In Principio era la Madre – Exallievi ed Exallieve di Don Bosco
Exallievi ed Exallieve di Don Bosco - Puglia
Santità Salesiana

In Principio era la Madre

///In Principio era la Madre
In Principio era la Madre2018-04-13T17:47:46+00:00
Margherita Occhiena nacque il 1° aprile 1788 a Capriglio, in provincia di Asti, sesta di dieci figli. Il giorno stesso viene battezzata nella chiesa parrocchiale. I suoi genitori sono contadini dotati di sinceri sentimenti cristiani. Fin da giovane Margherita è una grande lavoratrice. I tempi e gli impegni non le danno la possibilità di studiare, ma il suo amore per la preghiera la arricchisce di quella saggezza che non si trova sui libri.
Nel 1812 si sposa con Francesco Bosco. Francesco ha 27 anni, è vedovo, con un figlio di tre anni, Antonio, e la madre malata a carico. L’anno successivo nasce Giuseppe e nel 1815 Giovanni (il futuro Don Bosco). Insieme si trasferiscono ai Becchi, frazione di Castelnuovo d’Asti. Nel 1817 Francesco muore colpito da una polmonite.
La ventinovenne Margherita si trova ad affrontare da sola la conduzione della famiglia in un momento di grande carestia, ad assistere la madre di Francesco, Antonio, e i piccoli Giuseppe e Giovanni. Margherita era una donna di gran fede. Dio era sempre in cima a tutti i suoi pensieri e sempre sulle sue labbra.
L’amore del Signore era così intenso che formò in lei un cuore di madre. Educatrice sapiente, ha saputo coniugare in lei paternità e maternità, dolcezza e fermezza, vigilanza e fiducia, familiarità e dialogo, educando i figli con amore disinteressato, paziente ed esigente. Attenta al loro vissuto, confidava nei mezzi umani e nell’aiuto divino. Cresce tre ragazzi dal temperamento molto diverso con gli stessi criteri ma con metodi differenti. Insegna loro il catechismo e li prepara ad accostarsi alla prima comunione.
Udito il sogno dei nove anni di Giovannino, è l’unica che riesce a leggerlo alla luce del Signore: “Chissà che tu non debba diventare sacerdote”. Gli permette così di stare con dei ragazzi poco raccomandabili, perché con lui si comportano meglio. L’ostilità di Antonio per gli studi di Giovanni la costringe ad allontanare il figlio minore per farlo studiare. Lo accompagnerà fino all’ordinazione sacerdotale. In quel giorno pronuncerà alcune parole che resteranno nel cuore di Don Bosco per tutta la vita.

Quando nel 1846 don Bosco si ammala gravemente, Margherita va ad assisterlo scoprendo il bene che fa per i giovani abbandonati. Alla richiesta di seguirlo risponde così: “ Se credi che questa sia la volontà del Signore, sono pronta a venire”. La presenza di Mamma Margherita trasforma l’oratorio in una famiglia. Per dieci anni la sua vita si confonde con quella del figlio e con gli inizi dell’Opera salesiana: è la prima e principale cooperatrice di don Bosco; diventa l’elemento materno del sistema preventivo; è, senza saperlo, “confondatrice” della Famiglia salesiana. Muore a Torino, colpita dalla polmonite, il 25 novembre 1856, a 68 anni. L’accompagnano al cimitero tanti ragazzi, che la piangono come si piange una Mamma. Generazioni di salesiani la chiamarono e la chiameranno Mamma Margherita.

Dalla Strenna 2006

Margherita Occhiena è stata “la prima educatrice e maestra di ‘pedagogia’” di Don Bosco. «È a tutti noto – diceva Giovanni Paolo II agli educatori impegnati nel mondo della scuola riuniti a Torino nel 1988 –  quale importanza abbia avuto Mamma Margherita nella vita di san Giovanni Bosco. Non solo ha lasciato nell’Oratorio di Valdocco quel caratteristico “senso di famiglia” che sussiste ancor oggi, ma ha saputo forgiare il cuore di Giovannino a quella bontà e a quella amorevolezza che lo faranno l’amico e il padre dei suoi poveri giovani».

Breve rassegna biografica

Convinto anch’io del ruolo decisivo svolto da Mamma Margherita nella formazione umana e cristiana di Don Bosco, come pure nella creazione dell’ambiente educativo, ‘familiare’, di Valdocco, mi sembra doveroso ricordare qui, anche se brevemente, la sua vita e abbozzare il suo profilo spirituale.

a) Fino al trasferimento a Valdocco (dal 1788 al 1846)
Nata a Serra di Capriglio, frazione del piccolo paese della provincia di Asti, il 1° aprile 1788, da Melchiorre Occhiena e Domenica Bassone, Margherita fu battezzata il giorno stesso della sua nascita; i suoi genitori erano contadini un po’ agiati, proprietari della loro casa e dei terreni adiacenti.
Capriglio non aveva scuola, quindi Margherita non imparò a leggere e a scrivere. Illetterata, però, non significa ignorante: seppe acquisire un’eminente saggezza ascoltando con cuore sveglio nella chiesa parrocchiale le prediche, i catechismi e, più ancora, conformandovi la sua esperienza quotidiana, che non fu sempre bella e serena. Scrive don Lemoyne, autore nel 1886 della prima ‘biografia’ scritta di Mamma Margherita: «Dalla natura era stata fornita di una risolutezza di volontà che, coadiuvata da uno squisito buon senso e dalla grazia divina, doveva farla riuscire vincitrice di tutti quegli ostacoli spirituali e materiali che avrebbe incontrati nel corso della vita… Retta nella sua coscienza, nei suoi affetti, nei suoi pensieri, sicura nei suoi giudizi intorno agli uomini e alle cose, spigliata nei suoi modi, franca nel suo parlare, non sapeva che cosa fosse esitare… Questa franchezza fu una salvaguardia alla sua virtù, perché unita ad una prudenza che non le lasciava porre il piede in fallo».
A due chilometri da Capriglio, sulla collina di fronte, nei ‘Becchi’, frazione di Morialdo e di Castelnuovo d’Asti, viveva Francesco Bosco; giovane contadino di 27 anni, vedovo, che aveva a suo carico un ragazzino di tre anni, Antonio, la chiese in sposa. Sposatasi il 6 giugno 1812, Margherita Bosco si trasferì alla cascina Biglione. La piccola famiglia non tardò a ingrandirsi. L’8 aprile 1813 nacque un primo figlio, che fu chiamato Giuseppe, e due anni dopo, il 16 agosto 1815, un secondo, che fu chiamato Giovanni Melchiorre: il futuro San Giovanni Bosco.
Alla morte improvvisa di Francesco, compiuti appena i 33 anni, Margherita, a 29 anni, divenne capo della famiglia – tre figli e la nonna paterna – e responsabile della gestione agricola. Poco dopo essere rimasta vedova, ricevette la proposta di un matrimonio molto vantaggioso: i bambini sarebbero stati affidati a un tutore. Rifiutò nettamente: «Dio mi ha dato un marito e me lo ha tolto. Morendo egli mi affidò tre figli, e io sarei madre crudele se li abbandonassi nel momento in cui hanno maggior bisogno di me».
Ormai è soprattutto a questi figli che ella si dedicherà per svolgere il suo compito di educatrice. In questo compito, Margherita manifesterà le sue doti eccezionali: la sua fede, la sua virtù, il suo saper fare, la sua saggezza di contadina piemontese e di vera cristiana ripiena di Spirito Santo.
Sapeva adattarsi a ciascuno dei figli. Antonio aveva perso la mamma all’età di tre anni e suo papà all’età di nove; adolescente irritabile, giovane brontolone, a partire dai 18 anni divenne intrattabile, scivolando spesso nella violenza. Margherita si sentì qualche volta chiamare “matrigna”, mentre lo trattava sempre come un figlio, con una pazienza infinita. Però sapeva anche essere giusta e forte: per la pace in casa, per il bene di Giuseppe e di Giovanni, prese le decisioni dolorose che s’imponevano. Alla fine del 1830 procedette alla divisione dei beni, casa e terreni. Antonio, rimasto solo, non tardò a sposarsi e ebbe sette figli. Pienamente riconciliato con i suoi, sarà un buon padre di famiglia, molto stimato, e un cristiano fedele.
Giuseppe, di cinque anni più giovane, era dolce, conciliante e tranquillo. Inseparabile dal fratello Giovanni, ne subiva senza gelosia l’ascendente. Adorava sua madre; e durante i lunghi anni di studio di Giovanni sarà il figlio obbediente e laborioso sul quale ella potrà appoggiarsi. Anch’egli si sposerà giovane, a 20 anni, con una ragazza del paese, Maria Colosso, dalla quale avrà dieci figli.
Giovanni voleva studiare. Mamma Margherita, che intendeva favorirlo in questo suo desiderio, trovò l’opposizione decisa di Antonio. Con il cuore straziato, lo mandò allora a lavorare per venti mesi come garzone alla cascina della famiglia Moglia (1828-1829). Solo dopo che Antonio ebbe acquistato la sua autonomia, Mamma Margherita ebbe la possibilità di mandare Giovanni alla scuola pubblica a Castelnuovo (1831), e poi a Chieri, dove passerà dieci anni (1831-1841): quattro alla scuola pubblica e sei al seminario maggiore. Fu quello per Margherita un periodo finalmente tranquillo, felice, pieno di speranza, in cui ella diventava nonna dei figli di Antonio e di Giuseppe.
Don Bosco, a 70 e più anni, ricorderà il tono imperioso con il quale Mamma Margherita, quando nel 1834 lui dovette decidere concretamente il suo avvenire, gli aveva detto: «Senti, Giovanni. Non ho nulla da dirti per ciò che riguarda la tua vocazione, se non di seguirla come Dio te la ispira. Non preoccuparti per me. Da te non aspetto niente. E ritieni bene questo: sono nata in povertà, sono vissuta in povertà, voglio morire in povertà. Anzi te lo protesto: se tu per sventura diventassi un prete ricco, non verrò a farti una sola visita».
Il 26 ottobre 1835, all’età di 20 anni, Giovanni vestì l’abito clericale a Castelnuovo, nella chiesa parrocchiale. Da quel giorno, ci confida Don Bosco, «mia madre mi teneva lo sguardo addosso… La sera precedente alla partenza, mi chiamò a sé e mi fece questo memorando discorso: “Giovanni mio, tu hai vestito l’abito sacerdotale; io ne provo tutta la consolazione che una madre può provare per la fortuna di suo figlio. Ma ricordati che non è l’abito che onora il tuo stato, è la pratica della virtù. Se mai tu venissi a dubitare di tua vocazione, ah per carità! non disonorare questo abito. Deponilo tosto. Amo meglio di avere un povero contadino che un figlio prete trascurato nei suoi doveri».
Giovanni fu ordinato sacerdote a Torino il sabato 5 giugno 1841. Il giorno seguente, dopo aver celebrato la Messa solenne nella chiesa parrocchiale di Castelnuovo, salì ai Becchi: nel rivedere i luoghi del primo sogno e di tanti ricordi, il novello sacerdote fu commosso fino alle lacrime. Si ritrovò solo, nel silenzio della sera, con sua madre. «Giovanni – gli disse la Mamma – sei prete, dici la Messa, da qui avanti sei dunque più vicino a Gesù Cristo. Ricordati però che cominciare a dir Messa vuol dire cominciare a patire. Non te ne accorgerai subito, ma a poco a poco vedrai che tua madre ti ha detto la verità. Sono sicura che tutti i giorni pregherai per me, sia ancora io viva o sia già morta: ciò mi basta. Tu da qui innanzi pensa solamente alla salute delle anime, e non prenderti nessun pensiero di me».
Il 3 novembre 1841 Don Bosco, giovane prete, si congedava da sua madre e dai suoi fratelli, e partiva per Torino. Entrato nel Convitto ecclesiastico, dietro consiglio di don Giuseppe Cafasso, dava subito inizio al suo apostolato tra i ragazzi della strada e nelle carceri. L’8 dicembre inaugurò la sua catechesi con Bartolomeo Garelli: era l’inizio della grande avventura salesiana.
Il giovane prete cominciò a riunire una frotta sempre più numerosa di ragazzi al Convitto, poi presso la Marchesa Barolo, quindi sui prati vicini, fino a quando, nella Pasqua del 1846, entrò finalmente nella Tettoia Pinardi, a Valdocco. Durante questo tempo, Margherita viveva serena ai Becchi, nonna felice di una schiera di nipotini tra i 13 anni e pochi mesi.

Nel luglio 1846 Giovanni, esaurito dal suo lavoro apostolico, è alle soglie della morte. Ricuperato in salute, sale ai Becchi per una lunga convalescenza: madre e figlio si ritrovano nell’intimità. Il cuore di Giovanni Bosco sacerdote è rimasto a Torino: tanti giovani lo aspettano! Ma c’è un problema da risolvere: giovane prete di 30 anni, Giovanni non può abitare da solo nei locali che da poco ha preso in affitto nella casa Pinardi, in quel quartiere malfamato di Valdocco. «Prendi con te tua madre!» gli dice il parroco di Castelnuovo. Così ha raccontato Don Bosco la generosa reazione di sua madre: «Se ti pare tal cosa piacere al Signore, io sono pronta a partire in sul momento». Il 3 novembre 1846, madre e figlio partivano, a piedi, per Torino.

b) Dieci anni con Don Bosco (dal 1846 al 1856)
Per Mamma Margherita cominciava l’ultimo periodo, in cui la sua vita si confonderà con quella di suo figlio e con la fondazione stessa dell’opera salesiana.
Aiutando Don Bosco, Margherita intendeva evidentemente servire i ragazzi ai quali suo figlio aveva dedicato la vita. Dovette, in primo luogo, abituarsi alle grida e al frastuono dei giorni di oratorio, alle ore tarde delle scuole serali. Poi venne l’accoglienza in casa dei primi orfani vagabondi.  Quanti erano questi ragazzi che costituiranno la grande famiglia di mamma Margherita? Una quindicina nel 1848, salgono a trenta nel 1849, a cinquanta nel 1850. La costruzione di una casa a due piani permise di accoglierne circa settanta nel 1853, e un centinaio nel 1854: due terzi artigiani, un terzo studenti o seminaristi della diocesi, che andavano a lavorare o a studiare in città. Una trentina almeno erano interamente a carico di Don Bosco.
Una sera del 1850, Margherita ebbe la sua ora di Getsemani. Quattro anni di quella vita potevano bastare, non ne poteva più! Si sfogò con suo figlio: «Senti, Giovanni, non è più sopportabile. Ogni giorno questi ragazzi me ne combinano una nuova… Lasciami andar via. Lasciami tornare ai Becchi; vi finirò i miei giorni tranquilla». Sconvolto, Don Bosco la guarda, poi i suoi occhi si innalzano verso il Crocifisso che pende al muro. Margherita segue questo sguardo. «Hai ragione, disse, hai ragione». E riprese il suo grembiule. «Da quell’istante, attestano le Memorie, più non sfuggì dal suo labbro una parola di malcontento». Chi potrà misurare questo suo sacrificio personale nello sviluppo dell’opera salesiana?
Certamente Mamma Margherita è stata presente, anche attivamente, al primo sviluppo “spirituale” dell’opera: i primi momenti di formazione del metodo e del clima salesiano, la presenza e l’accompagnamento dei primi discepoli: Cagliero (1851), Rua (1852), don Alasonatti e Domenico Savio (1854); le prime Compagnie, i primi frutti di santità, i primi chierici e la preparazione della Società Salesiana, che sarà fondata soltanto tre anni dopo la sua morte. Questa lunga presenza femminile e materna è un fatto unico nella storia dei Fondatori di Congregazioni educative. «La Congregazione Salesiana è stata cullata sulle ginocchia di Mamma Margherita», ha scritto un biografo di Don Bosco.
Tuttavia il più bello dei compiti di Margherita è stato quello in cui impiegava non solo le braccia, ma il suo cuore, il suo talento innato di educatrice. Tutti quegli orfani la chiamavano “Mamma”: era ben chiaro che non si limitava ad essere la loro cuoca e la loro guardarobiera. Avevano verso di lei una fiducia totale, un affetto di orfani che si sentivano da lei amati. Lungo la giornata ella interveniva in dialoghi squisiti per correggere, esortare, consolare, offrire il consiglio opportuno, per formare il loro carattere e il loro cuore di credenti, per ricordare la presenza di Dio, invitare ad andare a confessarsi da Don Bosco e raccomandare la devozione a Maria.
Li conosceva quindi uno per uno, tutti questi ragazzi, e sapeva giudicarli. Per due anni poté osservare un adolescente singolare venuto da Mondonio: la sua condotta la impressionava: «Tu hai – disse un giorno a Don Bosco – tanti giovani buoni, ma nessuno supera la bellezza del cuore e dell’anima di Savio Domenico… Lo vedo sempre pregare… Sta in Chiesa come un angelo del paradiso».
Gli unici momenti di calma e di riposo di Mamma Margherita, in quegli anni, furono le poche settimane di vacanze autunnali ai Becchi. Riposo d’altronde relativo, perché Don Bosco vi conduceva tutti i ragazzi senza famiglia. Tornando dalle vacanze del 1856, a metà novembre, si sentì male e si mise a letto. Il medico diagnosticò una polmonite. Morì il 25 novembre alle ore 3; la sera prima, don Borel, suo confessore, le aveva amministrato gli ultimi sacramenti. «Dio – disse a Don Bosco – sa quanto ti ho amato; ma di lassù sarà ancora meglio. Ho fatto tutto ciò che ho potuto. Se qualche volta sono sembrata severa, era per il vostro bene. Di’ ai ragazzi che ho lavorato per loro, come una mamma. Preghino e offrano una santa comunione per me».

La morte della madre mise “in accresciuta evidenza il forte vincolo tra Don Bosco e la madre, quella relazione primaria che gli aveva plasmato i tratti fondamentali della personalità”. Amata da salesiani e giovani, subito dopo la morte, sorse una convinzione comune: “era una santa!”. Eppure la Causa di Beatificazione e di Canonizzazione di Mamma Margherita fu introdotta soltanto l’8 settembre 1994. Concluso il Processo diocesano a Torino nel 1996, la Positio (cioè la documentazione sulla fama di santità e sull’eroicità della vita e delle virtù) è stata consegnata ufficialmente alla Congregazione per le Cause dei Santi il 25 gennaio 2000.

Non resisto al desiderio di tratteggiare qui il suo profilo spirituale, quello che emerge appunto dalla Positio.

a) Donna forte
In tutta la sua esistenza non si colgono mai momenti di facile abbandono alle inclinazioni naturali. Manifesta un equilibrio straordinario nell’armonizzare tensioni non facili nella vita di famiglia. Il suo atteggiamento ci appare sempre vigile e come guidato da una superiore preoccupazione: quella di chi discerne quale sia il comportamento migliore per il bene dei suoi figli davanti a Dio. Si presenta così tenera e ferma, comprensiva e irremovibile, paziente e decisa.
A spingere Margherita verso l’armonia dei contrari c’era il fatto di aver dovuto fare anche da padre ai suoi figlioli. Mamma Margherita, che pure avrebbe avuto la possibilità di evitare la problematica condizione di vedova, sposandosi nuovamente, ha saputo raggiungere e conservare sempre il giusto equilibrio fra questi due ruoli: una maternità sufficientemente forte da compensare l’assenza del padre, e una “paternità” sufficientemente dolce da non compromettere l’indispensabile calore materno. Quindi non carezze vuote, né grida stizzose, ma fermezza e serenità.
Dal suo aspetto traspariva sempre la calma, la serenità, la padronanza di sé, la vera dolcezza. Non picchiava i figlioli, ma non cedeva loro mai; minacciava punizioni severe, ma le condonava al primo segno di pentimento. In un angolo della cucina – ricordava Don Bosco – c’era la verga: un bastoncino flessibile. Non l’usò mai, ma non la tolse mai da quell’angolo. Era una mamma dolcissima, ma energica e forte. Riuscì a gestire due presenze che in genere risultano problematiche in una famiglia: la presenza di una suocera ammalata e quella di un figliastro particolarmente difficile. Saggia educatrice, seppe trasformare una condizione familiare, ricca di difficoltà, in un ambiente educativo incisivo e fecondo.

Con l’esempio e la parola insegnò ai figli le grandi virtù dell’umanesimo piemontese di quel tempo: il senso del dovere e del lavoro, il coraggio quotidiano di una vita dura, la franchezza e l’onestà, il buon umore. Essi impararono anche a rispettare gli anziani e ad aprirsi volentieri al servizio del prossimo. D’altra parte, calma e forte, non temeva di dire il fatto suo a coloro le cui parole o atti provocavano scandalo. Tali esempi scendevano nel più profondo della coscienza dei tre ragazzi.
La dimensione della fede dava poi sapore sapienziale ed incisività ad ogni lezione che questa maestra analfabeta impartiva ai suoi figlioli.

b) Educatrice “salesiana”
È stata quest’arte educativa a permettere a Mamma Margherita di individuare le energie nascoste nei suoi figli, portarle alla luce, svilupparle e consegnarle quasi visibilmente nelle loro mani. Ciò va detto soprattutto nei riguardi del suo frutto più ricco: Giovanni. Quanto è impressionante notare in Mamma Margherita questo cosciente e chiaro senso di “responsabilità materna” nel seguire cristianamente e da vicino il proprio figlio, pur lasciandolo nella sua autonomia vocazionale, ma accompagnandolo ininterrottamente in tutte le tappe della sua vita fino alla propria morte!
Il sogno che Giovannino fece a nove anni, se fu rivelatore per lui, lo fu certamente anche (se non prima) per Mamma Margherita; è stata lei ad avere e a manifestare l’interpretazione: «Chissà che tu non abbia a diventar prete!». E qualche anno dopo, quando comprese che l’ambiente di casa era negativo per Giovanni a causa dell’ostilità del fratellastro Antonio, ella fece il sacrificio di mandarlo a fare il garzone di campagna nella cascina Moglia di Moncucco. Una mamma che si priva del giovanissimo figlio per mandarlo a lavorare la terra lontano da casa, fa un vero sacrificio, ma ella lo fece, oltre che per eliminare un dissidio familiare, per indirizzare Giovanni su quella strada che le (e gli) aveva rivelato il sogno.
Si può affermare che a Mamma Margherita va attribuito il merito di aver lei inoculato in Don Bosco i semi di quel celebre trinomio: ragione, religione, amorevolezza, che ella visse semplicemente nella sua calma, affabilità ed autorevolezza. La divina Provvidenza le fece la grazia di essere un’educatrice “salesiana” animata da un amore preventivo che sapeva capire, esigere, correggere, pazientare e sorridere.

I suoi figli erano sorvegliati, controllati e guidati, ma non oppressi. Dovevano ubbidire e chiedere i permessi, ma la Mamma li lasciava volentieri abbandonarsi alla loro allegria e ai loro giochi. Non cedeva mai ai capricci, e correggeva amorosamente… Don Lemoyne attesta: «Voleva ad ogni costo che la correzione non provocasse iracondia, diffidenze, disamore. La sua massima su questo punto era precisa: indurre i figli a fare ogni cosa per affetto o per piacere al Signore. Essa perciò era una madre adorata». Don Bosco dirà più tardi che l’educazione è cosa del cuore: ne aveva fatto già la felice esperienza nel focolare domestico dei Becchi.

c) Efficace catechista
Mamma Margherita aveva la rara capacità di ricavare da tutto ciò che accadeva nella vita uno spunto per catechizzare. Si ritenne la prima responsabile dell’insegnamento della fede ai suoi figli, e seppe proporre loro valori semplici e forti nella sua scuola di famiglia. Ciò che trasmise in primo luogo ai figli, con pazienza, negli anni della crescita, fu la sua fede adamantina, il senso di un Dio di amore sempre presente, una devozione tenera a Maria.
Celebre è rimasto il catechismo di Mamma Margherita. Ella, che non sapeva né leggere né scrivere e che aveva imparato a memoria, nella sua infanzia, le formule necessarie, le trasmetteva ai figli, ma anche le sintetizzava e le interpretava secondo il suo infallibile istinto materno.
Le grandi verità della fede erano trasmesse nella maniera più semplice ed elementare, tutte espresse in formule brevissime:
  • Dio ti vede: era la verità di ogni momento, non destinata ad incutere paura, ma ad assicurare i bambini sul fatto che Dio si prendeva cura di loro e che la stessa bontà di Dio chiedeva loro di rispondere con una vita buona.
  • Quanto è buono il Signore!, esclamava tutte le volte che qualcosa colpiva la fantasia dei bambini e destava la loro ammirazione.
  • Con Dio non si scherza!, asseriva convinta quando si trattava di inculcare l’orrore del male e del peccato.
  • Abbiamo poco tempo per fare il bene!, spiegava quando voleva spingerli ad essere più solerti e generosi.
  • Che importa avere dei bei vestiti, se poi l’anima è brutta?, osservava quando voleva educarli a una dignitosa povertà, e alla cura della bellezza interiore dell’anima.
C’era poi il catechismo dei sacramenti. Sappiamo, dal racconto dello stesso Don Bosco, come ella lo applicò col piccolo Giovanni. Quando si avvicinò il tempo della prima comunione, ella cominciò ad assegnargli ogni giorno qualche preghiera e qualche lettura particolare; poi preparò il bambino a una buona confessione (e gliela fece ripetere tre volte durante il tempo di quaresima); poi, quando venne il gran giorno (la Pasqua del 1826), fece in modo che il bambino facesse davvero un’esperienza di comunione con Dio. «Sono persuasa – dirà in quel giorno al figlio – che Dio ha preso possesso del tuo cuore! Ora promettigli di fare quanto puoi per conservarti buono fino alla fine della vita».

E c’era, infine, il catechismo della carità: sia negli anni del relativo benessere che in quelli della fame, la casa di Margherita restò sempre aperta ai poveri, ai viandanti, agli ambulanti, alle guardie in perlustrazione che chiedevano un bicchier di vino, alle ragazze in difficoltà morali; così come restò la casa alla quale si rivolgevano le vicine quando c’era una disgrazia da alleviare, qualche malato da assistere o un moribondo da accompagnare all’ultimo transito.

d) Prima cooperatrice
Ci sono modalità, accenti, toni nel sistema preventivo praticato da Don Bosco che hanno un che di materno, di dolce, di rassicurante, che autorizzano a vedere in Margherita non solo una figura femminile che esercita il suo influsso da lontano, ma anche dall’interno come ispiratrice e modello, come collaboratrice, certamente, prima cooperatrice.
Fu proprio la presenza di Mamma Margherita a Valdocco durante l’ultimo decennio della sua vita ad influire non marginalmente su quello “spirito di famiglia” che tutti consideriamo come il cuore del carisma salesiano. Quello infatti non fu un decennio qualsiasi, ma il primo, quello in cui furono poste le basi di quel clima che passerà alla storia come il clima di Valdocco. Don Bosco aveva invitato la Mamma  spinto da necessità pratiche. In realtà nei piani di Dio questa presenza era destinata a trascendere i limiti di una necessità contingente, per iscriversi nel quadro di una provvidenziale collaborazione ad un carisma ancora allo stato nascente.
Mamma Margherita fu consapevole di questa sua nuova vocazione. L’accettò con umiltà e lucidità. Così si spiega il coraggio dimostrato nelle circostanze più dure. Si pensi solo all’epidemia del colera. Si pensi a gesti e parole che hanno un qualcosa di profetico, come l’utilizzare le tovaglie dell’altare per fare bende per gli ammalati. Valga, soprattutto, l’esempio della celebre “Buona Notte”, una nota originale della tradizione salesiana. Era un punto a cui Don Bosco dava molta importanza e fu incominciato proprio dalla Mamma con un piccolo sermoncino rivolto al primo giovane ospitato. Don Bosco poi avrebbe continuato questa usanza non in chiesa a mo’ di predica, ma in cortile o nei corridoi, o sotto i porticati in modo paterno e familiare.

La statura interiore di questa madre è tale che il figlio, anche quando sarà divenuto ormai esperto educatore, avrà sempre da imparare da lei. A voler compendiare quanto si è detto, valga il giudizio di don Lemoyne: «In lei poteva dirsi personificato l’Oratorio».

Mamma Margherita visse povera e povera morì: portata alla fossa comune, non ebbe mai il suo nome scritto su una pietra tombale, tuttavia quel nome è nel cuore di tutta la Famiglia Salesiana.
Exallievi ed Exallieve di Don Bosco
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