Francesco di Sales – Exallievi ed Exallieve di Don Bosco
Exallievi ed Exallieve di Don Bosco - Puglia
Santità Salesiana

Francesco di Sales

//Francesco di Sales
Francesco di Sales 2018-04-13T17:28:26+00:00
Francesco di SalesFRANCESCO DI SALES

(11567-1622)

Santo
Canonizzato nel 1665
Dottore della Chiesa nel 1877
Francesco nacque in Savoia il 21 agosto 1567. Ordinato vescovo di Ginevra (1602), dedicò tutta la sua attività apostolica nel riportare alla fede cattolica la popolazione dello Chablais, che era passata alla Riforma protestante.
Con la sua multiforme attività educò il popolo cristiano, mostrando attuabili in ogni scelta di vita le vie della spiritualità. Si dedicò totalmente alla sua missione di pastore, facendosi semplice con i semplici, discutendo di teologia con i protestanti, iniziando alla “vita devota” le anime desiderose di servire Cristo, aprendo loro i segreti dell’amore di Dio, attento a mettere la vita spirituale alla portata dei laici e a rendere amabile la devozione. Valorizzò la stampa, promosse il lavoro e la cultura, trattando tutti con amorevole bontà e saggia mitezza.
Morì a Lione il 28 dicembre 1622. Annoverato tra i santi nel 1665, Pio IX lo proclamò Dottore della Chiesa (1877).

Ispirato dalla sua “carità apostolica” e dalla “dolcezza e pazienza evangelica”, san Giovanni Bosco lo scelse come modello e protettore della sua missione tra i giovani. A conclusione dei IV centenario della nascita, Paolo VI lo riconobbe come Doctor divini amoris.

San Francesco di Sales nel cuore di don Bosco
L’8 dicembre 1844, don Bosco inaugurava nella periferia di Torino un “oratorio” dedicato a san Francesco di Sales. Da tre anni ormai, egli radunava ogni domenica e durante le feste i ragazzi che incontrava nelle strade e nei cantieri della città. L’opera “salesiana”, che allora era soltanto agli inizi e che egli chiamò oratorio, ricordando l’Oratorio fondato a Roma nel secolo XVI da san Filippo Neri, era destinato all’educazione di giovani spesso molto sprovveduti. Oltre alla formazione religiosa da lui considerata come fondamentale, don Bosco non trascurava la formazione umana e l’istruzione, e per di più, infondeva un’impronta festosa a tutte le attività, nelle quali il gioco, il canto e i divertimenti avevano una parte rilevante.
Descrivendo quella giornata storica nelle sue Memorie dell’Oratorio di san Francesco di Sales, l’educatore piemontese si addossò il compito di spiegare le ragioni per cui aveva scelto la protezione di questo santo. La prima era apparentemente fortuita: il ritratto di san Francesco di Sales ornava già di fatto l’ingresso del locale di cui prendeva possesso. La seconda, più personale, viene esposta con una certa ridondanza: «Perché la parte di quel nostro ministero esigendo grande calma e mansuetudine, ci eravamo messi sotto alla protezione di questo santo, affinché ci ottenesse da Dio la grazia di poterlo imitare nella sua straordinaria mansuetudine e nel guadagno delle anime».
Così avvenne che quell’antico vescovo, nato nel 1567 vicino ad Annecy nella Savoia, morto nel 1622 a Lione, diventò il protettore di tutta l’opera di don Bosco. La figura di san Francesco di Sales, pastore zelante e amabile, missionario eroico nelle vicinanze della Ginevra protestante, autore di libri famosi come la Filotea e il Teotimo, catechista dei fanciulli, direttore spirituale ricercato e fondatore con santa Giovanna di Chantal dell’ordine della Visitazione, indubbiamente gli piaceva.
Già quando era in seminario a Chieri, questa luminosa figura lo accompagnava. Cercava di dominare il suo temperamento focoso e talvolta violento, imitando il santo vescovo e il suo modo stupendo di relazionarsi con gli altri. Un suo coetaneo ha raccontato che c’era un altro seminarista che si chiamava Bosco Giacomo. Per distinguersi del compagno, questi amava definirsi in dialetto piemontese bosc d’pouciou (legno duro del nespolo), mentre Giovanni si sforzava di diventare bosc d’sales (legno flessibile come il salice). Alla fine del seminario, durante gli esercizi spirituali di preparazione all’ordinazione, egli prese questo proposito: “La carità e la dolcezza di san Francesco di Sales mi guidino in ogni cosa”.
Don Bosco aveva veramente san Francesco di Sales nel cuore e nella mente. Ogni anno, la festa del santo Patrono che si faceva allora il 29 gennaio, veniva celebrata all’Oratorio con grande solennità. Diceva: «Il mio spirito e lo spirito di questo oratorio è lo spirito di san Francesco di Sales». Quando Domenico Savio entrò per la prima volta nella stanza di don Bosco, «il suo sguardo – racconta don Bosco – si portò subito su di un cartello, sopra cui a grossi caratteri sono scritte le seguenti parole che soleva ripetere s. Francesco di Sales: Da mihi animas, caetera tolle». I “Salesiani” da lui fondati nel 1859 dovevano avere lo spirito di carità e di zelo che contraddistingueva il loro Patrono.
Quando don Bosco decise di dare inizio all’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, la data scelta per fare le prime elezioni in vista della costituzione del primo capitolo superiore con Madre Mazzarello, fu proprio il 29 gennaio 1872, “il bel giorno di san Francesco di Sales”, come dice la cronaca. D’altronde è risaputo che in molti posti dove lavorano, le Figlie di Maria Ausiliatrice vengono spesso chiamate Suore Salesiane.
Don Bosco si rallegrò molto quando Pio IX dichiarò solennemente nel 1877 san Francesco Dottore della Chiesa. In quell’occasione, le Suore della Visitazione di Annecy gli chiesero di partecipare alla decorazione della loro chiesa in onore del “Dottore della carità”. La risposta fu subitanea: «Voto del mio cuore sarebbe che la nostra congregazione, posta sotto la protezione dell’amabile Dottore, avesse in cotesto santuario un altare a testimonianza della nostra divozione». E così fu fatto.
In quegli anni, la devozione al Cuore di Gesù conosceva un notevole sviluppo. A Roma, don Bosco fu incaricato da Leone XIII di costruire la basilica del Sacro Cuore. Bisogna ricordare a questo proposito che san Francesco di Sales è colui che ha seminato i germi di questa devozione. Niente dunque di strano se fu proprio una sua figlia spirituale, santa Margherita Maria Alacoque, a ricevere le rivelazioni del Sacro Cuore a Paray-le-Monial.
Durante il famoso viaggio a Parigi nel 1883, don Bosco volle compiere un pellegrinaggio “salesiano”. Sapendo dell’esistenza della famosa statua della Madonna Nera di Parigi, davanti alla quale amava pregare il giovane Francesco, si recò nella chiesa dove si trovava e scrisse in francese nel registro delle Messe: «Abbé Jean Bosco, superiore della Pia Società Salesiana, raccomanda a S. Francesco di Sales tutte le opere di cui S. Francesco è il Patrono».
Don Bosco morì il 31 gennaio 1888. Due giorni prima, proprio il 29 gennaio, festa del Patrono, aveva ricevuto per l’ultima volta la santa Comunione. Si riteneva che quel giorno il pellegrinaggio di don Bosco era finito, anche se il Signore sia poi venuto a prenderlo più tardi, il mattino presto del 31. «Come se san Francesco fosse venuto a cercarlo», si diceva.
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San Francesco di Sales è il Patrono dei giornalisti, precursore dell’informazione cattolica moderna: scriveva “Memoriali”, foglietti settimanali, per spiegare con un linguaggio semplice ed efficace le verità di fede; li affiggeva sui muri e li faceva scivolare sotto le porte.

Il santo che vogliamo presentare in questo numero della rivista non è certo un santo sconosciuto. Ma quasi certamente la maggior parte di noi, salvo forse i giornalisti, dato che è il loro patrono, non saprebbe dire molto sulla sua vita. Soffermarci su qualcosa o qualcuno che pensiamo di conoscere e scoprire lo spessore di vita che ci viene offerto, significa imparare a stupirsi di fronte alle cose, imparare a guardarle sempre con occhi nuovi: non dare mai niente per scontato. E allora, lasciamoci stupire!

La prima educazione

“Era il 1567. Ad Annecy, resistenza abituale del duca Giacomo di Savoia, stava per giungere Anna d’Este, sua promessa sposa. Per sua insistente richiesta, il duca aveva acconsentito, eccezionalmente, ad esporre alla pubblica venerazione dei fedeli il tesoro di famiglia più sacro: quella Sindone che oggi è custodita nel duomo di Torino. Tra i pellegrini che accorsero da ogni parte (…) c’erano i signori di Boisy, della famiglia di Sales. Françoise de Boisy, giovanissima, era incinta del suo primo figlio e lì – prostrata davanti a quella sacra tela che così eloquentemente le parlava della passione del Figlio benedetto di Dio – si sentì commuovere al pensiero del bambino che portava in grembo. Fece dunque una promessa: quel bambino doveva appartenere a Gesù per sempre. Lei lo avrebbe ricevuto solo in custodia, ma lo avrebbe educato per Lui e poi glielo avrebbe donato”. Così il piccolo Francesco crebbe in un ambiente che gli permise di sviluppare una particolare sensibilità per l’unione tra umano e divino: da una parte l’attenzione e la tenerezza materna e dall’altra, l’accompagnamento paterno, che gli garantiva di crescere come “un gentiluomo del tempo: accurata istruzione, equitazione, scherma, danza … e soprattutto una lealtà a tutta prova. (…) Fu negli anni dell’infanzia che imparò quella signorilità e dolcezza di modi che dovevano renderlo celebre, soprattutto per la maniera con cui le coniugava con una rara fortezza d’animo e di carattere. I biografi dicono che imparò già da fanciullo il valore di quella massima che poi avrebbe sempre applicato ed insegnato: “Siate quello che siete, ma desiderate di essere alla perfezione quello che siete”.

Gli studi superiori

Dopo essere stato educato nei più celebri collegi della zona, quando aveva poco più di undici anni fu inviato a Parigi, in compagnia di un precettore, per studiare dai padri gesuiti. “Durante il lungo viaggio, il bambino si rese conto per la prima volta della tragedia del suo tempo: Lione, Bourges, Orléans mostravano le ferite lasciate dalle guerre di religione. (…) A Parigi entrò nell’affascinante quartiere latino, dove si contavano allora non meno di centoquarantaquattro collegi e migliaia di studenti.” Gli studi di Grammatica, Umanità e Retorica e Arti, frequentati per circa un decennio, erano quelli previsti dal padre, per farlo sedere poi al Senato di Torino, come avvocato. Ma Francesco “provava invece una invincibile passione per le scienze sacre. (…) E, poiché il precettore studiava teologia alla Sorbona, gli promise di passargli i suoi appunti, ma segretamente, senza che il Signore di Boisy ne sapesse niente. Di fatto Francesco cominciò a seguire due diversi cicli di studio, a costo di saltare qualche volta i pasti.”

La crisi
Ma “certamente per un segreto disegno di Dio” a un certo punto “cadde in una crisi spirituale che cominciò a consumargli l’anima: (…) da un lato il cristianesimo gli sembrava l’esaltazione dell’amore. (…) Dall’altro lato però, c’era la terribile logica calvinista secondo cui Dio destina da sempre (pre destina) alcuni uomini alla salvezza eterna e altri alla dannazione”. E i professori della Sorbona spiegavano Agostino e Tommaso in maniera non molto dissimile. L’intelligenza e il cuore si dibattevano tra il dover ammettere a livello filosofico che Dio può fare ciò che vuole e la contemplazione del volto di Dio, così come si è manifestato: ricco di infinita misericordia.

“Questa crisi che era necessaria per prepararlo alla sua futura missione fu superata ai piedi della Vergine Santa. Davanti a un suo altare, egli trovò un giorno un foglio ad uso dei fedeli dove c’era scritto il Memorare: quella bella e antica preghiera che chiede alla Madonna di ‘ricordarsi che non si è inteso mai dire che uno, dopo essere ricorso alla sua protezione, sia stato abbandonato’. Francesco la recitò piangendo e non venne abbandonato. (…) A vent’anni egli era stato in tal modo preparato alla missione che lo attendeva: annunciare la tenerezza cattolica al mondo calvinista, in una situazione in cui quasi tutti anche i cattolici pensavano ormai di affidare la soluzione dei conflitti teologici alla violenza delle armi e alle scaltrezze della politica.”

La realizzazione della vocazione

Per continuare gli studi di diritto, dopo quelli di filosofia, secondo i progetti del padre, Francesco scelse la città di Padova, dove rimase alcuni anni. Quando ritornò in Savoia era tutto pronto per accoglierlo: una proprietà, un posto al tribunale di Chambéry, un seggio al supremo Senato di Savoia e perfino una fidanzata quattordicenne “nobile di sangue e di virtù”. Ma lui rifiutò tutto, mentre “amici che sapevano del suo desiderio di consacrarsi a Dio senza che egli ne sapesse nulla ottenevano per lui, da Roma, la nomina a prevosto del capitolo di Ginevra, la carica più prestigiosa della diocesi dopo quella del vescovo.” Il padre finì per cedere, pur dovendo rinunciare a tutti i sogni che aveva fatto per il figlio e Francesco, avendo già tutta la preparazione necessaria, dati gli studi di teologia che aveva compiuto in segreto, potè celebrare la sua prima messa il 21 dicembre del 1593, a ventisei anni. È utile a questo punto rendersi conto della situazione della diocesi di Ginevra, alla quale ormai Francesco appartiene. “Vescovo e Capitolo sono in realtà in esilio ad Annecy, perché la città è saldamente in mano ai calvinisti che ne hanno fatto la loro roccaforte. Anche solo a mettere piede a Ginevra, un prete cattolico rischia la vita. (…) Siamo in un’epoca in cui il diritto internazionale stabilisce che la fede segua le sorti della politica: in pratica una regione deve seguire la religione del suo principe. (…) Se si vuol riconquistare una terra alla fede cattolica, lo si può fare solo con le armi in pugno. (…) Francesco da un lato condivide la giurisprudenza del suo tempo di cui è un esperto; dall’altro, però, comprende che non saranno mai le armi a garantire la vera fede”. E se nel suo primo discorso dichiara che bisogna riconquistare Ginevra, aggiunge senza mezzi termini: “Con la carità bisogna abbattere le mura di Ginevra, con la carità bisogna invaderla, con la carità bisogna riconquistarla (…) Che il nostro accampamento sia l’accampamento di Dio”. Diceva ai preti del Capitolo “che l’eresia era comunque alimentata dai cattivi esempi dei cattolici, sopratutto degli ecclesiastici. E i cattivi esempi dovevano essere estirpati anzitutto proprio lì, in quel Capitolo.

La missione
L’occasione per mettere in pratica i suoi proposti gli venne quando in quegli anni tornò a far parte della diocesi la regione dello Chablais, a sud del lago Lemano, che era stata riconquistata dal duca di Savoia, Carlo Emanuele, dopo essere stata per quasi cinquant’anni in mano ai calvinisti. Su circa venticinquemila abitanti si calcolava la presenza di appena un centinaio di cattolici. L’evangelizzazione era a rischio della vita e quando il vescovo chiese dei volontari”che andassero “all’apostolica” (cioè senza l’appoggio di alcuna organizzazione né militare né ecclesiastica), si trovò davanti un muro di silenzio”.
Allora Francesco si offrì e partì con un altro sacerdote e un servo che il Signore di Boisy, dopo aver invano tentato di dissuaderlo, gli mise al fianco. Per mesi i tre, dopo essersi spinti fino all’ultima fortezza cattolica, partivano alla mattina nelle campagne per poi tornare alla sera, celebrare la messa (che secondo gli accordi del duca di Savia, non poteva essere celebrata nello Chablais) e poi ripartire la mattina seguente. Il popolino della campagna, dopo decenni di predicazione calvinista, accoglieva i “papisti” con i peggiori insulti, con imboscate, violenze fisiche, minacce di morte e tentativi di metterle in atto.
L’esperienza quotidiana sono porte chiuse, neve, freddo, fame, notti all’addiaccio, agguati … “Ma i rischi e le avventure sono solo la cornice di un lavoro paziente e geniale: poiché non è accolto, ed è difficile entrare in dialogo con gli abitanti della regione, Francesco scrive dei “Memoriali”. Sono dei foglietti settimanali nei quali affronta, dal punto di vista cattolico, le singole verità di fede, spiegandole in maniera semplice ed efficace. Silenziosamente li fa poi scivolare sotto le porte o li affigge sui muri delle strade. Ma lo fa con estrema serietà: dopo aver a lungo studiato la dottrina di Calvino per comprenderla a fondo e per dare risposte “vere”. Quando ha dei dubbi scrive al teologo Pietro Canisio 2) (…) che dall’altra parte del lago, in zona tedesca, sta facendo il suo stesso lavoro.
È un’attività durata anni, che gli merita il titolo di “patrono dei giornalisti”. Le conversioni non sono molte, ma cessa l’ostilità, il pregiudizio, e nasce la curiosità, poi la simpatia. Finì per stabilirsi a Thonon, nella capitale dello Chablais, dove la sua attività si estese a macchia d’oli, fatta soprattutto di colloqui personali, di visite ai malati, di continua carità e di affabilità a tutta prova”. Alla fine “poté perfino parlare alla folla nei giorni di mercato.

Lo ascoltavano anche per due ore di seguito. (…) Quanto a fondo e quanto lontano egli sia andato, nella sua opera di evangelizzazione, lo prova il fatto che riuscì perfino a recarsi a Ginevra a incontrare Teodoro Beza, successore di Calvino e lo condusse fino alla soglia della conversione, facendogli ammettere – con argomentazioni dolci, ma serrate – tutte le principali verità cattoliche”. In uno dei colloqui Teodoro “disse: “Voi (cattolici) invischiate le anime in troppe cerimonie e difficoltà: dite che le buone opere sono necessarie per la salvezza, mentre non sono altro che buona creanza”. Francesco gli ricordì la scena evangelica dell’ultimo giudizio (in cui Gesù parla delle opere di misericordia in favore dei poveri, degli affamati, dei carcerati ecc.) e chiese: “Se si trattasse solo di buona creanza, saremmo puniti così rigorosamente per non averle fatte?” Non riuscendo a rispondere, Beda diede in escandescenze, ma davanti alla compostezza del suo interlocutore si riebbe e chiese scusa. Anzi “scongiurò il signore di Sales di tornare spesso”. salotto si organizzava la rinascita religiosa della Francia e vi confluivano i movimenti religiosi più nuovi, provenienti dalla Spagna, dall’Italia, dalla Renania.” Fu a partire da questi incontri che “si fece strada la decisione di introdurre in Francia il Carmelo riformato da santa Teresa d’Avila (morta vent’anni prima)”. Le tre figlie della Signora Acarie entrarono in seguito nell’Ordine e la stessa Acarie, dopo la morte del marito, chiese di esservi ammessa come conversa e vi morirà nel 1618.

L’episcopato
18 dicembre 1602 Francesco venne consacrato vescovo. “Cominciò col riformare se stesso, scegliendo di essere un vescovo povero: casa in affitto, servitù ridotta all’indispensabile, mensa frugale. Gli onori che non poteva evitare li riteneva fatti alla Chiesa. (…) I problemi della diocesi non gli lasciavano respiro, ma aveva riservato per sé un apostolato specifico. Aveva chiesto ai suoi preti di indirizzare al suo confessionale soprattutto le persone colpite da malattie infettive o che suscitavano ribrezzo. (…) L’altro privilegio che pretendeva, perché “gli dava gioia”, era quello di spiegare il catechismo ai bambini.” Faceva percorrere da un giovane le strade della città, per chiamare a raccolta i ragazzi. “Succedeva però che la cattedrale si riempisse anche di adulti, anzi veniva ad ascoltarlo perfino la sua vecchia madre. ‘Signora – le disse un giorno sorridendo – mi fate distrarre quando vi vedo al catechismo con tutti i nostri bambini; perché siete proprio voi che l’avete insegnato a me!’.”
“Il nuovo vescovo non mancava né di decisione né di fantasia.” E lo si vide quando intervenne sulla tradizione di san Valentino. Era abitudine che in quella festa si tirassero a sorte i nomi dei ragazzi e delle ragazze, appaiandoli. Poi per tutto l’anno ognuno aveva il suo ‘valentino’ o la sua ‘valentina’ da accompagnare alle feste, alle danze, in passeggiata … L’anno dopo si cambiava. Ma la cosa era degenerata e nel gioco erano entrati anche adulti sposati che ne approfittavano. Francesco cominciò a intervenire nelle prediche, poi pubblicò un editto di proibizione e infine assegnò ai ragazzi un santo o una santa tirati a sorte, con una frase della Sacra Scrittura, che diventava la norma di condotta per quell’anno. All’inizio ci furono molti malumori e mormorazioni, ma poi i giovani finirono per amare e seguire il loro vescovo. “Francesco di Sales non era un moralista. Nella storia della Chiesa forse nessun altro santo é stato libero come lui nell’esprimere la propria impetuosa affettività. Le sue amicizie, anche femminili, le sue lettere, le sue preoccupazioni sembrano a volte quelle di un amante, tanto sono esplicite e calde. E tuttavia nessuno poté mai dubitare che in esse ci fosse qualcosa di ambiguo, tanto evidente era l’orientamento spirituale (che non vuol dire ‘incorporeo’!) di tutto il suo essere. Ma appunto per questo egli non era affatto disposto a vedere i suoi ragazzi giocare con la sorgente stessa della propria umanità e della propria responsabilità.”

L’episcopato di Francesco di Sales durerà un ventennio. Egli infatti muore nel 1622, a soli cinquantacinque anni. “La responsabilità episcopale gli consumava giorno per giorno le forze: la visita alle quattrocentocinquanta parrocchie della diocesi, anche alle più sperdute, nelle alte montagne, a cavallo o, più spesso, a piedi; la cura del clero che educava personalmente al ministero della predicazione e della confessione; la catechesi continuata al popolo; la riforma dei monasteri e dei conventi; le missioni diplomatiche alla corte di Torino e a quella di Parigi; i rapporti con la Santa Sede. Negli ultimi anni si sentiva talmente avvolto da un ‘groviglio di affari’ che gli capitava di sognare un eremo in cui ritirarsi, a vivere in preghiera.

Gli scritti: la carità e la santità
Pure, in quegli ultimi anni Francesco compose due libri che lo avrebbero consacrato Dottore della Chiesa, dopo averlo reso la figura più rappresentativa della sua epoca.” Sono l’Introduzione alla Vita Devota” e il “Trattato dell’Amore Divino”. Questi due “poveri libretti” come li definiva Francesco furono insieme un prodigio di sintesi e di novità: di sintesi perché ereditavano tutte le migliori dottrine spirituali del passato; di novità perché le consegnavano all’avvenire con nuova formulazione e nuovo respiro.” Il “Trattato dell’amore divino” nasce da un’idea “popolare”. “Qualche anno prima (a Francesco) era venuto in mente di scrivere una “Vita di santa Carità” in cui avrebbe riservato un posticino anche a una certa Pernette Boutey, un’umile valligiana, vedova, che aveva sopportato per anni un marito di pessimo carattere, aveva gestito un negozietto di mercerie ed era vissuta piena di amor di Dio e di carità con tutti. Francesco la considerò sempre una santa e pianse quando gli annunciarono la morte della “sua Pernette”. – Dio ,scriveva, l’ho incontrato tra le nostre più aspre e alte montagne, dove molte anime semplici lo amano e lo adorano in perfetta verità e semplicità, e i caprioli e i camosci saltano qua e là per gli erti ghiacciai, annunciando le sue lodi – (…) L'”Introduzione alla vita devota”, invece, Francesco la dedicò a una nobildonna, la signora di Charmoisy (…) per insegnarle ad amare Dio con tutto il cuore e con tutte le forze, anche in mezzo alle “convenienze” del mondo.”
“La Chiesa aveva sempre annunciato a tutti i fedeli la vocazione e il dovere della santità, ma di fatto questa santità sembrava possibile quasi soltanto a coloro che abbandonavano il mondo e si chiudevano in un chiostro, a una élite di anime raffinate e distaccate dalle contingenze della vita.) Ma ciò che più aveva impressionato Francesco “negli innumerevoli contatti con gli ambienti più diversi, era quell’anelito di santità che si poteva percepire dovunque. Nelle corti più mondane, come in quella di Parigi, gli era avvenuto di incontrare anime profondamente mistiche; nei salotti della nobiltà aveva visto fiorire movimenti di novità cristiana; amore appassionato per Dio aveva trovato nei bambini, in giovani fidanzati, tra i militari, tra la gente povera e incolta delle campagne, nelle baite sperdute tra le più alte montagne, nelle bottegucce degli artigiani (…) La “devozione” – nel linguaggio di Francesco – non è altro che la carità, l’amore di Dio, ma colto nel momento in cui mobilita ardentemente tutto l’essere e tutte le facoltà dell’uomo nel desiderio di aderire a Lui (…). Ma soprattutto essa genera un desiderio e un itinerario di santità, possibili ad ogni cristiano, in ogni circostanza. Si tratta solo di non avere “un cuore mezzo morto”, ma desideroso di rispondere a Dio, utilizzando i mezzi normali dell’esperienza cristiana, applicandosi ai doveri propri ad ogni “stato di vita”, purché si operi “con diligenza, fervidamente e prontamente”. Francesco non chiede atteggiamenti eccezionali, o ricerca del sublime, ma solo “un amore vivace”, capace di generosità: un ideale che tutti possono raggiungere se solo si lasciano opportunamente guidare.
In quell’inizio del secolo 17° era come se tutta la cristianità tirasse un sospiro di sollievo, perché l’alto ideale della santità veniva liberato da ogni impaccio, da ogni sovrastruttura, da ogni moralismo, ed era collocato – con stile semplice, affascinante, popolare – alla portata di tutti.
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