UN ANNO CON ALBERTO

Articoli di Salvatore Avantaggiato, Distintivo d’Oro della Federazione Italiana Exallievi/e di Don Bosco, pubblicati sulla rivista Voci Fraterne in occasione del decimo anniversario della beatificazione di Alberto Marvelli

ALBERTO MARVELLI NON AVEVA NEMICI NEPPURE IN POLITICA

(Voci Fraterne, n. 4, 2014)

Duemilaquindici: Bicentenario, ma non solo. È l’Anno Marvelliano (Un Anno con Alberto).

Frutto pregiato dell’azione educativa di Don Bosco, Alberto Marvelli (1918 – 1946), è stato beatificato il 5 settembre 2004 da San Giovanni Paolo II, allora papa, nella piana di Montorso alla presenza di 300.000 giovani e adulti.  Quest’anno si celebra il decimo anniversario della sua beatificazione, con uno stile che non è solo commemorativo ma anche occasione di gratitudine, di evangelizzazione e di educazione umana e civile.

Il messaggio è che Alberto vive nella sua città, la guida, la illumina con il suo esempio e la sua intercessione, per condurla al bene comune e a Dio; per farla “città dell’uomo” e “città di Dio”. Si fa compagno e guida dei giovani nel discernere la loro vocazione e il loro ruolo nella società. È esempio perfetto di onesto cittadino e buon cristiano.

Alberto nasce a Ferrara il 21 agosto 1918, secondogenito di sette fratelli di una famiglia dagli intensi valori cristiani. Quando si trasferisce a Rimini frequenta l’Oratorio Salesiano, la cui azione formatrice si aggiunge a quella di mamma Maria e di babbo Alfredo e che avrà un grande influsso sulla sua vita spirituale e apostolica. Nell’Oratorio cresce e si forma Alberto, ispirandosi a San Domenico Savio e a Piergiorgio Frassati. È incline alla preghiera e lo fa con raccoglimento, insegna catechismo e manifesta zelo, carità, serenità, purezza di cuore.

Quando Papa Pio XI proclama l’eroicità delle virtù di Domenico Savio, la notizia si diffonde velocemente negli oratori, Alberto ha solo 15 anni e il fatto influisce moltissimo sul suo animo adolescente. Nell’Oratorio e in Azione Cattolica la sua fede cresce e matura con una scelta di vita il cui programma si riassume in una sola parola: santo.

Alberto ha un carattere forte e un distinto senso della giustizia, questo gli consente di avere un grande ascendente fra compagni. È sportivo e dinamico, ama molti sport dalla pallavolo al tennis, dall’atletica al calcio, ama la montagna e il mare dove pratica escursioni e nuoto. Ma la bicicletta sarà il suo mezzo di locomozione privilegiato nonché testimone e compagna insostituibile del suo apostolato e della sua azione caritativa nella quale, come nel Vangelo, gli ultimi erano i primi.

La fede di Alberto cresce e matura con una
scelta di vita il cui programma si riassume
in una sola parola: santo.

Terminato gli studi liceali a Rimini, dove compagno di classe è Federico Fellini, si trasferisce a Bologna per frequentare l’università; consegue la laurea in ingegneria e nel tempo libero lavora negli zuccherifici e in fonderia per mantenersi agli studi. Successivamente lavora per un breve periodo alla Fiat di Torino prima di essere chiamato alle armi, al termine del conflitto viene nominato assessore alla ricostruzione della città più devastata dai bombardamenti.

La sua vita terrena finisce mentre percorre le strade di Rimini in sella alla sua amata bicicletta, a soli 28 anni, travolto da un camion militare quando si reca al suo ultimo comizio e la città che tanto lo ama, aspetta il trascorrere di poche ore per proclamarlo sindaco.

Le eccezionali doti umane e spirituali che Alberto possedeva, vissute con genuinità, sincerità e naturalezza, esercitavano un fascino su tutti. Non aveva nemici neppure in politica. Un comunista, che vedeva ogni giorno in Marvelli non un democristiano ma un cristiano, disse: “Anche se perde il mio partito… purché risulti sindaco l’ingegnere Marvelli”. Quando la sua bara passò per le strade, i poveri piangevano mandano baci e un manifesto proclamò a caratteri cubitali: “I comunisti di Bellariva si inchinano riverenti a salutare il figlio, il fratello, che ha sparso su questa terra tanto bene”. Ora le sue spoglie riposano nella Chiesa di Sant’Agostino in Rimini e la sua anima vive al fianco di Don Bosco insieme ai Santi della Famiglia Salesiana.

L’ASSESSORE ALBERTO MARVELLI

(Voci Fraterne, n. 1, 2015)

Finita la seconda guerra mondiale, con la liberazione dell’Italia dal nazifascismo, molte città italiane sono allo sbando. Rimini, è una città rasa quasi al suolo dai bombardamenti, non ha guide e la “resistenza riminese” si sostituisce alle costituende autorità pubbliche.

Si insedia una giunta del comitato di liberazione con poteri di consiglio comunale, voluta dal comando militare che nomina pro-sindaco il partigiano Arnaldo Zangheri, in attesa del rientro dell’ultimo sindaco eletto democraticamente prima della dittatura fascista.

Fra gli assessori della giunta c’è Alberto Marvelli. Non è iscritto a partiti politici, non è stato partigiano, è rientrato dal servizio militare per via di una legge che gli consentiva l’esonero perché altri fratelli erano al fronte. È giovane, ha solo ventisei anni e già tutti hanno riconosciuto e apprezzato l’enorme lavoro di assistenza agli sfollati nel circondario di Rimini e nella Repubblica di San Marino. La sua concretezza nell’affrontare i problemi, il coraggio, la disponibilità senza limiti lo hanno reso popolare e meritevole di assumere un compito così impegnativo. Il suo impegno apostolico, la sua azione caritativa erano noti in tutto il circondario.

La sua concretezza nell’affrontare i problemi,
il coraggio, la disponibilità senza limiti
lo hanno reso popolare e meritevole
di assumere un compito così impegnativo

Per affrontare le urgenze della città, la Giunta comunale costituisce una Commissione edilizia la cui presidenza viene assegnata ad Alberto, assessore e giovane ingegnere. Gli viene affidata anche la Commissione degli alloggi che deve disciplinare la loro assegnazione in città e nelle frazioni, requisire appartamenti, eseguire accertamenti di abitazioni disponibili.

Ad Alberto il compito più difficile che la politica deve affrontare in quel momento: la ricostruzione della città più devastata dai bombardamenti. Egli non si perde d’animo e affronta ogni situazione con coraggio da buon cristiano e onesto cittadino, forte dei valori acquisiti alla scuola di Don Bosco. Su un piccolo blocchetto per appunti aveva scritto: “Servire è migliore del farsi servire. Gesù serve”. Con questo spirito di servizio e con coraggio affronta gli impegni e le responsabilità.

È ammirato e stimato da tutti per la sua serietà professionale, la generosità, l’attenzione ai più bisognosi, tant’è che in poco tempo viene nominato responsabile del locale Genio civile, commissario per la sistemazione del Marecchia; gli vengono affidati anche altri compiti importanti giacché è, agli occhi di tutti, portatore di bontà e di amore. Alberto aveva la vocazione al matrimonio. Quando si preparava all’esame di maturità, conosce una ragazza per la quale inizia a nutrire una forte simpatia che non manifesta subito a causa della sua riservatezza. Il ricorso al suo padre spirituale lo aiuta a fare chiarezza e chiede al Signore di illuminarlo nella scelta del futuro della sua vita. Vuole diventare santo e lo chiede, proprio come Domenico Savio lo chiedeva a Don Bosco, e di essere pronto a qualsiasi rinuncia terrena pur di appartenere completamente a Dio. Le lettere di Alberto a Marilena sono piene di premura e le preghiere rivolte al Signore sono tutte per lei.

Ella non risponde alla corrispondenza con la stessa regolarità ed egli intuisce che il sentimento non è ricambiato con la medesima intensità. Tuttavia la determinazione per il matrimonio era certa e Marilena la sposa designata. Seguì un periodo di incertezza e di lunghe riflessioni.

Il vescovo, Mons. Santa gli disse: “ingegnere, è ancora in tempo” alludendo al sacerdozio. Alberto gli rispose con un sorriso che fu interpretato in senso affermativo. Lo stesso vescovo lo incontrò per strada, mentre espletava l’azione caritativa in sella alla sua bicicletta, carica di pacchi destinati ai più poveri e gli chiese una risposta. Alberto gli disse: “Ora lavoro un po’ per la ricostruzione. Il vescovo lo amava e lo stimava moltissimo e vedeva in lui tutte le doti di un ottimo sacerdote. Preghiere e consigli orientarono Alberto a un altro genere di vita.

La vocazione di Alberto rimase per il matrimonio e scrisse una lettera a Marilena, che non fu una mera dichiarazione d’amore ma il rispetto di decidere in piena libertà e un atto di amore alla volontà di Dio che avrebbe accettato qualunque fosse stata la risposta. La lettera non ebbe alcun riscontro.

Pochi mesi dopo il Signore lo chiamò a sé proprio mentre era in sella alla sua amata bicicletta. Alberto non raggiunse la sua meta vocazionale ma coronò il sogno più grande: diventare Santo.

I GENITORI E L’EDUCAZIONE DELLA SUA FEDE

(Voci Fraterne, n. 2, 2015)

Alberto Marvelli nasce e cresce in una famiglia dai sani valori umani e cristiani, educato alla santità da genitori esemplari. All’opera formativa morale familiare si aggiunge, a Rimini, quella dell’Oratorio Salesiano e specialmente dell’Azione Cattolica dove fa le prime esperienze di apostolato. La figura di Alberto si staglia come quella di un precursore del Concilio Vaticano II, riguardo al ruolo dell’apostolato dei laici nella Chiesa e nella società.

Alfredo Marvelli e Maria Mayr si sposano a Ferrara dove si conoscono nel frequentare la chiesa di Santo Spirito e consacrano il loro amore al Signore rispettivamente all’età di 34 e 24 anni in una cerimonia semplice e senza sfarzi. Alfredo viene nominato direttore della Banca Popolare del Polesine in Rovigo dove nasce il primogenito Adolfo. Infuria la guerra e il padre manda la sua sposa e il loro primogenito a Ferrara presso la famiglia Mayr. Qui, il 21 marzo 1918, viene alla luce il secondogenito Alberto. Quando cessa il pericolo della guerra la famiglia Marvelli si riunisce a Rovigo. Nascono Carlo e Raffaello e dopo vari spostamenti a causa del lavoro di Alfredo, nascono a Rimini Giorgio e Geltrude.

Un collega di lavoro definisce papà Alfredo “un cristiano a tutta prova”, uomo dalla mite coerenza con cui affrontava tutte le situazioni. I figli affermano che durante la persecuzione fascista non lo avevano mai sentito imprecare contro coloro che, con ogni mezzo, avevano cercato di togliergli il lavoro benché avesse tanti figli. Oltre al lavoro e alla cura della famiglia babbo Alfredo trovava sempre il tempo per altri impegni ecclesiali. Egli fu dirigente degli Uomini Cattolici e presidente della Conferenza di San Vincenzo della sua parrocchia.

Papà Alfredo è definito “un cristiano a tutta prova”, uomo
dalla mite coerenza con cui affrontava tutte lesituazioni.
Mamma Maria è una donna esemplare nella carità.
Alberto la definisce angelo consolatore, preziosa consigliera,
affettuosa e santa che vive solo per i figli.

Mamma Maria è una donna esemplare nella carità. Alberto la definisce angelo consolatore, preziosa consigliera, affettuosa e santa che vive solo per i figli. Piena di bontà con la quale gli rimprovera ritardi e mancanze; affettuosa e severa nel sorvegliare la loro vita spirituale e materiale. Scrive che è “tutto a tutti” sull’esempio di Cristo, con i familiari, gli estranei e i poveri. Non uno che è stato mandato a mani vuote dopo aver bussato alla sua porta. Alfredo e Maria spendevano in opere di carità molta parte delle loro risorse economiche. Per la loro esemplarità si rivelano educatori capaci di incidere profondamente sulle coscienze dei figli i quali vivono e vengono educati in un clima sereno e cristiano, arricchito dall’amore scambievole, dalla carità e dalla preghiera.

Alberto perde il padre all’età di quindici anni e dopo otto dalla morte, nel suo diario, scrive di lui che mai dimenticherà la sua vita esemplare, trascorsa serenamente e santamente anche nei momenti dolorosi di maggiori preoccupazioni. Che fu cristiano nel senso completo della parola, senza mezze misure, senza ostentazione, sincero, sorridente, sereno e sempre in grazia. Che ha seguito sempre la voce saggia della coscienza e non ha esitato a rinunciare ad onori e ricchezze quando il conseguirli poteva appannare solamente la limpida trasparenza dell’anima. E della madre dice che ammirava la sua forza nelle prove dolorose che la colpirono, la sua risolutezza nel risolvere le situazioni, la sua serenità continua, la giusta severità e carità nel correggere.

In virtù della conoscenza della lingua tedesca, della laurea in ingegneria e forse anche dal cognome tedesco della madre, Alberto entra a far parte della Todt dove gli viene assegnato un ruolo direttivo e riceve anche un lasciapassare per lavori. La sua posizione gli permise di salvare molte vite dalla deportazione.

Morì dopo due ore di agonia tra le braccia della sua mamma, dopo essere stato investito da un camion militare che viaggiava a forte velocità. La sua anima santa è volata in cielo tra quelle della Madre Celeste!