Exallievi ed Exallieve di Don Bosco - Puglia
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Oreste Marengo

//Oreste Marengo
Oreste Marengo2018-10-25T17:31:17+00:00

ORESTE MARENGO

SERVO DI DIO
(1906-1998)
Inizio dell'Inchiesta diocesana il 9-7-2007

Nato il 29 agosto 1906 a Diano d’Alba (Cuneo), frequentò le scuole elementari presso le Figlie di Maria Ausiliatrice. Allievo alla casa madre dei Salesiani in Torino, durante il corso ginnasiale, dal 1919 al 1923, ebbe la gioia di conoscere i grandi Salesiani della prima ora: don Albera, don Rinaldi, don Ricaldone, don Francesia, che lasceranno un’impronta indelebile nell’animo del giovane aspirante. Chiede di poter partire per le missioni, ma non viene accettato per la troppo giovane età. Nel 1923 iniziò l’anno di noviziato a Foglizzo; in seguito alla morte di un chierico destinato alle missioni dell’India, ottenne di poterlo sostituire. “Era questo il più grande desiderio della mia vita. Avevo chiesto di farmi Salesiano a condizione di poter consacrare la vita all’apostolato in terra di missione. Non m’importava in quale parte del mondo mi avessero inviato”. Partecipò alla grande spedizione missionaria del 1923. Era il più giovane: solo 17 anni!

Trascorre gli anni di formazione a Shillong, nell’India Nord-Est, centro della missione salesiana, alla scuola di monsignor Luigi Mathias. Termina il noviziato sotto la guida del maestro, il Servo di Dio don Stefano Ferrando. Dopo il corso filosofico, eccolo tirocinante al Don Bosco di Guwahati, capitale dell’Assam e centro d’irradiazione missionaria. Nel 1929 è nuovamente a Shillong per il corso teologico, alternando le ore di studio all’insegnamento alla scuola superiore Saint Anthony e come aiutante-parroco del Servo di Dio don Costantino Vendrame, “una meravigliosa figura di missionario, instancabile lavoratore, solo preoccupato di attuare il motto salesiano: salvare anime, a qualunque costo e a qualunque prezzo”. Ordinato sacerdote il 3 aprile 1932, è subito inviato come missionario itinerante nella vallata del Brahamaputra, aiutante di don Vincenzo Scuderi.

Cominciò così la sua vita di “maratoneta di Cristo”, che lo porterà a percorrere a piedi migliaia di chilometri su sentieri impraticabili, coperti di sterpaglie ed erbe taglienti, sotto un sole implacabile che arriva ai 45 gradi all’ombra. Durante poi la stagione delle piogge queste marce, che si prolungavano per 10-20 giorni, diventano anche più estenuanti. Per lo straripare dei fiumi e dei torrenti, la pianura si trasforma in un immenso acquitrino di acqua giallastra e limacciosa, nel quale si affonda fino al ginocchio. È il periodo in cui le sanguisughe si appiccicano invisibili e la dissenteria, il colera, la malaria sono sempre in agguato. Prostrato dagli strapazzi e dalla malaria, per sottrarlo al suo “zelo suicida” e costringerlo al riposo, i superiori lo fermano, nominandolo prima maestro dei novizi a Bandel, poi direttore dello studentato a Sonada.

Nel 1936 può però riprendere l’attività missionaria itinerante. Affronta pericoli e difficoltà di ogni genere, sempre sorridente, sempre entusiasta, sempre disponibile per allargare le frontiere della Chiesa. In questa regione vivono oltre un centinaio di tribù diverse, ognuna con la propria lingua, i propri usi e costumi. Per farsi accettare s’inserisce pienamente nella loro vita e fa proprie le loro abitudini: dorme per terra come loro, condivide il loro cibo come carne di scimmia, di serpente, di cane, bachi da seta, vermiciattoli. S’improvvisa medico e infermiere, distribuendo di volta in volta medicine e aiuti di ogni genere a quanti sono colpiti da malanni e calamità. “Solo così – dirà – essi comprendono che li amiamo veramente. Cristo è venuto a redimere tutto l’uomo. Prima di fare dei cristiani ci siamo sempre preoccupati di formare le persone, rivendicando la loro dignità e i loro diritti”. In ogni villaggio che visita si preoccupa che, accanto alla capanna-cappella, sorga la scuola, assumendosi l’onere di formare catechisti-maestri. Per inserirsi nelle varie culture don Marengo si dà allo studio delle lingue locali avendo, come forse nessun altro, il dono delle lingue; parlerà correttamente non meno di 15 lingue delle diverse tribù con cui entra in contatto.

Tornava da un lungo giro di attività apostolica nel luglio 1951, quando fu colto da una notizia che non aspettava e non desiderava: la sua nomina a vescovo dell’erigenda diocesi di Dibrugarh. Inutili le sue proteste, i suoi pianti; si arrese solo quando il Rettor Maggiore dei Salesiani, don Pietro Ricaldone, gli scrisse “che era suo desiderio che accettasse l’incarico, nella certezza che l’Ausiliatrice e don Bosco lo avrebbero aiutato ad assolverlo”. Venne consacrato vescovo nella basilica di Maria Ausiliatrice a Torino il 27 dicembre 1951. La diocesi che gli era stata affidata occupava la parte nord dell’Assam e aveva un’estensione di 130.000 km2, con una popolazione di 3.365.000 abitanti, dei quali solo 40.000 erano cattolici. Alla sua presa di possesso c’erano solo 5 centri missionari, con 200 piccole comunità disperse nell’immenso territorio. Instancabile la sua attività per moltiplicare i centri residenziali, formare i catechisti, costruire scuole, cappelle, dispensari; avvicinare nuove tribù, aprire aspirantati per reclutare vocazioni indigene per il seminario e per le congregazioni religiose che aveva chiamato a lavorare nella propria diocesi. Le conversioni si moltiplicano come una novella Pentecoste. Amministra migliaia di Battesimi, Cresime, matrimoni; s’inerpica su sentieri impraticabili per visitare tutte le comunità; affronta sereno le ostilità della natura, dei fratelli separati, delle tribù in rivolta, conquistando tutti con la sua inalterabile bontà e con la sua carità generosa.

Quando la diocesi è in pieno sviluppo e comincia a godere i frutti di tante fatiche, ecco una nuova obbedienza: la Santa Sede lo invita nel 1964 a trasferirsi a Tezpur per aprirvi una nuova diocesi, che comprendeva parte dell’Assam, l’intero stato del Bhutan e la parte collinare a nord-est del Brahamaputra: un territorio di circa 130.000 km2, con 1.500.000 abitanti, di cui solo 48.000 cattolici. Si gettò nel nuovo campo di lavoro con l’entusiasmo di sempre, coadiuvato dai suoi valorosi confratelli, per estendere le pacifiche frontiere della Chiesa, superando ostacoli e difficoltà di ogni genere accresciuti dalla crescente ostilità che si andava determinando contro gli stranieri nella zona. Per questo motivo la Santa Sede decise, dopo otto anni d’intenso lavoro, di affidare anche questa diocesi a un vescovo indiano.

Monsignor Marengo nel 1972 venne invitato a dare inizio alla sua terza diocesi a Tura, un vasto territorio abitato in prevalenza dalla tribù dei Garo, molti dei quali profughi dal Pakistan orientale. I cattolici erano solo 36.000, con 14 missionari che lavoravano nei centri principali. Costruì l’episcopio, la cattedrale, nuove residenze, moltiplicando le opere caritative per i molti poveri, lebbrosi e profughi. Nello spazio di pochi anni anche questa diocesi assume un insperato sviluppo, tanto da poterla affidare nel 1978, in base alle disposizioni del governo, a un vescovo del clero locale. Marengo, nonostante le insistenze del nuovo vescovo perché rimanesse con lui a Tura, per lasciargli piena libertà di azione preferì ritirarsi a Mendal, a 63 km dal capoluogo, per aiutare l’incaricato della zona, che doveva seguire ben 20 comunità, “sparse in un vasto territorio nelle montagne Garo, tra i pagani più duri ad arrendersi alla penetrazione del messaggio cristiano”. Così quest’uomo, a 76 anni di età di cui 58 trascorsi in missione, prosegue come semplice missionario itinerante il lavoro apostolico a servizio dell’uomo. Continuò a rendersi disponibile nelle varie missioni fino alla morte, avvenuta a Tura il 30 luglio 1998. Fino alla conclusione della sua lunga vita monsignor Marengo fu un missionario eroico, icona vivente del buon Pastore, che dà la vita per le sue pecore. L’obbedienza ai superiori, l’ansia per la salvezza delle anime e il tipico ottimismo salesiano furono le caratteristiche più evidenti e più amate in questo vescovo missionario salesiano nel Nord-Est dell’India.

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