Mamma Margherita e Don Bosco – Exallievi ed Exallieve di Don Bosco
Exallievi ed Exallieve di Don Bosco - Puglia
Santità Salesiana

Mamma Margherita e Don Bosco

di Giannantonio Bonato

///Mamma Margherita e Don Bosco
Mamma Margherita e Don Bosco 2018-04-13T17:46:17+00:00

Per comprendere lo stile di famiglia che don Bosco imprime al suo oratorio e alle sue opere è necessario rifarsi alla sua esperienza di famiglia: qui incontriamo sua mamma, Margherita Occhiena, che sarà ispiratrice, modello ed accompagnatrice della famiglia educativa di Don Bosco. (di Giannantonio Bonato)

A) L’ESPERIENZA DI DON BOSCO

1. La attenzione

Collochiamoci storicamente. Siamo agli inizi dell’Oratorio di Valdocco: dopo un periodo di forzata itineranza, don Bosco trova un terreno nelle zone basse, malsane e malfamate di Torino, per radunare i suoi ragazzi. Li incontra soprattutto la domenica intrattenendoli con attività ricreative, culturali e di iniziazione cristiana. Ma, lungo la settimana, don Bosco girovaga per le strade, le piazze, i cantieri edili, le officine in cerca di ragazzi sbandati:è l’aggancio necessario per convocarli, poi, nel prato di Valdocco. Senonché succede qualcosa di decisivo. Leggiamo dalle “Memorie dell’Oratorio” scritte dallo stesso don Bosco:

Molti giovanetti torinesi e forestieri pieni di buon volere di darsi ad una vita morale e laboriosa; ma invitati a cominciarla solevano rispondere, non avere né pane, né vestito, né alloggio ove ricoverarsi almeno per qualche tempo. Per alloggiarne almeno alcuni, che la sera non sapevano più dove ricoverarsi, avevasi preparato un fienile, dove si poteva passare la notte sopra un po’ di paglia. Ma gli uni ripetutamente portarono via le lenzuola, altri le coperte, e infine la stessa paglia fu involata e venduta. Ora avvenne che una piovosa sera di maggio sul tardi si presentò un giovanetto sui quindici anni tutto inzuppato dall’acqua. Egli dimandava pane e ricovero. Mia madre l’accolse in cucina, l’avvicinò al fuoco e mentre si riscaldava e si asciugava gli abiti, diedegli minestra e pane da ristorarsi. – Se vuoi, ripigliò mia Madre, io l’accomoderò per questa notte, e dimani Dio provvederà.  – Dove? – Qui in cucina. – Vi porterà via fin le pentole. – Provvederò a che ciò non succeda. – Fate pure. La buona donna aiutata dall’orfanello uscì fuori, raccolse alcuni pezzi di mattoni, e con essi fece in cucina quattro pilastrini, sopra cui adagiò alcuni assi, e vi soprapose un saccone, preparando così il primo letto dell’Oratorio. Questo fu il primo giovane del nostro Ospizio. A questo se ne aggiunse tosto un altro, e poi altri, però per mancanza di sito in quell’anno abbiamo dovuto limitarci a due. Correva l’anno 1847 (nn. 1055-115).

Troviamo qui un personaggio che merita una particolare considerazione: Mamma Margherita di cui quest’anno ricorre il 150° anniversario della morte (25 novembre 1856). Nella Strenna per il 2006 viene definita “madre della famiglia educativa creata da don Bosco a Valdocco”.
Ella interviene presso don Bosco per ottenere ciò che egli non era disposto a fare. In realtà costringe il figlio a modificare lo sguardo. In quel ragazzo egli vedeva, quale reazione istintiva, un possibile ladro; donde diffidenza se non proprio ostilità. Quello rischiava di rimanere hostis (nemico) anziché diventare hospes (ospite; da notare la medesima radice, quasi a dire che è facilissimo passare da ospite a nemico). Mamma Margherita scorge invece un irresistibile appello alla vita; se mai esiste un pericolo se lo assume lei; non può essere che un tale rischio inibisca una risposta di vita; ciò che conta al momento è dare ospitalità a chi è senza casa, solo, affamato, destinato alle intemperie di una piovosa serata di maggio. Ed è proprio lei a modificare lo sguardo di don Bosco facendo chiaramente intuire che Dio non è estraneo a quell’incontro, anzi più che mai presente: “Se vuoi io lo accomoderò e dimani Dio provvederà”. In questo ragazzo c’è la presenza di Dio che vigila su ogni creatura ed interviene grazie alla bontà generosa di quanti ogni giorno lo nomina come “Padre”. E don Bosco cambia sguardo e quindi cambia atteggiamento: “Fate pure” risponde a sua madre. Questo ragazzo non è più un pericolo perché si trova sotto la provvidenza di Dio significata dalla provvidenza di Mamma Margherita: “provvederò a che ciò non succeda”.
Don Bosco apprende una lezione fondamentale. Non basta la simpatia, non basta la compassione, non basta il desiderio di fare il bene. Ci vuole qualcosa di più. Perché l’amore non va da sé, come la famiglia non va da sé, come la casa non va da sé. Perché l’altro, l’altra, gli altri, possono diventare da ospiti, ostili non fosse altro che per il fatto che preoccupano, affaticano, amareggiano, superano, ostacolano, deludono, forse anche tradiscono e abbandonano; non è scontato che l’altro sia un oggetto di amore degno di essere ospitato dentro di te; vero è che può sempre diventare un oggetto di amore a condizione che. Neppure i vincoli familiari della carne e del sangue garantiscono da questo pericolo; i legami naturali offrono una opportunità che è unica al mondo e che può diventare l’archetipo di ogni altro tipo di relazione umana. Dipende da cosa coltivi dentro di te; ecco la condizione.
Don Bosco sta per fondare la prima casa/famiglia ma non sa ancora come fare; capisce che deve cominciare, ma rischia di fallire il primo passo. E Mamma Margherita gli fa la lezione: l’amore non va da sé; occorre coltivare un atteggiamento interiore senza del quale l’altro si trasforma in ostile, in pericolo, in nemico; tutto dipende dallo sguardo che ti fai nascere dentro, dallo sguardo che coltivi dentro, dallo sguardo che educhi in te stesso: perché c’è lo sguardo indifferente, assente, captatorio, invidioso, sospettoso, sprezzante, ironico, annoiato, assente; ma c’è anche lo sguardo attento, buono, benevolo, sereno, liberante, confortante, invitante, incoraggiante, premuroso, ospitale.
Lo sguardo traduce e alimenta la bontà che uno si porta dento e che, istintivamente, coglie nell’altro anche sotto apparenze di ostilità dichiarata o presunta? Poiché, non lo dobbiamo dimenticare, non è la bontà oggettiva che fonda la benevolenza da parte di Dio nei nostri confronti, ma è la bontà soggettiva, il fatto che Egli è grazia e misericordia; allora non può essere la bontà soggettiva dell’altro a determinare il mio sguardo su di lui e le conseguenti disposizioni ad accogliere o meno, ma deve essere la bontà oggettiva di lui, amato sempre dal Padre che è nei cieli.

E’, dunque, uno sguardo di bontà che scaturisce dallo sguardo di fede.

2. Il movimento verso
Riprendiamo la storia e facciamo un passo indietro. Don Bosco ha iniziato il suo Oratorio convocando attorno a sé quante più persone possibili avvertendo che educare non è cosa da poco perché un minore è un fascio di bisogni e quei ragazzi mancano proprio di tutto, Ma intuisce anche che dar vita ad una istituzione il più possibile simile ad una casa se manca la figura materna. Eccolo allora ritornare ai Becchi e bussare alla porta della propria casa. Sentiamolo.
“Madre, le dissi un giorno, io dovrei andare ad abitare a Valdocco, ma a motivo delle persone che occupano quella casa non posso prender meco che voi. Ella capi la forza delle mie parole e soggiunse tosto: Se ti pare tal cosa piacere al Signore, io sono pronta a partire sul momento. Mia madre faceva un grande sacrificio, perciocché in famiglia, sebbene non fosse agiata, era tuttavia padrona di tutto, amata da tutti, ed era considerata come la regina dei piccoli e degli adulti. Partimmo a piedi dai Becchi alla volta di Torino. Facemmo breve fermata a Chieri e la sera del 3 novembre 1846 giungemmo in Valdocco” (Memorie dell’Oratorio n. 940).
 In una delle sue storie chassidiche Martin Buber racconta di un discepolo che spesso amava dire al suo maestro quanto lo amasse. Un giorno il maestro a bruciapelo gli chiese: “Sai tu cosa mi fa male?”. E alla risposta del discepolo sorpreso di non saperlo, il maestro commentò amaro: “Come puoi dire di amarmi se non sai ciò che mi fa soffrire e non fai nulla per eliminarlo?”. Che è, poi, il senso più vero della “compassione”: “la compassione è sentire il male altrui come il proprio male” diceva un Padre del deserto.
Il che comporta la messa in crisi e la sconfitta soprattutto della indifferenza; ed proprio la indifferenza che crea esclusione aumentando la massa dei poveri poiché il vero povero è colui del quale nessuno si accorge. E siamo convinti che è proprio la cultura della indifferenza ad allargare sempre più i confini della morte. Il vero male dell’umano è l’indifferenza (“il vero peccato” – dice un autore contemporaneo – “non è l’odio quanto la indifferenza”), la percezione della non differenza tra l’umano e il non umano. Per questo essa va male‑detta, riconosciuta e bandita come tale perché là dove le si riconosce il diritto di cittadinanza, si fa distruzione e morte.
L’attenzione non è solo allarme dello spirito ma è sempre uscita dalla indifferenza; non solo, ma è anche uscita da ciò che rischia di provocare indifferenza: uscita dal proprio mondo, dalle proprie abitudini di vita, dalla propria sicurezza, dall’acquisito benessere, dallo statuto sociale riconosciuto; farsi attenti, scomodarsi, disinstallarsi, quasi spossessarsi; perché è sempre un esodo da una qualche  tenda verso colui che viene per gli incerti sentieri del deserto: occorre affrontare il rischio, l’incertezza, l’insicurezza.
Chi vuole amare, chi vuol fare famiglia, chi vuole costruire casa ha da essere perennemente in esodo. Amare davvero è sempre scomodarsi, ossia dimenticarsi, superarsi, talora rinnegarsi!

Ecco Mamma Margherita fare esodo, in una stagione della vita in cui la certezza del consolidato (per quanto povero) diventa esigenza vitale per l’equilibrio e la serenità della persona; lanciarsi verso l’ignoto, quando si è giovani, può essere esaltante avventura; ma per un anziano può essere esperienza di morte.

3. Il distacco “da”
Ancora la storia. Mamma Margherita accetta di seguire don Bosco per occuparsi dei suoi ragazzi. Ma come far fronte a tante necessità?
“Ma come vivere, che mangiare, come pagare i fitti e provvedere a molti fanciulli che ad ogni momento dimandavano pane, calzamenta, abiti o camicie, senza cui non potevano recarsi al lavoro? Avevamo fatto venire da casa un po’ di vino, di meliga, fagioli, grano e simili. Per far fronte alle spese aveva venduto qualche pezzo di campo ed una vigna. Mia madre avevasi fatto portare il corredo sposalizio che fino allora aveva gelosamente conservato intero. La stessa mia madre aveva qualche anello, una piccola collana d’oro, che tosto vendette (…) Una sera mia madre, che era sempre di buon umore, mi cantava ridendo: Guai al mondo se ci sente, forestieri senza niente” (Memorie dell’Oratorio nn. 955-960).
Per poter ospitare gli stranieri che ormai premono alle porte dell’umile casa di Valdocco Mamma Margherita si fa straniera con don Bosco (“forestieri senza niente”).
E’, qui, nello spossessamento come donazione, il senso ultimo e più profondo del vero amore: quando l’io, non più curvato su di sé e incatenato a sé, va verso l’altro a mani vuote, instaurando con lui una relazione che coinvolge necessariamente il mondo, ossia i benid ella terra non meno che i beni culturali. E Mamma Margherita lo fa con allegria, esternazione di una gioia che si porta dentro: poiché è proprio nel perdere le tante cose che si incontra il tutto: il Tutto di Dio che viene e colma, il tutto di esistenze che rifioriscono attorno a lei, il tutto d’una speranza che si riaccende sui volti di quei ragazzi, il tutto di un amore che celebra il prodigio della vita.
E qui, Mamma Margherita offre a don Bosco un terzo insegnamento: solo un vero povero comunica vita; chi bada più alle cose che alle persone, chi ha tempo più per le cose che per le relazioni, chi fa delle cose gli oggetti sostitutivi degli affetti, chi usa le cose per comprare l’altro, chi si avvolge di cose facendone una gabbia alla libertà sua e degli altri, costui, poco a poco, costui passerà dalla logica dell’amore a quella dell’egoismo, dalla logica del donare a quella dell’avere, dalla logica della ospitalità a quella della difesa, dalla logica della gratuità a quella della compra/vendita; fino al punto che, per le cose, sacrificherà la vita, quella propria e quella altrui.
Occorre fare vuote le mani e ancor più fare vuoto il cuore. Colui che fa della povertà un valore che coltiva dentro di sé, servendosi delle cose ma disciplinandone l’uso perché siano sempre e solo finalizzate all’amore, fino a diventare linguaggio di comunione dentro e fuori la famniglia, costui si arricchisce talmente di vita da spanderla a piene mani arricchendone tutti.
Ecco i tre insegnamenti che ispireranno don Bosco nel dar forma al primitivo Oratorio di Valdocco; tre insegnamenti che lo guideranno, nel corso dei decenni successivi, ad adattare l’oratorio alle mutate circostanze culturali e storiche:
la “ragione”: ossia l’umano – tutto l’umano – ma colto con lo sguardo di Dio (tanto che don Bosco saprà vedere in ogni ragazzo “un punto di bene facendo leva sul quale…”);
la “religione”: colta nel suo nucleo centrale che è l’esodo di Dio nel mistero della incarnazione, quel farsi incontro all’uomo per donare vita piena;
la “amorevolezza”: ossia la persona sempre e solo al centro della attenzione, della premura, della dedizione; il che comporta povertà rispetto alle cose e distacco da sé.
Già qui troviamo tre linee essenziali per la costruzione di Valdocco.

Ma anche per la edificazione di una famiglia autenticamente cristiana.

B) L’ORATORIO FAMIGLIA
Poiché sarà l’oratorio/famiglia a divenire il paradigma di ogni altra opera salesiana.
“Don Bosco ha imperniato tutto il suo sistema sullo spirito di famiglia: ha inoltre ben preciso il concetto dell’importanza dell’educazione famigliare, e chiaramente lo esprime e ci tiene a metterlo in rilievo con frasi, con sentenze, con calde esortazioni” (V. Cimatti, Don Bosco educatore).
I rapporti all’interno delle sue istituzioni voleva che fossero “familiari” che si andasse avanti con quella semplicità, libertà che sono tipiche di una famiglia. Convinto che i giovani si possono conquistare solo attraverso una amore autentico (amore di carità) ma con le caratteristiche della amabilità, della simpatia, della semplicità (amorevolezza) don Bosco vuole creare un ambiente di “confidenza” cordiale e affettuosa, in cui la nota dominante è la gioia, nemica di ogni forma di “collegialismo”, di “cattedratismo” e di “ufficialità” (P. Braido). Tant’è che soffriva quando per le necessità del numero smisuratamente cresciuto e per impedire vari disordini, dovevano essere progressivamente date norme che limitavano l’esuberanza, la semplicità, l’immediatezza della famiglia. Egli infatti fu decisamente contrario ai collegi. A prima vista sembra che egli invece abbia dato inizio ad una vastità prodigiosa di collegi, ‘eppure D. Bosco fu ostile ai collegi, e nel tentativo di distruggerli impegnò tutte le sue forze. La ripugnanza era tale che ne volle sradicato persino il nome rievocatore di immagini tristi. I suoi istituti non dovevano assolutamente chiamarsi “Collegi” ma “Case” esprimendo nel nome, non solo le sue convinzioni, ma tutta un’azione per smantellarne le impalcature e sostituirvi un ambiente familiare genuino, caldo di affetti, capace di creare i presupposti di una educazione schietta e affettiva” (O Del Donno).
L’Oratorio di Don Bosco (ed ogni sua istituzione educativa) aveva ad essere una casa, cioè una famiglia e non essere un Collegio: è questa la “condizione necessaria e antecedente di ogni formazione personale” (P. Braido, o.c.).

Se volessimo capire di che cosa si tratti basterà citare il  Bouquier che parla parla di uno “spirito”, di una “atmosfera” particolare che denota l’ambiente della famiglia, infatti  ‘l’istituzione che volesse riprodurre la famiglia ‑ ed è il caso di quella salesiana ‑ dovrà avvicinarsi il più perfettamente possibile allo spirito e alle condizioni offerte da un focolare. Queste condizioni sembra possano essere ridotte a due: una atmosfera in cui il ragazzo si sente a proprio agio come a casa propria ed una assistenza caritatevole e durevole che sia nel medesimo tempo formativa e protettiva”.

C) LA FAMIGLIA ORATORIO
Don Bosco ebbe relazioni con moltissime famiglie: di allievi, di exallievi, di benefattori, di personalità pubbliche; e spesso intervenne per affrontare problemi educativi offrendo consigli, suggerendo soluzioni, richiamando a responsabilità, ammonendo su possibili pericoli, confortando in situazioni di sofferenza, sempre incoraggiando e stimolando (l’immenso epistolario di Bosco attesta questa sua attenzione). Ed è curioso notare che, nell’offrire spunti di riflessione ai genitori, sempre si rifaceva al modello di Valdocco; quasi a dire che pensava la famiglia come un piccolo oratorio. Se dalla famiglia aveva tratto ispirazione per il suo primo oratorio, ora credeva che l’oratorio potesse diventare ispirazione per ogni famiglia che condividesse la sua stessa passione per la vita e quindi per la educazione.
Dunque, è all’oratorio che dobbiamo ricorrere per pensare ad una “famiglia alla don Bosco”.

Noi salesiani siamo soliti definire l’esperienza dell’oratorio articolandola in quattro dimensioni:

1. casa che accoglie
La casa è il ‘luogo’: del riconoscimento delle persone nella loro umanità (ragione, dicevamo è riconoscimento di tutto l’umano di cui è portatrice ogni persona, chiunque essa sia) e nella loro vocazione di figli di Dio (poiché “l’uomo supera l’uomo” diceva Pascal; ed è la religione (intesa da don Bosco come accoglimento e corrispondenza al dono di Dio); della accettazione nella concretezza del loro essere e delle loro esigenze, a partire dalla diversità colta non come minaccia ma come opportunità (è la amorevolezza; per don Bosco è linguaggio che esprime la accettazione incondizionata dell’altro in quanto altro e lo dispone così al rapporto educativo: chi si sente davvero accolto abbassa le difese e si apre all’altro per uno scambio che è mutuo dono e reciproco arricchimento).
La casa è il tipico luogo della assistenza se ad‑sistere significa stare l’uno di fronte all’altro, essere faccia a faccia, tessere delle relazioni primarie per poi coltivarle e custodirle (per don Bosco è presenza, accompagnamento, condivisione, orientamento; è una fedeltà al minore che lo convince del nostro volergli autenticamente bene e lo invoglia ad accettare l’adulto come compagno di viaggio nella avventura della crescita).
La casa è il luogo delle identificazioni fondamentali: e i processi identificativi non sono legati al convincimento astratto (fare delle prediche) ma al fatto che il minore si riconosce progressivamente in alcune persone e in alcuni ambienti perché li trova saturi di beni vitali, riconosciuti non solo come beni in sé, ma riconosciuti ed apprezzati come “beni per me” (è l’importanza che don Bosco attribuiva alla testimonianza sia dell’educatore che dell’ambiente).

La casa è il luogo della rassicurazione e allo stesso tempo della apertura al mondo: essere con gli altri, fare con gli altri; parlare con gli altri abilita a spalancarsi a quei tanti altri che stanno al di fuori della casa; la famiglia è una comunità attenta agli altri, spinta dalla volontà di promuovere la crescita di tutti, dotata di altruismo sincero e quindi proclive a sacrificare qualcosa di sé e del proprio tempo a favore di chi è in difficoltà, legata in dialogo costruttivo alle altre comunità per un’azione non solo educativa ma anche sociale/politica a favore degli svantaggiati (carattere ‘popolare’ dell’oratorio; senso della ‘strada’ ovverosia dell’andare verso).

2. parrocchia che evangelizza

E’ un ambiente dove si fa evangelizzazione in logica educativa: si coltivano valori/virtù umane quale necessaria pre-evangelizzazione (la religiosità di base predispone alla fede; feconda reciprocità tra ‘onesti cittadini’ e “buoni cristiani’); si racconta con la vita la ‘lieta notizia’ della vita: il quotidiano è la culla del senso cristiano della vita! (la sfida non sta solo nel coniugare insieme fede‑vita ma fede‑quotidiano!); si ricavano criteri di comportamento più per autorevolezza testimoniale che per autorità coercitiva (tratti di santità presenti nell’oratorio!); si tematizza il rapporto con Dio tramite esperienze vissute insieme: preghiera, perdono, servizio solidale… (solidarietà tra chiesa/cortile/aula/laboratorio… ); si avvia alla dimensione collaborativa per dar corpo alla comunione‑servizio (pedagogia del dovere quotidiano come punto d’incontro tra libertà e responsabilità e come edificazione dello spirito di famiglia); si crea un ambiente abituale di serenità, ottimismo, gioia, quale frutto d’una crescente consapevolezza: la nostra vita poggia sul sicuro, è affidata a Dio! (l’allegria come clima per l’esplicitazione e il potenziamento delle energie di vita e, allo stesso tempo, per un’efficace esperienza di Dio ed una valida testimonianza); si introduce progressivamente nella più ampia comunità ecclesiale (pur essendo l’oratorio una ‘parrocchia per i giovani senza parrocchia’ don Bosco cura un progressivo inserimento nelle comunità ecclesiali (rapporti di don Bosco con i parroci prima, durante e dopo la permanenza all’oratorio); si aiuta il minore a scoprire e coltivare la propria vocazione, qualunque essa sia (l’oratorio come ‘vivaio’ di vocazioni!)

3. cortile per incontrarsi da amici

Là dove viene riconosciuta e promossa la libertà di essere e di fare (‘si dia ampio spazio di saltare, correre, schiamazzare a piacimento’); là dove gli adulti non solo consentono ma condividono le attività espressive dei minori ( ‘il maestro che sta solo in cattedra è maestro e niente più, ma se va in ricreazione coi giovani diventa come fratello’) assumendo cordialmente i linguaggi giovanili senza squalificarli in base alla propria cultura; si fa cortile quando, assieme ad altre famiglia, si propongono esperienze di convivenza‑svago con un minimo di strutturazione ed un massimo di espressività (passeggiate di don Bosco sui colli del Monferrato… ); si coltiva il gusto per le cose semplici, immediate e coinvolgenti e si tiene sotto controllo tutto ciò che è passivizzante e spersonalizzante; si ha particolare cura di educare l’interiorità per una espressività umanamente ricca ed una relazionalità gratificante (dal cortile alla chiesa e dalla chiesa al cortile).

4. scuola che avvia alla vita

La vera scuola primaria è la famiglia: essa promuove i processi di apprendimento in cooperazione con le altre agenzie (don Bosco: scuola e formazione professionale!); sviluppa nel minore la capacità critica nei confronti della cultura contemporanea (cfr. le ‘buone notti’ di don Bosco); lo aiuta a renderlo consapevole delle proprie capacità, ad interiorizzare i valori, ad elaborare un personale progetto di vita (”uno ad uno’ di don Bosco); non teme la sfida della ‘ controcultura’: scelte coerenti ai valori professati e stile di vita caratterizzante (modello profetico dell’oratorio sia per la Chiesa del tempo che per la ‘laicità’); avvia progressivamente alla socialità e all’impegno politico oltre che ecclesiale (giovani di Valdocco: il colera di Torino, i popoli lontani … ); mette in atto ciò che è necessario ed opportuno perché il giovane si sganci dalla famiglia: il compito dell’oratorio è ad esaurimento!; attiva una modalità nuova di vivere la famiglia (oratorio): ritorno per un confronto sulla vita, per relazioni affettive adulte, per sostegno nei momenti di difficoltà, per apporti costruttivi e servizi vari (fenomeno ex‑allievi: ‘qui sono a casa mia!’)

D. CONCLUSIONE
Tutto questo è e sarà possibile per l’opera salesiana e per le famiglie che attorno ad essa gravitano; ma a condizione che recepiamo i tre insegnamenti di Mamma Margherita e coltiviamo gli atteggiamenti interiori da lei suggeriti a don Bosco:
  • l’attenzione per, quella che parte dallo sguardo, quotidianamente educato, per cogliere nel venire dell’altro il venire di Dio, nella presenza dell’altro la presenza di Dio, nell’appello dell’altro l’appello di Dio, nel dono dell’altro il dono di Dio;
  • il movimento verso, che è sempre esodo da se stessi e perciò passione per la libertà propria così da non lasciarsi catturare da quanto già ci costituisce: gli schemi mentali, i circuiti di sensibilità, le esperienze pregresse, le abitudini acquisite, non meno che le esigenze dell’egoismo; ma è, al tempo stesso, passione per la libertà altrui sempre tanto o poco prigioniera di un io autoreferenziale che fatica a costituirsi in io ospitale e perciò in io libero ed amante;
  • il distacco da, non tanto per ascetismo nei confronti dei beni terreni, ma per movimento di carità che porta a liberarsi di quanto non necessario perché libero sia lo spazio dell’accoglienza, e porta a fare della condivisione l’irrinunciabile verità della comunione e lo strumento efficace per la edificazione di quel mondo nuovo che è il Regno dentro la storia.
Quotidiano impegno; sempre con l’allegria di Mamma Margherita; una allegria che rende visibile la gioia profonda di chi ha incontrato il dono di Dio, quella gioia che regge anche quando si fa buio e sembra venir meno la speranza ed è necessario che don Bosco indichi il crocifisso appeso alla parete per annullare la tentazione della fuga e far ripartire il cuore per quella gioia che acquista, allora, le connotazioni della pasqua.
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