I tratti qualificanti del magistero di Don Rua – Exallievi ed Exallieve di Don Bosco
Exallievi ed Exallieve di Don Bosco - Puglia
Santità Salesiana

I tratti qualificanti del magistero di Don Rua

di Don Aldo Giraudo, sdb

///I tratti qualificanti del magistero di Don Rua
I tratti qualificanti del magistero di Don Rua 2018-04-13T17:30:47+00:00

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Di Don Aldo Giraudo, sdb ...
Nell’animo dei discepoli, al dolore per la morte di don Bosco si unisce un senso di smarrimento per il venir meno di una figura di riferimento forte e rassicurante. Questi sentimenti diffusi nella famiglia salesiana spingono don Rua, consapevole della responsabilità che gli incombe, a tenerne viva la memoria fissandone in sintesi essenziali i tratti su tre principali direttrici: (1) l’opera da continuare e potenziare; (2) il modello da imitare; (3) gli insegnamenti da assimilare.
Così anche nelle celebrazioni anniversarie degli anni successivi, pur adottando lo stile retorico di circostanza, si punterà sempre su quest’obiettivo. Vediamo, ad esempio, quanto scrive il redattore del Bollettino Salesiano nel gennaio 1890, collegando esplicitamente la festa di san Francesco di Sales con l’anniversario di morte di don Bosco:
L’una e l’altra solennità furono e sono per noi piene dei più grandi ricordi. San Francesco di Sales fu il modello di Don Bosco: la dolcezza di cuore, l’amore a Dio ed alle anime, la padronanza di se stesso in ogni occasione, la compostezza mirabile della persona, la vita socievole, benigna, paziente, tutto a tutti, senz’ombra di austerità che agli altri fosse di peso, sì da rendere amabile la virtù a chiunque lo avvicinasse, tutto egli aveva ricopiato dal Sales. […]
Oh! caro D. Bosco; la memoria di te, delle tue virtù, dei tuoi benefizi, del tuo amore non si scancellerà mai dalle anime nostre. Il dolore che provammo nel venir divisi da te sarà un potente stimolo per seguire sempre i tuoi consigli, i tuoi precetti.[1]

L’operazione di riflessione e di focalizzazione è sentita e attuata da don Rua con accentuazioni tematiche, con progressive messe a punto, con scelte strategiche e tattiche e con decisioni operative, che avranno un influsso determinante per il consolidamento dell’opera e la progressiva definizione dell’identità salesiana.

1. Tener vivo lo “spirito” di don Bosco
Concretamente, agli occhi del successore di don Bosco si ponevano alcuni urgenti problemi: come garantire il consolidamento e l’efficacia delle opere? come animare la fedeltà al Fondatore in funzione della missione? Come salvaguardare la coesione interna della Famiglia Salesiana? Come consolidare la disciplina religiosa e l’identità specifica? Come rispondere alle grandi attese della Chiesa e della società nei riguardi dei Salesiani?
Tutto ciò imponeva innanzitutto la focalizzazione dei tratti specifici dello “spirito” di don Bosco, dai quali trarre linee guida per l’azione.
Già nella lettera di annuncio della morte del Padre don Rua esprimeva speranze e impegni:
Pel momento vi notifico solo che, ancor pochi giorni sono, Don Bosco disse, che l’opera sua non avrebbe sofferto per la sua morte, perché affidata alla bontà di Dio, perché protetta dalla valida intercessione di Maria Ausiliatrice, perché sostenuta dalla carità dei Cooperatori e Cooperatrici, che avrebbero continuato a favorirla.
Dal canto nostro possiamo aggiungere ancora che abbiamo la più grande fiducia che sarà così, perché D. Bosco dal Cielo, ove fondatamente lo speriamo già accolto in gloria, ci farà ora più che mai da amorosissimo padre. […] Incaricato di tenerne le veci, farò del mio meglio per corrispondere alla comune aspettazione, coadiuvato dall’opera e dai consigli dei miei confratelli, certo che la Pia società di S. Francesco di Sales […] continuerà le opere dal suo esimio e compianto Fondatore iniziate, specialmente per la coltura della gioventù povera ed abbandonata e le estere Missioni.[2]
Il 4 febbraio, a Valsalice, nel corso della cerimonia di tumulazione, rivolgendosi specialmente ai giovani Salesiani, interpretava in chiave provvidenziale il permesso di conservare la tomba di don Bosco nell’istituto: «È la Divina Provvidenza quella che vi affida la custodia di questo sepolcro. Pertanto mostratevi degni di tanta sorte, e colla pratica delle virtù di D. Bosco fate che egli possa allietarsi di essere col suo corpo in mezzo di voi, qual Padre presso a’ suoi figli».[3]
Alcuni giorni appresso, concludeva una lettera ai direttori con un’indicazione programmatica: «Cari Confratelli, adottando il consiglio datoci da un pio e benevolo cooperatore, d’ora avanti sia il nostro motto d’ordine: La santità dei figli sia prova della santità del Padre: questo accrescerà il gaudio del nostro amato Don Bosco, che già speriamo accolto in seno a Dio, mentre ridonderà a grande nostro spirituale profitto».[4]
L’incredibile partecipazione ai funerali di don Bosco e l’eco prodotta nella stampa internazionale avevano stupito e consolato i Salesiani. Il viaggio a Roma in febbraio aveva ulteriormente confermato don Rua nel pensiero che la venerazione unanime suscitata da don Bosco era dovuta alla fama della sua santità, oltre che all’ammirazione per le opere instancabili e ardite. Così, nella prima lettera indirizzata ai Salesiani in qualità di Rettor Maggiore, dopo aver invitato i confratelli a raccogliere dati per avviare la causa di beatificazione di don Bosco, ricordava il compito e la responsabilità che ne derivava per i discepoli e ne faceva oggetto del suo programma di governo:
Noi dobbiamo stimarci ben fortunati di essere figli di un tal Padre. Perciò nostra sollecitudine dev’essere di sostenere e a suo tempo sviluppare ognora più le opere da lui iniziate, seguire fedelmente i metodi da lui praticati ed insegnati, e nel nostro modo di parlare e di operare cercare di imitare il modello che il Signore nella sua bontà ci ha in lui somministrato. Questo, o Figli carissimi, sarà il programma che io seguirò nella mia carica; questo pure sia la mira e lo studio di ciascuno dei Salesiani.[5]
Sono queste, a mio parere, le chiavi interpretative del rettorato di don Rua e della sua visione di don Bosco, che permettono di capire il motivo del forte accento da lui posto su alcuni tratti quando si indirizzava ai Salesiani e ai Cooperatori.
Don Bosco è morto, ma vive nella sua opera e nei suoi continuatori. La migliore memoria è quella che si traduce nel proseguimento della sua missione. Il modo migliore è di accoglierne operativamente gli insegnamenti, imitando le sue virtù e assimilandone lo zelo incontenibile. La commemorazione anonima apparsa sul Bollettino Salesiano nel primo anniversario della morte è un efficace esempio di questa prospettiva, fortemente propugnata da don Rua, ed insieme costituisce un primo bilancio positivo che conferma la linea di governo da lui scelta:
Si era ripetuto che morto D. Bosco l’opera sua sarebbe con lui discesa nella tomba; lo si accusava di presunzione, allorché si accingeva ad imprese che sembravano ed erano superiori alle sue forze; eppure che cosa accade? Noi stessi siamo meravigliati per un presente che ci fa sperare un avvenire duraturo. Defunctus adhuc loquitur:
Parla nelle chiese da lui erette, mentre si continuano le stesse funzioni splendidissime da lui istituite, e accorrono le moltitudini […].
Parla nelle turbe innumerevoli dei giovanetti che si accalcano sempre nei suoi collegi e nei suoi oratorii festivi […].
Parla nei nuovi compagni, che noi vediamo sorgere ogni giorno, pronti a consacrarsi all’educazione della gioventù, pronti a perpetuare e ad estendere colla voce, cogli scritti, colle opere le molteplici istituzioni che da lui ebbero principio.
Parla nelle frequenti e numerose elette squadre di coraggiosi che, con tanto slancio, ardore e spirito di sacrifizio, prendono la croce del Missionario […].
E voi, o benedetti Cooperatori e Cooperatrici […], non siete voi una prova miracolosa che ascoltate continuamente la voce del vostro amico, che rammentate le sue promesse, che seguite gli impulsi del vostro cuore generoso in riguardo alla sua cara memoria? […]
E noi presso alla tua tomba, o padre amantissimo, ricorderemo le parole della tua lettera: «Vi raccomando di non piangere la mia morte. […] Invece di piangere fate delle ferme ed efficaci risoluzioni». E noi queste faremo rammentando ciò che tu ripetevi morendo: Lavoro, lavoro, lavoro![6]
Gli strumenti più significativi utilizzati da don Rua per animare la Famiglia Salesiana sono le lettere circolari ai Confratelli e la lettera ai Cooperatori, pubblicata annualmente sul Bollettino Salesiano di gennaio. Quest’ultima è mirata a coltivare l’adesione e la partecipazione alla missione salesiana, con informazioni dettagliate su vicende liete e tristi, sulle opere realizzate nel corso dell’anno e sui progetti messi in cantiere per i mesi successivi. Assemblando queste sue lettere tra 1889 e 1910, si ha un efficacissimo strumento per documentare il dinamismo operativo e la rapida crescita della Famiglia salesiana sotto il suo rettorato, ma soprattutto per capirne le tensioni ideali e lo spirito che animava la compagine salesiana in quel periodo fecondo e determinante della nostra storia. Si partecipava delle visioni e dei sentimenti fervidi che caratterizzavano Chiesa e mondo cattolico a cavallo tra i due secoli, e fornivano ad essi le chiavi per l’interpretazione dei fatti sociali in funzione evangelica e missionaria, le motivazioni e gli orientamenti per le scelte operative. Si ha l’immagine di un cattolicesimo d’azione e di un’effervescenza caritativa che si alimentava ad una solida interiorità, ad una lettura marcatamente religiosa della storia e ad una coscienza forte della propria responsabilità nell’ordine temporale e in quello spirituale.

Le lettere circolari ai Salesiani, invece, sono uno strumento di governo e di animazione orientato prevalentemente alla rivitalizzazione spirituale dei singoli e delle comunità, al mantenimento dello spirito di coesione e di appartenenza, ad alimentare la fedeltà religiosa e l’osservanza, al sostegno della tensione ascetica e perfettiva, al rinverdimento della coscienza della propria specificità missionaria e di metodo.

2. Don Bosco, la sua opera e la cooperazione salesiana
Scorrendo il Bollettino Salesiano di questi anni si colgono interessanti linee di tendenza ed evidenti evoluzioni nell’approccio a don Bosco e all’opera salesiana, espresse in scelte editoriali e strategie comunicative significative. Qui non ci è possibile approfondire l’argomento. Ci limitiamo a indicare un progressivo spostamento dall’enfatizzazione della missione salesiana a vantaggio della gioventù, della sua ampiezza ed urgenza e della sua valenza temporale ed eterna – da tradurre in operosità multiforme e zelante, in attività caritative, educative e pastorali, in costruzione di opere e strutture, in allargamento inesausto di orizzonti – ad una progressiva identificazione tra tale missione e la figura stessa di don Bosco, le sue intuizioni, il suo “spirito”, il suo insegnamento: i Salesiani, le Figlie di Maria Ausiliatrice, coll’aiuto dei Cooperatori, realizzano tale missione se, tenendo lo sguardo fisso sul Fondatore, ne assimilano lo spirito e il magistero, ne imitano le virtù e gli esempi, lo seguono sulla via della santità e dello zelo.
È interessante notare che, sulle pagine del Bollettino Salesiano, la presentazione entusiasta e l’esaltazione della figura di don Bosco è affidata quasi sempre a voci esterne. Vengono ripresi interventi di insigni oratori e conferenzieri, di giornalisti e di prelati o anche di liberali e di anticlericali, lasciando ad essi la celebrazione enfatica della figura e dell’opera.
I redattori salesiani invece, seguendo le indicazioni di don Rua, privilegiano, ora attraverso il racconto aneddotico ora attraverso brevi sintesi rievocative ed efficaci esortazioni, la vocazione di don Bosco in chiave identitaria, missionaria e operativa, ne evidenziano il magistero essenziale in funzione caritativa e formativa, ne sottolineano le intuizioni provvidenziali a vantaggio dei giovani poveri e l’esemplarità pastorale ed educativa, ne accentuano la devozione mariana, lo zelo instancabile e l’affabile carità, l’inesausta operosità per la gloria di Dio e la salvezza della gioventù, in stretta connessione con la missione.
L’enfasi infatti è posta sull’urgenza della salvezza dei giovani e sull’utilità dell’istituzione salesiana a questo riguardo e in relazione al risanamento della società. In ogni fascicolo del Bollettino troviamo notizie su fondazioni e ampliamenti che rendendo palpabile la graduale stupefacente diffusione mondiale, la vitalità dell’opera di don Bosco e la sua provvidenziale ispirazione. Si mira ad alimentare coesione, senso di appartenenza e cooperazione.
Si dà ampio risalto alle lettere di Salesiani e di amici dalle quali si coglie con efficacia l’ispirazione e il fervore di cui è sostanziata l’azione del giovane e vivace organismo salesiano, la fede e la carità che sostengono l’abnegazione di missionari e di educatori, il consenso e l’entusiasmo suscitato ovunque. I Cooperatori e i benefattori vedono concretamente come vengono impiegate le loro elemosine e si sentono parte essenziale della comune missione.
Emerge un grande movimentato affresco che restituisce il dinamismo di un periodo caratterizzato da intensi ideali, generosa dedizione, freschezza di azione e creatività. È un clima e  di cui tutti – lettori e scrittori – si sentono parte attiva. Insieme ai successi vengono condivise anche le difficoltà, le persecuzioni, i lutti improvvisi e i disastri naturali, a cui seguono consolanti e provvidenziali segni della protezione celeste: tutto coopera alla crescita del senso di appartenenza.
«In questa luce gli interventi di don Rua, appaiono calibrati e sempre mirati all’essenziale. Egli distoglie ogni attenzione da sé. Si presenta semplicemente come il prosecutore dell’opera di don Bosco, incaricato di tenerne viva la memoria per renderne efficace la missione.[7] «Intendo che ci animiamo a vicenda a camminare sulle pedate sue gloriose, a seguirne fedelmente i consigli».[8] Metterci tutti d’accordo e fare ciascuno la parte nostra. I Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice, come schiere di un esercito in campagna, faranno la parte loro, mettendo a disposizione di Dio e del prossimo la loro volontà, la loro sanità, la loro vita; i Cooperatori e le Cooperatrici facciano dal loro canto quello, che i buoni padri e le buone madri di famiglia praticano pei loro figliuoli, quando sono in battaglia».[9] «Ricordare tutto ciò che il nostro venerato Padre ha fatto e tutto ciò che noi dobbiamo fare».[10] Il don Bosco da lui evocato annualmente nelle lettere ai Cooperatori è l’apostolo zelante e instancabile, impegnato nella santa battaglia per la salvezza delle anime in un crescendo continuo di operosità condivisa:
«Un giorno – scrive don Rua (gennaio 1893) – il nostro buon Padre Don Bosco trattenevasi con uno de’ suoi più zelanti Cooperatori di varie fondazioni che aveva in mente di fare. Costui credette bene di esortare D. Bosco a rassodare le sue opere già cominciate e non intraprenderne più delle nuove. Si, consento ad arrestarmi, disse D. Bosco, ma ad una condizione. E quale sarebbe? ripigliò l’altro. Alla condizione che il demonio si fermi anche lui. Ma come egli non cessa, di lavorare alla rovina delle anime, non cesserò neppur io di lavorare per salvarle. Io pure – commenta don Rua – desidero di strappare delle anime alle unghie del demonio, ed è per ciò che, facendo assegnamento sulla vostra carità, vorrei dirigere tutti i miei pensieri ed i miei sforzi ad alcune opere, di cui voi conoscerete facilmente l’importanza».[11]
Non è tanto la personalità singolare di don Bosco che don Rua intende far conoscere, quanto diffonderne lo spirito apostolico e la missione, per plasmare del medesimo spirito la Famiglia Salesiana.
Commentando l’evento esaltante del primo Congresso salesiano tenuto a Bologna nel 1895, «sublime spettacolo di fede, di zelo e di carità, e, bisogna che pur lo dica, di simpatia verso l’umile nostra Società»[12], esprime così il suo voto:
Il Congresso Salesiano di Bologna, come si legge nel suo programma, mirava a far conoscere più largamente lo spirito da cui fu informato D. Bosco, a farlo viemeglio penetrare e crescere segnatamente nell’animo dei Cooperatori e delle Cooperatrici Salesiane. Faccia il Signore che sia raggiunto il santo scopo di quella solenne adunanza, che quella fiamma di zelo ardente che tutta consumò la vita di Don Bosco, s’appigli a tutti i nostri cuori, sicché anche noi con lui gridiamo: da mihi animas. Degnatevi unirvi meco per chiedere una grazia sì segnalata per tutti membri della nostra Pia Unione.[13]
Il don Bosco presentato da don Rua ai Cooperatori è l’uomo tutto consumato da una «fiamma di zelo ardente», il quale intende tutti coinvolgere nella sua passione apostolica: «Il nostro dolcissimo Padre D. Bosco, fin dal principio della sua carriera sacerdotale, nell’ardente zelo ond’era divorato, proruppe in quel grido: da mihi animas; fu questo bisogno di salvar delle anime che gli fece parere angusto l’antico mondo e lo spinse ad inviare i suoi figli nelle lontane Missioni d’America».[14] Questa stessa passione apostolica deve animare i discepoli rendere «ognor più stretta ed operosa quell’unione che già esiste tra i Figli di D. Bosco e i loro Cooperatori», che è «unione di mente e di cuore».[15] Il grande compito comune è quello della salvezza delle anime di tanti poveri giovani: «Per l’affetto che portiamo vivissimo a D. Bosco e a’ suoi santi ideali, adoperiamoci, o ferventi Cooperatori, con raddoppiato zelo alla salvezza delle anime, circondiamo di cure ognor più industriose la povera gioventù, e, come meglio ci è possibile, aiutiamo le Opere di D. Bosco».[16]
Lo «spirito di don Bosco» è un’espressione insistentemente usata da don Rua in senso estensivo e comprensivo, con la quale egli pare esprimere quanto oggi indichiamo con una serie di altri termini, come carisma, spiritualità, identità specifica, missione, carità apostolica. Rivolto ai Cooperatori il successore di don Bosco usa l’espressione per designare un patrimonio spirituale e una missione e così, puntualizzare il loro pieno coinvolgimento vocazionale, la partecipazione non solo occasionale o sussidiaria. Riferendo di una lettera autografa in cui Pio X elogiava l’opera della Società Salesiana – che «sommi vantaggi apportò alla società civile, ed a procurare la salute delle anime molte opere intraprese in ogni parte del mondo, non trascurando in nulla l’indole dei tempi presenti» – egli aggiunge che senza la carità dei Cooperatori nulla si sarebbe potuto fare. Come protagonisti attivi della stessa impresa salvifica, sono animati da don Rua a vivere dello stesso zelo evangelizzatore di don Bosco:
Oh! come è bella la vostra missione, o cari Cooperatori e zelanti Cooperatrici; estendendosi a tutte le opere di D. Bosco, di quali frutti copiosi e consolanti non è mai feconda! Vi confesso, che a queste considerazioni oso unire la mia voce a quella del Papa, e dall’intimo del cuore innalzo anch’io il voto che la vostra Pia Unione «prenda di giorno in giorno incremento maggiore, e la Dio mercè arrivi a tale che dappertutto, sia nelle città, sia nei villaggi, o si viva dello spirito del Fondatore dei Salesiani o se ne coltivi l’amore». Sì, dello spirito di D. Bosco!… Ricordiamoci, o benemeriti Cooperatori e benemerite Cooperatrici, che lo spirito di D. Bosco è spirito di lavoro continuo per la salvezza delle anime, è un continuo adoperarsi pel bene spirituale e materiale della gioventù, sopratutto povera ed abbandonata. Da mihi animas, caetera tolle! ecco il motto preferito da D. Bosco ed il suo immutato programma. Chi ama Don Bosco, ama pure i giovanetti, si piega in soccorso dei bisognosi e si adopera per la gloria del Signore.[17]
Un modo concreto di far proprio lo spirito di don Bosco è dunque quello di diffonderne le opere a vantaggio dei giovani, a cominciare dagli Oratori festivi:
Fine primario della pia Società Salesiana e delle opere di carità proposte a tutti i Cooperatori, la più raccomandata è questa provvedere all’ educazione religiosa di tanta gioventù, raccogliendola negli Oratori festivi. Vorrei che tutti intendessero l’importanza di questa missione come la intendeva D. Bosco. Mi ricordo di averlo sentito ripetere più volte che per molti giovani è questo l’unico mezzo di salute, come per molti altri è pure il più facile ed opportuno. Vediamo dunque di adoperarci quest’anno a riempire di giovani gli Oratorii esistenti ed a promuoverne la fondazione di nuovi. E qui dovete notare, miei buoni Cooperatori, che non basta dare il vostro appoggio morale agli Oratorii, ma urge che quelli che fra di voi ne hanno la possibilità si prestino a fare il catechismo, ad assistere i giovani nei loro divertimenti e a fare qualche annuale sacrifizio pecuniario per concorrere anche materialmente allo sviluppo maggiore dell’Oratorio festivo che più gli sta a cuore. La nostra pia Società ne ha da tutte le parti: basta scegliere e poi aiutare.[18]
La constatazione della crescente attenzione ecclesiale e sociale nei confronti degli Oratori e del loro Fondatore, offre a don Rua l’occasione per esortare tutti all’imitazione dello zelo salvifico di don Bosco. Oarlando, ad esempio del III Congresso degli Oratori festivi e delle Scuole di Religione (tenuto a Faenza nell’aprile 1907), scrive:
Non potete credere, o buoni Cooperatori e zelanti Cooperatrici, quanto abbia rallegrato il mio cuore quell’importante Convegno […]. Infatti il vedere riconosciuta da tante illustri persone non solo l’opportunità ma la necessità degli Oratori Festivi, cioè di quell’opera colla quale D. Bosco incominciò il suo apostolato, l’udire proporci come mezzi efficacissimi per attirare i giovani «la ginnastica, lo sport, la drammatica e la musica» che già fin dai primi anni D. Bosco aveva introdotto nei suoi Oratori, quell’inculcare a nome del S. Padre Pio X e dei Vescovi il dovere di preservare dall’errore la gioventù specialmente colle pratiche di pietà, coi catechismi e colle scuole di religione, appunto come sempre ci insegnava D. Bosco coll’esempio e colla parola: tutto ciò mi assicurò una volta di più che il nostro Fondatore, avendo conosciuto intimamente i bisogni dei tempi e trovato il rimedio ai mali proprii della nostra età, fosse evidentemente ispirato e guidato da Dio. Oh! come io avrei goduto, se si fossero trovati presenti a quel caro Congresso tutti i nostri Cooperatori! Certo essi ne avrebbero ricavato una stima sempre più grande del nostro Fondatore e uno zelo infaticabile nel lavorare a vantaggio della gioventù».[19]
Non solo le gioie, ma anche i dolori e le persecuzioni vengono ripresi da don Rua in chiave di esortazione alla fedeltà, come in occasione dei “fatti di Varazze”:
Ma fin d’ora non dev’essere senza nostro vantaggio l’onta che ci si voleva inflitta, per cui ecco la parola che debbo aggiungere: Impariamo!
Impariamo a conoscere che il sentiero che battiamo è una via santa, e che il bene, che la nostra Pia Società insieme colla vostra Pia Unione va incessantemente compiendo colla benedizione di Dio in mezzo alla gioventù, non dev’essere piccola cosa se valse a suscitare contro noi tanto livore per parte dei veri nemici della moralità e sopratutto della cristiana educazione della gioventù.
L’astuta tattica, sembra a me, ebbe in mira specialmente due cose: anzitutto a coprire di fango il nome salesiano per creare il discredito e formare il vuoto attorno a noi: in secondo luogo a paralizzare e a restringer per lo meno, ma fors’anche ad annientare se fosse possibile, la nostra attività e la nostra espansione. […]
Tocca ora a noi, o benemeriti Cooperatori e zelanti Cooperatrici, il mandare a vuoto anche il secondo disegno.
Per parte dei Salesiani credo di potervi assicurare, che mai come adesso noi ci sentimmo così animati e risoluti a raddoppiare e intensificare le nostre cure ed alacrità a vantaggio dell’educazione e dell’istruzione religiosa di tanti giovanetti. Aiutateci voi pure in questo santo proposito.[20]
Inoltre, la stretta identificazione tra don Bosco e la missione propria, costantemente rimarcata e promossa da don Rua, dà alla compagine salesiana una percezione di sé come di forza benefica e caritativa provvidenziale, in grado di rispondere efficacemente ai reali bisogni dei giovani, in Italia e nel mondo. Tutto ciò conferisce duttilità e agilità all’istituzione, una prontezza di risposta e alimenta nei singoli un generoso spirito di sacrificio, dà loro efficienza operativa, pur nella semplicità e nella povertà delle opere.
Le sintesi annuali offerte ai Cooperatori – nelle quali don Rua opera un consuntivo di quanto si è fatto nell’anno trascorso e prospetta concreti obiettivi per il futuro, aree di impegno prioritarie, opere da realizzare – funzionano come una cinghia di trasmissione efficace. Così, da un lato, permette il coinvolgimento di una cooperazione sempre più ampia e informata e, dall’altro, stimola nelle due famiglie di consacrati un impegno sempre più generoso, una coscienza identitaria e un senso di appartenenza vocazionale, con effetti di coesione, di mobilitazione plurima, di risonanza sociale ed ecclesiale, di fermentazione dei consensi.
Egli si sforza sempre di dare all’impresa salesiana un forte radicamento ecclesiale, un’intensa tonalità spirituale (ascetica e mistica), una chiara tensione missionaria ed etica. Questa sua prospettiva, come appare dalle risonanze dei lettori, suscita vocazioni, rafforza le motivazioni e genera anche eroismi.
Col passar degli anni le esortazioni di don Rua ai Cooperatori ricalcano quasi alla lettera le parole di don Bosco, dal quale egli attinge i temi centrali. Nel gennaio 1907, ad esempio cita un efficacissimo brano di don Bosco, per definire le finalità della cooperazione salesiana:
«Ormai sapete ormai sapete a che cosa serve la vostra carità, la vostra limosina nelle mani di Don Bosco. Essa serve a raccogliere dalle vie tanti poveri giovanetti, a dar loro col pane della vita il cibo dell’anima, istruirli nella religione, avviarli ad un mestiere o a qualche carriera onorata, a formarne dei buoni figliuoli di famiglia e dei savii cittadini; serve a dare alla civile società dei membri utili, alla Chiesa dei cattolici virtuosi, al Cielo dei fortunati abitatori; serve a creare per la gioventù dei maestri dabbene, per le popolazioni cristiane dei zelanti sacerdoti, pei popoli selvaggi dei coraggiosi Missionarî; serve ad innalzare sacri edifizii per radunarvi i fedeli ed ammaestrarli nella religione, confortarli coi Sacramenti e farli benedire Iddio, onde risarcirlo delle orrende bestemmie con cui lo maledicono gli empii; serve a pubblicare e diffondere migliaia di buoni libri per seminare nel mondo sani principii, combattere gli errori, raffermare le anime nella fede, richiamare sul buon sentiero gli erranti e rassodarli nella virtù; serve insomma ad ampliare il regno di Dio in sulla terra, a far regnare Gesù Cristo negli individui, nelle famiglie, nelle città, nelle nazioni, a farlo conoscere ed amare, se dato ci fosse, da un capo all’altro del mondo, onde si compia la profezia che dice: Egli dominerà dall’uno all’altro mare: dominabitur a mari usque ad mare».
Or io ripeto a voi, o cari Cooperatori e buone Cooperatrici – conclude don Rua: «Ecco l’uso che continueremo a fare delle vostre limosine!».[21]
Queste relazioni di don Rua ai Cooperatori documentano una visione di don Bosco e della sua missione che genera una percezione della Famiglia salesiana molto più comprensiva e coesa di quella che noi oggi abbiamo e una tensione universalistica di ampio respiro, del tutto opposta al regionalismo asfittico e ripiegato che pare talvolta connotare l’istituzione salesiana oggi. C’è la percezione di un’opera comune e grande da compiere nel nome del Fondatore, di una battaglia urgente e gloriosa da combattere insieme (viribus unitis), per la salvezza della gioventù, per la diffusione del regno di Dio, per il trionfo della Chiesa, ciascuno nel proprio posto e con le proprie responsabilità, ognuno con le proprie armi, spirituali e morali, educative e oblative, organizzative ed economiche, ma con la coscienza di appartenere ad un’armata spirituale che opera in un campo vasto come il mondo e che deve conquistare avamposti strategici abbandonando le posizioni divenute inutili.

In questa grande famiglia di don Bosco, letta con gli occhi di don Rua, c’è posto per tutti. È uno spaccato efficace di storia salesiana delle origini sul quale converrà riflettere, traendone lezioni e stimoli per un “ritorno a don Bosco” capace di sostenere quella riforma radicale e vivificante che tutti sentono necessaria in questo critico momento storico ed ecclesiale.

3. Don Bosco modello del salesiano
Dopo la morte di don Rua, il successore Paolo Albera, consapevole dell’importanza del suo magistero, riunisce in un volume tutte le circolari ai Salesiani.[22] Le considera come «la quintessenza dello spirito religioso», «il compendio dei trattati di ascetica», «capolavori di pedagogia salesiana». Si augura che il volume venga spesso riletto dai Salesiani, «tutti desiderosi di fare ogni giorno qualche passo nella perfezione», ma soprattutto da coloro «che dovranno esser guida ai propri confratelli negli esercizi spirituali […]: qui voi troverete i conforti e i consigli che saranno necessarii per la perseveranza nella vocazione e nella pratica del vero spirito salesiano».[23]
Tanta enfasi deriva dalla persuasione – condivisa da tutti i membri della Famiglia Salesiana – del valore singolare di don Michele Rua, confidente privilegiato di don Bosco, coscienzioso collaboratore fin dai primi passi della Società di S. Francesco di Sales, accreditato interprete e fedele imitatore del suo spirito e delle sue virtù:
La vita di D. Rua fu un continuo studio d’imitare il Venerabile D. Bosco. A ciò è dovuto quell’incessante progredire nella perfezione, che in lui ebbe ad ammirare chiunque l’ha avvicinato; questa è l’arte con la quale egli riuscì a riprodurre in se stesso nel modo più perfetto il modello che ognora teneva dinnanzi agli occhi, sicché D. Rua poté dirsi un altro D. Bosco.[24]
Mentre l’analisi del Bollettino Salesiano, sotto il rettorato di don Rua, ci offre uno spaccato efficace dello sviluppo prodigioso delle due Congregazioni, in un crescendo di entusiasmi e di iniziative, in uno scenario nazionale e internazionale di accadimenti, di tensioni e di traumi che hanno segnato il passaggio tra Ottocento e Novecento, la lettura continuativa del volume delle Lettere circolari di don Michele Rua ai Salesiani, ci fa penetrare nel mondo dell’interiorità salesiana, nei quadri mentali inconfondibili di un movimento religioso marcato da forti tensioni spirituali, da una commovente dedizione operativa e caritativa, da un desiderio totalitario di fedeltà.
Qui l’immagine di don Bosco che don Rua fa emergere è del tutto inseparabile da quella dell’esemplarità salesiana e ad essa funzionale. In ogni intervento, la preoccupazione dominante è garantire la fedeltà dei «figli di Don Bosco», il discepolato affettuoso e integrale, la devozione tenera al Padre-Fondatore. «Ve ne scongiuro – scrive il 30 aprile 1895, dopo aver percepito nel Congresso Salesiano di Bologna le grandi attese di molti vescovi e Cooperatori nei confronti dei Salesiani –, uniamoci tutti per sostenere l’onore della nostra Pia Società, viviamo lo spirito di Don Bosco e rappresentiamolo meglio che per noi si possa, ovunque abbia a condurci la mano di Dio».[25]
Inoltre don Rua si preoccupa di alimentare l’unione spirituale e morale (di spiriti e di cuori) in una Congregazione che va sempre più espandendosi:

Eccoci pertanto noi, figli di D. Bosco, sparsi ormai su tutta la faccia della terra. Smisurate distanze ci separano gli uni dagli altri; lavoriamo in paesi quanto mai differenti d’indole e di costumi; tanti e svariatissimi sono i ministeri a cui noi siamo occupati […] Questa separazione, queste immense distanze, queste diversità d’occupazioni non ci furono finora d’impedimento a tenerci uniti di spirito; sebbene così dispersi, noi formiamo una sola grande famiglia, di cui sono comuni le gioie ed i dolori. Ci tiene tutti stretti e compatti quella Santa Regola che ricevemmo in retaggio dal nostro amatissimo Fondatore e Padre Don Bosco, ma specialmente ci lega fra di noi la carità di Gesù Cristo.[26]

3.1. La santità e le virtù del Fondatore sono la regola suprema del Salesiano
Tendenzialmente don Rua si orienta ad animare nei Salesiani la fedeltà a don Bosco evidenziando il fervore e l’operosità che essi ovunque dimostrano con la loro generosità e il loro zelo, per poi puntare il dito sulle finalità, le virtù religiose e la rettitudine interiore che furono proprie del Fondatore: fare del bene, conquistare anime a Gesù Cristo, esercizio della carità e ubbidienza.[27]
Quando si rivolge ai salesiani, don Rua presenta don Bosco innanzitutto come il maestro di santità e di carità apostolica che invita i figli all’imitazione e alla sequela.[28]
Questo sostanzialmente è il don Bosco emergente dalle circolari ai Salesiani: l’uomo di Dio, proteso alla perfezione della carità, che è in lui inesauribile sorgente di fervore, di atteggiamenti virtuosi e di inesausta operosità apostolica. Così dev’essere per i discepoli, poiché in questa medesima tensione alla santità operativa risiede la loro identità di figli di Don Bosco.[29]
In occasione dell’anno santo 1900, don Rua, «per istringere e rinvigorire sempre più il vincolo di carità che ci unisce e ravvivare lo spirito del nostro amatissimo Fondatore e Padre D. Bosco», non trova altro mezzo che quello di ritornare sul nucleo della santità di don Bosco: «Siamo nell’Anno Santo, facciamoci tutti diligente studio per eliminare dalla nostra individuale condotta e dalle nostre Case quanto si oppone alla santità del nostro stato ed avanzarci realmente nelle vie della perfezione. Gli esempi di San Francesco di Sales e del nostro amatissimo Padre D. Bosco ci siano sprone all’acquisto delle virtù necessarie al nostro stato».[30]
In questa prospettiva i temi evidenziati sono: la necessità di tendere alla perfezione, la povertà e l’austerità di vita in prospettiva apostolica, l’amor di Dio come alimento dello zelo apostolico, l’acquisizione dello “spirito di don Bosco”, e la fedeltà alla Regola.
3.1.1. La tensione alla perfezione, imparata da don Bosco, è una necessità per il salesiano: «nell’emettere i santi voti si contrasse l’obbligazione di andar innanzi continuamente nella perfezione che conviene allo stato che si è abbracciato. Quindi questa tendenza verso la perfezione diviene pel Salesiano come un debito che egli paga ogni giorno, ma che sulla terra non finisce mai di saldare. […] L’arrestarsi è indietreggiare; non guadagnare è perdere; deporre le armi è dichiararsi vinto; lavorare senza energia è disfare il già fatto».[31]
La dichiarazione di venerabilità di don Bosco (24 luglio 1907) viene percepita come conferma ecclesiale di un patrimonio di santità comune: «Se mai ci avesse sorpreso qualche dubbio che la nostra Pia Società fosse l’opera di Dio, ora il nostro spirito può riposare tranquillo dal momento che la Chiesa col suo infallibile magistero chiama Venerabile il nostro Fondatore». La santità del Padre si impone come stimolo e modello:
«Tutti coloro che la mano della Provvidenza condusse sotto la mite sua disciplina non tardarono a ravvisare in lui il modello del sacerdote. Chi lo avvicinava per poco, non poteva a meno di ammirare le sue sode virtù, il suo zelo inaccessibile allo scoraggiamento, il suo non mai interrotto spirito di sacrificio. […] Nè può credersi senza fondamento la fama che narrava aver D. Bosco operate cose meravigliose, anzi cose che tenevano del miracolo». Dunque, ne conclude don Rua, è necessario passare all’azione: «Sia quindi nostro impegno di mostrarci non indegni figli di un Padre che la Chiesa chiamò Venerabile. Ciascuno osservi scrupolosamente quelle Costituzioni che D. Bosco ci ha dato e si sforzi di copiare in se stesso le preclare virtù che il nostro Venerabile Fondatore ha praticato. Oh! se mi venisse dato di constatare da questo punto un vero accrescimento nello spirito di pietà, di ubbidienza e di sacrifizio in tutti i membri della nostra Pia Società».[32]
Mano a mano che le vicende storiche mettono in risalto la grandezza di don Bosco e il legame indissolubile tra la missione che ha prodotto opere prodigiose, le virtù che gli hanno permesso di realizzarla, l’intenzionalità di fede e la santità di vita da cui tutto si è generato, appare sempre più evidente che l’opera salesiana deve collocarsi nello stesso solco, che i figli debbono alimentarsi della stessa tensione virtuosa e perfettiva per rendere fecondo il molteplice apostolato loro affidato, poiché don Bosco riassume in sé tutta l’identità e la spiritualità salesiana.
3.1.2. Tra le virtù religiose, una delle più insistite è quella della povertà, espressa nel distacco da ogni interesse personale e nell’austerità di vita radicale, in prospettiva apostolica:
«Il nostro Venerato Padre visse povero fino al termine della sua vita, e nutriva un amore eroico alla povertà volontaria. Godeva quando toccavagli soffrire la penuria delle cose necessarie. Apparve evidente il suo distacco dai beni della terra […]. E Dio lo ricompensò largamente della sua fiducia e della sua povertà, sicché riuscì ad intraprendere opere che i prìncipi stessi non avrebbero osato, e a condurle felicemente a termine. Parlando del voto di povertà Don Bosco nella sua circolare del 21 novembre 1886 scriveva: Ricordiamoci, miei cari figliuoli, che da questa osservanza dipende in massima parte il benessere della nostra Pia Società ed il vantaggio dell’anima nostra. Spesse volte nelle conferenze ci assicurò che la nostra Congregazione sarebbe stata benedetta, sostenuta e prosperata dal Signore se in essa fosse stata ognor fiorente la povertà».[33]
3.1.3. Altro elemento caratteristico della fisionomia spirituale di don Bosco evidenziata da don Rua come determinante per l’identità salesiana, è l’amor di Dio generatore di incontenibile zelo apostolico: «Quanti conobbero D. Bosco durante la sua carriera mortale […] avranno senza dubbio dovuto convincersi che egli non viveva che per Dio, che in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni benché minima azione era guidato dallo spirito del Signore. Per noi suoi figliuoli pare quasi impossibile rappresentarci D. Bosco se non col volto acceso di santo zelo e colle labbra aperte in atto di ripetere il suo motto prediletto: Da mihi animas, caetera tolle. Credo di non andar errato pensando che anche voi non potete raffigurarvelo altrimenti che quale perfetto modello di sacerdote, immemore di se stesso, intento unicamente a procurare la gloria di Dio ed a guidare un gran numero di anime al cielo. E se noi avessimo vaghezza di domandargli come abbia fatto a sormontare tante difficoltà, a passare vittorioso tra gli scogli, a continuare imperturbato il cammino tracciatogli dalla Provvidenza e fondare la sua Pia Società, sembra che egli con quella fisonomia bonaria e sempre raggiante di carità e dolcezza ci risponda colle parole di S. Paolo: nos autem sensum Christi habemus, quasi volesse dirci che mai non pensò ne operò secondo i dettami del mondo, e sempre e dovunque si sforzò di riprodurre in se stesso il divino modello, Gesù Cristo, e così gli venne fatto di compiere la sua missione».[34]
3.1.4. Insomma, c’è una scuola di santità salesiana che si esprime in uno “spirito” proprio che va conosciuto e acquisito. Lo «spirito di don Bosco» diventa sotto la penna di don Rua un’espressione globale inclusiva che racchiude, insieme al dinamismo delle virtù teologali e alle tensioni ideali, anche atteggiamenti, stile di vita, sensibilità, linguaggi, ritmi, modi di fare e di relazionarsi ispirati al sistema preventivo.[35]

3.1.5. La via sicura della perfezione salesiana alla scuola di don Bosco consiste nell’osservanza della Regola, concepita come espressione sintetica dell’identità salesiana: «Per arrivare quindi ad essere ben imbevuti dello spirito del Ven. D. Bosco noi dobbiamo leggere e meditare le nostre Costituzioni».[36] Questa è la strada che sicuramente porta alla santificazione.[37] Infatti le Regole sono «il più bel ricordo e la più preziosa reliquia del nostro amatissimo Don Bosco»,[38] «qui sta il cardine di tutto l’avvenire della nostra cara Società».[39] Tale osservanza parte dalla conoscenza e dalla meditazione del testo e sfocia nella concreta e operativa verifica del vissuto.[40]

3.2. Don Bosco apostolo dell’Oratorio
Ma è soprattutto il don Bosco apostolo dell’Oratorio che don Rua costantemente evidenzia. L’Oratorio festivo, prima opera di don Bosco, ha una sua perenne validità per la gioventù di ceto popolare in ogni parte del mondo, soprattutto dove la povertà e la trascuratezza educativa è maggiore. Nell’Oratorio, secondo don Rua, emergere più luminosa la figura e l’opera del Padre, perché in esso egli seppe coniugare la missione evangelizzatrice, attraverso la catechesi e la vita sacramentale, e la missione formatrice attraverso l’educazione, l’istruzione, la prevenzione e l’allegria.
In occasione della promulgazione del Catechismo di Pio X, ad esempio, scriveva ai salesiani: «prova che lo spirito di D. Bosco era lo spirito della Chiesa» è la centralità del catechismo nel suo Oratorio: «Il catechismo nelle chiese, sulle piazze, in un prato era il lavoro principale di D. Bosco; fu il mezzo con cui trasformò tanti monelli di piazza, e ne fece dei buoni cristiani ed onesti cittadini […]. Secondo la mente di D. Bosco quegli oratorii in cui non si facesse il catechismo, non sarebbero che ricreatori; cesserebbero di essere salesiani quegli istituti ove non s’insegnasse debitamente la religione, specie coi catechismi».[41]
In un periodo in cui, l’opera salesiana si espandeva prevalentemente attraverso la fondazione di grandi Collegi e scuole artigianali, don Rua fu un instancabile propugnatore degli Oratori festivi. Più volte traspare la sua soddisfazione, quando presenta l’impegno oratoriano dei Salesiani.[42]
La sua insistenza, come vediamo dalle pagine del Bollettino, ha incoraggiato Salesiani, Figlie di Maria Ausiliatrice e Cooperatori a fondare una quantità impressionante di Oratori in tutto il mondo. Ma don Rua si preoccupa costantemente di ricordare la funzione primaria di tale opera,. Scrive ad esempio nel 1896:
Lo zelo ardente ed industrioso con cui si fecero sorgere Oratorii Festivi quasi ovunque àvvi una Casa Salesiana, e con cui si diede sviluppo a quelli che già esistevano, mi assicura che voi avete ben compreso quanto mi stia a cuore quest’Opera, così cara a Don Bosco […]. Ma di grazia, attenetevi ognora alle tradizioni della nostra Pia Società. Si ebbe a notare che in qualche Oratorio si dà troppa importanza alla musica istrumentale ed al teatrino. Colà ciò che dovrebbe essere accessorio, diviene principale; ciò che dovrebbe essere strumento al bene, trae a sé tutte le sollecitudini, come fosse il fine per cui l’Oratorio è fondato. Non così pensava ed operava Don Bosco, il quale avrebbe voluto che si facesse il teatro colà solo ove abbondano i divertimenti mondani, ove àvvi pericolo che i giovani vadano a teatri pubblici, che sventuratamente sogliono essere tutt’altro che scuole di moralità. Invece della musica strumentale che importa gravi spese e fatiche, in molti Oratorii basterebbe con minor disturbo e maggior profitto insegnare il canto fermo e la musicale vocale, cose sufficienti per rendere belle ed attraenti le funzioni di chiesa ed affezionare i giovani all’Oratorio.[43]
È significativo che a qust’opera don Rua dedichi la sua prima Lettera edificante, nella quale, per sottolinearne l’importanza, scrive:
Vi parlerò dapprima dei Catechismi e degli Oratori festivi, di quest’apostolato che diede occasione a tutte le Opere Salesiane ed alla stessa nostra Pia Società! Non crediate, o carissimi figli in G. C., che solamente quando D. Bosco dié principio alla sua missione provvidenziale fosse opportuno occuparsi degli Oratori festivi. Quantunque la nostra Pia Società metta mano a svariatissime imprese, questo campo rimane sempre aperto ai Salesiani ed abbondantissima ne è la messe. […]
Ma voi potreste credere che si possano contare sì liete cose solamente di quegli Oratori che possiedono un locale adatto, cioè una cappella conveniente, un vasto cortile, un teatrino, attrezzi di ginnastica e giochi numerosi ed attraenti. Certamente son questi mezzi efficacissimi […]; tuttavia debbo dirvi con la più viva gioia che in più luoghi lo zelo dei confratelli ha supplito alla mancanza di questi mezzi. Si cominciarono degli Oratori in quel modo stesso che tenne D. Bosco al Rifugio: una scuola od una misera sala serviva di cappella, mentre un piccolo spazio di terreno senza riparo serviva di cortile e a tutto: sembrava affatto impossibile continuare, eppure i giovanetti, allettati dalle maniere dei Salesiani, accorsero numerosi […]: Altrove noi troveremmo vaste sale, ampi cortili, bei giardini, giochi d’ogni fatta: ma noi amiamo meglio venir qui ove non c’è niente, ma sappiamo che ci si vuol bene.

Ciò vi scrivo, carissimi figli in G. C., affinché non vi lasciate scoraggiare se, specialmente in principio, vi mancano i mezzi.[44]

3.3. Don Bosco confessore e direttore spirituale e la responsabilità dei direttori salesiani
Nella mente del Rettor Maggiore e dei salesiani cresciuti alla scuola di don Bosco la centralità spirituale della figura e del ministero del direttore nelle singole opere è indiscussa. La prassi formativa e religiosa di Valdocco e il modo di essere e fare il “superiore” di don Bosco avevano contribuito a definirne il ruolo di padre spirituale, di guida esterna e di confessore, di ispiratore della pietà, di esempio nella santità e nel metodo educativo e di stimolo e traino nello zelo pastorale. Il lavoro di aggiornamento delle Costituzioni e dei Regolamenti attuato a nel corso del X Capitolo Generale (1904) aveva apportato poche novità in riferimento al ruolo e all’identità del direttore salesiano, ma aveva dovuto recepire il decreto del Santo Ufficio del 24 aprile 1901, che proibiva ai superiori religiosi di essere confessori dei propri sudditi. Soppresse le deliberazioni precedenti sul direttore-confessore, mettendo fine a una prassi veneranda, si credette tuttavia opportuno rimarcare il valore del rendiconto per mantenere al superiore della Casa il compito che il Fondatore gli aveva assegnato:
Il Capitolo Generale decimo volle rendere i Direttori responsabili effettivamente del progresso religioso dei soci, costituendoli veri Direttori Spirituali di essi, sebbene non ne siano i confessori. A tale fine raccomandò loro che le anime siano il loro principale pensiero; le opere spirituali, il perfezionamento morale e il progresso religioso la loro precipua cura, acciocché formetur in omnibus Christus e non abbiano solamente una società d’impiegati o di istitutori.[45]
Le convinzioni venivano confermate dall’esperienza. Al termine della visita straordinaria alle Case Salesiane, il 1 dicembre 1909, don Rua constata «che ove trovasi un Superiore fornito delle necessarie qualità, guidato da vero e ardente zelo, fedele imitatore del nostro Venerabile Padre e Fondatore D. Bosco in quella casa fiorisce la pietà, regna una grande illibatezza di costumi, si ammira un continuo progresso negli studii, si respira un’atmosfera profumata dalla fragranza d’ogni più eletta virtù».[46]
Come esempio è utile riportare alcune raccomandazioni concrete, atte nella mente e nell’esperienza di don Rua a garantire la fecondità del ministero del direttore a vantaggio della vita spirituale della comunità. Nella circolare agli ispettori e direttori di America (24 agosto 1894), commenta operativamente l’invito di san Paolo a Timoteo, «Attende tibi»:
  1. Attende tibi, quindi siate ben convinti che le pratiche di pietà sono il più valido sostegno della vita religiosa […].
  2. Attende tibi, e quindi siate veramente Direttori del vostro Istituto, avendo a cuore tutto ciò che riguarda la vostra carica. Considerate falso quello zelo che vi fa credere immenso il bene che voi potreste fare al di fuori, e vi nasconde il male, di cui vi rendete colpevoli non curando quelle anime che Iddio, per mezzo dell’ubbidienza, vi ha affidate […].
  3. Attende tibi, quindi memori di quelle parole che nella perfezione, cum consummaverit homo, tunc incipiet, pensate che molto vi resta da imparare, molti difetti, da correggere e molte virtù da acquistare. Alcuni avendo una certa nozione della virtù, sapendo discretamente parlarne, si danno a credere di possederla, ignorando che dalla scienza teorica alla pratica corre un gran tratto. Veggano i Confratelli che voi cercate di acquistarla, che vi studiate di rendervi ogni giorno migliori.
  4. Attende tibi, e quindi sforzatevi di tenervi ben fondati  nell’umiltà. Pur troppo se ci esaminiamo in modo diligente ed imparziale, dobbiam confessare esistere in fondo al cuore, grande amor proprio, desiderio di primeggiare e d’essere stimati, compiacenza delle nostre azioni, suscettibilità ed orrore di tutto ciò che potrebbe umiliarci […] [Prefiggiamoci sempre come fine] la gloria di Dio ed il bene delle anime, giammai l’onore e la gloria propria […].
  5. E queste ultime parole mi suggeriscono ancora un avviso della massima importanza. Pel bene della nostra Pia Società a cui, non v’ha dubbio, voi siete teneramente affezionati, ve ne scongiuro, fate che nella vostra Casa fiorisca l’ubbidienza, e voi datene agli altri l’esempio. Siate scrupolosi osservatori della Santa Regola e delle Deliberazioni dei Capitoli Generali; in esse voi troverete una guarentigia del buon ordine in casa ed il segreto della vostra perfezione […]. Si ubbidisca, e poi si lasci tutto nelle mani della Provvidenza.[47]
I superiori devono rammentare che incombe loro «il dovere di fare agli altri da maestri nella virtù e nella perfezione»: i confratelli «hanno bisogno che il Direttore li diriga, li assista, li aiuti e li renda atti ai vari uffizi, a cui sono destinati». Il «lavoro della formazione» dei confratelli più giovani, iniziato dai maestri di noviziato, va proseguito. I direttori debbono «coltivarli nello spirito, e vegliare che nessuno abbia a perdere la vocazione».[48] L’andamento generale delle opere, la qualità spirituale delle comunità dipendono appunto dal loro impegno: «per la missione che avete ricevuto, dovete essere le guide di altri Confratelli nel sentiero della perfezione, le sentinelle vigilanti dei giovanetti affidati alle vostre cure, i custodi dello spirito di D. Bosco, gli interpreti autorevoli delle intenzioni dei Superiori, anzi i rappresentanti della loro stessa autorità».[49]
Le espressioni vanno collocate in contesto: il superiore salesiano in quel momento (1899) è ancora il confessore regolare della comunità, dunque “direttore” (spirituale) per eccellenza dei confratelli e dei giovani attraverso l’esercizio del Sacramento. Qui don Rua si dilunga a presentare l’impegno di don Bosco Confessore:
Tutti infatti sapete come egli sotto la disciplina di quel gran Maestro del Clero Subalpino che fu D. Cafasso, nel Convitto Ecclesiastico di Torino, tutta rivolse l’energia della mente e l’acutezza del non ordinario suo ingegno a riuscire meglio che per lui si potesse nella più difficile delle arti, quella cioè di dirigere le anime: ars artium, regimen animarum. Datosi poscia anima e corpo alla sua missione in pro della gioventù, ogni giorno per ore ed ore attendeva a questa che è parte precipua del ministero sacerdotale. […]
La sua profonda conoscenza del cuore umano lo aveva reso persuaso che la confessione era il mezzo più efficace per trasformare i giovani già stati preda del vizio, e di preservare dal male gli innocenti. Pensò che senza di essa sarebbero tornati di poco o nessun profitto i ritrovati della moderna pedagogia, ond’è che egli pose a base del suo sistema preventivo l’uso dei Ss. Sacramenti. L’esperienza poi gl’insegnava ad ogni piè sospinto che per rendere i suoi figliuoli forti contro gli assalti del demonio, costanti contro gli allettamenti del mondo, invincibili nelle lotte contro le passioni, era necessario che, nel Sacramento della misericordia, la mano del sacerdote facesse piovere su di loro il preziosissimo Sangue del Redentore.[50]
A partire da questa rappresentazione del Fondatore come modello di Confessore e di Direttore spirituale, don Rua passa a richiamare alcune conseguenze operative per i Direttori nei confronti dei giovani e, particolarmente, dei confratelli, in quanto rappresentanti di don Bosco:
«Vorrei imboccare la tromba e con voce potente tutti animarli a compiere alacremente questo loro capitale dovere. Vegliate attentamente perché sia allontanato qualsiasi ostacolo s’opponesse al loro avanzamento spirituale. Vegliate notte e giorno, perché siano tolti gli abusi nell’osservanza della Santa Regola, specialmente per ciò che spetta alla pratica della povertà e della castità. Vegliate perché si facciano regolarmente le pratiche di pietà prescritte; perché sia allontanato il peccato ed ogni pericolosa occasione, perché anzi tutto si cerchi la salvezza delle anime. Vigilate ergo… quod vobis dico, omnibus dico. Ma questo non basta. È parimenti vostro dovere spingere nella strada della perfezione i vostri Confratelli coll’esempio e colla parola. […] Insegnate la pratica della perfezione nelle conferenze, nelle confessioni e nei rendiconti; insegnatela in ogni conversazione come faceva D. Bosco. […] Tuttavia più che la parola insegni la perfezione il vostro esempio, poiché questo è il linguaggio che suol riuscire più fruttuoso giusta l’adagio: vox oris sonat, vox operis tonat».[51]
La missione del direttore come modello di fedeltà, guida spirituale della comunità e dei giovani, animatore della comunione e della missione è ben nella lettera scritta nel 1894 agli ispettori e ai direttori d’America, nel quale si vede Il nesso tra fedeltà religiosa, cura della propria vita interiore, tensione apostolica e conformazione a don Bosco.[52]
L’importanza del superiore per l’andamento generale e la salvaguardia dello spirito religioso è confermata poi nel 1907, dopo i dolorosi “fatti di Varazze”, dalla visita canonica generale operata dal Capitolo Superiore. Si è constatato che causa si molti inconvenienti nelle Case è «l’inettitudine del direttore o la negligenza di lui nel compiere i suoi doveri»; è compito di ogni ispettore «fare uno studio accurato delle virtù e dei difetti di ciascun direttore» per deporre quelli «inetti a governare la loro comunità secondo lo spirito del nostro Venerabile Fondatore». Gli ispettori «con zelo instancabile» spronino i direttori «a prendere veramente a cuore i doveri della loro carica», ad essere attivi, presenti fra i giovani, a non assumersi impegni esterni, a ricevere regolarmente i rendiconti, a vigilare sulla disciplina e il buon ordine, a controllare le uscite e le relazioni degli alunni, a curare che le pratiche di pietà si facciano regolarmente e in comune e a darne l’esempio, a porre fine «all’inesplicabile indifferenza con cui si trasgrediscono le Regole e i Regolamenti».[53]

L’esito della presa di coscienza dei problemi derivanti dalla superficialità spirituale e dalla incuria o impreparazione dei direttori, andrà oltre l’emergenza del momento e segnerà l’inizio di una accentuazione in termini di austerità e di regolarità religiosa, di una più marcata insistenza sugli aspetti ascetici e di cura e preparazione del personale in formazione che caratterizzerà gli ultimi anni del governo di don Rua e il rettorato di don Albera.

4. Conclusione
Nella conclusione dell’ultima sua lettera circolare ai Salesiani, don Rua scriveva:
«Trattenuto dalla mia infermità, da qualche tempo non posso visitare le case, più non mi è dato di lavorare come vorrei pel bene della nostra cara Congregazione. Ciò mi angustia assai temendo che abbia ad arrecarle qualche danno. Si è per questo che ogni giorno offro al Signore quel poco che ho da patire, unitamente colle mie più fervide preghiere, acciò in ciascuno dei miei figli abbia a conservarsi e crescere quello spirito di pietà, di ubbidienza e di sacrificio così spiccato in D. Bosco, in guisa da rendere la nostra Pia Società quale egli la desiderava».[54]
Il nocciolo del suo magistero come Rettor Maggiore, così come appare dalle lettere circolari e dalle Lettere edificanti, è quello di un orientamento ascetico robusto, che riprende la caratteristica della vita religiosa e spirituale concretizzata nella figura di don Bosco e la applica, con successo, alle condizioni di una Congregazione in pieno sviluppo, in un tempo di rapide mutazioni ed evoluzioni culturali come fu quello del suo rettorato.
Questo programma mi pare definire lo stile generale di don Rua. Si ha quasi l’impressione che egli concepisca il suo rettorato come un proseguimento della carica di Vicario ricevuta dal Padre: l’obiettivo primario pare essere quello di mettere sempre in primo piano don Bosco e di portare avanti l’opera come egli l’ha voluta, mantenendo viva l’attenzione sulla linea da lui tracciata, sulle sue vedute e sensibilità, sul contenuto e lo spirito della sua missione e delle sue opere, sul metodo, ma anche sulle modalità spicciole della vita salesiana, con i suoi ritmi e le sue scansioni. Pare dunque limitarsi ad un’azione mirata alla continuità e alla fedeltà, tendendo a ritrarsi dietro la fulgida immagine del Fondatore. Ma è proprio questo proposito, vissuto in aderenza alle alterne e mutevoli vicende in cui si trova implicata la Congregazione nei ventidue anni del suo governo, che permette alle intuizioni di don Bosco di valicare i limiti spazio-temporali e culturali in cui furono formulate e di trovare modalità di incarnazione e attualizzazione in tempi e contesti del tutto nuovi.

Preso atto che l’incremento dell’opera salesiana e il progressivo allontanamento dalle origini portava con sé il rischio concreto di dimenticare o smorzare il fervore spirituale, la carica motivazionale radicata nell’interiorità, l’ideale di offerta incondizionata di sé al Signore e ai fratelli e lo stile di vita e di azione che distingueva il “Padre e Maestro” e il gruppo cresciuto accanto a lui, don Rua ha fatto un prezioso lavoro di riflessione per identificare i nuclei caratterizzanti di quello “spirito” (don Bosco lo chiamava il “buon spirito”), che incessantemente e insistentemente ha indicato ai membri della famiglia salesiana. In questo sta la sua grandezza, oltre che nelle indubbie qualità organizzative che lo contraddistinguono e nella non comune capacità di unire menti e cuori e coordinare gli sforzi di tutti.

[1] BS 14 (1890) 29-30.
[2] Circolari, 2; BS 12 (1888) 28.
[3] BS 12 (1888) 50.
[4] Lettera dell’8 febbraio 1888 ai direttori, in Circolari, 5.
[5] Lettera del 19 marzo 1888, in Circolari, 18-19; le sottolineature sono nostre.
[6] BS 13 (1889) 18.
[7] Lo si constata in tutti i sui interventi, specialmente quando gli vengono tributate lodi e riconoscimenti: «Mi permetta ora, Sig. Avvocato, di pregarla che tutto si concentri nel commemorare il decennio dalla morte di Don Bosco, non già il decennio di carica del suo successore. Noi non facciamo che raccogliere quel che D. Bosco ha seminato con tanti sudori; sia dunque a lui, a lui solo, dopo Dio e Maria Ausiliatrice, il merito e la glorificazione», BS 22 (1898) 33.
[8] BS 13 (1889) 2.
[9] BS 14 (1890) 4-5.
[10] Da una sintesi del discorsetto di don Rua nel corso della sua visita alla casa di Nizza riportato in BS 14 (1890) 46.
[11] BS 17 (1893) 5.
[12] BS 20 (1896) 3.
[13] BS 20 (1896) 6.
[14] BS 21 (1897) 4.
[15] BS 21 (1897) 6.
[16] Esortazione posta, nel gennaio 1906, ad introduzione alla lettera annuale di don Rua, in BS 30 (1906) 1.
[17] BS 29 (1905) 2-3.
[18] BS 27 (1903) 6.
[19] BS 32 (1908) 2.
[20] BS 32 (1908) 4.
[21] BS 31 (1907) 5-6.
[22] Lettere circolari di don Michele Rua ai Salesiani, Torino, S.A.I.D. «Buona Stampa» 1910, vii + 592 p. Il volume contiene 55 documenti (39 circolari ufficiali numerate, indirizzate a tutti Salesiani o riservate ai direttori e agli ispettori, inframezzate da 5 altri documenti non numerati, e seguite, in appendice, da 11 Lettere edificanti). Quarant’anni fa l’opera venne ristampata collocando le Lettere edificanti in mezzo alle circolari, in ordine cronologico (Lettere circolari di don Michele Rua ai Salesiani, Torino, Direzione Generale delle Opere Salesiane 1965, 526 p.). Noi useremo l’edizione del 1910. Nell’introduzione del volume don Albera scrive: «Non potrò dimenticare l’incarico che egli mi diede di riunire in un volume le auree sue circolari e mandarne copia a tutte le Case Salesiane. Il desiderio di D. Rua era per me un comando. Mi sono fatto premura di eseguirlo, ed ora che il lavoro tipografico è terminato, io presento a’ miei carissimi confratelli il libro dicendo: ecco il ricordo che vi lasciò il padre morente» (Circolari, vi).
[23] Circolari, vi-vii.
[24] Circolari, v.
[25] Lettera circolare n. 14: Congresso salesiano in Bologna (30 aprile 1895), Circolari, 135-136. L’esortazione è motivata dal timore di deludere tante attese: «Vi confesso, carissimi Figli in G. C., che fui coperto di confusione nel vedere quale alta stima si abbia ovunque dei poveri Salesiani. Essi furono rappresentati al Congresso quali modelli di religiosi, come ardenti di santo zelo per la salvezza delle anime, come valenti maestri nell’arte difficilissima di educare la gioventù, nell’informarla alla pietà […] Ma voi mi scuserete se in fondo al cuore io chiedeva a me stesso se noi siamo realmente quali siamo creduti» (ivi, 135).
[26] Lettera circolare n. 15: Disastro brasileno. Avvisi varii e consigli (29 gennaio 1896), Circolari, 137.
[27] «Dalle visite fatte alle nostre Case […] come pure dai rendiconti […] e dalla mia corrispondenza epistolare, con immensa consolazione potei assicurarmi che voi tutti siete animati della miglior volontà di far il bene. Ne è anche prova evidente quell’ardore, che io credetti talora perfino mio dovere di frenare, con cui si cerca di estendere la cerchia dell’apostolato salesiano, sempre nell’intento d’acquistar maggior numero d’anime a Gesù Cristo. Si degni il Signore esaudire le mie suppliche e conservare sempre vivo ne’ nostri cuori quel fuoco sacro che vi si accese quando udimmo Don Bosco gettare quel grido potente: da mihi animas, e lo vedemmo consumare le sue forze e la sua vita nell’esercizio della carità. Ma voi, o figli carissimi, dal canto vostro vegliate perché questo buon volere sia sempre congiunto ad una grande purità d’intenzione, sia inaccessibile ad ogni scoraggiamento, e sia mai sempre guidato dall’ubbidienza», Lettera circolare n. 15: Disastro brasileno. Avvisi varii e consigli (29 gennaio 1896), Circolari, 141-142.
[28] Intanto noi, discepoli e figli di Don Bosco, facciamo in modo che le nostre azioni, la nostra attività, zelo e fervore nel servizio di Dio, il nostro spirito di sacrifizio a favore del prossimo, specialmente della gioventù, servano a rammemorare le virtù e la santità del nostro buon Padre, in guisa che ciascuno di noi sia di Lui copia fedele. Questo sarà certamente monumento a Lui molto gradito», Lettera circolare n. 8: Giubileo delle Opere Salesiane – Santuario di Maria Ausiliatrice (21 novembre 1891), Circolari, 68.
[29] «Sia pertanto nostra cura di imitare le sue virtù, la sua attività, il suo zelo per guadagnare anime a G.C., il suo fervore nel servizio del Signore, il suo spirito di sacrificio; sicché chiunque ci veda, dal nostro operare più che dal nostro nome ci riconosca quali Salesiani e quali figli di Don Bosco. Imitiamolo soprattutto nel basso sentir di noi stessi […]. Imitiamolo nella sua ammirabile riservatezza e modestia, nella sua continua unione con Dio, nel suo amore pei giovani e nello zelo instancabile per la salvezza delle loro anime», Lettera circolare n. 18: Vocazioni – VIII Capitolo Generale – Decennio della morte di D. Bosco (20 gennaio 1898), Circolari, 174.
[30] Lettera edificante n. 5: Viaggio di D. Rua in Ispagna – Antichi Allievi – Consigli (20 gennaio 1900), Circolari, 472.
[31] Lettera circolare n. 20: Il Sacramento della Penitenza. Norme e consigli (29 novembre 1899), Circolari, 195-196.
[32] Lettera edificante n. 10: Don Bosco Venerabile! (6 agosto 1907), Circolari, 517-520.
[33] Lettera circolare n. 34: La Povertà (31 gennaio 1907), Circolari, 365-366.
[34] Lettera edificante n. 7: Lo spirito di D. Bosco – Vocazioni (14 giugno 1905), Circolari, 488-489.
[35] Lettera edificante n. 7: Lo spirito di D. Bosco – Vocazioni (14 giugno 1905), Circolari, 489-490.
[36] Lettera circolare n. 38: Osservanza delle Costituzioni e dei Regolamenti (1 dicembre 1909), Circolari, 410.
[37] Citiamo solo due brani, fra i molti: «Sì, miei carissimi Figliuoli, facciamo tutti vedere che non siamo alunni indegni dei un Maestro, del quale la Chiesa giudicò di cominciare così presto la Causa di Beatificazione. Attendiamo ognuno con ardore all’osservanza della Santa Regola, che Egli ci ha dato per santificarci» (Lettera circolare n. 5: Iniziamento del processo di beatificazione di Don Bosco [6 giugno 1890], Circolari, 48); «Pongo come primo mezzo [per progredire nella perfezione] l’osservanza della Santa Regola. La qual Regola deve essere da noi considerata come il libro della vita, il midollo del Vangelo, la speranza di nostra salvezza, la misura della nostra perfezione, la chiave del Paradiso» (Lettera circolare 13: Ringraziamenti. Vicariato di Mendez. Profitto nostro e delle anime [1 gennaio 1895], Circolari, 123).
[38] Lettera circolare 13: Ringraziamenti. Vicariato di Mendez. Profitto nostro e delle anime (1 gennaio 1895), Circolari, 123.
[39] Lettera circolare n. 24: Resoconto del IX Capitolo Generale. Raccomandazioni agl’Ispettori e ai Direttori (19 marzo 1902), Circolari, 279.
[40] «Perché la lettura delle nostre Costituzioni ci torni veramente vantaggiosa, dovrebbe essere accompagnata d’uno sguardo sopra la nostra condotta; dovremmo stabilire un coscienzioso confronto fra i nostri doveri e la nostra vita; la nostra Regola dovrebbe essere, per così dire, sulla nostra persona come misura per conoscere il grado di virtù a cui siamo arrivati. Più noi saremo costanti nell’esaminarci su questo punto, e maggiore sarà il bene che faremo all’anima nostra e a coloro che siamo chiamati a dirigere», Lettera circolare n. 38: Osservanza delle Costituzioni e dei Regolamenti (1 dicembre 1909), Circolari, 410-411.
[41] Lettera edificante n. 7: Lo spirito di D. Bosco – Vocazioni (14 giugno 1905), Circolari, 491-492.
[42] «Vedo prima di tutto un lodevole impegno riguardo all’aprire nuovi Oratorii festivi e guidare bene quelli già aperti. Il numero di detti Oratorii aperti in quest’anno è proprio soddisfacente, e da tutte parti mi vengono relazioni, che accennano al loro prosperare sia riguardo al concorso di giovani che li frequentano, sia riguardo al loro buon andamento e a nuove opere che ogni Oratorio festivo abbraccia. Bene, continuiamo ad impegnarci con tutte le forze a quest’uopo: sapete che è questa l’opera con la quale D. Bosco cominciò, ed è questa che maggiormente gli stava a cuore, perciò in essa dobbiamo tutti d’accordo maggiormente insistere, adoprarci per istruir bene i giovani nella verità di nostra Santa Religione collo studio e spiegazione del Catechismo e per avviarli alle pratiche di pietà ed alla virtù», Lettera edificante n. 4: Carità fraterna – Vari fatti consolanti (24 giugno 1898), Circolari, 458.
[43] Lettera circolare n. 15: Disastro brasileno – Avvisi varii e consigli (29 gennaio 1896), Circolari, 142-143.
[44] Lettera edificante n. 1: Gli Oratorii festivi (29 gennaio 1893), Circolari, 426-429.
[45] Regolamento per le Case della Pia Società di S. Francesco di Sales, I, Torino, Tipografia Salesiana (B.S.) 1906, p. 40 (art. 135).
[46] Lettera circolare n. 38: Osservanza delle Costituzioni e dei Regolamenti (1 dicembre 1909), Cisrcolari, 408.
[47] Lettera agli ispettori e direttori d’America: Santificazione nostra e delle anime a noi affidate (24 agosto 1894), Circolari, 111-113.
[48] Ivi, p. 114.
[49] Lettera circolare n. 20: Il Sacramento della Penitenza. Norme e consigli (29 novembre 1899), Circolari, 190.
[50] Lettera circolare n. 20: Il Sacramento della Penitenza. Norme e consigli (29 novembre 1899), Circolari, 192-193.
[51] Lettera circolare n. 20: Il Sacramento della Penitenza. Norme e consigli (29 novembre 1899), Circolari, 196.
[52] Lettera agli ispettori e direttori d’America: Santificazione nostra e delle anime a noi affidate (24 agosto 1894), Circolari, 108-111.
[53] ASC E229, minuta di circolare di don Paolo Albera agli ispettori, 12 agosto 1907.
[54] Lettera circolare n. 39: XI Capitolo Generale (10 gennaio 1910), Circolari, 421-422.
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