Exallievi ed Exallieve di Don Bosco - Puglia
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Carlo Crespi Croci

//Carlo Crespi Croci
Carlo Crespi Croci2018-09-06T22:31:29+00:00

CARLOS CRESPI CROCI

SERVO DI DIO
(1891-1982)
Inizio dell'Inchiesta diocesana l'8-2-1995

Carlo nasce a Legnano (Milano) il 29 maggio 1891 da Daniele Crespi e Luisa Croci. È il terzo di tredici figli. Come Giovannino Bosco fin da piccolo fu ricolmato dal Signore di grandi doni: intelligenza, generosità e volontà. Dopo aver frequentato una scuola locale, a dodici anni incontra i Salesiani presso il collegio Sant’Ambrogio di Milano, dove completa gli studi ginnasiali. “Quando studiavo al collegio – racconta Carlo – la Vergine mi mostrò un sogno rivelatore: mi vidi vestito da sacerdote con una lunga barba, sopra un vecchio pulpito, mentre predicavo di fronte a tanta gente. Il pulpito però non sembrava essere in una chiesa, ma in una capanna…”.

Nel 1903 Carlo andò a completare gli studi al liceo salesiano di Valsalice (Torino) e si sentì chiamato alla vita salesiana. Fece il noviziato a Foglizzo. L’8 settembre del 1907 emise la prima professione religiosa e nel 1910 la professione perpetua. Iniziò a studiare filosofia e teologia a Valsalice; contemporaneamente insegnava scienze naturali, matematica e musica. Nel 1917 fu ordinato sacerdote. All’università di Padova scoprì l’esistenza di un microorganismo allora sconosciuto, destando per questo l’interesse degli scienziati. Nel 1921 ricevette il dottorato in scienze naturali, e in seguito il diploma di musica. Nel 1923, seguendo la via mostratagli dalla Vergine, partì in missione per l’Ecuador. Sbarcò a Guayaquil e si diresse a Quito; subito dopo si trasferì a Cuenca dove rimase per tutta la vita. Iniziò il suo enorme lavoro per i poveri: fece installare a Macas la luce elettrica, aprì una scuola agricola a Yanuncay, facendo arrivare dall’Italia macchinari e personale specializzato. In questo modo riuscì ad aprire numerosi altri laboratori, creando la prima scuola di arti e mestieri, riconosciuta in seguito come Università Politecnica Salesiana. A Yanuncay diede alloggio ai novizi e nel 1940 aprì anche la facoltà di Scienze dell’Educazione, divenendone il primo rettore. Istituì anche la scuola elementare “Cornelio Merchán” per bambini poverissimi. Aprì un collegio di Studi Orientali per dare la formazione necessaria ai Salesiani destinati all’Oriente ecuadoriano. Fondò il museo “Carlo Crespi”, ricchissimo di reperti scientifici e conosciuto anche al di fuori dell’America. Il padre Crespi si moltiplica: è un uomo che non riposa mai! Mentre durante il giorno dirige e finanzia le sue opere, di notte continua l’opera lasciata incompiuta. Giorno e notte la gente senza risorse accorre a lui in code interminabili: ed egli mette la mano nella larga tasca della veste nera e il denaro esce come per incanto. Generazioni di persone si susseguono nel tempo beneficiando del cuore generoso e tenero di questo sacerdote, seminatore di scuole, campi sportivi, refettori per bambini poveri.

Divulgò con tutte le sue forze la devozione a Maria Ausiliatrice, trascorrendo parte del tempo nell’omonimo santuario. Il suo confessionale, specie negli ultimi anni di vita, era affollato e la gente cominciava a chiamarlo spontaneamente “San Carlo Crespi”. Era sempre in mezzo ai poveri: la domenica pomeriggio faceva catechismo ai ragazzi di strada dando loro, oltre al divertimento, il pane quotidiano. Organizzò laboratori di taglio e cucito per le ragazze povere della città. Ricevette numerose onorificenze, tra cui: la medaglia d’oro al merito dal presidente della Repubblica dell’Ecuador; il Canonicato onorario della cattedrale di Cuenca; la Medaglia d’oro al merito educativo dal Ministro dell’Educazione; la Commenda della Repubblica Italiana; la dichiarazione di “Abitante più illustre di Cuenca nel XX secolo”; il dottorato Honoris Causa post mortem da parte dell’Università Politecnica Salesiana.

Soggiacente al suo immenso lavoro e alla molteplice attività, c’era la volontà di imitare Cristo nel suo amore preferenziale per i poveri, nel suo avvicinarsi ai piccoli, nella sua sollecitudine per i peccatori, dimentico di se stesso e con una grande umiltà, riflessa nella semplicità dei suoi gesti. Con il passare degli anni si diraderanno gli interessi scientifici e accademici, diventando sempre più preponderante la dedizione ai poveri e ai ragazzi abbandonati. L’umiltà la si vede anche nella veste logora che porta, nelle scarpe rotte e nel pasto frugale, nella sobria cameretta arredata dal solo letto di legno. I moltissimi riconoscimenti che ebbe per la sua opera in campo scientifico, artistico e culturale, avevano come destinatari i suoi poveri: “Eccellenza – rispose quando venne insignito del titolo di Canonico onorario –, il padre Crespi non cerca medaglie, ma pane, riso, zucchero per i suoi bambini poveri”. Fu uomo di alta cultura in campo scientifico come storico e archeologo, in campo culturale come musico e pianista. Si distinse come confessore per uno stile sobrio, ma carico di umanità, bontà e tenerezza: vero volto dell’amore misericordioso di Dio. Arrivò a confessare anche 16 ore al giorno senza mangiare nulla. Lasciò come testamento di amare molto Maria Ausiliatrice e i bambini poveri.

È ricordato nei suoi quotidiani e continui spostamenti tra il confessionale e l’altare, tra il santuario e la scuola, con il sorriso di bimbo sulle labbra, con gli occhi vivacissimi che ballano allegramente, con le dita della mano destra che sgranano un vecchio rosario. Una vita di lode a Dio e di consegna amorosa al prossimo, un contemplativo nell’azione, un monaco di Dio in mezzo a un popolo di peccatori. A novant’anni era un uomo dal cuore di bambino; un uomo dai contrasti tipicamente evangelici: rivelò la Provvidenza nella piccolezza, la Sapienza nell’ingenuità, la Bontà nella fermezza, la Misericordia nella capacità di creare dal nulla un mondo meraviglioso di valori. Seppe convertire le sue doti e capacità di musico professionista, cresciuto nel solco della tradizione classica europea, nella semplicità e nella cultura propria degli indigeni. Passerà poi dalla sintonia con la musica profondamente sentimentale del popolo e dei motivi cari alla gente semplice, ad ascoltare per ore e ore le miserie delle persone, i disaccordi della vita, gli stridori del peccato e della passione abitudinaria. Cambiò la musica con il confessionale, la scala dei suoni con la gamma delle miserie umane. Un’altra conversione merita essere ricordata: dalla vocazione giovanile e dalla prima stagione della vita missionaria dedicata, in obbedienza alle direttive dei superiori, a studi e ricerche in campo scientifico, a una passione di servizio e di dedizione per i bisognosi.

Amò il popolo di Cuenca e fu da lui amato e venerato come un santo: amò le persone importanti per la loro cultura, i ragazzi per la loro innocenza e bontà, i poveri per essere gli amici di Cristo. Per i bambini organizzò l’oratorio festivo, per i ragazzi una scuola con circa 1.500 alunni. Fondò il teatro e un museo di grande prestigio e valore scientifico e culturale. La città di Cuenca e il padre Crespi diventano nel tempo un binomio inscindibile: giunge a questa città dell’Ecuador il 24 aprile del 1923 e vi rimane fino alla morte: circa 60 anni! Il “miracolo del padre Crespi” è frutto della sua sconfinata fiducia nella Provvidenza, anche nell’ora della prova: come nel 1962, quando le fiamme divorarono in poco tempo il grande istituto che con tanti sacrifici aveva costruito. Giunge al termine della sua lunga e laboriosa vita amato e venerato come un patriarca biblico. Molti credevano che fosse di origini nobili, figlio di conti, ma egli con sguardo di fede e di santa furbizia affermava: “Tutti siamo figli di Dio, questo è il miglior titolo!”.

Rimase con i piccoli fino al termine della vita, privilegiando l’opera e lo spirito dell’oratorio salesiano, che riteneva l’opera geniale di don Bosco, la cosa più bella, quella che dà più soddisfazione: l’oratorio animato dai giochi, dalle pellicole bibliche, comiche, avventurose, formato attraverso le classi di catechismo, ricordato e amato per le feste gioiose e fraterne. E il padre Crespi in mezzo ai suoi ragazzi con la sua leggendaria campanella a dare ordini, lanciare grida, sempre con uno sguardo paterno e comprensivo. La città di Cuenca, dove morì il 30 aprile del 1982, lo venera e lo ammira come una reliquia di santità e di sapienza. Per il popolo di questa città dell’Ecuador fu guida, padre, consigliere, confessore, figlio illustre.

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