Lettera Aperta alla Presidenza – Exallievi ed Exallieve di Don Bosco
Exallievi ed Exallieve di Don Bosco - Puglia

Lettera Aperta alla Presidenza

di Alfredo Petralia

//Lettera Aperta alla Presidenza

Lettera Aperta alla Presidenza

LETTERA APERTA AGLI ELETTI ALLA PRESIDENZA DELLA

FEDERAZIONE ITALIANA EXALLIEVI/E DI DON BOSCO

Come socio dell’Unione Catania-Salette desidero esprimere la mia partecipazione e le mie congratulazioni per la vostra elezione innanzitutto ringraziandovi per la disponibilità a mettervi in gioco per guidare il nuovo corso che si sta aprendo per la nostra associazione dopo il Congresso di Firenze.

Un congresso nel quale è stato fatto un notevole sforzo di revisione del nostro percorso per andare avanti, ma rimanendo ancorati tuttavia fermamente nel solco del profetico progetto di Don Bosco, verso orizzonti nuovi e per certi versi tutti da scoprire. Avrete il compito di accompagnarci, noi soci, sulla strada del consolidamento e della riappropriazione di un ruolo significativo e incisivo del nostro sodalizio: il Congresso ha indicato alcune linee di azione e mete per le quali impegnarci. Vi è quindi affidata la funzione di interpretarle e tradurre in strategie concrete e in scelte operative e organizzative per l’associazione, orientandola verso quelle mete o quanto meno per tendervi.

Credo che nel Congresso si sarebbe dovuto dare rilievo al fatto che questa nuova fase che si apre nella vita dell’associazione è in parallelo con la recente revisione del nostro regolamento dal momento che questo contiene alcune innovazioni sulle quali forse avremmo dovuto riflettere considerando le loro implicazioni non di poco conto.

Ho la sensazione che l’aspetto di maggior contenuto (al di la delle alchimie tecniche per risolvere il problema delle rappresentanze che ha tanto impegnato la commissione) è la nuova formulazione dell’articolo 1 che definisce l’identità dell’Exallievo, articolo nel quale è stato integrato un capoverso che così recita: Possono altresì far parte dell’Associazione quanti, condividendo pienamente il metodo educativo e l’opera di Don Bosco, intendono far propria la missione dell’associazione e si impegnano in maniera coerente e conseguente.

Con questa frase l’Associazione supera la recinzione concettuale che, formalmente, limitava a coloro che hanno frequentato una scuola o un’opera salesiana la definizione di Exallievo, estendendola all’aspetto sostanziale: l’abbraccio convinto al messaggio di Don Bosco. Viceversa ciò suggerisce che un Exallievo non è tale automaticamente per aver avuto una esperienza in ambiente salesiano. Se le parole hanno un senso, ciò allarga e lega strettamente l’essere Exallievo con l’adesione alla associazione con il riconoscimento pieno del progetto salesiano, con il suo carisma, il suo metodo educativo, la sua storia, le sue radici cattoliche, il suo ruolo sociale nel mondo: tutti possono quindi sentirsi e diventare “Exallievi” di Don Bosco in quanto ne condividano la proposta facendola propria.

Ma questo, per tutti noi soci e per voi che ci guiderete, rappresenta una responsabilità maggiore nell’operare in modo da essere veramente e testimonialmente operativi per rendere credibile e attrattiva la nostra organizzazione aprendo nuovi scenari tanto entusiasmanti quanto impegnativi. Dunque nuove sfide, nuove prospettive sulle quali dovremo riflettere e adoperarci per crescere su un terreno vasto e inesplorato ma che indubbiamente ci proietta in avanti oltre quello che finora è stato il nostro “orto”: una associazione che si apre al mondo. Avremo il compito, o se preferire l’ambizione, di rivolgere l’invito ad associarsi a noi ad una platea ancora più vasta, cioè a tutti coloro che siano affascinati dall’esempio, dalle opere e dal disegno profetico di don Bosco. Un salto di portata significativa.

La locuzione essere testimoni è stata molto usata nel corso del Congresso come richiamo alla concretezza e per incoraggiarci ad uscire dal “cazzeggio”, per usare la terminologia diciamo “non convenzionale” sdoganata da Don Tonino ma che tuttavia è estremamente (o se preferite brutalmente) vera e difficilmente contestabile: ciò al di là di un miope (ovviamente a mio modo di vedere) commento “ma questo è un comunista”, espresso da un uditore in sala. Ma senza dubbio per essere testimoni credibili e coerenti sarà inevitabile in primo luogo essere chiari in quello che proponiamo a noi e fuori di noi guardando in faccia la realtà e andando oltre il tiepido buonismo e lo stile corretto quando questo però bypassa o attenua l’essenziale e il nocciolo delle cose. In fondo questo è stato il messaggio di Don Tonino: altro che comunista.

Sul tema della famiglia la prima testimonianza sta nel coraggio di fare le nostre “opzioni” come Pino Acocella ci ha indicato: purché la nostra opzione sia esplicita. Di conseguenza non ha senso parlare di famiglia in modo generico e indefinito: i modelli di famiglia in circolazione sono tanti. Il nostro è famiglia cattolica, monogamica, basata sull’unione di un uomo e una donna, all’interno della quale vengono generati nuovi esseri umani, tali con le loro caratteristiche fin dal concepimento? Se siamo d’accordo su questo è tempo di annunciare le nostre scelte in modo non fumoso ed equivoco e soprattutto non ambiguo sia quando facciamo formazione (per esempio quando spieghiamo ai nostri figli o ai nostri giovani cosa è la famiglia) sia quando è necessario e opportuno prendere posizione pubblicamente come associazione. È fuorviante girare attorno alla questione rimanendo nella indeterminatezza. Senza questi requisiti saremo sempre deboli e poco attendibili: se parliamo di “valori non negoziabili” dobbiamo anche enumerarli per non rimanere nel vago. Credo che il Congresso si sia espresso in questo senso e il cammino che faremo e nel quale voi avrete il ruolo di guida sarà in questa direzione nella associazione e fuori di essa.
Cosa diversa è rispettare le scelte di chi non condivide il nostro punto di vista: ma questa è un’altra storia.

Nell’ambito della testimonianza nella famiglia salesiana, quanto abbiamo discusso ha messo in evidenza l’importanza del collegamento in rete operativa e la collaborazione tra le sue varie componenti. È indubbiamente un titolo importantissimo per dare maggiore efficacia alla mission salesiana. Ma questo deve partire in primo luogo dal rafforzamento dei rapporti tra i soci delle Unioni, tra le Unioni, tra le unioni e gli organismi centrali. Possiamo essere elemento di cooperazione efficace e credibile con gli altri gruppi della famiglia salesiana solo a partire dal saperci mantenere uniti e cooperativi al nostro interno superando le divaricazioni e gli schieramenti se non le spaccature che ci fanno solo del male e ci discreditano: già parlare di “rapporti di forze” al nostro interno non credo sia entusiasmante.

In tal senso quanto ci ha detto il Delegato federale, introducendo le operazioni di voto e richiamando la sua lettera circa le candidature, va preso in seria considerazione, anche per il dopo elezioni, inducendoci ad un ripensamento profondo e al rifiuto di ogni forma di personalizzazione. E sarebbe anche opportuno riflettere attentamente sulle frasi usate dal candidato giovane alla presidenza che nel motivare il ritiro della sua candidatura ha affermato di farlo perché disgustato dalle “cose brutte” da lui osservate o percepite nelle “manovre” che hanno preceduto il voto. Potrebbe essere un errore sottovalutare tutto ciò. Se nel nostro modo di fare associazione c’è qualcosa che allarma, e quindi allontana un giovane mortificando la sua voglia di impegnarsi scoraggiandone l’entusiasmo, ciò suggerisce prudenza e attenzione: inoltre non avendo potuto ascoltare i suoi intendimenti e le proposte operative collegate alla sua candidatura (come anche le motivazioni del suo dissenso sulla mozione Gex), abbiamo perduto l’opportunità di conoscere e comprendere aspetti, forse importanti o almeno utili, delle sensibilità che percorrono il nostro mondo giovanile, qualsivoglia esse siano. Abbiamo tanto bisogno di giovani in associazione: non va corso al contrario il rischio di deluderli o allontanarli. Prima di tutto vanno ascoltati.

Più in generale il non aver diffuso tra i soci, in precedenza, i profili, gli intendimenti e le proposte dei candidati ciò non ha certo contribuito ad una partecipazione e un coinvolgimento ampio rispetto ad un evento importante nella vita di tutta l’Associazione dal quale la maggioranza dei soci è rimasta esclusa. Anche questo aspetto, nuovo e innovativo nel regolamento, cioè l’informazione su chi e con quali motivazioni si candida (a qualsiasi carica e a qualsiasi livello), va considerato una opportunità per crescere e fattore di partecipazione, non un pericolo: abbiamo bisogno di confrontarci sulle idee e non al contrario temere il confronto che è invece una risorsa. La conoscenza e la diffusione degli intendimenti dei candidati tra i soci (cosa impegnativa per gli stessi candidati) è una strada che favorisce la circolazione di analisi, valutazioni, priorità, e consolida il sentirsi parte di un corpo in cammino che cerca condivisione concettuale e operativa. In tal modo le elezioni diventano, come deve essere, un evento che ci coinvolge tutti. Se il nuovo regolamento ha come elemento attualizzante il potenziamento dell’informazione e della comunicazione tra i soci questa era una occasione, e tra le più importanti e significative perché disegna il futuro, per concretizzarlo.

In definitiva potremo fare rete efficacemente con la famiglia salesiana, ad intra e ad extra come ci ha esortato il Rettor Maggiore, nella misura in cui sapremo fare rete tra noi e non muovendoci a compartimenti separati. Su questo abbiamo e avete tanto lavoro da fare.

C’è un altro aspetto appena affiorato in una domanda del moderatore della tavola rotonda, che tuttavia non ha avuto risposta quando ha posto l’interrogativo sulla posizione dei gruppi laici della famiglia salesiana anche rispetto ai salesiani: paritarietà o subalternità? Può essere sembrata una domanda peregrina o irriverente ma non lo è per quello che sottintende e pone sul tappeto. In primo luogo la questione della “complementarietà” dei laici nella vita salesiana. Probabilmente questo concetto non è più adeguato alle nuove realtà. Sarebbe più utile passare alla “corresponsabilità” dei laici nelle decisioni e nel governo dell’intera famiglia salesiana, ad esempio ma non solo, in scelte come la chiusura o la apertura di una opera salesiana, scelte nelle quali attualmente i laici, Exallievi inclusi, non hanno alcun ruolo formale: una impostazione del genere significa anche che, a monte, la formazione andrebbe rivista e orientata proprio verso la assunzione di responsabilità vere nella gestione delle opere. Oggi vediamo che Exallievi seriamente motivati prendono in mano gli oratori per mantenerli in attività, fatto estremamente positivo e importante e magari esempio da moltiplicare in particolare dove non c’è più la presenza di una comunità religiosa salesiana. Ma non possiamo non rilevare che ciò sta avvenendo per “necessità” e non come risultato di una impostazione formativo-educativa a ciò finalizzata: se si fosse adeguato anche in questa direzione il progetto forse nessuna casa salesiana o oratorio sarebbero stati chiusi. Tutti sappiamo che la storia non si fa con i se ma tutti sappiamo anche che dalla storia si possono trarre valutazioni e indicazioni che aiutano a disegnare o ridisegnare il futuro. È un tema che prima o poi varrà la pena di approfondire.

Infine per essere testimoni nel mondo, e tornando alle parole di Don Tonino, c’è da cambiare registro profondamente nello stile dell’associazione: qui il nostro compito è ancora più impegnativo, se possibile.

In primo luogo nella comunicazione verso l’esterno di quanto pensiamo e facciamo. Possiamo rimanere neutrali e distaccati nelle scelte sui valori e sulle questioni che attraversano il nostro paese? Non è accettabile, ad esempio, che nel dibattito sulle “unioni civili” siamo rimasti muti rinunciando, forse evitandolo volutamente, di prendere posizione pubblica. Se non lo facciamo in occasioni simili quando lo faremo? I valori li possiamo difendere solo se ci esponiamo e ci mettiamo la faccia, a prescindere dall’esito quando questo non dipende solo da noi. Analogamente su altre questioni come l’immigrazione, il lavoro, l’ambiente, le scelte costituzionali, ecc. sulle quali è importante avere voce. La nostra presenza sul piano sociale deve necessariamente essere concreta sul piano della solidarietà e del sostegno ai più disagiati, dell’accoglienza verso i più sfortunati, gli ultimi, i senza lavoro, ecc., ma non possiamo disertare l’ambito dell’impegno per superare le cause che determinano tali situazioni il che significa impegno politico. In questa prospettiva non si può giustificare il rimanere nel rifugio della tranquilla neutralità. Avrete notato anche voi in sala l’emergere di un applauso presto spento da una diffusa disapprovazione a seguito di una battuta di Pino Acocella in riferimento al prossimo referendum. Dunque su questo tema come su altri che riguardano il futuro del nostro paese, come Associazione per principio non dobbiamo prendere posizione? Ancora una volta tutto e il contrario di tutto, per un movimento che ha coinvolto decine e decine di milioni di persone nel mondo (come ci ha ricordato il presidente confederale) sono la stessa cosa? È o non è ragionevole che ci diamo da fare anche per tentare di intervenire sulle decisioni che riguardano la gestione della cosa pubblica?

Anche in questo ambito il nuovo regolamento ha aperto prospettive più ampie estendendo la nostra missione con una formulazione che va oltre “l’impegno di vita mediante la carità fraterna e la mutua assistenza” (impegno che già si onora in molte unioni d’Italia come diversi interventi e testimonianze hanno messo in evidenza nel corso dei lavori congressuali) fino ad affermare “la presenza attiva responsabile e l’azione, specialmente in favore dei giovani, nella società e nel territorio”. Dunque un passo significativo verso un impegno nel sociale che tradotto significa anche presenza politica che non equivale necessariamente a presenza partitica bensì almeno prese di posizioni e azioni sulle questioni che riguardano il bene comune come espressione corale dell’Associazione. Una affermazione che sottolinea la necessità di completare sul piano sociale la testimonianza dell’exallievo organizzato nelle unioni, con l’impegno “politico” della associazione nel suo complesso nella società odierna. Naturalmente dovremmo attrezzarci degli strumenti organizzativi interni (di cui tuttavia siamo in parte dotati) per la discussione, la definizione e la formulazione di documenti condivisi sulle varie problematiche socio-politiche interne ed estere, comunicandoli all’esterno. Anche con la nostra rivista, non necessariamente solo cartacea, aperta ad una platea non limitata al nostro ambito associativo. Tutto quanto accade oggi è collegato. La globalizzazione, ci piaccia o non ci piaccia, ci coinvolge comunque. Se mai il nostro compito è di trovare il modo di inserire i nostri valori in questo contesto non volgendo lo sguardo altrove e parlando solo tra noi.

Forse non siamo ancora maturi, pronti e forti per questo salto di qualità; forse preferiamo ancora rimanere in retrovia; forse per la maggior parte di noi è difficile scrollarci di dosso l’idea dello schema associativo convegno annuale-pranzo-foto di gruppo (il nuovo regolamento rimodula questa idea); forse inconsapevolmente rimaniamo al “non expedit” e non abbiamo ancora approfondito Sturzo (che, come ci ha ricordato Pino Acocella, probabilmente ha avuto più attenzione all’estero che da noi). Forse tutto questo insieme o altro ancora su cui ragionare.

Comunque sia, l’exallievo Marvelli con il suo vissuto, in questa prospettiva è certamente l’interprete più credibile al quale possiamo ispirarci sia nel senso della attenzione e della solidarietà verso il disagio che dell’impegno politico.

Testimoni audaci sulle orme di Don Bosco. Così abbiamo intitolato il nostro Congresso. L’aggettivo audaci intende fare la differenza. È ovvio che però non può rimanere uno slogan, pur certamente molto efficace. Viviamo oggi tra gli slogan efficaci, belli di fuori ma vuoti di dentro tanto domani la nostra attenzione verrà catturata da un nuovo slogan e così via di vuoto in vuoto. Noi non siamo certo sostenitori della “postverità” così tanto in voga di questi tempi dove ciò che conta è “l’immagine” e non la sostanza.

Con il nostro slogan abbiamo mirato in alto. Ma sul serio. Ora dobbiamo esserlo davvero audaci, noi soci nella vita delle nostre unioni, voi della Presidenza Nazionale nel coordinare e guidare l’associazione nel percorso per una audace realizzazione dei nostri comuni ideali all’alba di questo “terzo centenario”.

Non nascondiamoci che le difficoltà che abbiamo da superare sono tante e non è detto che ci riusciremo nel breve e forse neanche nel medio termine. Quello che dobbiamo augurarci è che nei prossimi appuntamenti, quando verificheremo e valuteremo come abbiamo tradotto in concreto la nostra audacia, per andare avanti imparando dagli insuccessi, si possa affermare: non ci siamo scordati di essere audaci, ci abbiamo provato e continuiamo a provarci nel nome di Don Bosco e con l’aiuto di Dio e di Maria Ausiliatrice.

Grazie per il servizio che vi accingete a svolgere per il bene della associazione e buon lavoro a noi nelle unioni e a voi nella Presidenza Nazionale.
Alfredo Petralia
Unione Salette-Catania

23 novembre 2016

     

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