Exallievi ed Exallieve di Don Bosco - Puglia
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Luigi Olivares

//Luigi Olivares
Luigi Olivares2018-09-06T22:03:07+00:00

LUIGI OLIVARES

VENERABILE
(1873-1943)
Inizio del Processo il 24-5-1963
Venerabile il 20-12-2004

Nato a Corbetta (Milano) il 18 ottobre 1873, quinto di quindici figli, fu battezzato all’indomani nella prepositurale di San Vittore. Alla famiglia, e specialmente alla madre, egli dovette quella fine e aristocratica educazione religiosa e civile che lo distinse nell’apostolato. Cresimato nel 1881, entrava successivamente nel preseminario di Seveso e poi di lì a Monza per il Liceo e la Filosofia. Frequentò i corsi di Teologia nel Seminario Maggiore di Milano, sotto la guida di don Pasquale Morganti, futuro vescovo di Bobbio e di Ravenna, che era stato alunno dell’oratorio di Valdocco. Il chierico Olivares alla sua scuola apprese a conoscere ed amare il grande apostolo della gioventù don Giovanni Bosco. Fu durante questa sua permanenza a Milano che conobbe e avvicinò i Salesiani, verso i quali si sarebbe un giorno orientata la sua vocazione. Ordinato sacerdote a 22 anni, il 4 aprile 1896 dal cardinale Andrea Ferrari, fu inviato come vicerettore del collegio Arcivescovile di Saronno. Qui trascorse otto anni rivelandosi sacerdote zelante, esemplare, indefesso nel suo lavoro, di un’eccezionale attività accompagnata da quella paternità che fu tipica di don Bosco. Per la sua assistenza premurosa e vigile veniva chiamato “la presenza di Dio”.

Nel 1904 ottenne finalmente di entrare nella Congregazione salesiana. “Ad essa – confessa umilmente – dopo seria riflessione, guidato dal consiglio di chi dirige la mia coscienza, sento di esser chiamato dalla bontà del Signore”. Terminato il noviziato a Foglizzo Canavese e dopo appena sei anni di vita salesiana, fu inviato come parroco nel santuario di Santa Maria Liberatrice a Roma-Testaccio. A fare il suo nome era stato lo stesso cardinale Ferrari, a cui il Papa San Pio X aveva chiesto quale dei Salesiani da lui conosciuti gli sembrasse più adatto per un luogo così pastoralmente difficile. Al Testaccio il nuovo parroco darà il meglio di se stesso, conquistando con la bontà il cuore del suo gregge e trasformando, in pochi anni, un rione tumultuoso e anticlericale in una parrocchia fervente e dinamica. Ricercatissimo direttore spirituale, ebbe il confessionale “assediato da mane a sera”. E il suo amore per tutti, anche per i nemici della Chiesa e del bene, fu eroicamente sublimato nel sacrificio: è noto l’affronto che gli si fece in pubblica strada con l’insulto e la percossa al volto, a cui don Luigi rispose offrendo evangelicamente l’altra guancia.

Il 15 luglio 1916 Benedetto XV promuoveva questo zelante parroco salesiano alle sedi episcopali di Sutri e Nepi. Il novello vescovo tra i suoi propositi scriverà: “La tessera della mia vita episcopale, voglio che sia la carità: sincera, paziente, benefica, spirituale, disposta ad ogni sacrificio”. E così fu in realtà: le cinque visite pastorali alle due diocesi e la lunga reggenza di Civita Castellana, Orte e Gallese; le continue missioni al popolo e i continui esercizi alla gioventù e ai bambini della Prima Comunione; le frequentissime funzioni pontificali nelle due sedi e, si può dire, in tutte le parrocchie della diocesi; i tridui, le novene, i pellegrinaggi e le feste di cui si fece promotore; i frequenti e ricercati servizi pastorali fuori diocesi, dov’era stimato per la parola, il consiglio e specialmente per il fulgido esempio delle sue virtù; tutto dice lo spirito di lavoro che animò la sua instancabile esistenza di operaio evangelico. Le sue cure più intense furono per il popolo, che richiamò alla pratica dei doveri cristiani; per i poveri, verso i quali fu di una larghezza e generosità senza confini; per i piccoli e gli adolescenti che avvicinava sovente nelle scuole, nelle associazioni parrocchiali e per strada. Ebbe cure specialissime per l’Azione Cattolica che raccomandava ai parroci, anche quale atto di obbedienza alle direttive pontificie. Nelle visite alle parrocchie, al mattino presto, non appena si apriva la chiesa, era immancabilmente presso il confessionale, e vi restava per lunghe ore senza stancarsi, ascoltando tutti con paziente bontà, e a tutti dispensando la sua parola rassicurante e illuminante. Il suo zelo poi nel dispensare la Parola di Dio ebbe dell’incredibile. Aveva un dire facile e chiaro, semplice ed arguto, bonario ed amabile, che scolpiva la verità nella mente degli uditori, e soprattutto li trascinava alla pratica del bene. E allorché toccava gli argomenti preferiti – l’Eucaristia, la Madonna, il Paradiso – la sua voce calda e convinta aveva risonanze di cielo.

La nota caratteristica della figura di monsignor Olivares fu l’amabilità del tratto, l’affabilità del volto, la delicatezza d’animo. Seppe testimoniare il difficile binomio che egli volle come proprio motto episcopale, “Suaviter et fortiter”, eco di quell’“amorevolezza” tanto inculcata da don Bosco. Amò straordinariamente i suoi sacerdoti, comprendendoli e difendendoli sempre. “Non l’ho mai sentito parlar male di alcuno… Un vecchio sacerdote diceva che a monsignor Olivares potevano tirar fuori tutti i denti, ma non una parola critica nei riguardi di un sacerdote. In realtà il suo cuore era impassibile ad ogni rancore o avversione o risentimento”. Amò e fu riamato dalla povera gente. “Riceveva tutti nella sua casa e si può dire a tutte le ore, solendo affermare che la casa del vescovo era la casa di tutti e lui diceva esser a disposizione di tutti”. Riceveva ed ascoltava ognuno, accompagnandolo poi fino al portone con la berretta in mano. Quando andava a Roma si caricava sempre di pratiche e di commissioni affidategli dalla povera gente. Tornava carico di pacchi, pacchetti, documenti, provviste domestiche.

Interiormente distaccato da ogni comodità, ripeteva spesso la frase di don Bosco: “Il denaro è un buon servitore, ma un cattivo padrone”. Testimoniò il suo segretario: “Per amore di povertà non si preoccupò di abbellire, di cambiare nulla nei palazzi, nella villa. Non mutò nemmeno i pagliericci sui quali dormì per parecchi anni, felice e contento. I familiari domandavano il cambio, ma egli rispondeva sorridendo: ‘Ci si sta così bene!’. Un bel giorno gli cambiarono il pagliericcio e misero anche a lui una rete metallica. Si lamentò, mostrò rincrescimento, ma poi, benché a malincuore, si adattò e tacque”.

Fu un uomo profondamente umile: “Con chiunque stesse, sembrava sempre destinato ad occupare l’ultimo posto”. E fu uomo di profonda pietà. Lasciò scritto uno dei parroci che visse più a lungo con lui: “Amò in maniera straordinaria la preghiera; vederlo pregare era uno spettacolo che non si dimenticava. Credo di non averlo mai visto seduto in chiesa, ma sempre in ginocchio, con il volto tra le mani o fisso nel tabernacolo, come se i suoi occhi vedessero qualcosa di soprannaturale. Nelle ore libere dal ministero o dai ricevimenti, quasi mai si tratteneva in camera e, se qualcuno cercava il vescovo, lo trovava sicuramente in chiesa. Dire che pregava continuamente è dir poco. È il modo con cui pregava e l’impegno che sempre metteva nella preghiera che stupiva”.

Morì il 19 maggio 1943 a Pordenone dove si era recato per predicare un corso di esercizi spirituali ai giovani liceali dell’istituto salesiano. Monsignor Luigi Olivares resse la diocesi di Sutri e Nepi dal 1916 al 1943 e fu Amministratore Apostolico delle diocesi confinanti di Civita Castellana, Orte e Gallese dal 1928 al 1931. La fama di santità seguita alla sua morte fu immediata e vasta. Uno dei medici che lo aveva avuto in cura nell’ospedale di Pordenone confessò: “Fin quando la Chiesa cattolica possiede campioni come questo, è destinata a sempre nuovi e maggiori trionfi. Uomini così possono predicare il Vangelo e pretendere di essere ascoltati anche da increduli”.

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