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L’amore nel matrimonio

di Don Enrico Peretti, sdb

//L’amore nel matrimonio

L’amore nel matrimonio

Ho celebrato tanti matrimoni. Con gioia ho accompagnato tanti ragazzi cresciuti all’oratorio o nella scuola salesiana a vivere la gioia di essere marito e moglie, la gioia di donarsi la vita per sempre e di donare la vita ai figli affidati da Dio.
Vengo proprio ora dalla celebrazione del Battesimo di Davide che con la voce dei genitori ha chiesto di essere accolto alla vita come figlio di Dio. Bellissimo! Per tutta la messa Davide è stato in braccio al papà, è stato allattato dalla mamma e accudito affettuosamente dalla sorellina di tre anni.
Guardando a lui ho pensato ai tanti matrimoni che non hanno superato la prova del tempo e della quotidianità, ai figli divisi nell’amore tra due famiglie perché papà e mamma non stanno più insieme. Mi sono chiesto che cosa possa dare forza al matrimonio per superare le difficoltà dello stare insieme. Papa Francesco lo descrive nell’Amoris Letizia ricordando la lettera di San Paolo ai cristiani di Corinto: «La carità è paziente, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1 Cor 13,4-7). È un bel progetto, ma dove allenarsi per vincere la gara contro l’usura del tempo?
L’amore, anche nel matrimonio non è solo sentimento ma responsabilità, fiducia, progetto. Spesso ai nostri ragazzi non ne parliamo più: sembrano così belli e innamorati nella gioia dell’innamoramento che quasi ci si sente in colpa a ricordare la necessità di guardare avanti, di pensare al domani, di prevedere le faticose salite, i passaggi difficili…
Credo però che, soprattutto oggi, nessuno possa esimersi dal compito di educare all’amore come un cammino impegnativo che chiede una vita di allenamento e cadenze di verifica. Non è una scelta fatta una volta per sempre nella gioia del primo giorno, anche se da lì parte: è un impegno da rinnovare ogni giorno nell’amicizia con il Signore, nella preghiera fatta insieme, nella pazienza rinnovata come perdono e accoglienza, nella gioia di condividere tutto e di gioire per ogni bene e successo dell’altro, nella fiducia che non dice mai “è troppo tardi”.
E dobbiamo essere chiari: l’amore è un progetto che richiede un sano investimento.
Nessuno creda che la felicità non sia costosa: è un dono ma va accolto facendo spazio allo Spirito di Gesù che ci guida. Bisogna vivere nella Grazia di Dio che è Luce e Forza ma che ha bisogno della nostra porta aperta, del sostegno della preghiera, della testimonianza di una comunità: da soli non si può! L’amore coniugale è uno scambio di vita per tutta la vita, coinvolge tutta la persona nella verità che dice “io sono per te” prima che “tu sei per me”. È un dono di sé che rende casto ogni gesto nel quale cerchiamo ciascuno la gioia e la felicità dell’altro.
È difficile, ma è possibile. È frutto di un serio allenamento come si fa per ogni gara che valga la spesa, come sempre san Paolo ci ricorda nella lettera citata: “Ora, chiunque compete nelle gare si autocontrolla in ogni cosa; e quei tali fanno ciò per ricevere una corona corruttibile, ma noi dobbiamo farlo per riceverne una incorruttibile” (1 Cor 9,24-27).
Il Rettor Maggiore citando papa Francesco scrive: “L’amore, santificato dal sacramento del matrimonio o ‘carità coniugale’, la crescita nella Carità Coniugale è possibile mediante la Grazia divina, ma cresce anche con l’aiuto dello sforzo umano, del silenzio interiore, dell’ascolto del cuore, del distacco, del dialogo, della preghiera, dell’educazione delle emozioni (superando la mancanza di controllo e l’ossessione), dell’atteggiamento di chi sa dare importanza all’altro non sottovalutando le richieste e i desideri dell’altro”.
Credo sia una sintesi chiara del progetto di vita di ogni coppia cristiana: è l’affidamento a marito e moglie di un compito che è proprio di ogni credente. È l’invito a chiamare Gesù alla mensa della famiglia dove il dialogo non è centrato su quanto posso ottenere, ma su quanto riesco a donare. E allora la famiglia è una ricchezza per tutti: se tutti portano la propria vita da condividere ce n’è in abbondanza, se tutti passano a prendere non ce n’è per nessuno.
È una gioia vedere i giovani che si amano, e mi commuovono tanti messaggi di amore che vedo nella vita e nella comunicazione.
Ma quanto è più grande l’amore di chi l’ha già costruita con il tesoro degli anni a testimonianza. Lì c’è il miracolo dell’amore di Dio perché li c’è Dio. E come quello di Dio è un amore quotidiano, solito, fedele.

Mi ha sempre commosso un racconto che descrive il papà con il cuore della figlia che lascio alla vostra lettura.

Papà sotto il letto
Quando ero piccola, un padre era per me come la luce del frigorifero. Ogni casa ne aveva uno, ma nessuno sapeva realmente cosa facevano sia l’uno che l’altro, dopo che la porta era stata chiusa.
Mio padre usciva di casa ogni mattina e ogni sera quando tornava sembrava lieto di rivederci.
Lui solo era capace di aprire il vasetto dei sottaceti, quando gli altri non riuscivano.
Era l’unico che non aveva paura di andare in cantina da solo. Si tagliava, facendosi la barba, ma nessuno gli dava il bacino o si impressionava per questo. Quando pioveva era lui che, ovviamente, andava a prendere la macchina e la portava all’ingresso.
Se qualcuno era ammalato, lui usciva a comprare le medicine. Metteva le trappole per i topi.
Quando mi regalarono la prima bicicletta, pedalò per chilometri accanto a me, finché non fui in grado di cavarmela da sola.
Avevo paura di tutti gli altri padri, ma non del mio. Una volta gli preparai il tè, era solo acqua zuccherata, ma lui era seduto su una seggiolina e lo sorbiva dicendo che era squisito.
Ogni volta che giocavo con le bambole: la bambola mamma, aveva un sacco di cose da fare. Non sapevo, invece, cosa far fare alla bambola papà, così gli facevo dire “Bene, adesso esco e vado a lavorare” poi la buttavo sotto il letto.
Quando avevo nove anni, un mattino mio padre non si alzò per andare a lavorare.
Andò all’ospedale e morì il giorno dopo.
Allora andai in camera mia e cercai la bambola papà sotto il letto, la trovai, la spolverai e la posi sul letto.
Mio padre non fece mai nulla. Non immaginavo che la sua scomparsa mi avrebbe fatto tanto male.
Ancora oggi non so perché.

Erma Bombek

Fra pochi giorni ricorderò il venticinquesimo anniversario della morte di mio papà. Ringrazio il Signore di avermelo donato per tanti anni: è stato un segno chiaro e visibile del Suo amore di Padre, un segno sacramentale.

Mi auguro possano dirlo anche i figli che la Provvidenza ci dona.

Buon cammino Pasquale.

 

   

By |2018-10-02T21:42:05+00:00aprile 2nd, 2017|Categories: Exallievi|Tags: |Commenti disabilitati su L’amore nel matrimonio

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