una libera associazione di liberi cittadini, in cui ogni membro conservava i diritti civili, pagava le tasse, e si univano e vivevano insieme, liberamente, a scopo di beneficenza.

Da questo punto di vista, Don Bosco è annoverato tra coloro che seppero offrire l’immagine di un cattolicesimo d’azione e di un’effervescenza caritativa che si alimentava ad una solida interiorità, ad una lettura marcatamente religiosa della storia e ad una coscienza forte della propria responsabilità nell’ordine temporale e in quello spirituale.

Per concludere: non si può parlare di un movimento cattolico organizzato che si sia inserito con un atteggiamento favorevole e propositivo nei vari processi risorgimentali snodatisi nei lunghi anni preunitari; il Risorgimento è stato visto e vissuto come un susseguirsi di azioni contrarie alla Chiesa sia nei suoi interessi temporali, sia nella sua espressione di fede. Si accumularono diversi errori, anche da parte di chi tentava soluzioni di mediazione perché guardava alla Chiesa come un modello di società assegnandole compiti di rigenerazione sociale piuttosto che religiosa. Tuttavia, al di là di quelle che erano le posizioni intransigenti assunte dallo Stato pontificio e dei cattolici-reazionari, la base molto più ampia del popolo cattolico seppe conciliare le esigenze di un impegno civico con la fedeltà al Vangelo, l’adesione alla causa dei popoli, alla loro autodeterminazione e indipendenza con la pratica religiosa. Sempre per restare nel nostro Salento, esempi fulgidi in questo senso sono Sigismondo Castromediano e Bonaventura Mazzarella, anche se quest’ultimo uscì poi dal cattolicesimo per entrare nelle file dei Valdesi.

L’impegno dei cattolici nel Risorgimento italiano c’è stato certamente, ma a livello personale, con il proprio bagaglio culturale, di sensibilità, di fede.

A distanza di 150 anni dall’Unità possiamo osservare come ancora oggi tante questioni relative ai ruoli che Stato e Chiesa sono chiamati a svolgere nella società siano oggetto di dibattiti e polemiche, segno evidente di quanto complessa sia la problematica non certamente ri- solvibile con normative che appaiono spesso astratte o superate dalle repentine mutazioni della realtà sociale con la quale il cattolico è chiamato a confrontarsi quotidianamente, a da- re risposte, a testimoniare il suo credo nel rispetto del credo altrui, dell’altrui laicità.

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Relazione di Orlando D'Urso
al Convegno dell'Unione di Corigliano d'Otranto
del 22 maggio 2011 - cinquantesimo dell'unità d'Italia
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Inserimento30 Giugno 2011
Aggiornamento15 Aprile 2019
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