Exallievi ed Exallieve di Don Bosco - Puglia
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José Vandor

José Vandor2018-09-06T22:01:16+00:00

JOSÉ VANDOR

(1909-1979)
Venerabile il 20-1-2017

Giuseppe Vech nacque a Dorog, in Ungheria, il 29 ottobre 1909 da Sebastián e Maria Puchner: negli anni di ascesa del nazismo cambierà il suo cognome di origine tedesca in “Vandor” (che significa pellegrino o viandante), per prendere le distanze dal contesto tedesco ma anche per significare il senso della propria azione missionaria, che lo porterà a Cuba e Santo Domingo. Fin da piccolo si distinse per la sua bontà e il suo carattere conciliatore. La sua formazione iniziò dai Francescani, dai quali apprese un vero amore per la povertà, che conservò per tutta la vita. In seguito confidò al parroco, padre Arturo Pehatsek, il desiderio di diventare sacerdote e missionario. Questi allora lo presentò all’istituto salesiano di Peliföldszentkereszt, dove Vandor conobbe i Salesiani e rimase colpito dalla spiritualità e dalla carità pastorale di don Bosco; tanto che nel 1927 iniziò il noviziato a Szentkereszt; emise i primi voti nel 1928 e quelli perpetui il 13 agosto 1932. La sua formazione teologica continuò in Italia a Torino, dove venne ordinato sacerdote il 5 luglio 1936 nella basilica di Maria Ausiliatrice.

Nello stesso anno fu inviato come missionario a Cuba e realizzò, così, un sogno che coltivava nel segreto del suo cuore sin da quando era bambino: quello di annunciare il Vangelo in terre lontane. Fare il bene e occuparsi della salvezza delle anime sarà la sua unica preoccupazione nei 40 anni di lavoro in terra cubana. Fu mandato a Guanabacoa, dove rimase fino al 1940 come consigliere scolastico e responsabile dell’animazione spirituale. Fu molto amato dai giovani, soprattutto dai più poveri, per i quali aveva un’attenzione salesiana particolare. A soli 31 anni fu nominato direttore della scuola agricola di Moca nella Repubblica Dominicana. Per ragioni indipendenti dalla sua volontà la scuola venne consegnata al governo e di conseguenza ritornò a Cuba-Guanabacoa. Distinguendosi per saggezza e prudenza, nel 1943 viene nominato maestro dei novizi a Matanzas. Nel 1946 don Vandor giunse come amministratore al collegio di Arti e Mestieri di Camagüey. Nel 1948 diventò confessore della comunità di Santiago de Cuba e nel 1951 confessore e cappellano del noviziato delle Figlie di Maria Ausiliatrice a Peñalver-Habana.

Il 9 dicembre 1954 è a Santa Clara, responsabile della chiesa di Nostra Signora del Carmine e incaricato della costruzione della scuola di Arti e Mestieri “Rosa Pérez Velasco”. Dimostrò in questa situazione il suo spirito di povertà e il suo dinamismo salesiano, grazie ai quali riuscì a condurre, senza un alloggio stabile, i lavori di riparazione della casa parrocchiale, della chiesa e la costruzione della casa salesiana. All’apertura della scuola fu nominato direttore fino al 1961, quando tutte le istituzioni scolastiche di Cuba passarono sotto il controllo diretto del ministero dell’educazione. Fu prima rettore e poi primo parroco della chiesa del Carmine, svolgendo il proprio ministero pastorale per venticinque anni, dal 1954 fino alla morte. Grazie alla sua personalità, alla sua spiritualità e alla sua creatività pastorale, lasciò segni profondi nella diocesi di Santa Clara. In particolare padre Vandor era un ricercatissimo direttore spirituale: la sua dolcezza e amabilità apriva il cuore di giovani e adulti.

In quel periodo a Cuba è in atto una guerra civile. In una società dilaniata dall’odio e dalla violenza, padre Vandor fu testimone eroico di riconciliazione e di pace, facendo di tutto per consolare i malati, i feriti e i poveri e rischiando personalmente la vita per mediare un’incruenta resa. Si propone come mediatore di pace tra le truppe del Che Guevara e quelle del colonnello Cornelio Rojas, dell’esercito del generale Batista. Dissero di lui: “Fu uno dei cuori più amabili, delicato e nobile del clero di Villa Clara”. Padre Vandor si può avvicinare a San Francesco di Sales per la sua paziente docilità, la prudente azione, la sapienza illuminata nella direzione spirituale delle anime; e a San Giovanni Bosco per il suo dinamismo apostolico, l’amore ai giovani poveri, lo spirito di fede, la serena allegria e per le maniere cordiali. Morì l’8 ottobre 1979, dopo alcuni anni d’intensa sofferenza che lo aveva ridotto all’immobilità pressoché totale, mentre la sua stanzetta di malato si trasformava in “altare” e “confessionale”. Quel giorno molti piangendo esclamavano: “È morto un santo!”. Il vescovo diocesano scrisse: “La congregazione salesiana perde un figlio, la diocesi un sacerdote esemplare e i fedeli un padre amato”. Il segreto del suo fascino umano e spirituale era motivato dalla sua bontà, dolcezza, amabilità.

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