Inno a Don Bosco – Exallievi ed Exallieve di Don Bosco
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Inno a Don Bosco

di Don Tommaso De Mitri, sdb

/Inno a Don Bosco
Inno a Don Bosco 2017-08-19T08:29:42+00:00
Ritornello
Con Don Bosco ora si va
per le vie della città
verso tutti i ragazzi
cui dare ampi sprazzi
di luce e gioia
per vincere la noia.
Prima strofa
I giovani ai suoi tempi
vaganti per la strada
subivano gli esempi
del vizio che degrada
la libertà e l’onore
della persona in fiore.
Tra i ponti e sui ponteggi,
tra il carcere e i posteggi,
tra il fumo dei camini,
nei parchi cittadini,
ai giovani in affanni
lui dava letto e panni.
Cultura, fede e amore,
nobilitando il cuore,
donavano al fanciullo
casa e lieto trastullo.
Scuola, arti e mestieri
divennero cantieri
d’onesti cittadini
e autentici cristiani.
Rit.
Seconda strofa
Oggi che si è smarrito
il gusto dell’ordito
e domina il frammento
sul pieno compimento:
Padre e Maestro, ancora
tra i giovani dimora.
C’è fame di speranza:
lotta con noi a oltranza.
C’è sete di certezza:
la tua “amorevolezza”
abbatte le barriere
ed apre le frontiere.
La “religione” è traccia
che porta tra le braccia
paterne del Signore
che fa felice il cuore.
La tua “ragione” poi
mobiliti anche noi.
Asciughi ogni pianto,
intoni un nuovo canto.
Rit.
Terza strofa
Connessi con il mondo
diciamo a tutto tondo
su rete digitale
che ciò che oggi vale
è essere persone
veramente buone:
Sensibili al sociale,
compatte contro il male.
Tu, amabile Don Bosco,
illumini il ciel fosco
a causa dei veleni
e dei miraggi vani.
Nei creativi impegni
gratuità tu insegni.
Belle virtù umane,
forti virtù cristiane,
proponi a noi tuoi figli
coi saggi tuoi consigli
Dai anche il tuo sorriso:
ci aspetti in paradiso.
Rit.
Quarta strofa
Ma… Noi abbiamo un sogno
che illumina l’impegno
di fedeltà a Maria
che brilla sulla via
e squarcia nuovi albori
pei giovanili ardori.
Ella è l’Immacolata,
la Madre sempre amata.
Ella è l’Ausiliatrice
che ai giovani ancor dice:
Fidatevi di Cristo,
è Lui il migliore acquisto.
Se cupo è l’orizzonte
seguite le sue impronte:
se lunghe son le attese,
alle lucerne accese
si svelerà la meta
che fa la vita lieta.
E… strepitoso è il frutto,
“Maria ha fatto tutto”.
Rit.
Lettera Don Ártime
COMMENTO ALL’INNO
Un Inno a Don Bosco per il Bicentenario 2015 composto nella Comunità Educativa Pastorale di Corigliano d’Otranto, Lecce, nell’Ispettoria Salesiana Meridionale.
In occasione del passaggio dell’Urna di Don Bosco a Corigliano d’Otranto, il 6 Ottobre 2013, il coro dei giovani dell’Oratorio Centro Giovanile aggiungeva alla solennità della circostanza, che ha vinto ogni disagio provocato dalla pioggia battente per tutta la manifestazione, una sorpresa che ha lasciato estasiata l’immensa assemblea di fedeli raccolta intorno al Padre e Maestro della gioventù: l’esecuzione dell’Inno “Don Bosco 2015”, “Con Don Bosco ora si va!”.
Si è trattato di una composizione corale che ha coinvolto l’intera comunità giovanile locale e alla quale hanno dato un contributo determinante Don Tommaso De Mitri, che ha proposto il testo e suggerito il motivo musicale, la Maestra organista Ines Gravili e il celebre chitarrista e tecnico di registrazione Ermanno Mangia, che hanno curato, rispettivamente, lo spartito e l’arrangiamento musicale, i Maestri tastierista Nicola Gennachi, chitarrista Vito Moriero, percussionista Luigi Campa e i giovani del coro oratoriano, che hanno curato l’esecuzione strumentale e canora. Ampio contributo di suggerimenti e pareri è stato chiesto a numerose persone della Famiglia Salesiana.
I giovani animatori hanno pensato di dedicare l’Inno al nono Successore di Don Bosco, Don Pascual Chávez, come segno di gratitudine per il suo luminoso mandato di Rettor Maggiore che volgeva al termine. Durante l’Harambè del Settembre 2013 il gruppetto degli Animatori che vi partecipò, diede a Don Pascual il CD appositamente curato dal tecnico grafico Sonia Costantini. Accompagnava il manufatto una citazione presa dalla Strenna del 2014 “Da mihi animas, coetera tolle”: “Attingiamo all’esperienza spirituale di Don Bosco per camminare nella santità, secondo la nostra specifica vocazione”: “la gloria di Dio e la salvezza delle anime”. Sembrava rappresentare la sintesi dell’immenso e proficuo magistero salesiano di Don Chávez e costituire un punto di riferimento con cui l’Inno vuole essere in perfetta sintonia. “Assumiamo il sistema preventivo come esperienza spirituale e non solo come proposta di evangelizzazione e metodologia pedagogica; esso trova la sua sorgente nella carità di Dio che previene ogni creatura con la sua Provvidenza, l’accompagna con la sua presenza e la salva donando la vita; esso ci dispone ad accogliere Dio nei giovani e ci chiama a servirlo in loro, riconoscendone la dignità, rinnovando la fiducia nelle loro risorse di bene ed educandoli alla pienezza di vita”.
Veniva indicato sul CD anche il movente ispiratore del progetto. Il tempo necessario per la elaborazione del testo è stato accompagnato dalla lettura del libro di Hans Hurs von Balthasar “Il cuore del mondo” (Edizioni Piemme 1994) che narra la meravigliosa storia dell’amore giovanile per Cristo dell’insigne teologo, che, ad un certo punto, esplode nell’esaltante accorata supplica: “Canta mio cuore, la vastità del Cuore del Mondo” (p. 36). Prendeva sempre più coraggio l’idea di un Inno alla spiritualità di Don Bosco, un canto intonato allo slancio apostolico che fa cercare anime e servire solo Dio, una lode che suscitasse il senso del movimento, del cammino costante, della carità tipica di Don Bosco che è un ardore, un fervore, un fuoco, uno zelo che non si può contenere, una carità fervida, generosa, gioiosa, dinamica. L’Inno ha voluto essere un impeto di riconoscenza al Signore, “Cuore del mondo”, per il dono di Don Bosco all’umanità. Voleva essere un Magnificat Salesiano: “Canta, mio cuore, la vastità del cuore di Don Bosco”!
Non si è fatto attendere il ringraziamento da parte di Don Chávez: …“Ho potuto ascoltare l’Inno… e mi congratulo perché è molto orecchiabile e con un ritmo che certamente infiamma e trascina il cuore dei giovani che lo cantano e accompagnano il passaggio dell’urna del nostro amato Padre Don Bosco al quale chiedo di benedirvi tutti”…
Ancora qualche piccolo aggiustamento e l’inno ha visto la sua ultima rifinitura il 27 Ottobre 2013 in occasione della benedizione di una Stele Commemorativa sistemata all’ingresso, lato strada, della Cappella dell’Istituto Salesiano di Corigliano d’Otranto, a perenne ricordo del passaggio della preziosa reliquia di Don Bosco. L’ottima esecuzione dei giovani ha davvero incantato e coinvolto tutti i presenti.
A Natale del 2014 la Presidenza della Federazione Italiana Exallievi/e di Don Bosco, nel porgere gli auguri al nuovo Rettor Maggiore dei Salesiani, il decimo Successore di Don Bosco, Don Ártime, gli ha fatto dono dell’Inno. Perveniva a stretto giro di posta la sua risposta: “A tutti voi, caro Don Tommaso e giovani di Corigliano d’Otranto, Exallievi, Exallieve, grazie per il vostro saluto e per il vostro Inno a Don Bosco”.

Si è tentato di affidare l’inno a qualche Editrice, a cominciare da quelle di estrazione salesiana, ma ci aspettavamo la conferma di quello che pensavamo e cioè che non si dovesse presumere di aver fatto un capolavoro.

ritornello
CON DON BOSCO CON I GIOVANI VERSO I GIOVANI
Il Ritornello esprime la consapevolezza che oggi Don Bosco ci invita a condividere con lui una rinnovata modalità di approcciarci ai giovani portando loro la proposta cristiana della vita che genera gioia e libera il loro cuore dal rischio di un nichilismo, che la cultura postmoderna diffonde, causando disorientamento e noia. “Con Don Bosco, con il suo cuore pastorale, coinvolti nella trama di Dio” (Strenna 2015 del Rettor Maggiore Don Ángel Artime). “Se arriviamo a sentire nelle nostre viscere, nel più profondo di ciascuno/a di noi, quel fuoco, quella passione educativa che portava Don Bosco a incontrarsi con ogni giovane a tu per tu, credendo in lui, credendo che in ciascuno vi è sempre un seme di bontà e del Regno, per aiutarli a dare il meglio di se stessi ed avvicinarli all’incontro col Signore Gesù, staremo certamente concretizzando nella nostra vita il meglio del carisma salesiano secondo le nostre modalità e possibilità” (Ivi,3).
La proposta cristiana della vita bella del Vangelo che esclude le attese umane di “una spiritualità del benessere senza comunità” e di “una teologia della prosperità senza impegni fraterni” (EG,90), genera la gioia. “Il ‘vangelo della gioia’, caratterizza tutta la storia di Don Bosco ed è l’anima delle sue molteplici attività. Don Bosco ha intercettato il desiderio di felicità presente nei giovani e ha declinato la loro gioia di vivere nei linguaggi dell’allegria, del cortile e della festa; ma non ha mai cessato di indicare Dio quale fonte della gioia vera” (Strenna 2013 “Come Don Bosco educatore, offriamo ai giovani il Vangelo della gioia attraverso la pedagogia della bontà, 1). Don Bosco stesso diceva: “Quelle cose che rallegrano e sollevano il corpo devono avere tutte per fine di renderlo più facilmente sottomesso allo spirito, perché possa servire meglio alla gloria del Signore (MB XII,143).
Durante gli anni di preparazione al Capitolo Generale 27 dei Salesiani la riflessione approfondita e qualificata non ha trascurato uno stimolo proveniente da un testo provocatorio di analisi sul mondo giovanile e la sua precaria permeabilità al messaggio del Vangelo. Si tratta del saggio “La Prima Generazione Incredula” di Armando Matteo, “Il difficile rapporto tra i giovani e la fede”. La tesi di fondo è che “i giovani hanno assunto l’incredulità della cultura postmoderna estranea al cristianesimo” (p.27-28) e “non si relazionano più con l’universo della fede” (p.38). Conseguentemente “la fede non è più un’opzione ereditaria ma va preparata e promossa” (p.42). Il disagio dei giovani, “il loro malessere è un male nell’anima” (p.57). Gli adulti hanno rivelato una certa “miopia” (p.80) riguardo alla “cura dell’umano” e alla “cura del credere” (p.71) dei giovani. La comunità ecclesiale sembra essersi adagiata in una “strategia dell’attesa”. Essa deve “scendere per prima in uno spazio di impegno… testimoniando un interesse genuino… per questa prima generazione senza Dio e senza futuro… trovando il coraggio di una battaglia profetica e di una profezia battagliera” (p.84-85). I giovani devono poter puntare la bussola del loro cuore verso Gesù per liberare la loro libertà dalle maglie del nichilismo che suscita noia e creare lo spazio per coniugare libertà gioiosa e amore (per l’analisi della cultura contemporanea cfr. EVBV n.9–13).
La sfida della mistagogia rimane un vero “nodo” pastorale. In tante realtà la concentrazione della cura pastorale, limitatamente alla fascia 7-12 anni, mentre risultano prive di un’adeguata attenzione sia la fase della prima infanzia sia quella della preadolescenza. In particolare, si sottolinea la necessità di elaborare proposte pastorali adeguate rispettivamente per i ragazzi di 12-14 anni e per gli adolescenti di 15-18…” utilizzando opportuni “itinerari mistagogici” (Incontriamo Gesù, n.62).
La Chiesa riconosce l’urgenza di porre una più accurata attenzione ai giovani.
“Ai giovani vogliamo dedicare un’attenzione particolare. Molti di loro manifestano un profondo disagio di fronte a una vita priva di valori e di ideali” (EVBV, n.32).
E dal punto di vita pratico ci si orienta con determinazione: “Particolarmente importanti risultano per i giovani le esperienze di condivisione nei gruppi parrocchiali, nelle associazioni e nei movimenti, nel volontariato, nel servizio in ambito sociale e nei territori di missione. In esse imparano a stimarsi non solo per quello che fanno, ma soprattutto per quello che sono. Spesso tali esperienze si rivelano decisive per l’elaborazione del proprio orientamento vocazionale, così da poter rispondere con coraggio e fiducia alle chiamate esigenti dell’esistenza cristiana: il matrimonio e la famiglia, il sacerdozio ministeriale, le varie forme di consacrazione, la missione ad gentes, l’impegno nella professione, nella cultura e nella politica” (Incontriamo Gesù n.62).
Tenendo presente una situazione più parossistica oggi che non ai tempi di D. Bosco, e cioè che “la formazione integrale è resa particolarmente difficile dalla separazione tra le dimensioni costitutive della persona, in special modo la razionalità e l’affettività, la corporeità e la spiritualità” (EVBV n.13).
Don Bosco, avendo ordinariamente a che fare con giovani senza famiglia o lontani da esse, ricreava l’ambiente familiare nelle sue istituzioni favorendo un profondo spirito di famiglia. Veniva naturale che gli immediati destinatari della sua missione educativa fossero i giovani. E questo resta vero anche oggi. Per il sistema educativo da riattualizzare però non si può prescindere dalla collaborazione con le famiglie E questo non solo per la convinzione ecclesiale, fatta nostra soprattutto se ci è affidato il ministero della Parrocchie, che la famiglia ha il compito insostituibile nella crescita integrale della persona e del credente” (Incontriamo Gesù, n.69), ma anche per un presupposto preventivo che sfida l’autenticità del sistema educativo di Don Bosco oggi adeguatamente contestualizzato. Il Rettor Maggiore Don Ángel ha detto con molta determinazione nel “Don Bosco day” all’Expo di Milano il 12 Luglio 2015: Alleanza con le famiglie! Per noi Salesiani è l’ora”. L’Inno con “Don Bosco ora si va” coinvolge nel canto e nella missione i genitori: “Nel futuro dell’universo salesiano le famiglie avranno un ruolo sempre più rilevante. Una società sempre più complessa e multiculturale rende ormai obbligatoria questa presenza sistematica, anche alla luce del prossimo Sinodo della Famiglia da cui emergeranno indicazioni per dare concretezza al nostro rinnovamento in chiave familiare” (Avvenire, 12.7.15 p.14).
Condividendo la missione educativa di Don Bosco, seguendo le orme del Divin Maestro, ci mettiamo in cammino verso i giovani, con i giovani e per i giovani. “Camminiamo con i giovani per consegnare loro l’esperienza di Dio che noi facciamo” (Rettor Maggiore, Don Ángel Artime, Carissimi confratelli”, marzo 2015). Ci rinvigoriscono nel cammino le parole di Don Bosco. “Ricordatevi, o giovani, che voi siete la delizia del Signore” (MB III,607).
Una comunicazione dell’Ora del Salento, l’organo di comunicazione dell’Arcidiocesi di Lecce, il 7.9.13, dal titolo emblematico “giovani contro adulti: ecco cosa lamentano”, riportava uno stralcio di un’indagine sull’origine del disagio giovanile che l’AIDAP di Lecce ha svolto, presso i giovani frequentanti la Scuola Superiore. Ecco i nodi problematici. I giovani lamentano di:
  • essere catapultati nel mondo adulto in età sempre più precoce, senza preparazione né guida;
  • non avere punti di riferimento credibili e bravi orientatori;
  • essere soli;
  • vivere immersi nel relativismo dei valori e dei modelli di riferimento;
  • non avere visibilità né ruolo nella società;
  • non avere progetti comuni e ideali e/o ideologie credibili da condividere;
  • vedere un orizzonte oscurato e non avere speranze di poter cambiare in meglio il mondo ereditato dai padri.
Condividendo la missione educativa con Don Bosco, seguendo le orme del Divin Maestro, ci mettiamo in cammino verso i giovani, con i giovani e per i giovani. Andiamo verso i giovani per “suscitare la grande gioia di credere” (LF 5), sicuri che “la fede diventa luce per gli occhi del credente” (LF 22). Nel camminare “ci affidiamo alle mani di Dio come un bambino si affida alla mano del suo papà” (Omelia di Papa Francesco Martedì 12.11.13). Sperimentare i legami fondamentali con Dio getta sprazzi di luce e di pace nella storia dell’uomo che così può scoprire unità in se stesso e generare comunione con gli altri.

Ora si va per le vie della città riecheggia l’invito “Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo” (EG 49). Facciamo nostre, nel cammino, le parole di Don Bosco: “Procura di agire sempre con un principio di fede e non mai a caso o per fini umani” (MB III,614)2. “Nelle vostre azioni bisogna sempre cominciare dal cielo” (MB XI,457).

prima strofa
L’ESPERIENZA STORICA DI DON BOSCO
La Prima Strofa ripercorre l’esperienza storica di Don Bosco, votato completamente ai giovani ai quali diceva: “Voi siete la delizia e l’amore di quel Dio che vi ha creato” (S. Giovanni Bosco, Insegnamenti di vita Spirituale, a cura di Aldo Giraudo, LAS – Roma, 2013, p. 21, cfr. MB III, 607). Nelle parole dell’Inno ripercorriamo una vita completamente organizzata al fine di raggiungere e servire in modo risolutivo i suoi ragazzi. “Egli andava quasi ogni giorno a visitarli, nelle botteghe e nelle fabbriche, e quivi rivolgeva una parola ad uno, una domanda a un altro, dava un segno di benevolenza a questo, faceva un regalo a quello, e tutti lasciava con la gioia indicibile. ‘Finalmente abbiamo chi si prende cura di noi!’ Esclamavano quei poveri giovinetti” (MB, II,94). Mentre cantiamo assaporiamo “La carità pastorale che per Don Bosco, proprio perché si sentiva coinvolto nella trama di Dio, significava amare il giovane, qualunque fosse il suo stato o situazione, per condurlo alla pienezza di quell’essere pienamente umano che si è manifestato nel Signore Gesù e che prendeva concretezza nella possibilità di vivere come onesto cittadino e come figlio di Dio” (Strenna 2015, 3).
Dal 1841, anno della sua ordinazione sacerdotale al 1845, anno della sistemazione presso la tettoia Pinardi in Valdoco, l’Oratorio di Don Bosco vive la sua fase itinerante, con alle prime squadriglie di ragazzi mobilitate dal Garelli e poi con le altre costituitesi con moto spontaneo sull’onda del fascino che Don Bosco esercitava. Molto influiva sul radunarsi attorno a lui di tanti ragazzi poveri e a rischio, la sua personale ricerca dei giovani nei luoghi in cui stazionavano. Il suo trovarsi da buon pastore “tra” i posti di più frequente stazionamento dei suoi “birichini”, compreso il carcere, era sostenuto dalla consapevolezza di poterli, in qualche modo mettere a riparo da gravi danni per la loro persona. Egli diceva: “Questa porzione la più delicata e la più preziosa dell’umana società, su cui si fondano le speranze di un felice avvenire, non è per se stessa di indole perversa. Tolti la trasandatezza dei genitori, l’ozio, lo scontro di tristi compagni, cui vanno specialmente soggetti nei giorni festivi, riesce facilissima cosa l’insinuare nei teneri loro cuori i principi di ordine, di buon costume, di rispetto, di religione, perché se accade talvolta che già siano guasti in quella età, lo sono piuttosto per inconsideratezza, che non per malizia consumata” (Dal “Piano del Regolamento per l’Oratorio maschile di S. Francesco di Sales, 1854, scritto da Don Bosco, sacerdote”; E. P. Braido et alii, Scritti pedagogici e spirituali, Roma 1989, pp. 41-44, passim). La fase sedentaria dell’Oratorio, invocata in quel mesto tramonto dell’ ultimo giorno della tappa al Prato Filippi, iniziò in modo quasi prodigioso. Ci risuona la sua voce. “In sulla sera di quel giorno rimirai la moltitudine dei fanciulli che si trastullavano; considerava la copiosa messe che si andava preparando pel sacro ministero; mi sentii vivamente commosso. Era senza aiutanti, sfinito di forze, e di sanità male andata, senza sapere dove avrei in avvenire potuto radunare i miei ragazzi. Pertanto, ritirandomi in disparte, mi posi a passeggiare da solo, e forse per la prima volta mi sentii commosso fino alle lacrime. Passeggiando e alzando gli occhi al cielo: – Mio Dio, esclamai, perché non mi fate palese il luogo in cui volete che io raccolga questi fanciulli? O fatemelo conoscere o ditemi quello che debbo fare “(E. Ceria, S. Giovanni Bosco, p.61). A Valdocco potè realizzare, con l’assistenza di Maria Santissima, Immacolata e Ausiliatrice, e per un decennio con la compagnia di Mamma Margherita, quanto aveva previsto nel suo cuore sognante e ispirato: alloggi per i suoi ragazzi, Chiese, cortili, aule scolastiche, scuole di arti e mestieri, padiglioni artigianali, teatri, tipografie. Nell’ambiente dell’Oratorio si andava affermando una prassi pastorale che articolava fede, cultura e amore e che si evolverà fino a rimanere come risorsa permanente, ma in dinamica aderenza ai tempi, per le generazioni che si ispireranno a Don Bosco e per i gruppi inseriti nella Famiglia Salesiana in quanto fondati da lui, come le Figlie di Maria Ausiliatrice, cofondate da Madre Mazzarello, l’Associazione di Maria Ausiliatrice, i Cooperatori Salesiani, che poi saranno chiamati Salesiani Cooperatori, gli Exallievi o in quanto nati in continuità carismatica con lui, come tutti gli altri numerosi gruppi sorti poi successivamente. Ma anche la missione della Chiesa nella cultura contemporanea non può non avvalersi delle intuizioni maturate con l’esperienza educativa di Don Bosco. Nei giorni 20-21 Ottobre 2013 si è tenuto a Roma il Seminario di Studio promosso dalla Commissione Episcopale per la Cultura e le Comunicazioni Sociali sul tema “Cultura, Fede, Educazione”. Nel suo intervento Mons. Mariano Crociata ha affermato: Fede, cultura ed educazione interagiscono, ponendo in rapporto dinamico e costruttivo le varie dimensioni della vita”.
Mentre Don Bosco viveva in Valdocco, la sua casa era la casa dei giovani, la famiglia di chi non aveva famiglia, la parrocchia di chi non aveva Parrocchia. “La presenza di Don Bosco nell’Oratorio era come l’aria, che si respira in ogni luogo e ad ogni istante, senza che vi si ponga mente; investiva tutto e tutti con effusione di paterna bontà” (E. Ceria, S. Giovanni Bosco nella vita e nelle opere, p.233). Il cuore dei giovani, spesso “languido e ghiacciato”, come ci ricorda il salmo 142, si nobilitava, riacquistava vigore e fiducia, voglia di riscatto e disponibilità a scelte vocazionali coraggiose. Fu questo clima di appassionato impegno per i giovani e di intenso spirito di famiglia che suscitò in una ventina dei suoi ragazzi il desiderio di condividere con lui la missione giovanile, divenendo il primo gruppo di Salesiani della Pia Società di S. Francesco di Sales, la Congregazione Salesiana. Fu lo stesso clima che poi inizierà la serie delle annuali spedizioni missionarie e la diffusione delle Opere Salesiane nel mondo. Ma la sua casa fu pure luogo di feconda formazione per tantissimi giovani che confluirono nelle fila del clero diocesano di tutto il Piemonte, condividendo e portando alla massima espressione, quale può essere la scelta vocazionale, il comune ideale di diventare buoni cittadini e autentici cristiani. “Così Don Bosco era venuto a contatto con quei “barabbotti” emigrati dalle campagne che finivano nelle campagne e nel piccolo commercio, nella mendicità e molto spesso nella delinquenza, non avendo trovato un impiego nelle aziende artigianali o nelle prime fabbriche” (prof. Mario Belardinelli al Congresso “Lo sviluppo del carisma di Don Bosco, Salesianum, 19–21.11.2014). Con giusto compiacimento Don Ceria osserva: “Quanti giovani sviati trovarono così la via della salvezza! Nel 1887 Don Bosco, facendo il suo ultimo viaggio a Roma, si fermò per un giorno ad Arezzo. Il Capostazione, appena lo vide scendere dal treno e lo riconobbe, si affrettò a baciargli la mano e preso da forte commozione disse ai circostanti: – Io ero un ragazzaccio di strada a Torino senza babbo e senza mamma, e questo prete mi raccolse e mi mise all’onore del mondo. – È un episodio che assurge a valore di simbolo” (E. Ceria, San Giovanni Bosco nella vita e nelle opere, p.122).

I nostri tempi ci mettono a contatto con problematiche giovanili per Don Bosco sconosciute, anche se con sguardo profetico da lui preavvertite. Molto del comportamento dei giovani conferma quanto qualche pastoralista annota col coraggio di spronare: “Il nichilismo, pur essendo un male dell’anima sta emergendo sempre più nel cuore dei giovani: nell’uso e nell’abuso degli alcoolici, e della droga, nello sballo del venerdì-sabato-domenica sera, nella ricerca della velocità folle e di condotte anoressiche o bulimiche, nell’accesso irresponsabile alla sessualità, nella dipendenza di Internet, nella loro stessa cocciuta impenetrabilità, nella diffusa depressione, nella violenza bruta e banale, nel nuovo strano amore per la morte e soprattutto nella difficoltà a dare parola a quel senso di notte, e quella notte del senso, che segna tanti loro giorni” (A. Matteo, La Prima Generazione Incredula, p.10).

Cronache dei nostri giorni
Quante pagine della cronaca giornaliera richiamano situazioni del genere! “Ciao, sono feccia, e ora ti meno”: Maxi rissa tra 250 ragazzini bolognesi organizzata in Internet (Dagospia 13.9.2013), un regolamento di conti in vero stile cibernetico. I ragazzini, dopo uno scambio di offese via Ask, si sarebbero dato appuntamento per un ‘chiarimento’ ai Giardini. In diversi sono rimasti feriti. Le due bande sul Web si chiamavano Bolobene e Bolofeccia, fighetti e coatti, tra i 16 e i 14 anni.
“Allarme baby gang: ora Milano ha paura. Rapine e tentati omicidi anche tra minori.
Sgominata la terribile MS 13: per entrare nella banda, organizzata con una rigida gerarchia, riti di iniziazione tribale” (dall’Avvenire del 9.10.2013).
Il Corriere della Sera del 21 Luglio 2015 racconta con evidenti toni di profonda amarezza “La storia 1” e “La storia 2”.
La prima. “Lamberto ucciso dalla droga provata per la prima volta: l’ecstasy acquistata da un diciottenne con i soldi della ‘paghetta’ in una discoteca di Riccione: aveva 16 anni. “Era impegnato in Parrocchia”.
La seconda. “Se Giangi ha preso qualcosa troveremo chi gliel’ha data”: dicono con rabbia gli amici del ragazzo suicida in questura a Milano. “G. M., 22 anni, domenica 19 luglio 2105 è stato portato in Questura a Milano dopo una lite violenta con la mamma. Il giovane, però, una volta lì, senza un apparente motivo, si lancia dalla finestra al terzo piano morendo dopo un volo di quasi dieci metri”.
Con altrettanta empatia sofferta, lo stesso giornale offre una “chicca” che è bello conoscere e che certamente accende l’entusiasmo nel canto dell’Inno che vuole raccogliere attorno a Don Bosco tutte le lotte per una condizione più favorevole per la gioventù. E’ la testimonianza di Giorgia Benesuglio: Basta una debolezza e da quella trappola non si esce più. “Nella vita di chiunque c’è un momento nero. C’è un passaggio così stretto che sembra impossibile da attraversare. Nelle vite dei ragazzi giovani e giovanissimi quel momento arriva con molta facilità, a volte per motivi piccoli che solo tanti anni dopo, a guardarli, si capisce bene che in fin dei conti erano dei non problemi. Però a 16 anni, a 20, è più difficile capirlo. E se mentre sei abbattuto, disperato, depresso (fosse anche per un non-problema) arriva nelle tue mani quel veleno che si chiama droga, il rischio di rimanere in trappola diventa enorme. Nel giro di una sola serata, di una sola pasticca, di una sola volta, ti puoi ritrovare in quello che banalmente viene definito spesso ‘tunnel’ e non sapere più come uscirne. Oppure se la sorte decide il peggio, puoi morire per quell’unica volta in cui hai pensato ‘ma sì, proviamo!’ Forse è andata così per Gianluca, il ragazzo che si è buttato giù dalla finestra della Questura di Milano, magari è proprio questa la parabola discendente di Lamberto, morto in discoteca a 16 anni. Io lo so fin troppo bene che può capitare, perché è capitato a me: una mezza pastiglia di ecstasy, 15 anni fa e ci ho rimesso il fegato. Respiro ancora perché morì in un incidente stradale una ragazza giovane come me, diventata la mia seconda possibilità. Oggi ho 32 anni e zero certezze, ma due cose le so: vivrò il resto dei miei giorni in salita e se tornassi indietro butterei via quella mezza pastiglia”.
Anche Avvenire del 24 Luglio 2015 dà la sua parte di cronaca: “Ragazzo sgozzato, due fermati. La rabbia di parenti e amici”; Napoli. Sparatoria, gravissimo quindicenne”.
Certamente il quadro non è tutto negativo. Prevale certamente la testimonianza di tanti giovani che si assumono importanti impegni di volontariato e di animazione nelle comunità ecclesiali e negli oratori. E ci sono tanti giovani che si coinvolgono volentieri nell’invito che Don Bosco rivolge loro nell’Inno, “Per le vie della città si va”, raggiungendo lontane periferie esistenziali per condividere una esperienza missionaria, magari rinunziando alle vacanze estive.
Anche se solo per accenno, non si può non fermare per poco l’attenzione sulla meravigliosa storia di una ragazza che nel nostro Oratorio Salesiano di Lecce ha scoperto la risorsa fondamentale della sua versatilità canora, Alessandra Amoroso. “Se penso alla passione, quella vera, quella che cominciava realmente a rubarmi il cuore e l’anima, non posso dimenticare allora, la mia prima esibizione pubblica. Era l’anno in cui mi avvicinai all’Oratorio dei Salesiani per i giochi estivi, un anno che ricordo ancora oggi con molta felicità. Ai giochi estivi partecipavano molti ragazzi: quattro squadre che si sfidavano per la vittoria attraverso numerose prove. Tra cui una esibizione canora. Esitai un poco prima di essere certa di volermi esibire. Ma poi decisi che sarebbe giusto farlo. Era questo che desideravo! Presi il microfono attaccato a un improvvisato impianto audio, mi guardai intorno, diedi l’ok per far partire la base. L’ansia era fortissima, ma la voglia di non mancare quell’incontro con la musica era più forte… Fu un vero viaggio per me…” (Alessandra Amoroso, a mio modo vi amo, p.17). “La mia prima comitiva mi ha lasciato tanto nel cuore, le persone che ho conosciuto tanti anni fa in quell’Oratorio dove io mi improvvisavo cantante mi hanno insegnato tanto…: non basterebbe un libro per raccontare, ma posso solo dire che l’amico è una camicia bianca da sporcare di fard, di eyeliner e lacrime, è un sorriso in più quando tu ne hai uno in meno, è carezza e tenerezza quando serve” (A. Amoroso, Ivi, p.83). Attorno alla sua attività di cantante ha mobilitato tantissimi giovani nel condividere i suoi obiettivi di solidarietà a vantaggio di un bimbo nato cieco e di tante altre persone bisognose di amore: “A mio modo vi amo”. Penso che non ci sia alcun dubbio per ammettere che Don Bosco ad Alessandra aveva mostrato il suo essere in maniche di camicia per meglio adeguarsi alle esigenze giovanili e aveva dato un modo molto nuovo di amare. “Con Don Bosco ora si va”!

Ci accompagna il monito del Santo Padre. “Don Bosco ci aiuti a non deludere le aspirazioni profonde dei giovani: il bisogno di vita, apertura, gioia, libertà, futuro, il desiderio di collaborare alla costruzione di un mondo più giusto e fraterno, allo sviluppo di tutti i popoli, alla tutela della natura e degli ambienti di vita” (dalla Lettera del Santo Padre Francesco, 24.6.15, per il Bicentenario della nascita di San Giovanni Bosco). Le parole di Don Bosco riecheggeranno nel nostro animo. “Fate quello che potete! Dio farà quello che non possiamo far noi. (M. B. II,395). “Fino a tanto che mi ritornerà un filo di vita tutta la consacrerò al loro (dei giovani) bene e vantaggio spirituale e temporale” (MB XVIII, 457).

seconda strofa
IL SISTEMA PREVENTIVO UN AMORE CHE SI DONA GRATUITAMENTE ATTINGENDO ALLA CARITÀ DI DIO”(Cost. 20)
La Seconda Strofa rivisita le caratteristiche del Sistema Preventivo, ravvivando la memoria di come l’hanno vissuto Don Bosco e i Salesiani del suo tempo, e suscitando stimoli per una necessaria sua reinterpretazione oggi. La narrazione letteraria rievoca le brillanti valutazioni fatte dal Papa S. Giovanni Paolo II nella lettera “Juvenum Patris”.
“Il termine ‘ragione’ sottolinea, secondo l’autentica visione dell’umanesimo cristiano, il valore della persona, della coscienza, della natura umana, della cultura, del mondo del lavoro, del vivere sociale, ossia di quel vasto quadro di valori che è come il necessario corredo dell’uomo nella sua vita familiare, civile e politica”… “L’educatore moderno deve saper leggere attentamente i segni dei tempi per individuarne i valori emergenti che attraggono i giovani: la pace, la libertà, la giustizia, la comunione e la partecipazione, la promozione della donna, la solidarietà, lo sviluppo, le urgenze ecologiche”. (10).
Il termine ‘religione’ indica che la pedagogia di Don Bosco è costitutivamente trascendente, in quanto l’obiettivo educativo ultimo che egli si propone è la formazione del credente. Per lui l’uomo formato e maturo è il cittadino che ha fede, che mette al centro della sua vita l’ideale dell’uomo nuovo proclamato da Gesù Cristo e che è coraggioso testimone delle proprie convinzioni religiose”… (11).
‘L’amorevolezza’ (cfr. Juvenum Patris, 12) si traduce nell’impegno dell’educatore quale persona totalmente dedita al bene degli educandi, presente in mezzo a loro, pronta ad affrontare sacrifici e fatiche nell’adempiere la sua missione. Tutto ciò richiede una vera disponibilità per i giovani, simpatia profonda e capacità di dialogo. È tipica e quanto mai illuminante l’espressione: “Qui con voi mi trovo bene: è proprio la mia vita stare con voi” (“Memorie biografiche di S. Giovanni Bosco”, vol 4,654). Con felice intuizione esplicita: quello che importa è che “i giovani non siano solo amati, ma che essi conoscano di essere amati” (“Lettera da Roma”, 1884, in Giovanni Bosco “Scritti pedagogici e spirituali”, 294).
L’Inno intende rimarcare la centralità che il Sistema Preventivo ha avuto nell’esperienza pastorale di Don Bosco a vantaggio dei giovani e l’esigenza di riproporlo oggi contestualizzandolo opportunamente.
Nella prima parte della seconda strofa si fa un rapido cenno alla cultura del frammento, che insinuandosi nei percorsi giovanili mortifica radicalmente l’esperienza religiosa, scoraggia l’intraprendenza nel bene, e crea una continua conflittualità sociale e interpersonale, nel desiderio di delegittimare sempre l’avversario, specialmente nel campo della politica.

In merito al tema della “Religione” i nostri giovani oggi avvertono maggiormente che non i giovani del tempo di Don Bosco, lo smarrimento di fronte ai frammenti dell’esistenza, la fame di speranza e la sete di certezza. L’aderenza alla realtà giovanile di Don Bosco ce lo fa invocare permanentemente presente tra noi, per dimorare con noi tra i giovani. Gli chiediamo di infonderci l’amorevolezza con cui si relazionava ai giovani creando in essi la voglia di una vita aperta alla mondialialità, senza barriere e frontiere. Lo supplichiamo a sostenere la travolgente forza della Religione che traccia un cammino con e verso il Dio della vita e dell’amore, in compagnia del Signore Gesù, per assaporare la felicità di cui solo Dio è sorgente e pienezza.

La cultura del frammento
Un aspetto che va affrontato nel rapportarci ai giovani è la difficoltà, nell’esperienza postmoderna del nichilismo, del “pensiero debole”, del trionfo del frammento, dovuta a una perdita di mordente di un quadro unitario, di un ordito, di una trama della vita che la intenda come missione e come progetto di una realizzazione piena articolata nelle due fasi terrena ed escatologica.
Nel commentare questo aspetto della cultura postmoderna ci si avvale di una libera utilizzazione di un contributo di Bruno Forte, Arcivescovo Metropolita di Chieti–Vasto (Annunciare la buona novella dentro la cultura del Frammento”).
La crisi dell’ideologia moderna si è profilata anzitutto nella forma della “caduta del senso”: lì dove la ragione emancipatoria aveva soluzioni chiare ed evidenti, organizzate all’interno di un significato onnicomprensivo e solare, il post-moderno riscopre l’oscura eccedenza della vita rispetto ad ogni “senso” ideale, il ceppo doloroso della finitudine e della morte, il dominio del frammento, che spiazza ogni tranquilla presunzione di possesso della totalità. È una presa di congedo dalle sicurezze, una restituzione della morte e del nulla, l’abbandono di ogni fondamento, per navigare verso l’ignoto. “Pensiero debole”, “lungo addio all’essere e al fondamento”, l’avventura della post-modernità pare risolversi nel trionfo invasivo del “nichilismo” e del “relativismo” della cosiddetta “cultura del frammento”. La perdita del senso, conseguente alla crisi delle risposte totalizzanti della ragione moderna, diventa sempre più perdita del gusto a porsi la domanda sul senso: l’indifferenza, il disinteresse si profilano come la “malattia mortale” che pervade le società pur così diverse del “villaggio globale”. Proprio così, però, la cultura attuale sembra annegare in un nuovo abbraccio di totalità: il fondamento “forte” delle ideologie cede il posto all’assenza di fondamento, non meno vasta e totale, tale da escludere ogni possibilità di riscatto futuro. La fede cristiana – fondata sulla promessa di Dio – rivela qui la sua sorprendente attualità di riserva critica rispetto alle secche della modernità ideologica e del suo sviluppo nichilista: essa è pensiero “nuovo” perché ha l’audacia di pensare il “nuovo”, di aprirsi fino in fondo alle sorprese del Dio che viene.
La coscienza cristiana ha evidenziato nel corso degli anni tre criteri che hanno garantito la consistenza della garanzia di un piano provvidenziale di salvezza in alternativa ad una dispersione tra gli infiniti frammenti che spiazzano la speranza.
Anzitutto la Trascendenza di Dio, la sua sovranità e la sua irriducibilità alla cattura degli interessi legati al potere si offre come il paladino dell’uomo e della sua libertà. La rivelazione è l’evento in cui Dio si comunica come il vivente legato all’uomo nella promessa e nella speranza. Questa certezza ha retto la coscienza cristiana nella terribile epoca che va da Pio X al Concilio Vaticano II.
Nella persona di Don Bosco e nella sua azione educativa la percezione della Trascendenza di Dio traspariva dal suo raccoglimento interiore per cui “viveva come se vedesse l’Invisibile” (Costituzioni 21) e della sua carità pastorale che mirava sempre a far sì che i giovani si accorgessero di essere raggiunti da un amore soprannaturale versatile nel riflettersi nelle tante risorse educative immediatamente avvertite come mediazioni efficaci. E diventare essi stessi mediazioni generose di questo stesso amore era nella logica della corrispondenza, della emulazione, della gratitudine e della corresponsabilità.
Il secondo criterio che supera la riduzione della vita e dell’esperienza a frammenti inefficienti è il valore dell’uomo così come lo professa la coscienza cristiana. Questa si fa paladina dell’uomo per venire incontro alla condizione di fragilità e di spaesamento in cui la crisi delle realizzazioni storiche delle presunzioni “moderne” lo aveva posto. L’uomo è una persona, protagonista nelle relazioni che fanno la comunità, ecclesiale e civile. La storia viene riscoperta e valorizzata come luogo dell’opera divina a favore dell’uomo e della libertà della persona, chiamata alla responsabilità delle scelte e delle realizzazioni nel mondo. La Chiesa è presente nel mondo come lievito nella pasta, sorella e amica degli uomini (“la Chiesa nel mondo contemporaneo”). La percezione della dimensione cristica di tutto il creato e l’idea della dimensione cosmica dell’Incarnazione portano la chiesa a rinnovate sensibilità. Se tutto è stato creato per mezzo di Cristo e in vista di lui, tutto ciò che è mondano porta in sé l’impronta e la nostalgia del Cristo: tutto dunque ha in sé germi di bene che devono essere riconosciuti in una sapiente opera di discernimento alla luce della rivelazione. Se tutto il creato è assunto nell’opera del Signore Gesù, tutto ciò che è terreno vive in qualche modo di Cristo e in Lui. Ne consegue un atteggiamento di fiducia verso il mondo, un porsi con simpatia e amicizia di fronte a tutte le possibili esperienze umane in spirito di dialogo, di collaborazione e di servizio. È la primavera del Concilio Vaticano II ad evidenziare questa nuova esigenza.
Nello stile di Don Bosco tutto si spiega con l’ottimismo dell’umanesimo cristiano che egli aveva assorbito nel suo rapporto di ammirazione e di familiarità con S. Francesco di Sales.
Un terzo criterio per superare la deriva nichilistica del postmoderno con la negazione di valori ultimi universali ed eterni in grado di conferire un senso unitario dell’agire dell’ uomo singolo e all’orientamento della struttura sociale è la proposta di un orizzonte di senso che non delude. La fiducia e l’amicizia verso il mondo, fondate sull’amore che il Dio di Gesù Cristo ha verso tutte le Sue creature, vengono ad essere riproposti con urgenza. È necessario testimoniare la gioia per cui vale la pena di vivere e di vivere insieme: ed è necessario farlo non perché ingenuamente s’ignori il dramma del peccato del mondo, ma perché guardando in faccia al dolore e alla morte, suoi tragici frutti, si possa lottare e costruire insieme il mondo che deve venire.

La seconda parte della seconda strofa dell’Inno richiama un requisito congeniale alla sensibilità dei giovani. Avere dei punti di riferimento precisi e poi lasciare ampio spazio al genio e alla libertà personale. L’esperienza religiosa del cristianesimo, in continuità con quella biblica del popolo ebraico, fa emergere da una parte la certezza di un Dio che dà la traccia del cammino verso la salvezza e dall’altra parte la libertà, da Dio rispettata, di intraprendere cammini personali e comunitari verso la salvezza, a seconda che le situazioni della vita richiedano, mantenendosi coerenti con la visione di fede accolta come proposta di vita bella. Sa di genuino sapore giovanile l’invocazione dell’orante della liturgia: “Manda la tua luce e la tua verità: siano esse a guidarmi, mi conducano alla tua santa montagna, alla tua dimora” (Salmo 41).

“La religione è traccia”
Nella terza parte della seconda strofa è riportata l’espressione “La religione è traccia”. Essa potrebbe sembrare audace e rispondere solo alle esigenze di una rima stringente, senza centrare il significato autentico della parola “religione” e senza attenersi alla ricca esperienza della fede biblica e cristiana che ha caratterizzato, rispettivamente, “l’Alleanza antica” e la Nuova Alleanza. L’affermazione “La religione è traccia” riporta una intuizione molto aderente alla sensibilità di Don Bosco e alla nostra, in continuità con lui: “Accompagniamo i nostri giovani perché maturino solide convinzioni e siano progressivamente responsabili nel delicato processo di crescita della loro umanità nella fede” (Costituzioni 38). C’è un piano d’amore di Dio, un mistero di amore paterno, finalizzato alla realizzazione della sua volontà salvifica universale. C’è per tutti una traccia “donata”, disegnata dalla Pasqua del Signore, una direzione di cammino lungo la quale poter aprire itinerari personalmente e comunitariamente esperibili e sui quali il Signore Gesù si compiace di accompagnare ogni uomo all’incontro col Padre. Don Bosco diceva “La santa religione guida l’uomo alla suprema felicità del Signore, e nel tempo stesso è socievole, utile materialmente, né vi ha infortunio che essa non intervenga per soccorrere e consolare l’afflitto, illuminarlo nella obbedienza della vita e sostenerlo nella sventura” (MB X,204). La parola “traccia” richiamerebbe l’insieme dei molteplici e grandiosi segni che Dio elargisce per la salvezza dell’umanità, fino al segno più sublime, il dono del Figlio e, compiutamente, il dono delle due dimensioni ecclesiali, quella evangelizzatrice e quella sacramentale della vita di fede. In questo quadro di riferimento Don Bosco si rivela a suo agio.
La Religione è un’alleanza che Dio ha voluto stringere con l’uomo per renderlo felice attraverso la più profonda comunione con Lui. “Religare” e alleare si ritrovano a produrre gli stessi effetti: Dio attira a sé l’uomo, va verso l’uomo, e cammina con l’uomo e l’uomo va verso Dio, cercandolo, conoscendolo e amandolo (CCC 1) per raggiungere un intimo e vitale legame con lui (CCC 28). La parola “traccia” applicata a “Religione” intende interpretare il rapporto “religioso” come l’insieme di “percorsi”, “itinerari”, “vie”, “strade” su cui Dio e l’uomo si pongono liberamente per realizzare l’incontro tra loro. Dio ha le sue “vie” sulle quali invita l’uomo ad avventurarsi per incontrarLo: la “via” di una prima conoscenza razionale di Dio, la via del mondo materiale e della esperienza umana (CCC 31-35), la via di una intimità con Dio che è quella della Rivelazione che Dio propone all’uomo perché l’accolga nella fede. Le iniziative di Dio nella storia della salvezza si diversificano divenendo tante “vie”, nella direzione delle tante “tracce” sulle quali Dio si pone incontro all’uomo: la via dell’uomo errante nella esperienza dei Patriarchi, la via del deserto verso la Terra Promessa, la via dell’esilio e la via del ritorno dall’esilio per il Popolo Eletto, la via dell’Incarnazione “Padre, manda me”, la via della riconciliazione del Figliol prodigo, la via per la ricerca della pecorella smarrita, la via verso Gerusalemme, la “via crucis” della redenzione, la via della Risurrezione: “io vado al Padre mio e Padre vostro”, la via della Evangelizzazione e della testimonianza per la Chiesa. Gesù stesso si definisce la “via” (Cfr Gv 14,6; Ebr 10,20) per eccellenza da percorrere e su cui collocarsi per avere la vita eterna promessa a chi si mette alla sua sequela con gli atteggiamenti della fede, della speranza e dell’amore. La proposta del Cristianesimo è definita come “via” nel linguaggio delle prime comunità cristiane. Imparare a pensare la propria vita alla luce del Risorto, percorrendo la Via Lucis, rappresenta il vero impegno di ogni Cristiano. Tutto il mistero della vita cristiana, messo in atto dal disegno divino del Padre e della Pasqua del Signore è il cammino che Dio ha “tracciato” per condurre il credente alla vita eterna, la vita di Dio in noi, che riceviamo dal Figlio in virtù della fede in Lui.
Richiamiamo un bellissimo brano di Don Bosco sulla Divina Misericordia, che sentiamo intimamente connesso con questa chiave di lettura della Storia della Salvezza, avvertendo la sensazione che sia egli stesso a proporcelo in prossimità del Giubileo della Divina Misericordia.
“Tutta la terra, dice la Sacra Scrittura, è piena della Divina misericordia, misericordia Domini plena est omnis terra (Salmo 33,5). Non possiamo in ogni luogo portare i nostri sguardi senza che sentiamo i benenfizi di Dio. L’aria che ci dà respiro, il sole che ci illumina, gli elementi che ci sostentano, il fuoco, l’acqua che ci serve a tanti usi, gli animali mansuefatti per nostro comodo, quanto si vede di bello, di prezioso o di magnifico per ogni dove, tutto dimostra la bontà divina. A quanti accidenti va soggetta la vita dell’uomo di giorno, di notte, nel cibo, nella bevanda, nelle strade, negli impieghi e in ogni altra azione, eppure Dio ci ha conservati ancora. Ciò noi vediamo operarsi in quanto alle cose temporali, che diremmo poi di quanto fa Dio intorno alle cose spirituali? L’intelletto per cui l’uomo conosce la verità, la ragione per cui si distingue il bene dal male, la volontà con cui l’uomo può seguire la virtù e meritare avanti al Signore, la memoria, la facoltà di parlare, ragionare, conoscere, insomma il principio pensante, ovvero l’animo, sono doni del Signore che ci ha dati e colla quotidiana sua bontà e provvidenza per noi conserva. Le Chiese, i sacramenti, tutti gli altri conforti spirituali fanno vieppiù palese questa misericordia divina a beneficio degli uomini…” (Don Bosco, L’infinita misericordia di Dio, in Esercizio di devozione alla misericordia di Dio, Torino, Tipografia Eredei Botta 1847, pp.29-38, OE II, 99-108 (Da “S. Giovanni Bosco, Insegnamenti di vita spirituale, LAS Roma, p.91)
Quanto maggiore spessore biblico assume a questo punto la prima itineranza di Don Bosco sulle “tracce” dei giovani e la marcia dei giovani verso la gioia piena! “Non siamo soli, ma Gesù è con noi” (MB XI,363). “Dì ai miei giovani che li aspetto tutti in Paradiso” (sul letto di morte a Don Bonetti) (MB XVIII,533.550).
Mentre si canta risuonano anche le parole del Rettor Maggiore a proposito del “Carisma salesiano al servizio della comunione evangelizzatrice”, e si imprime nella mente la sua metafora della “trama” di Dio, mentre, in chiaroscuro, ci sovviene la difficoltà dei nostri giovani a cogliere l’insieme dell’“ordito” e di accontentarsi solo di piccoli frammenti, come nell’appagamento dei bisogni immediati, così nell’esperienza religiosa. “La fede”, invece, comporta “la visione piena dell’intero percorso e permette di situarsi nel grande progetto di Dio; senza tale visione disporremo solo di frammenti isolati di un tutto sconosciuto” (LF 29). E, ancora: “L’identità cristiana, che è quell’abbraccio battesimale che ci ha dato da piccoli il Padre, ci fa anelare, come figli prodighi – e prediletti in Maria –, all’altro abbraccio, quello del Padre misericordioso che ci attende nella gloria” (EG,144). Far sì che i nostri giovani si sentano come in mezzo tra questi due abbracci, è il compito difficile ma bello di chi predica il Vangelo: ce lo ricorda Papa Francesco che ci coinvolge nelle speranze di una nuova evangelizzazione anche per i nostri giovani: “Che bello che i giovani siano ‘viandanti della fede’, felici di portare Gesù in ogni strada, in ogni piazza, in ogni angolo della terra” (EG,106), specialmente nelle “periferie giovanili”, aggiunge il Rettor Maggiore (Strenna 2015,5.3).
A conclusione della seconda strofa si richiama l’attenzione data da Don Bosco alla facoltà della ragione ritenuta da lui una risorsa sempre vigile nello spiazzare le lusinghe di una vita da consumare a brandelli e al di fuori della prospettiva di una progettualità che si completa oltre l’orizzonte terreno.
Riferendosi all’esperienza di Don Bosco, la ragione è una dimensione necessaria nell’azione educatrice ma è anche una risorsa da incrementare nella persona dei giovani. Don Bosco aveva gli scarponi ai piedi degli agricoltori delle colline del Monferrato e il cervello fino. Al bene dei suoi ragazzi dedicava la sua mente quadrata e il suo senso pratico, il suo equilibrio e la sua intraprendenza. La ragione in azione era versatilità nel trovare le soluzioni possibili alle problematiche giovanili, dedizione ad acquisire conoscenze e produrre sussidiazioni culturali per l’istruzione dei suoi giovani, mobilitazione di collaborazioni e solidarietà a beneficio dei suoi giovani, attenzione a salvaguardare i giovani dalla pretesa della “modernità” di fare della ragione l’unica risorsa su cui fondare le conoscenze e le scelte ritenendo lesiva per essa l’apertura alla fede e, in fine, realismo nel riconoscere i limiti delle risorse umane e fiducia illimitata nella Grazia di Dio che abilita il cuore a non arrendersi mai, a mobilitarsi sempre e a esprimersi sempre nella letizia di “un canto nuovo”.

Ci sovviene in questo momento un ricco repertorio di messaggi che risuonano ancora. “In mezzo alle feste di questo mondo dobbiamo sempre mischiare le lacrime” (MB XIII,872). Don Bosco ha pianto di trepidazione, come nella sera dell’addio al Prato Filippi. Piangeva di commozione quando predicava. Del resto l’intensità della commozione lo faceva piangere anche in predicazioni ordinarie. Di questo appunto il Cardinale Cagliero dice nei processi: “Mentre predicava sull’amor di Dio, sulla perdita delle anime, sulla Passione di Gesù Cristo nel Venerdì Santo, sull’Eucaristia, sulla buona morte e sulla speranza del paradiso, lo vidi io più volte, e lo videro i miei compagni, versare lacrime ora di amore, ora di dolore, ora di gioia, e di santo trasporto quando parlava della Vergine Santissima, della sua bontà e della sua immacolata purità”. Don Bosco non aveva un temperamento emotivo; solo nell’estrema vecchiaia, secondo che suol essere proprio di quell’età, s’inteneriva per cause naturali. Prima invece le lacrime descritte scaturivano da più alte sorgenti. (E. Ceria, San Giovanni Bosco nella vita e nelle opere, p.152). Non può essere tralasciata una meravigliosa memoria di un pianto di Don Bosco come segno di profonda gratitudine a conclusione della costruzione della Basilica del Sacro Cuore a Roma nel 1886. “Egli celebrò nella nuova chiesa la mattina del 15 all’altare di Maria Ausiliatrice. Celebrazione indimenticabile! I fedeli ne videro con profonda emozione i frequenti scoppi di pianto. Non meno di quindici volte si arrestò per dare sfogo alle lacrime. Come disse dopo, gli attraversavano la mente i ricordi del primo sogno e gli risonavano quasi all’orecchio le parole dettegli allora dalla Madonna: – A suo tempo tutto comprenderai. – Abbracciando con lo sguardo sessantadue anni di fatiche, di stenti e di lotte, scorgeva nel santuario da lui eretto a Roma il coronamento dell’ardua sua missione e non dubitava essere scoccata per lui l’ora del Nunc dimittis” (E. Ceria, San Giovanni Bosco nella vita e nelle opere p.253). “La nostra vita è seminata di croci, ma Dio pietoso non manca di mandare consolazioni a suo tempo” (MB XIII,833). “Sii con Dio come l’uccello che sente tremare il ramo e continua a cantare, sapendo di avere le ali.” (MB XVIII,281). La voglia di cantare un canto nuovo la suscita il Signore, ad ogni tornante pasquale della vita e Don Bosco si unisce a noi.

terza strofa
IL SISTEMA PREVENTIVO CONTESTUALIZZATO NELL’OGGI
Continuiamo a trarre spunto dalle considerazioni dell’Arcivescovo Bruno Forte sul tema delle difficoltà frapposte dalla cultura postmoderna all’azione evangelizzatrice della Chiesa e, in specie, nell’educare alla fede i nostri giovani.
In continuità con Don Bosco e in sua compagnia, riassumiamo la proposta del cristianesimo da lui offerta ai giovani nello stile, tutto giovanile, del sistema preventivo e sul suo esempio ma con apertura ai tempi nuovi, appassioniamo i giovani al gioioso “battesimo dei loro frammenti”.
Aiutiamoli ad essere consapevoli delle urgenze per l’agire della Chiesa in rapporto alle sfide culturali del postmoderno. Queste urgenze si riassumono nel compito di restituire ai frammenti, in cui è dispersa la cultura del nostro oggi, l’abbraccio del Tutto sovrano e trascendente, che li accolga e li salvi, dando loro senso e valore. “In terra lavoriamo pel cielo” (MB XIII,870), era solito ripetere Don Bosco.
Si possono raccogliere le priorità che s’impongono alla comunità cristiana, e quindi, anche ai giovani in essa coinvolti, nell’ambito della cultura del frammento nel triplice impegno dell’annuncio del Vangelo, del dialogo e della testimonianza resa alla bellezza salvifica del Crocifisso Risorto.

Nella prima parte della terza strofa è accennata l’avventura della Nuova Evangelizzazione e dell’Annuncio. “Diciamo a tutto tondo”! Avvalendoci anche dell’uso dei nuovi mezzi di Comunicazione Sociale, e quindi anche delle reti informatiche, ci connettiamo con il mondo intero perché sia raggiunto dal dono della Fede e dell’Annuncio del Vangelo. “Siamo in tempi in cui bisogna operare. Il mondo è divenuto materiale, perciò bisogna lavorare e far conoscere il bene che si fa. Il mondo ha bisogno di vedere e toccare” (MB XIII,126).

“La vita buona”
In tutti potrà nascere la nostalgia di una “vita buona” che Gesù solo può dare e tutti i credenti in Cristo potranno esercitarsi gioiosamente nell’arte di articolare il frammento del “penultimo” nell’orizzonte dell’“ultimo”. La consapevole attenzione all’orizzonte ultimo, dischiuso nella resurrezione di Cristo, richiede che la fede della Chiesa, e quindi anche dei nostri giovani, sappia tenersi sempre vigile nella tensione costitutiva del tempo “penultimo”, fra il “già” della prima venuta del Cristo e il “non ancora” del Suo ritorno. Ogni identificazione mondana dell’éschaton rischia di svuotare questa tensione, facendo della fede cristiana un’illusoria “estasi dell’adempimento”. Ciò fonda per la Chiesa e per ciascuno di noi, l’esigenza di porsi come coscienza critica delle scelte storiche, in nome della permanente ulteriorità del Regno che deve venire. Lungi dall’essere funzionale all’oggi consolidato, la comunità cristiana è chiamata a riconoscere nella complessità del presente il linguaggio di Dio, il fuoco del Suo Spirito.
Quanto alla crisi, che la coscienza post-moderna sta attraversando, essa si profila in modo peculiare come assenza diffusa di riferimenti etici forti, di orizzonti vasti e affidabili, capaci di motivare l’impegno morale in ogni sua piccola o grande concretizzazione, ai credenti è chiesto di saper leggere sempre il frammento del “penultimo” nell’orizzonte fondante e decisivo dell’“ultimo”. In realtà, al consenso intorno alle evidenze etiche, che aveva nutrito almeno a parole le pur differenti proposte ideologiche del moderno, è lentamente subentrata un’erosione, che ha fatto spazio a ben altro consenso, organizzato intorno alla logica del maggior profitto e alla prassi ispirata all’indifferenza morale. Il rifiuto di questi riduzionismi deve essere fermo: il richiamo alle esigenze etiche preciso, irriducibile: “ciò che oggi vale è essere persone veramente buone”. Le parole del canto fanno eco ad alcune espressioni di Don Bosco a noi molto familiari: “Facciamo noi quello che possiamo e il Padre delle misericordie aggiungerà ciò che manca (MB II,534; IV,275), “Se vuoi vivere felice bisogna che te lo meriti coll’essere di buon cuore con tutti, amare i tuoi amici, essere paziente e generoso coi tuoi nemici, piangere con chi piange, non aver invidia della felicità altrui, far bene a tutti e del male a nessuno” MB IX,662), “Atteniamoci sempre alla legalità, si accondiscenda proprio sempre molto dove si può, pieghiamoci alle esigenze moderne, anche ai costumi e alle consuetudini dei vari luoghi, purché non si abbia da fare contro coscienza (MB XIXI,283).
L’annuncio dell’ultimo orizzonte è urgenza di fede e di amore, che motiva il servizio al bene comune e alla vita di tutti, dando senso e spessore al frammento del “qui ed ora”. Annunciare il Vangelo del Figlio incarnato è aprirsi fino in fondo alla vita, non solo a quella piena del mondo che verrà, ma anche alla più profonda qualità di questa vita presente, che va vissuta decidendo e scegliendo di ora in ora le forme del proprio agire nella carità e nella fede, ispirate all’attesa vigile delle cose venienti e nuove, legate alla promessa di Dio.
La Terza strofa dell’inno, nel suo procedere narrativo, ci pone dinanzi alle scelte etiche della vita cristiana. La prima parte della strofa, fa riferimento alle “persone veramente buone”. Non è una raccomandazione ingenua, semplicistica. Ma è un invito a entrare in punta di piedi, sensibili alle raccomandazioni di Don Bosco, nel delicato tema delle virtù che connotano la qualità della vita cristiana. Ci affidiamo a Don Bosco nell’entrare in questo discorso, evitando di fare del moralismo del tutto sterile. “Quello che io voglio, diceva ai giovani e ai suoi figli, e quello su cui tanto insisto si é che, dovunque uno sia, sia proprio come si legge nel Vangelo: lucerna lucens et ardens, lucerna che fa luce e risplende” (MB XII,629). La “Sensibilità sociale” è il campo di applicazione di ogni virtù morale. L’inno ricorda come Don Bosco ci tenesse che nella formazione dei giovani si curasse la crescita nelle virtù. Per meglio rapportarsi agli impegni di una cittadinanza responsabile. Qualcuna di esse la chiamava “bella virtù” per antonomasia. Ci sovviene il sogno dei nove anni. Il personaggio che gli appare lo invitava a rendersi umile forte e robusto” per predisporsi alla missione educativa che gli era stata presentata. Col qualificativo “forte” veniva richiamata proprio la rigogliosa crescita nelle virtù che la vita cristiana comporta. “Belle virtù umane”, “forti virtù cristiane” venivano proposte ai giovani all’interno del contributo educativo che si inseriva nell’evangelizzazione, perché non si dà separazione tra uomo e vangelo, tra virtù umane e virtù cristiane. L’educazione di cui si occupava Don Bosco era una educazione integrale. Le virtù che il Catechismo della Chiesa Cattolica chiama “umane” sono tutte le virtù morali, anzitutto le cardinali, Prudenza, Fortezza, Giustizia e Temperanza, che fanno da cardine, e poi le altre che ad esse sono collegate. Tutte queste virtù “umane” vengono acquisite umanamente, grazie proprio all’educazione e sono dette “cristiane” quando sono il risultato di una educazione che si ispira alla visione cristiana della vita. Vengono a radicarsi così nelle virtù teologali, la fede, la Speranza, la Carità. Le virtù teologali fondano, animano e caratterizzano l’agire morale dei cristiano. Esse informano e vivificano tutte le virtù morali. Sono infuse da Dio nell’anima dei fedeli per renderli capaci di agire quali suoi figli e meritare la vita eterna. Sono il pegno della presenza e dell’azione dello Spirito Santo nelle facoltà dell’essere umano. Richiamare per nome le virtù ci permette di farne gustare gli effetti “belli” e gli effetti “forti” della vita cristiana: l’umiltà, la “dolcezza” o mitezza o amabilità o bontà di cuore o pacatezza o, ancora, Don Bosco così preferiva, la “amorevolezza” la “magnanimità” o pazienza, o tolleranza o grandezza d’animo, la generosità, la castità o purezza, l’obbedienza, la povertà, la prudenza, la giustizia, la fortezza, la temperanza, la Fede, la Speranza, la Carità. Sono tutte “belle” in quanto creano comunione e relazioni di qualità all’interno della comunità ecclesiale e della comunità civile. Sono tutte “forti” perché indispensabili per l’intraprendenza della missionarietà e l’assunzione di responsabilità e servizio.
Non è fuor di luogo accennare a due aspetti culturali di stampo postmoderno che remano contro l’apprezzamento e l’esercizio delle virtù: da una parte l’impazzimento di alcune virtù, dall’altra parte un risentimento in modo particolare per alcune virtù di grande profilo cristiano.
Quanto all’impazzimento delle virtù Gilbert Keith Chesterton se n’era accorto: il mondo moderno, cercando di sopprimere, dimenticare, “oltrepassare” il cristianesimo, non lo ha veramente soppresso, né dimenticato, né, tanto meno, oltrepassato: ne ha fatto esplodere le virtù originarie, i cui frammenti sono sparsi ovunque, proprio come delle schegge impazzite.
Un buon esempio di questo fatto è dato dall’umiltà. In termini cristiani, si tratta di una delle più grandi virtù; in un certo senso, il presupposto di tutte le altre, perché, senza umiltà, non ci sono né fede, né speranza, né carità; e perfino le virtù pre-cristiane, come la fortezza, la giustizia, la prudenza e la temperanza, diventano insipide o possono trasformarsi nei loro opposti. Ma l’umiltà laica, o piuttosto laicista, non è affatto una virtù: è una follia; è il continuo dubitare di tutto, mettere in forse ogni certezza, vergognarsi perfino di sé, di quello in cui si crede. Mentre l’umiltà cristiana era uno stimolo a bene operare e a ben vivere, l’umiltà laica e moderna è diventata un freno e un impaccio a qualunque azione e sfocia in un relativismo che rende problematico il fatto stesso di vivere.
La stessa cosa vale per la bontà. La bontà cristiana è una virtù da persone forti; da persone forti che si piegano su chi è più debole, che si inginocchiano accanto a chi soffre, che si fanno carico di chi non ce la fa a portare la propria croce. La bontà “moderna” è diventata buonismo: qualche cosa di fiacco e, sovente, di ipocrita; una debolezza travestita, né più, né meno.
È chiaro che, sulla scia di simili “virtù” non si va lontano; meglio: non si va da nessuna parte. Non sono virtù: sono i camuffamenti di una cattiva coscienza che cerca di dissimulare il proprio edonismo sfrenato, il proprio cinico utilitarismo, e che, troppo vile e pigra per aver voglia di battersi, finge di essere amante della pace, mentre ama solo il quieto vivere (cfr. Ortodossia, Brescia, Morcelliana, 1926; Edizioni Martello, 1988, pp.45-8).
Il fenomeno del risentimento contro le virtù si spinge più in là: non soltanto deforma l’immagine del bene, ma, perché l’uomo non sia costretto ad elevarsi faticosamente fino al bene vero e perché possa “in tutta sicurezza” riconoscere come bene quel che gli conviene e che gli è comodo, svaluta i valori che meritano la stima. Il risentimento fa parte della mentalità soggettivistica, in cui il piacere sostituisce il vero valore.
Se c’è una virtù che a causa del risentimento ha perso il proprio diritto di cittadinanza nell’anima, nella volontà, nel cuore dell’uomo, è proprio la castità. Ci si è dati da fare per costruire tutta una argomentazione atta a dimostrare ch’essa non soltanto non è utile all’uomo, ma al contrario gli è nociva.
Un intervento di Papa Fancesco mette invece in evidenza la grande incisività che assumono le virtù soprattutto relativamente all’esercizio di alcuni ministeri nella Chiesa: “L’accoglienza, la sobrietà, la pazienza, la mitezza, l’affidabilità, la bontà di cuore. E’ questo l’alfabeto, la grammatica di base di ogni ministero! Deve essere la grammatica di base di ogni vescovo, di ogni prete, di ogni diacono. Sì, perché senza questa predisposizione bella e genuina a incontrare, a conoscere, a dialogare, ad apprezzare e a relazionarsi con i fratelli in modo rispettoso e sincero, non è possibile offrire un servizio e una testimonianza davvero gioiosi e credibili (Catechesi del 10.11.2014). E Don Bosco ci dice ancora: “Le virtù che ti renderanno felice nel tempo e nell’eternità sono: l’umiltà e la carità (MB XVII,630), “Usate carità e somma cortesia con tutti (MB XI,389), “La carità, la castità, l’umiltà sono tre regine che vanno sempre insieme; una non può esistere senza le altre.” (MB IX,706).
La seconda parte della terza strofa richiama la carità e il dialogo: la necessità di incontrarsi nel frammento. La via dell’annuncio si congiunge così a quella del dialogo della carità vissuta: è questa che consente di valorizzare il bene dovunque presente, pur senza rinunciare all’identità fedele. La via del dialogo, pur non prescindendo mai dall’obbedienza alla verità, si sforzerà di riconoscere il Vangelo nascosto nei segni dei tempi, favorendo il più ampio incontro possibile della fede del Risorto col servizio della carità alla persona umana e al bene comune. Mai come ora si richiede a tutti, e specialmente ai cristiani, uno sforzo collettivo, che spinga sulla scena dell’agone politico e della costruzione della convivenza civile donne e uomini nuovi, ricchi di forti motivazioni etiche e pronti a dialogare con tutti e a sacrificarsi per gli altri. Dalla coscienza di essere chiamati in ogni istante a incontrarsi con l’altro, abitando nella carità i frammenti dell’agire penultimo, deriva anzitutto un’etica della responsabilità, capace di anteporre il primato della rettitudine della coscienza a ogni interesse e profitto, per quanto vantaggiosi. A questa occorrerà affiancare una non meno necessaria etica della solidarietà, che impedisca all’impegno morale di chiudersi nella sfera rassicurante della “retta intenzione” e lo proietti verso la ricerca delle necessarie mediazioni storico-concrete della carità al servizio di tutto l’uomo in ogni uomo. Su questo fronte di impegno comune, credenti e non credenti dovranno camminare fianco a fianco: la posta in gioco è l’uomo e la costruzione di una famiglia dei popoli e delle culture a misura della dignità della persona umana. I credenti dovranno apportare all’impegno di tutti la ricchezza di una motivazione etica forte, sostenuta dall’esperienza della fede e dell’amore, che nasce dall’alto e nutre la vita anche nelle ore più oscure e difficili, persino quando “il cielo è fosco per i veleni e i miraggi vani”. Sentiamolo Don Bosco: parla ancora “L’avvenire del mondo è scuro assai: ma Dio è la luce e la santa Vergine è sempre la stella mattutina. Confidenza in Dio e in Maria (MB XV,608).
Il dialogo in campo ecumenico fra cristiani assume qui una rilevanza precipua, per testimoniare coralmente come vivere alla luce dell’Ultimo, che il Vangelo ci rende vicino, sia non solo giusto e bello, ma anche necessario e utile alla crescita di tutti, alla dignità di una vita, che valga la pena di essere vissuta per amore a Dio e al prossimo che Lui ci affida.
La terza parte della terza strofa esorta i credenti, adulti e giovani ad essere Testimoni della Bellezza che salva col riconoscimento del Tutto nel frammento. La testimonianza della fede contribuirà al “battesimo dei nostri frammenti” se sarà resa non solo verbalmente, ma anche con l’eloquenza dei gesti, soprattutto quelli ispirati alla gratuità dell’amore verso i più deboli, su cui saremo misurati alla sera della vita. La speranza, che misura l’agire nei frammenti del tempo sull’orizzonte ultimo cui Cristo risorto ci apre, appare più che mai segno eloquente della presenza di Dio. Nel testimone della speranza che non delude è la bellezza dell’Eterno ad affacciarsi nel tempo: mostrare come l’esperienza dell’incontro con il Risorto riempia il cuore e la vita e riaccenda il sorriso, rendere visibile la gioia della comunione di fronte alla folla di solitudini, che spesso è la società post-moderna, sono vie concrete in cui la buona novella viene a offrirsi significativamente all’attuale cultura del frammento. Ci risuonano le parole di Don Bosco: “Per fare del bene bisogna avere un po’ di coraggio, essere pronti a soffrire qualunque mortificazione, non mortificare mai nessuno, essere sempre amorevole” (MB III,52), “Non rimandate mai a domani il bene che potete fare oggi, perché domani forse non avrete più tempo” (MB IV, 439).
Sbaglierebbe chi pensasse che tutto questo sia una sorta di invito ad evadere dal presente: testimoniare la Bellezza che salva, organizzare la speranza della fede per renderne accessibile il fascino e la forza salvifica, è piuttosto un programma e una sfida aperta per chiunque abbia a cuore la casa comune e il futuro di tutti. Dalla cultura del frammento si esce solo se ci si apre nella speranza alla sfida della “novità” ultima, che è avvenuta in Cristo e in Lui torna e tornerà per sempre. È quanto è avvenuto molteplici volte nella vicenda bimillenaria del cristianesimo e può avvenire ancora nella crisi del nostro presente: l’idea di “persona”, che è alla base di ogni affermazione del valore assoluto dell’essere umano unico e singolare, la concezione della storia come aperta verso un progresso possibile e orientata verso una meta sperata, la fondazione dell’etica in una rete di relazioni di reciprocità, che partono da quella col Dio personale, sono frutto dell’ingresso del Vangelo cristiano nel tessuto vitale delle culture. Il rimando a questi valori, però, potrebbe restare generico e alla fine meramente ideologico, se non si spingesse fino alla più originaria novità cristiana, che è quella dell’inaudito avvento di Dio nella storia degli uomini, come inizio e fondamento di una speranza capace di cambiare in profondità il mondo e la vita. L’Eterno si mostra nel tempo; l’Assoluto diventa frammento” (Karl Barth, l’umanità di Dio, p.41).
Ritornare alla promessa originaria contenuta nella resurrezione del Figlio significa in realtà “ritornare al futuro”: attraverso questa “conversione” all’originario, che è l’annuncio del Nuovo Testamento, trasmesso nella fede e nel vissuto spirituale dei cristiani, la proposta cristiana sarà capace ancor oggi, in questo tempo post-moderno disorientato dalla fine dei modelli ideologici e dallo smarrimento etico e immerso nella cultura del frammento, di motivare credibilmente un’etica della solidarietà e un impegno nutrito di speranza che non deluda.
È la promessa che ha suscitato la storia di fede e di generosità di Don Bosco e che motiva anche oggi in noi che ne abbiamo assunto le consegne, tanto il rifiuto di ogni atteggiamento passivo e rinunciatario di fronte alla crisi in atto, quanto l’assunzione di responsabilità verso i giovani per costruire insieme il futuro. Quanti frammenti da scarto nelle periferie esistenziali di oggi. Solo un simile ritorno al futuro della “religione della speranza” sembra capace di far superare autenticamente le seduzioni della cultura del frammento. Lungi dal tranquillizzare, un simile ritorno alla promessa di Dio, dischiusa in Cristo risorto, sfida tutti e ciascuno a uscire dal calcolo individualistico, per entrare nel respiro ampio della solidarietà fra singoli, i popoli e le nazioni, per rendere testimonianza al solo orizzonte che motivi l’impegno senza rischio di tramontare: quello della speranza “ultima”, che dà valore duraturo alle scelte complesse di tutto ciò che è “penultimo”, e riscatta ogni singolo frammento nell’abbraccio dell’amore, che venendo dall’alto dà vita alla vita e vincerà la morte per sempre.
I giovani di Don Bosco vivevano intensamente questa speranza teologale che consideravano madre di tutte le altre speranze terrene e capivano a volo le paroline all’orecchio di Don Bosco: “Comunione frequente, cibo dei forti, cibo di vita” (MB IX,992), “I più validi sostegni della gioventù sono: il sacramento della confessione e della comunione” (MB VI,145), “Due sono le ali per volare al cielo. La confessione e la comunione” (MB VII, 50). “E del paradiso, come attesta il Cardinale Cagliero, ‘parlava con tanta vivacità, gusto ed effusione, da innamorare chiunque l’udiva. Ne ragionava come un figlio parla della casa del proprio padre; il desiderio di posseder Dio lo accendeva più ancora che la mercede da lui promessa’”. (E. Ceria, S. Giovanni Bosco, 303).

Frequentemente lo si sentiva dire: “Sarà largamente ricompensata ogni fatica sostenuta per amore del nostro maestro, il nostro buon Gesù” (MB XVIII,570), “Il nostro premio è in cielo e solo a quello dobbiamo tendere con tutte le nostre forze” (MB IX,69), “Nelle fatiche e nei patimenti non dimenticar mai che abbiamo un gran premio nel paradiso” (MB VI,442, XI,390).

quarta strofa

È stata scritta successivamente alle prime tre strofe ed è interamente dedicata a Maria. Don Bosco dice che nella sua vita ha fatto tutto Lei: l’Immacolata concezione, Ausiliatrice dei cristiani.

CONCLUSIONE
L’Inno “Con Don Bosco ora si va” si ricollega al Giù dai Colli del1929 che veniva cantato da masse giovanili provenienti da tutta Italia, in occasione della solennissima traslazione della salma di Don Bosco da Valsalice a Torino. E’ una continuità che rimbalza nel futuro e conferma la permanente presenza di Don Bosco nella Chiesa e nel mondo come Padre e maestro dei giovani. Don Ceria così ne conclude la narrazione: “Si succedevano a intervalli, riempiendo l’aria dei loro concerti, ventitré bande musicali….” (E. Ceria, San Giovanni Bosco, p.327). Perciò abbiano ritenuto utile una versione concertistica dell’Inno.
Si è pensato di offrire l’Inno nelle realizzazioni di tre esecuzioni differenti: strumentale e vocale dei giovani dell’Oratorio – Centro Giovanile di Corigliano d’Otranto, strumentale e vocale dell’Organista Giuliano Longo, bandistica del Concerto Musicale “Città di Scorrano” (Lecce) del Maestro Rocco Fabia.
La rima baciata del testo è l’espediente letterario che meglio mette in evidenza la intrinseca corrispondenza in Don Bosco e nella sua missione giovanile tra vita interiore e la carità apostolica, tra Dio e i giovani, tra Don Bosco e noi. L’inno oltre che a eseguirsi nell’insieme, si presta anche ad essere cantato solo con una strofa, scelta di volta in volta, privilegiando un punto di vista tematico e agiografico che, in ogni caso, non oscura il quadro d’insieme. In una stessa celebrazione in onore di Don Bosco lo si potrebbe eseguire per intero distribuendo le strofe in tre diversi momenti della liturgia.
Nessuna pretesa avanza questo componimentino “fatto a casa”: vuole solo essere un piccolo segno di adesione alla appassionata voglia di vivere in pienezza il giubileo del Bicentenario che il nostro Rettor Maggiore ha suscitato e assumere la memoria che ne resta come stimolo ad una ricorrente e consapevole sintonia con Don Bosco.
“Il Bicentenario è una bellissima opportunità, e allo stesso tempo una sfida, per vivere con passione educativa ed apostolica la presenza tra i ragazzi e le ragazze del mondo, riconoscendo nelle loro vite il dono di Dio per noi e l’azione dello Spirito in ognuno di loro, condividendone i sogni, le aspettative, i desideri e i problemi, e aiutandoli a sperimentare che come educatori, fratelli, sorelle, siamo disponibili a stare sempre al loro fianco nel cammino della vita perché, proprio come Don Bosco, anche noi vogliamo che siano felici ora e per l’Eternità. Amen”. (Omelia del 16 Agosto 2014 al Colle Don Bosco).

In continuità con questa consapevolezza del significato del Bicentenario della nascita di Don Bosco, a percorso ormai fat-to, nella ricorrenza di tale evento, il 16.8.215, al Colle Don Bosco il Rettor Maggiore ha indicato la rotta da seguire per l’avvenire: Possiamo dire che questo Bicentenario che celebriamo oggi, durante il cammino percorso in quest’anno in tutte le presenze salesiane del mondo, ha voluto essere per tutti noi, e in particolar modo per il mondo salesiano, una preziosa occasione che ci è stata offerta per guardare al passato con gratitudine, al presente con speranza, e per sognare il futuro di missione evangelizzatrice e educativa della nostra Famiglia Salesiana con forza e novità evangelica, con coraggio e sguardo profetico, lasciandoci guidare dallo Spirito che sempre ci sarà accanto nella ricerca di Dio e ci spinge ad essere, in primo luogo Evangelizzatori, annunciatori del Regno e di Gesù Cristo. Il Santo Padre ci dice nella sua lettera che “Don Bosco ci insegna, prima di tutto, a non stare a guardare, ma a schierarci in prima linea, per offrire ai giovani un’esperienza educativa integrale che, solidamente basata sulla dimensione religiosa, coinvolga la mente, gli affetti, tutta la persona, sempre considerata come creata ed amata da Dio” (Dall’Omelia di Don Artime nella celebrazione Eucaristica del 16.8.2015 al Colle D. Bosco). Non puo essere che così: “Con Don Bosco ora si va…”

Tommaso De Mitri, sdb.
Lecce, 16 agosto 2015
Ricorrenza del Bicenenario della nascita di Don Bosco.

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Inno a Don Bosco
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Ultimo aggiornamento: 3 ottobre 2017

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