Exallievi ed Exallieve di Don Bosco - Puglia
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Matilde Salem

//Matilde Salem
Matilde Salem2018-09-06T22:39:21+00:00

MATILDE SALEM

SERVA DI DIO
(1904-1961)
Inizio dell'Inchiesta diocesana il 26-10-1995

Matilde Chelhot nacque ad Aleppo il 15 novembre 1904. La condizione agiata della famiglia non le impedì una spiccata vita interiore. Studiò presso le Suore Armene dell’Immacolata Concezione, cui fu sempre grata per l’educazione ricevuta. Il 15 agosto 1922 sposò Georges Elias Salem, intraprendente industriale; visse una vita di coppia felice, di reciproca stima e d’innamoramento sincero. La gioia di quest’unione fu però ben presto velata dall’impossibilità di diventare madre e dalla fragile salute dello sposo. Matilde seppe confortare il suo sposo, stargli accanto anche quando il suo carattere risentiva degli sbalzi di umore e della fatica della vita professionale, specialmente quando all’intraprendenza e alla capacità del fiuto commerciale non corrispondeva uno stato fisico adeguato. Ebbene, Matilde si trasformò in una manager di successo, non rampante in proprio, ma sempre al fianco del marito diventandone la consigliera e l’esecutrice dei progetti, con rigore tecnico e sguardo lungo sugli esiti d’imprese commerciali azzardate o poco chiare. Non mancarono delle prove che la divisero dall’amata famiglia Chelhot, tuttavia mai prevalsero l’astio o il rancore. Il cuore di Matilde rimase libero e sofferente, attento alle esigenze dei suoi familiari Salem, dei nipoti che affiancò e aiutò nelle loro rispettive scelte con affetto tenero e perspicace.

Il 26 ottobre 1944 rimase vedova. Avrebbe potuto rifarsi una vita: avvenenza, ricchezza, tratto signorile, amicizie elette avrebbero potuto sedurla. Scoprì invece la propria vocazione: dedicarsi totalmente al prossimo con un amore più vasto, facendo diventare i giovani poveri della città la sua nuova famiglia. In collaborazione con l’arcivescovo greco cattolico di Aleppo, monsignor Isidoro Fattal, s’impegnò a realizzare il grandioso progetto lasciato per testamento dal suo Georges, impegnando il cospicuo capitale da lui accumulato con la fortunata e redditizia attività commerciale. Una carità moderna la sua, non di elemosina, ma costruttiva e capace di educare, perché, osservando la situazione della popolazione siriana, capì che il futuro della gioventù sarebbe dovuto essere contrassegnato dalla competenza professionale: solo il lavoro degno e sicuro avrebbe plasmato diversamente il futuro della sua patria.

La “Fondazione Georges Salem”, affidata ai figli di don Bosco, chiamati nel 1947, sarà d’ora innanzi per lei casa e famiglia. Nella chiesa da lei fatta edificare e dedicata a Santa Matilde deporrà le spoglie dello sposo e lì pure sarà sepolta lei stessa. Si arricchì di varie esperienze spirituali. La scoperta dell’Opera dell’Amore infinito plasmò il desiderio interiore che pervadeva la sua vita: la santificazione dei sacerdoti e dei consacrati. La sua crescita spirituale fu visibile e sempre più trasparente, perché Matilde non nacque santa, ma lo divenne, affrontando un quotidiano problematico ma con il sorriso sulle labbra e l’indistruttibile fiducia in Dio. Terziaria francescana si spogliò di ogni suo bene, dopo aver elargito somme favolose, e morì in una casa non più sua, libera e distaccata da ogni bene terreno. In lei pulsava la grande ascendenza delle donne siriane dei primi secoli della vita della Chiesa, donne libere e liberate da ogni ricchezza a favore dei più bisognosi.

Matilde, pur vivendo una vita orante intensa, seppe ben coniugare le molte sfaccettature della sua personalità: ricca proprietaria, manager acuta, madre per i piccoli orfani che lavava e pettinava, viaggiatrice attenta, donna elegante e ospite gradevolissima e generosa. Quanto poi a carità non ci fu istituzione benefica che non la vedesse impegnata come sostenitrice: Società catechistica, Conferenze di San Vincenzo, colonie estive per ragazzi poveri e abbandonati, Vicepresidenza della Croce Rossa, Beneficenza islamica, Opera in favore dei giovani delinquenti…

Il Lunedì di Pentecoste del 1959 si scoprì colpita da un cancro. In risposta alla diagnosi dei medici, un solo commento: “Grazie, mio Dio”. Fu una Via crucis di 20 mesi. L’ultimo tratto della sua vita fu uno spogliamento, una kenosi totale; molto sofferente per il cancro che la divorava, mantenne un atteggiamento sereno e abbandonato, in lucido dono per l’unità dei cristiani e la santificazione dei preti. Volle essere sepolta vicino all’amato consorte, nella “Fondazione” in cui aveva profuso con infaticabile servizio tutta la propria energia. Per testamento distribuì tutti i propri beni a favore delle varie opere di beneficenza, tanto da poter dire: “Muoio in una casa che non mi appartiene più”. Morì ad Aleppo in fama di santità il 27 febbraio del 1961 a 56 anni di età, la stessa del suo dilettissimo Georges. Quando Matilde si spense, l’arcivescovo Fattal, suo grande amico, le rese l’estremo saluto con poche parole: “Santa Matilde!”.

Matilde visse la capacità evangelica di “vedere con il cuore”, praticando l’umiltà dei piccoli, lavorando per l’unità dei cristiani, la santificazione dei sacerdoti, la promozione evangelica di numerose opere di carità a favore di tutti i bisognosi di qualunque confessione cristiana o credo religioso. È stata una discepola di Cristo sull’esempio delle donne del Vangelo che seguivano Gesù mettendo i propri beni al servizio del Regno di Dio; una laica che ha vissuto nello spirito delle prime comunità cristiane, così diffuse nella Siria dei primi secoli, che mettevano in comune i loro beni, vendevano ciò che possedevano e lo davano ai poveri.

Fu una vera donna di Chiesa: promotrice di riconciliazione e di pace nella sua famiglia; operatrice di comunione tra i cattolici dei diversi riti presenti ad Aleppo; costruttrice di unità tra cattolici e ortodossi. Fu sensibile alla vita e alla santità della Chiesa, promuovendo e sostenendo materialmente e spiritualmente le vocazioni sacerdotali, religiose e missionarie, e offrendo la propria vita per la santificazione dei sacerdoti, secondo uno spirito vittimale e di maternità spirituale. Fu una donna di grande carità apostolica aperta a tutte le opere di bene senza distinzione di rito, confessione e religione; una donna che pose la fecondità della propria vita evangelica nel mistero della croce, nello spirito di sacrificio, nell’oblazione di sé sia nella propria famiglia e vita coniugale, sia nell’accettazione di non poter essere madre nella carne, sia nel sopportare le prove e le croci che le opere di bene implicano, sia nell’ora della malattia e della morte. La sua esistenza è stata accompagnata dallo sguardo di Maria Santissima che amò, venerò e fece amare e venerare.

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