Strenna 2018 – Exallievi ed Exallieve di Don Bosco
Exallievi ed Exallieve di Don Bosco - Puglia

Strenna 2018 Commento

Don Ángel Fernández Artime

Strenna 20182018-06-28T12:49:11+00:00

STRENNA 2018

“Signore, dammi di quest’acqua” (Gv 4,15)

COLTIVIAMO L’ARTE DI ASCOLTARE E DI ACCOMPAGNARE

Cari fratelli e sorelle di tutta la Famiglia Salesiana del mondo,

come è tradizione, alla fine dell’anno presento la Strenna alle nostre sorelle le Figlie di Maria Ausiliatrice e da quel giorno essa diventa un dono per tutta la nostra Famiglia Salesiana, in ogni parte del mondo. Lo scopo della Strenna e del suo commento è quello di aiutare ad avere lo stesso cuore e lo stesso sguardo nelle molteplici iniziative in tutte le nostre Opere e nella missione, che ciascuno è chiamato a compiere secondo la specifica vocazione carismatica dei gruppi della nostra Famiglia Salesiana.
Il tema scelto è in continuità con quello dell’anno precedente e fa riferimento al prossimo grande evento ecclesiale costituito dalla XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, convocata da Papa Francesco per il mese di ottobre 2018, dal titolo: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale».
È un argomento che interessa direttamente il cuore del nostro carisma e che cercheremo di preparare nel miglior modo possibile, sensibilizzando noi stessi e rendendo consapevoli e partecipi di questo importante evento della vita ecclesiale tanti laici e tanti giovani. Con questo Sinodo «la Chiesa ha deciso di interrogarsi su come accompagnare i giovani a riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza, e anche di chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia»[1].
La Strenna che vi presento quest’anno si propone come aiuto affinché in tutte le nostre presenze nel mondo come Famiglia salesiana possiamo raggiungere l’obiettivo dichiarato dal Documento preparatorio del Sinodo.
Il tema scelto, che considero semplice e molto diretto, contiene due elementi di vitale importanza nel mondo di oggi: l’ascolto e l’accompagnamento personale. Per illuminare questi due aspetti vi offro una bellissima icona evangelica, che si presterà a molteplici riflessioni: Gesù e la Samaritana.
È narrato un episodio nel quale, nonostante la presenza di diversità etniche e di antagonismi religiosi, si verifica l’incontro al livello più profondo della persona, fino al punto di giungere ad un cambiamento di vita.
Vi invito ad accoglierlo con la positiva disponibilità di ogni anno e ad approfittare di ciò che vi possa essere utile secondo le diverse situazioni pastorali nelle quali ci troviamo ad agire.
Vi posso testimoniare che, nelle centinaia di incontri avuti in questi quasi quattro anni con i giovani dei cinque continenti, ho maturato la certezza che nelle case e nelle opere guidate dai gruppi della Famiglia salesiana ci sono migliaia e migliaia di giovani buoni, aperti alla vita, desiderosi di formarsi, di imparare; giovani in ricerca. Molti di loro hanno un grande cuore, generoso, e che desiderano servire gli altri, fare qualcosa per gli altri, aiutare, donarsi.
Sono giovani che chiedono il nostro aiuto per continuare a crescere e a maturare nella loro fede. Altri che non lo chiedono esplicitamente, ma che sentono un grande bisogno di un incontro personale e di essere ascoltati.
Sono numerosi quelli che sarebbero disposti a fare un cammino personale e comunitario di discernimento e accompagnamento.
Allora mi domando: che cosa aspettiamo? Perché non ci decidiamo ad essere molto più disponibili ad accompagnare tutti i nostri giovani in ciò che è più importante per la loro vita? Che cosa ci frena? Perché “occuparci” o “spendere tempo” in altre cose quando questa è una vera priorità educativa e di evangelizzazione?
Faremo passi molti più significativi, miei cari fratelli e sorelle, il giorno in cui ci convinceremo veramente che, più importante di quello che facciamo, è quello che siamo e chi siamo; che più importante delle cose e delle attività che offriamo agli adolescenti e ai giovani, e alle loro famiglie, è la nostra presenza, il nostro ascolto e la nostra disponibilità al dialogo. È questo che lascia “tracce di vita” per sempre. E le lascia nei giovani e nelle famiglie.

Tutto questo sta alla base e costituisce la motivazione vera e profonda della scelta della Strenna di quest’anno.

I.- UN INCONTRO CHE NON LASCIA INDIFFERENTI: “Ascoltare”
Vi invito fin d’ora ad una lettura calma e meditata del brano, noto come “l’incontro di Gesù con la Samaritana”. Questa icona ci aiuterà a comprendere come il Signore stabilisce un rapporto con lei e quali conseguenze provoca nella vita di questa donna l’incontro con Lui.
Giunge una donna samaritana ad attingere acqua.
Le dice Gesù: «Dammi da bere».
(I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi.)
Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» (Gv 4, 7-9).
Gesù e la samaritana anonima provengono da due popoli diversi, che sono vissuti in contrasto lungo la storia, e che si considerano reciprocamente radicalmente lontani dall’antica fede di Israele. Possiamo affermare che le loro famiglie si consideravano, nemiche dal punto di vista sociale, religioso e politico, e non per il fatto di essere differenti, ma proprio per il fatto di essere molto simili e allo stesso tempo opposte: ciascuna convinta di essere l’autentica depositaria e custode della religione originale dell’antico Israele. Infatti i due popoli si consideravano a vicenda degli impostori.
Ecco i protagonisti.
Una donna samaritana che, giungendo al pozzo, riconosce senza ombra di dubbio la provenienza di Gesù. Egli è un giudeo dato il suo caratteristico modo di vestire. Per la donna samaritana egli è un forestiero: ha sete, non ha a disposizione un secchio, e l’acqua di quel pozzo profondo è per lui irraggiungibile. D’altra parte, la donna non si trova solamente davanti ad un forestiero; di fronte a lei vi è, dal punto di vista religioso, un “rivale”.
Allo stesso tempo la donna, da quel che si può capire dall’insieme del racconto, è una persona segnata, a dir poco, da una reputazione dubbia, con una situazione di vita “irregolare”. Si può dedurre che si tratta di una donna che dal punto di vista emotivo si sente vittima di un rifiuto.
Inoltre tra Gesù e la donna samaritana si interpongono forti pregiudizi etnici e religiosi: secondo le abitudini del suo tempo, Gesù ha una condotta riprovevole e trasgressiva, per il fatto che egli chiede acqua a questa donna.
È lecito supporre che la donna si senta sicura davanti a Gesù, che non è del suo villaggio, non è a conoscenza dei “fallimenti della sua vita”, e inoltre forma parte di una gruppo religioso affine anche se eretico. Gesù non avrebbe avuto l’occasione di entrare in contatto con i capi israeliti-samaritani della sua comunità e perciò lei non aveva niente da temere o di che preoccuparsi.
Da questa situazione possiamo ricavare qualche elemento di grande interesse per noi: l’incontro avviene in un luogo profano e “all’aperto”, un pozzo in mezzo alla campagna, che si trasformerà in luogo di incontro con Dio.
Gesù, vero protagonista e soggetto primo dell’incontro, dell’ascolto e del dialogo iniziale, “disegna” la strategia di questo incontro, incominciando con l’ascolto dell’altra persona e della situazione, che Egli intuisce.

L’esempio del Signore è di grandissima attualità per noi.

Un ascolto che è ACCOGLIENZA e INCONTRO PERSONALE.

L’ASCOLTO è sempre un’arte. «Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire. La prima cosa, nella comunicazione con l’altro, è la capacità del cuore che rende possibile la prossimità, senza la quale non esiste un vero incontro spirituale»[2]. È per questo motivo che il dono della parola, specialmente nei rapporti personali, deve avere come corrispettivo la “saggezza dell’ascolto”.
Questo ascolto, così importante nella nostra missione come Famiglia Salesiana, deve avere come punto di partenza l’incontro, che diviene una opportunità di rapporto umano e di umanizzazione, vissuta in piena libertà, «con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana»[3].
Nelle relazioni con gli adolescenti e i giovani, con i nostri allievi, con le famiglie delle diverse presenze, l’ascolto autentico dovrà tenere conto di alcune attenzioni:
  • Favorire l’apertura verso l’altro: un’apertura con tutta la nostra persona, poiché, certamente ascoltiamo con le nostre orecchie, ma possiamo anche ascoltare, quando l’ascolto è autentico, con i nostri occhi, la mente, il cuore, con tutto il nostro essere.
  • Prestare tutta l’attenzione a ciò che la persona comunica e impegnarsi attivamente nella comprensione di ciò che si desidera comunicare, dato che il fondamento dell’ascolto che offriamo è il profondo rispetto verso l’altra persona.
  • Accompagnare con vero interesse la persona, giovane o adulta, in quello che cerca e aspetta da se stessa, con vera empatia, che è l’opposto della cortesia fredda e formale. Si tratta di identificarci e di camminare con l’altra persona.
  • Mettere da parte il proprio mondo per avvicinarsi il più possibile a quello dell’altro, con la capacità di accompagnare senza interferire.
  • Ascoltare è, detto in breve, quell’arte che richiede attenzione sollecita verso le persone, verso le loro lotte e le loro debolezze, le loro gioie, sofferenze e attese; non ci limitiamo, infatti, ad ascoltare qualcosa, ma siamo in ascolto di qualcuno. Di questa attenzione sollecita sono ricche le pagine evangeliche che narrano degli incontri di Gesù con la sua gente.
  • L’ascolto, quando si riferisce all’accompagnamento spirituale personale, trascende la dimensione psicologica e acquista una dimensione spirituale e religiosa, poiché conduce lungo sentieri in attesa di Qualcuno.
  • Richiede inoltre un certo silenzio interiore, che ha come punto di partenza l’accettazione delle persone come sono e nella situazione nella quale si trovano.
  • Il nostro sguardo di educatori, rivolto in modo particolare agli adolescenti e ai giovani, e anche alle loro famiglie, ci assicura che vi è molto di positivo in ogni cuore[4]; occorre far emergere questi aspetti positivi. Perciò l’ascolto deve significare per noi molto più che ascoltare con pazienza; è far in modo di comprendere nella sua profondità quello che la persona ci dice e perché ce lo dice. È prestare attenzione a ciò che veramente interessa all’altro, agli adolescenti e ai giovani, alle loro famiglie.
L’ascolto deve condurci a comprendere in modo adeguato il bisogno dei giovani di oggi, e, qualche volta, il bisogno dei loro genitori, o quello delle persone con le quali siamo in contatto nell’ambiente pastorale. Di fatto, il più delle volte, i giovani o i loro genitori, o entrambi, non si avvicinano a noi in cerca di accompagnamento. Al contrario, spesso sono spinti da qualche necessità, da dubbi, problemi, urgenze, difficoltà, conflitti, tensioni, decisioni da prendere, situazioni problematiche da affrontare.
E ben sappiamo per la nostra stessa formazione di educatori ed evangelizzatori che è più frequente che essi si avvicinino se noi stessi facciamo qualche gesto di avvicinamento, se mostriamo qualche interesse verso di loro; se andiamo loro incontro, se ci mostriamo disponibili. Questi stessi giovani, figli di una cultura “scientista”, dominata dalla tecnica e dal suo mondo di possibilità, e che appartengono a una generazione iperconnessa, sentono «il bisogno di figure di riferimento vicine, credibili, coerenti e oneste, oltre che di luoghi e occasioni in cui mettere alla prova la capacità di relazione con gli altri (sia adulti, sia coetanei) e affrontare le dinamiche affettive. Cercano figure in grado di esprimere sintonia e offrire sostegno, incoraggiamento e aiuto a riconoscere i limiti, senza far pesare il giudizio»[5]
E’ questo il motivo per cui, a volte, questi incontri e queste conversazioni casuali possono “aprire porte” verso un cammino più profondo e di crescita…
Così è accaduto durante l’incontro di Gesù con la donna, che si era recata al pozzo semplicemente per attingere acqua.
Senza avere la pretesa di suggerire tecniche di ascolto, desidero però sottolineare che, se si vogliono coltivare gli atteggiamenti più adeguati per un autentico ascolto, si deve prestare attenzione a
  • Non essere impazienti nel prendere la parola invece di lasciare che l’altro parli.
  • Stare attenti a non interrompere continuamente la conversazione.
  • Non reagire in forma impulsiva di fronte a qualsiasi disaccordo.
  • Non trascurare di prestare attenzione alla persona che stiamo ascoltando.
  • Tener ben presente il bisogno che tutti hanno di sentirci ascoltati.
Sarà ugualmente importante in questi momenti di ascolto:
  • Dare alla persona l’opportunità di comunicare tutto quello che ha dentro di sé, e che a volte può essere per lei un peso o una oppressione.
  • Porre domande opportune ed evitare quelle che possono creare sfiducia o contrasto.
  • Accettare con serenità i silenzi, lasciando tutto il tempo necessario senza riempirlo di consigli o di domande superflue, poiché i momenti di silenzio possono mettere l’altro tranquillamente a proprio agio e permettergli di riflettere su quello che sta ascoltando.
  • Far in modo che possano essere “riconosciuti i sentimenti”, che costituiscono una parte molto importante in ogni comunicazione.
  • Evitare la loquacità, le troppe parole, e le soluzioni immediate. Non dimentichiamo che nelle cose importanti c’è bisogno di tempo, di fare un processo.
Concludo questa parte dedicata all’ascolto con un riferimento a Don Bosco. Non c’è dubbio che il linguaggio che usiamo oggi per riferirci all’ascolto (al discernimento e all’accompagnamento), presenta differenze sostanziali rispetto al contesto culturale e religioso di Don Bosco. Tuttavia trovo molto bella la seguente testimonianza che ci fa capire come i suoi ragazzi e altre persone si sentissero accolti e ascoltati da lui:
“Nonostante le sue molte e gravi occupazioni, era sempre pronto ad accogliere in sua camera, con un cuore di padre, quei giovani che gli chiedevano un’udienza particolare. Anzi voleva che lo trattassero con grande familiarità e non si lagnava mai dell’indiscrezione colla quale era da essi talora importunato… Lasciava a ciascuno piena libertà di far domande, esporre gravami, difese, scuse…

Li riceveva con lo stesso rispetto col quale trattava i grande signori. Li invitava a sedere sul sofà, stando egli seduto al tavolino, e li ascoltava colla maggior attenzione come se le cose da loro esposte fossero tutte molto importanti”[6].

II. UN INCONTRO CHE SPINGE LA PERSONA IN AVANTI: “Discernere”
Continuando la lettura del brano dell’incontro di Gesù con la Samaritana, che ci conduce per mano in questo cammino di ascolto, discernimento e accompagnamento, leggiamo:
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva».
Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? (…)
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. (…)

«Signore – gli dice la donna -, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete». (Gv 4, 10-15)

* Gesù, da buon conoscitore del cuore umano, si avvale di tutte le risorse della parola, della conversazione e dei gesti, per incontrare le persone.
  • Rivolge domande, dialoga, spiega, racconta, presta attenzione al punto di vista del suo interlocutore; suggerisce, afferma, provoca reazioni.
  • Gesù fa capire all’anonima samaritana che Egli comprende la sua situazione più di quanto ella possa immaginare, e che intuisce il dolore e la sofferenza che, in certo modo, deve aver sopportato.
  • Pone la donna di fronte alla sua reale situazione e alle sue risposte evasive; perfino di fronte alla sua verità più intima, come nel momento nel quale ella dice: «Io non ho marito».
  • Allo stesso tempo le fa sperimentare un’empatia compassionevole.
  • Gesù non dà per concluso il dialogo, non si dà per vinto di fronte alle iniziali resistenze.
  • Il dialogo aiuta a chiarire gli equivoci e a manifestarsi in modo autentico; le risposte enigmatiche e provocatorie suscitano vicinanza nella donna; ella si sente sorpresa e ha fiducia, giungendo a desiderare davvero quello che può rendere migliore la sua vita.
* Gesù, che cerca il bene dell’altro, stabilisce una relazione personale, invece di emettere un giudizio morale di disapprovazione o di rimprovero.
  • Invece di accusare, dialoga e propone.
  • Il suo linguaggio, le sue parole sono rivolte al cuore di coloro ai quali parla.
  • Nel dialogo con la donna di Samaria procede con calma, senza la fretta di presentarsi come colui che può cambiare la sua vita, risvegliando in lei poco a poco l’interesse dell’accesso a una sorgente d’acqua che promette una vita speciale, diversa, migliore.

* Gesù, come esperto in umanità, è attento e pieno di interesse per il mondo interiore dei suoi interlocutori: legge nei loro cuori, li scruta e sa interpretarli.

La fede e la vocazione alla gioia dell’amore.

Anche ai nostri giorni il Signore, come allora con la Samaritana, affascina moltissimi giovani, e questa attrazione è in stretto rapporto con la fede e con la chiamata che Dio rivolge a ognuno dei suoi figli e delle sue figlie a vivere la vita come vocazione alla gioia dell’amore.
La fede fa sì che i giovani si sentano conquistati dal modo di vedere, di accogliere, di relazionarsi, e di vivere di Gesù, e dilata la loro vita. Come suole dire Papa Francesco, la fede «non è un rifugio per gente senza coraggio»[7].
E per noi che attingiamo alle acque del torrente che fluisce dal carisma salesiano suscitato dallo Spirito in Don Bosco, questa proposta di fede come punto di partenza di ogni ulteriore discernimento, si fonda su una sola certezza: crediamo realmente che Dio ci ama e ama i giovani, crediamo che Gesù, il Signore, vuole condividere con loro la sua Vita, e crediamo che lo Spirito Santo si rende presente nei giovani e agisce in ognuno di essi[8].
La luce della fede che, gradualmente e seguendo i processi maturerà nella vita dei giovani che “si lasciano toccare da Dio”, permetterà a essi di prendere coscienza del «progetto di amore appassionato che Dio ha per ciascuno»[9], e scopriranno così che «la vocazione alla gioia dell’amore è l’appello fondamentale che Dio pone nel cuore di ogni giovane perché la sua esistenza possa portare frutto»[10].
Questo cammino richiede un atteggiamento di apertura alla voce dello Spirito in dialogo con la Parola di Dio, in quello spazio, il più intimo e sacro che conosce la persona umana, che è la coscienza.
Dobbiamo tener presente, con sguardo educativo e pastorale, che i giovani, o gli stessi sposi nel loro matrimonio, o le stesse famiglie giungono a percorrere questo cammino spinti non poche volte da una sete di ricerca originata da alcune situazioni vitali.
  • Situazioni che portano la persona, il giovane, la coppia, o qualche membro della famiglia, a sperimentare la necessità di dare alla vita un significato profondo anche nella prospettiva della fede. Qualche volta questo avviene perché si attraversano situazioni nelle quali ci si rende conto vitalmente che qualcosa non funziona, non va bene.
  • Momenti nei quali non si sta bene, non si vive in armonia interiore e non si trova significato pieno in quello che si vive, o nel “noi” nel matrimonio, o nella famiglia. La situazione può manifestarsi concretamente in un “vuoto esistenziale”, che spesso genera disorientamento personale, malessere, tristezza e mancanza di speranza.
  • Tenendo inoltre presente che in alcune società viviamo e siamo costretti a vivere talmente proiettati verso l’esterno, quasi come fossimo in una vetrina nella quale si vende l’idea che non c’è posto per limitazioni o per difetti, e dove non si ha il diritto di invecchiare o di compiere gli anni perché “è di cattivo gusto”. C’è bisogno più che mai di una educazione, di un cammino personale e comunitario, di un ascolto e di un dialogo che favoriscano la profondità e l’interiorità della vita.

Il dono del discernimento.

Quanto abbiamo fin qui detto e altro ancora giustifica l’intenzione della Chiesa nel ribadire attraverso il cammino del Sinodo «il proprio desiderio di incontrare, accompagnare, prendersi cura di ogni giovane, nessuno escluso» e di non «abbandonarli alle solitudini e alle esclusioni a cui il mondo li espone»[11]. Il che permette di evidenziare quanto sia importante, insieme all’ascolto, il dono del discernimento. Questo nella tradizione della Chiesa è stato applicato a una pluralità di situazioni: discernimento dei segni dei tempi; discernimento del modo di agire morale; discernimento spirituale se si riferisce alla ricerca di un cammino di vita cristiana piena; discernimento quando si tratta della propria vocazione o di una scelta di vita.
In ogni caso, il dialogo con il Signore e l’ascolto della voce dello Spirito sono sempre essenziali poiché, come abbiamo sottolineato in precedenza, dobbiamo essere consapevoli che «la persona di Gesù e la Buona Notizia da Lui proclamata continuano ad affascinare molti giovani»[12].
Perché suggerire o promuovere percorsi di discernimento per tutti coloro che sono nella situazione di lasciarsi liberamente interpellare o toccare da Dio? Semplicemente perché riconosciamo che lo Spirito Santo parla e opera in ogni persona attraverso gli avvenimenti della sua esistenza e di quella degli altri. Parla anche attraverso molte mediazioni, ma i fatti, le esperienze, gli avvenimenti, il vissuto possono essere di per sé muti o ambigui, poiché sono sempre soggetti a interpretazioni molto diverse e soggettive. Illuminarli con il metodo corretto sarà uno dei frutti del cammino di discernimento.

Papa Francesco nella Evangelii Gaudium ci offre tre chiavi per il discernimento, includendo lo studio dei segni dei tempi, come già indicava Papa Paolo VI[13]. Queste tre chiavi o criteri sono: riconoscere, interpretare e scegliere.

– RICONOSCERE[14], alla luce di ciò che o Spirito ispira
  • Per avere lucidità nei momenti degli alti e dei bassi della vita; nei periodi di vera lotta interiore.
  • Per far affiorare tutta la ricchezza emotiva che vi è nella persona, e dare un nome a ciò che si sperimenta o che c’è in noi stessi.
  • Per cogliere il “gusto” che provo nella consonanza o dissonanza tra ciò che sperimento e quello che vi è di più profondo in me.
  • Tutto questo, illuminato dalla parola di Dio, che si deve meditare, mettendo al centro la capacità di ascolto e la stessa affettività della persona, senza aver paura neanche del silenzio.
  • Assumendo il tutto come parte del cammino di maturazione personale.
– INTERPRETARE[15]
  • Comprendere a che cosa lo Spirito di Dio sta chiamando attraverso ciò che suscita in ciascuno.
  • Interpretare e interpretarsi è un compito molto delicato, che richiede pazienza, vigilanza e anche un certo apprendimento. Bisogna essere consapevoli che esistono condizionamenti sociali e psicologici.
  • Sarà necessario confrontarsi con la realtà e, allo stesso tempo, non accontentarsi del minimo, non tendere solamente a ciò che è facile, essere consapevoli dei propri doni e delle proprie possibilità.
  • Naturalmente questo compito di interpretazione potrà svilupparsi in un credente, in un cristiano, ad alcune condizioni:
  • Coltivando un vero dialogo con il Signore (come il dialogo che ebbe la donna di Samaria con Gesù).
  • Attivando tutte le capacità della persona, facendo in modo che non sia indifferente quello che accade, quello che si vive (come nella risonanza che ebbe nel cuore di questa donna il dialogo con Gesù).
  • Lasciandosi aiutare da una persona esperta nell’ascolto dello Spirito (che, nel caso del brano evangelico, era lo stesso Gesù che guidava).
– SCEGLIERE[16]
Si giunge così al momento in cui la persona, il giovane, gli sposi, la famiglia – se il discernimento avviene nell’ambito familiare – devono prendere delle decisioni, facendo un esercizio di autentica libertà e di responsabilità personale o comunitaria, secondo i casi.
La Samaritana dovette scegliere interiormente tra ignorare Gesù e continuare la sua vita come se non fosse successo niente in quell’incontro, oppure prendere la decisione di lasciarsi sorprendere da Lui e coinvolgersi fino al punto di andare a chiamare i suoi compaesani e comunicare loro la commozione che sentiva perché quell’uomo aveva raggiunto la profondità del suo mondo interiore.
  • La scelta che si compie quando si discerne alla luce dello Spirito, molto spesso conferisce alle persone grande libertà e, allo stesso tempo, esige coerenza di vita.
  • Per questo, si può affermare che, favorire nelle persone, e in modo del tutto particolare nei giovani, scelte di vita che siano veramente libere e responsabili, costituisce il punto di arrivo di ogni processo serio di discernimento nel cammino della fede e della crescita personale (e di ogni pastorale vocazionale, che si possa pensare).

Il discernimento – ci dice Papa Francesco – è «lo strumento principe, che permette di salvaguardare lo spazio inviolabile della coscienza[17], senza pretendere di sostituirsi ad essa»[18], seguendo l’esempio di Gesù il quale, nel dialogo con la donna samaritana, l’accompagna nel viaggio verso la verità e l’interiorità della sua stessa vita.

III. UN INCONTRO CHE TRAFORMA LA VITA: “Accompagnare”
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?
Uscirono dalla città e andavano da lui.» (…)
Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo». (Gv 4, 27-30, 39-42).
  1. La Samaritana è entrata nella scena evangelica come “una donna di Samaria” e ne esce “conoscendo la sorgente d’acqua viva” fino al punto di sentire il bisogno di correre ad annunciare ai suoi compaesani quello che le è accaduto; mediante la sua testimonianza, consente a molti di avvicinarsi a Gesù.
  2. Abbandonata l’anfora, la donna corre al villaggio per parlare ai suoi di quest’uomo. E porrà loro una domanda importante: «Non potrebbe essere quest’uomo colui che Israele ha atteso per tanto tempo?».
  3. Ugualmente, come si può dedurre dal contesto, Gesù fa capire ai suoi discepoli che egli sta compiendo la volontà del Padre; quella volontà che è la Vita della sua vita e che desidera trasmettere agli altri.
  4. Gesù non offre un allargamento della loro conoscenza e del loro sapere a coloro con i quali si incontra, come in questo caso con la Samaritana, ma piuttosto consegna loro una proposta per crescere e cambiare la vita. Lo stesso “pozzo di Giacobbe”, simbolo della saggezza che viene dalla Legge, perde il suo valore ed è sostituito dall’“acqua viva”.
  5. L’immagine di Dio, che viene comunicata nell’incontro con Gesù, non è l’immagine del dio impassibile, distante, filosoficamente freddo. Gesù, al contrario, rivela il Dio che dà la Vita, che può essere chiamato Padre, che non si lascia rinchiudere né controllare né possedere, perché è Spirito (culto in Spirito e verità).
  6. La conclusione dell’incontro va oltre quello che ci si attenderebbe in un finale normale, cioè che la donna ritorni alla sua vita ordinaria con l’anfora piena d’acqua. Al contrario, l’anfora, che la donna abbandona vuota per andare a chiamare i suoi, ci parla di un guadagno e non di una perdita.

Come Gesù accompagnando.

Vi sono numerosi racconti biblici, che sono, in primo luogo, narrazioni dell’accompagnamento che Dio assicura al suo popolo lungo il tempo.
Al confine dei due Testamenti, Giovanni Battista si affaccia come il primo accompagnatore spirituale dei Vangeli; prima dello stesso Gesù, Giovanni poté dare testimonianza e preparare il cammino perché Dio aveva parlato al suo cuore.
Gesù stesso in tanti passi del Nuovo Testamento si fa prossimo e compagno di strada per comunicarsi e per incontrarsi in modo personale con le persone del suo tempo.
L’incontro del Signore con la Samaritana manifesta in che modo lo Spirito di Dio può agire nel cuore di ogni uomo e di ogni donna: quel cuore umano che, a causa della fragilità e del peccato, si sente, non poche volte, confuso e diviso, attratto da sollecitazioni e proposte diverse e spesso contrapposte[19].
Davanti a questa realtà umana l’accompagnamento personale appare come un mezzo validissimo della tradizione spirituale cristiana, fornendo ai credenti strumenti e risorse, che permettano loro di riconoscere la presenza del Signore, le sue interpellanze e le sue chiamate.
Come possiamo definire l’accompagnamento? «Come una forma di dialogo permanente tra compagni per accogliere la Vita, accompagnando la vita»[20]; un dialogo che ha come scopo ultimo quello di favorire il rapporto tra la persona e il Signore, aiutandola a superare eventuali ostacoli.
Come fece Gesù nell’incontro con le persone del suo tempo, è necessario in ogni esperienza di accompagnamento:
  • Uno sguardo amorevole, come quello di Gesù nella chiamata vocazionale rivolta ai dodici (Gv 1,35-51).
  • Una parola autorevole, come la pronunciò Gesù nella sinagoga di Cafarnao (Lc 4,32).
  • La capacità di farsi prossimo, come Gesù nell’incontro con la donna Samaritana (Gv 4,3-34.39-42).
  • Scegliere di camminare a fianco, di farsi compagno di strada, come Gesù con i discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35).
Per noi, accompagnare gli adolescenti e i giovani, le loro famiglie, gli adulti in generale, comporterà:
  • Conoscere il cammino che essi fanno, a che punto si trovano e verso dove si dirigono, per poter camminare insieme.
  • Assicurare che si produca l’incontro come opportunità di rapporto, umano e umanizzante, e non utilitaristico. Ben conosciamo l’importanza che ha l’incontro nella pedagogia salesiana, che pone al centro la persona del giovane e ogni persona, con rapporti personali che si fondano sulla conoscenza vicendevole, sull’interesse che cerca il bene dell’altro, sulla comprensione, l’empatia, la fiducia. E sappiamo che in questo Don Bosco è stato un maestro eccezionale, incomparabile.
  • Con un atteggiamento di ascolto (ancora una volta si fa riferimento all’arte di saper ascoltare come fondamento dell’accompagnamento!), che rende possibile conoscere e comprendere la realtà dell’altra persona, il cammino che sta facendo, la situazione di dolore, di mancanza di speranza, di stanchezza o di ricerca nella quale si trova, come pure i sogni, i desideri e gli ideali nascosti nel suo cuore.
  • Si tratterà sempre di un incontro di mediazione, perché il vero Accompagnatore è lo Spirito Santo. Lo afferma con forza il mistico San Giovanni della Croce quando scrive: «Avvertano quelli che guidano anime e considerino che il principale agente e guida e movente delle anime in questo negozio, non sono loro ma lo Spirito Santo, che non perde mai di vista la cura verso di loro»[21]. E questo perché non si dirà mai a sufficienza che il compagno di viaggio dell’intera nostra azione educativa-pastorale ed evangelizzatrice è lo Spirito Santo.
  • L’accompagnatore e compagno di strada deve farsi testimone e annunciatore dell’azione dello Spirito nell’accompagnato, ma in modo discreto, rimanendo accanto, limitandosi ad occupare lo spazio che a lui corrisponde e non un altro. In verità, l’educatore e l’evangelizzatore si formano come accompagnatori spirituali nell’esperienza fondante di essersi prima incontrati con Lui. È così chiaro, esplicito e radicale questo per il fatto che «il vero educatore alla fede è colui che a un certo punto si deve mettere da parte, tirandosi indietro creando quel “posto vuoto” che può essere occupato solo dal Signore»[22], per permettere, come frutto e risultato di questo accompagnamento, che si giunga a un vero rapporto o incontro del giovane, della persona accompagnata, con Dio.
  • Per scoprire in quale modo Dio si manifesta nel nostro vissuto fino a sorprenderci incontrati da Lui.
  • Consapevoli che l’iniziativa sarà sempre di Dio; e nostra sarà la responsabilità e la libertà.

Don Bosco, educatore e guida spirituale dei suoi giovani.[23]

Parlare di Don Bosco come educatore significa mettere in evidenza ed essere consapevoli dello stretto rapporto esistente tra la sua missione educativa e l’accompagnamento spirituale dei giovani, e del significato che ciò riveste per la loro formazione.
Per essere molto sintetico e sottolineare solo ciò che è essenziale, metterò in rilievo alcuni elementi che considero di grande valore.
  • Don Bosco è un evangelizzatore-educatore che si preoccupa, con grande intuizione, di creare un ambiente educativo attraente, ricco di proposte educative e di rapporti umani; Don Bosco non rinuncia mai a fare, gradualmente, passi concreti nella formazione cristiana dei suoi ragazzi.
  • Don Bosco è per noi il geniale accompagnatore dei suoi ragazzi, perché non si limita al dialogo personale, o alla celebrazione del sacramento della riconciliazione (chiamato in quel tempo solamente confessione), ma vede tutto in rapporto e unito agli altri elementi dell’azione educativa e alla vita quotidiana nei suoi diversi momenti.
  • Nello stile di Don Bosco l’accompagnante e l’accompagnato non si limitano ad incontrarsi in base ad un’agenda puntuale nel giorno o nell’ora stabiliti, ma condividono quotidianamente ambienti, spazi di ricreazione, momenti di lavoro, di preghiera, di allegria.
  • Ciò fa pensare che poteva nascere facilmente conoscenza vicendevole, fiducia e anche amicizia; questo favoriva la confidenza e la disponibilità a lasciarsi guidare.
  • In Don Bosco, la paternità spirituale è conseguenza e frutto maturo della paternità educativa, che i suoi ragazzi vivono con lui nel quotidiano. Troviamo magnificamente descritta questa paternità nelle seguenti espressioni: «Per il singolo ragazzo, il Don Bosco confessore e direttore spirituale è colui che lo ha accolto con affetto, lo sostenta, lo istruisce e lo educa, lo stimola a dare il meglio di sé nella comunità e nel quotidiano lavoro. Accanto a lui ci sono assistenti, formatori e giovani amici coi quali si può condividere la stessa tensione etica, gli stessi valori spirituali, in uno scambio dialogico stimolante e fecondo»[24]. In definitiva, il tono affettivo e la creazione di fiducia e di simpatia sono per Don Bosco condizioni fondamentali del suo metodo educativo.
  • Don Bosco è sempre e in ogni momento l’educatore che non solo provvede ai suoi ragazzi alimento, salute e istruzione. Il suo impegno educativo è sempre orientato alla educazione cristiana dei suoi ragazzi. E’ per questo motivo che possiamo affermare che «l’accompagnamento spirituale verso la perfezione cristiana è parte essenziale e necessaria della pedagogia salesiana»[25].
  • È molto illuminante sapere che nell’accompagnare Don Bosco non stabiliva con ognuno dei suoi ragazzi lo stesso rapporto e lo stesso legame ma lo faceva con “tonalità e gradazioni diverse”. Non si dava la stessa situazione con i ragazzi che incontrava solamente all’oratorio festivo la sera delle domeniche e nella confessione, o con quelli che vivevano giorno e notte a Valdocco, e, tra questi, con quelli che si mostravano vocazionalmente sensibili e disponibili.
  • Una caratteristica che deve “essere molto nostra”, perché lo è stata di Don Bosco, è quella di dar sempre passi verso la creazione di comunità di vita, dove gli incontri cordiali, la presenza continua, la vicinanza empatica degli educatori (tipica dell’assistenza salesiana) suscitando fiducia e amicizia, sono la caratteristica abituale di quella comunità di adolescenti, giovani e adulti. L’obiettivo verso il quale si tendeva sempre, nella misura del possibile, era “la conquista del cuore”. È meraviglioso! Se si pensa a ciò che questo può significare in un vero evangelizzatore ed educatore!
  • Sappiamo anche che per Don Bosco la qualità dell’ambiente educativo, che si doveva offrire e costruire insieme con i ragazzi a Valdocco, costituiva l’accompagnamento più efficace per ciascuno, qualsiasi fosse la situazione nella quale si incontrava.
  • Nella sua azione educativa Don Bosco cerca di comprendere i ragazzi, rendersi conto dei loro bisogni e desideri giovanili; così il giovane in questa relazione educativa si sente compreso, accolto, sostenuto e amato.
La fiducia dei ragazzi nel loro amico, educatore e padre, fa sì che aprano il loro cuore e accettino di percorrere con lui strade, che facciano scoprire loro cose nuove ed attraenti.
Un esempio di grande rilievo e allo stesso tempo illuminante è offerto dalla resistenza iniziale del giovane Michele Magone – così come lo narra lo stesso Don Bosco – che non trova gusto se non nel cantare, gridare, correre e saltare[26], fino a quando non giunge a una “crisi” che lo sconvolge, e a un mutamento grazie alla conversione del cuore[27] che gli fa sperimentare una grande allegria e un cammino spirituale inatteso.
Per tutto questo affermiamo che «Don Bosco è modello: egli tende a identificare in sé l’educatore, il confessore e il direttore spirituale; insiste sull’accoglienza affettuosa, sulla bontà, sulla magnanimità e la cura dei particolari, sull’intensità dell’affetto dimostrato in modo che i giovani si affidino e si confidino e collaborino all’azione formativa con un’obbedienza pronta e cordiale»[28].
Tutto questo si realizza attraverso una pedagogia di processi così comune nella tradizione spirituale. «La vita cristiana si vive in modo progressivo, secondo distinti gradi di profondità e di pienezza, ed è costantemente aperta ad una crescita sempre maggiore»[29].
– Secondo processi che non devono essere forzati né dal di dentro né dall’esterno.

– Fino a prendere coscienza del processo e a farlo proprio, dato che è lo Spirito che lo scatena in ognuno.

IV. IN VISTA DI QUALE AZIONE PASTORALE?
Un discernimento vocazionale come suggerisce Papa Francesco.
Credo che tutto quello che abbiamo detto finora offra suggerimenti e piste pastorali con cui dobbiamo confrontarci. E il fatto che lo stesso documento di preparazione al Sinodo dei Vescovi inviti all’azione pastorale, mi permette di suggerire alcune linee alle quali prestare attenzione. Lo stesso testo al quale mi sono appena riferito invita a «mettere a fuoco che cosa comporta prender sul serio la sfida della cura pastorale e del discernimento vocazionale»[30].

Prendere sul serio queste sfide con sguardo salesiano potrebbe tradursi nelle seguenti considerazioni:

1. Avere la consapevolezza che questo è il tempo favorevole e dobbiamo continuare a camminare con i ragazzi e le ragazze, con i giovani e le loro famiglie, con i papà e le mamme che hanno bisogno e accettano di percorrere queste strade in compagnia, invece di percorrerle in una dura solitudine nella quale non si sentiranno mai a loro agio.

Lo scriveva Don Vecchi anni fa nella sua lettera “Ecco il tempo favorevole”[31]. Papa Francesco l’ha commentato in tempi diversi nella sua Esortazione Apostolica e in questo stesso documento preparatorio al Sinodo; anche tanti di noi lo sanno per la propria esperienza educativa pastorale, e io stesso l’ho manifestato con forte convinzione nel motivare questa strenna. Così scriveva Don Vecchi: «le conversazioni individuali con i giovani hanno fatto emergere quanto il pensiero di seguire Cristo radicalmente si affacci nella loro anima. Ma sovente li trova impreparati per una risposta e, secondo quanto già altre volte si è commentato, li trova insicuri di fronte alle possibilità reali di trovare spazi, sulla misura delle loro attese, nei quali esprimere una tale vocazione per tutta la vita»[32].

2. Coltivare in ogni momento una cultura vocazionale, anche in contesti culturali che possano sembrarci difficili.
Questa espressione fu utilizzata per la prima volta da Papa Giovanni Paolo II nel messaggio della XXX Giornata Mondiale per le vocazioni.
Come educatrici, educatori ed evangelizzatori ci proponiamo di aiutare i giovani ad affrontare la vita, il presente e il futuro, con una profonda conoscenza di sé, e con un atteggiamento di disponibilità e di generosità nell’ascoltare la voce di Dio in ciascuno, accompagnandoli nel loro cammino verso un progetto di vita personale e consistente.
Questo non si riferirà solo ad alcuni, come se si trattasse di una élite, ma è un invito e una chiamata di Dio stesso per il cammino di ogni persona verso il suo pieno sviluppo.
Desideriamo che i giovani possano scoprire un modo di vivere e di sognare la loro vita nel quale maturino valori come la gratuità e la donazione, l’apertura agli altri e l’apertura a Dio. Vogliamo aiutare questi giovani, e ogni persona che si trova in cammino, a scoprire che la vita può essere compresa come dono e compito[33], e che ciò li renderà felici. Scoprire che di fronte alle tendenze culturali dominanti che veicolano messaggi secondo i quali l’unica cosa importante è il proprio io, una alternativa significativa consiste nel comprendere la vita come dono, secondo un progetto di vita che ciascuno senta “fatto alla sua misura e secondo le sue possibilità” e nel quale si senta felice, come risposta al senso della sua vita dalla prospettiva di Dio e degli altri.

Vogliamo questo per tutti i giovani, sempre con grandissimo rispetto verso le loro persone, e sollecitando la loro libertà mentre camminiamo insieme.

3. Favorire un intenso clima spirituale che costituisca il grande aiuto per il rapporto personale con Gesù. Le mie visite ai cinque continenti rendono sempre più profonda la mia convinzione che nel mondo la grande maggioranza dei “nostri” giovani, quelli con i quali ci incontriamo ogni giorno, si dimostrano aperti se noi presentiamo loro e testimoniamo a loro il Dio che ci abita, che abita la nostra persona e nel cui nome viviamo per loro.
Credo sinceramente che, se qualche volta mancano i “risultati” della nostra azione pastorale, questo può essere dovuto al fatto che noi stessi non abbiamo il coraggio di essere più decisi nelle proposte. Forse, per paura di venir respinti, scegliamo di rimanere nel “tiepido cammino” che offre proposte che non scomodano nessuno.
Sono sempre più convinto che i nostri giovani in tutto il mondo hanno sete di spiritualità, sete di trascendenza, sete di Dio, anche se a volta non sanno come esprimerlo e come chiederci una risposta. Con Don Bosco i giovani imparavano a sentire e a vivere, quasi in modo spontaneo, che Dio li amava e che aveva per ognuno di loro un progetto di felicità e di vita piena.
Il progetto di Dio per ognuno dei suoi figli e delle sue figlie non è mutato. Rimane sempre lo stesso. Questo clima spirituale è, perciò, più necessario che mai e si coltiva attraverso il rapporto personale con Dio e con i fratelli, si alimenta con la preghiera condivisa con i giovani, con la celebrazione della fede nei sacramenti.

Si alimenta con l’ascolto, nel silenzio accogliente della Parola, nel dialogo e condivisione di essa. E si alimenta con la devozione mariana e con un forte sentimento ed esperienza di amore nei confronti della Madre, Maria Ausiliatrice.

4. Offrire questa opportunità a tutti i giovani e a tutte le persone che lo chiedono, senza escludere nessuno, poiché in ciascuno opera lo Spirito Santo.
Crediamo che la vocazione di ogni persona è iniziativa di Dio. «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). Poiché la vocazione di ogni persona è una chiamata e un dono che si riceve, nessuno può ispirarla o farla nascere se non Dio stesso. Però dobbiamo accompagnarla con un cammino attraverso il quale la fede diventa il più possibile personale; un cammino nel quale si cresce nella interiorità e nell’incontro con Gesù il Signore.
La chiamata che Gesù rivolge al giovane ricco e la risposta di questi ci fanno capire che non basta essere entusiasti e onesti per rispondere affermativamente all’appello da parte di Dio. Per rispondere a questa chiamata la dimensione etica e morale della persona ha bisogno, in primo luogo, della dimensione spirituale e della fede.

Se si vive questa dimensione, i giovani potranno sentire quella chiamata come progetto di vita e sogno di Dio su ognuno di loro, e diverrà possibile l’accompagnamento verso ogni tipo di cammino vocazionale: per la vita cristiana laicale, per la vita consacrata, il ministero presbiterale, la secolarità consacrata …

5. Proporre una spiritualità che favorisce una visione unitaria della vita. È un tratto che dovrebbe essere connaturale alla nostra spiritualità salesiana della “unione con Dio”, che abbiamo ricevuto come patrimonio spirituale da Don Bosco.
Parliamo di una spiritualità nella quale si uniscono strettamente il Dio che si dona gratuitamente, l’incontro personale con Cristo e la libertà con la quale ogni persona risponde nella fede allo Spirito che agisce in ciascuno.

Don Bosco, grande maestro nello spirito per i giovani, visse con loro una spiritualità che era, in primo luogo, educativa e li aiutava a vivere in modo naturale un cammino che li conduceva a una maturità spirituale per la quale «la presenza di Dio diviene così “naturale” come il respirare, dormire o pensare. È un dinamismo che non si riferisce solo all’aspetto “religioso” ma che interessa tutta la vita»[34].

6. Testimoniare la gioia con la quale si vive.
I giovani che sognano di vivere la loro vita cristiana in modo autentico, e si domandano che cosa attende Dio da loro, vogliono vedere il nostro entusiasmo e sperimentarlo anche personalmente.

«Nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (Gv 16,22), dice il Signore. Il che è possibile quando noi stessi, i giovani, gli adulti, i papà e le mamme che sono in ricerca, abbiamo vissuto l’esperienza dell’incontro del Signore con noi. E quella esperienza deve tradursi nella gioia di vivere, nell’ottimismo con il quale andiamo incontro a ogni giornata, nel coraggio sereno con cui affrontiamo i problemi e i momenti difficili. Non vi è nulla di più distante dal Dio che riempie la vita di un’esistenza segnata dalla delusione, senza vivacità, demotivata. È questo il motivo per il quale ho manifestato ripetutamente in queste pagine che nell’accompagnare altri nel discernimento di vita e di vocazione dobbiamo essere punti di riferimento significativi e credibili. Diversamente si finirà per compiere una funzione che non lascia nessuna traccia duratura, che valga la pena, nella vita delle persone.

7. Nella logica del “vieni e vedi[35]
È chiaro che i giovani dei cinque continenti ai quali mi sono riferito, affascinati da Cristo, seguiranno le strade che li attraggono. Come afferma Don Vecchi nel testo già citato, i giovani non saranno affascinati dalle nostre opere e organizzazioni, dalle nostre strutture e neanche dal nostro lavoro. Al massimo potranno dedicare un tempo, forse alcuni anni, all’animazione e al servizio, ma se non arrivano a scoprire la profondità e il fascino che suscita Gesù Cristo, prima o poi andranno in cerca di qualcosa d’altro, che li appaghi di più. La stessa cosa vale, in ugual misura, per i religiosi, le religiose e i giovani sacerdoti. Perciò l’esperienza di valori come la fraternità evangelica nel nome di Gesù, lo spirito di famiglia, che sentiamo “così nostro”, il clima di affetto familiare, la preghiera e la testimonianza condivisa delle piccole o grandi cose che si vivono, costituirà ciò che dà significato alle ricerche personali e al “sì” come risposta alla chiamata di Dio. Si tratta di quel “di più” che attira, «quel “di più” che è incluso nella profezia, nella significatività, nella radicalità; o in quella che si può chiamare “l’esperienza calda”, dalla quale sorgono intuizioni e voglia di impegnare la vita»[36].
L’aspetto che mancherebbe nella presentazione di questo “vieni e vedi” è l’essere consapevoli, per qualsiasi tipo di discernimento vocazionale nella Chiesa, che la testimonianza silenziosa e il silenzio vocazionale non sono sufficienti per far sì che la vocazione suscitata da Dio diventi concreta. L’invito personale e la proposta di cammini idonei per ciascuno devono formar parte del “vieni e vedi”.
8. Con un accompagnamento in stile salesiano, che non è solo individuale né intimista ma anche comunitario.
Nel nostro stile salesiano quando parliamo di accompagnamento non ci riferiamo solo al dialogo individuale, ma ad una realtà molto più ampia e ricca, che aiuta la persona, in modo particolare il giovane, a interiorizzare i valori e le esperienze vissute. Tra queste hanno una grande importanza quelle di servizio agli altri e di solidarietà in favore dei più bisognosi.
Come avveniva già con Don Bosco, l’accompagnamento parte da un ambiente educativo nel quale si favoriscono l’interiorizzazione delle proposte e la crescita personale e vocazionale.

Oltre ai momenti di dialogo personale e sistematico, sono decisivi in questo cammino gli incontri brevi e occasionali, semplici e familiari con altre persone, membri della comunità cristiana, del gruppo di fede, o delle stesse comunità religiose.

V. IN COMPAGNIA DELLA SAMARITANA
Desidero concludere questo commento immaginando che la Samaritana, così come andò all’incontro dei suoi compaesani e parlò loro di Colui che l’aveva affascinata e l’aveva aiutata a incontrarsi con se stessa, nella sua verità più profonda, forse prenderebbe anche noi per mano e:
  1. Ci condurrebbe al pozzo di Giacobbe, pozzo dell’incontro con Gesù che le ha fatto capire che Egli non si ferma davanti alle nostre resistenze e al nostro rimanere ancorati a spazi di confort e di sicurezza davanti a ciò che non conosciamo, ma ci rimane vicino finché ci porta a scoprire la nostra sete più profonda.
  2. Ci inviterebbe a non lasciare che niente e nessuno soffochi o freni i nostri ideali più profondi, l’ideale che ci riempì di entusiasmo all’inizio del cammino vocazionale missionario, o della vita matrimoniale, della consacrazione religiosa, del ministero presbiterale o della consacrazione laicale.
  3. Ci proporrebbe sicuramente di fare tutto il possibile per essere sempre aperti al “dono”, che ci viene da Dio; dono che non riusciamo mai a scoprire completamente, e che non gustiamo in forma piena a causa dei nostri limiti.
  4. Ci convincerebbe, a partire da quello che lei stessa ha vissuto, dell’importanza di accompagnarci a vicenda, di orientarci e sostenerci nella fede.
  5. E ci confiderebbe come lei stessa ha imparato da Gesù a essere più umana, e forse anche un po’ più “esperta in umanità”, cosa che costituisce per noi una sfida permanente.
Come Maria, che ha vissuto la novità dell’Annunciazione, l’incontro con un Dio “personale” che ha bussato con tanta delicatezza alla porta della sua libertà rendendo fecondo ciò che umanamente non sarebbe stato possibile, anche noi siamo invitati a interrogarci sulla nostra fede, sul nostro “abbandonarci” in Dio, che è perenne novità di vita, e a lasciarci portare dallo Spirito.
Il Signore ci aiuti a percorrere questo cammino e a aiutare i giovani a percorrerlo.
Che la nostra Madre ci conceda la grazia di essere mediazione autentica della parola del Signore, che risuona, non sempre in modo immediatamente comprensibile, nel cuore di ogni giovane, nei matrimoni, nelle famiglie, in tutti coloro che sono in ricerca.

Invocando la Mediazione dell’Ausiliatrice presso il suo Figlio e la protezione di Don Bosco e di tutti i membri della nostra Famiglia, che sono già sulla strada della santità, vi saluto e vi auguro ogni bene

Ángel Fernández Artime
Rettor Maggiore
NOTE
[1] Sinodo dei Vescovi. XV Assemblea Generale Ordinaria, I giovani, la Fede e il Discernimento Vocazionale. Documento Preparatorio e questionario, Elle Di Ci, Torino 2017, p. 22-23. D’ora in poi citato come DP.
[2] EG, 171.
[3] EG, 169.
[4] «In ogni giovane … avvi un punto accessibile al bene e dovere primo dell’educatore è di cercar questo punto, questa corda sensibile del cuore». Cf. MB V, 367 e 266, citazione da CG 23, N.º 151.
[5] DP, p. 33.
[6] MB VI, 438-439.
[7] LF, 53.
[8] Cf. CG 23, 95.
[9] DP, p. 42.
[10] Ibid.
[11] DP, p. 39.
[12] DP, p. 36.
[13] Paolo VI, Lettera enc. Ecclesiam suam (6 agosto 1964), 19: AAS 56 (1964), 632, citato in EG, 51.
[14] Cf. DP, p. 45-46.
[15] Cf. DP, p. 46-47.
[16] Cf. DP, p. 47-48.
[17] DP, p. 48.
[18] AL, 37.
[19] Cf. DP, p. 50.
[20] L. Arrieta, Aquel que acompaña sale al encuentro y regala preguntas de vida para andar el camino (Apuntes provisionales). Simposio CCEE, Barcelona, 2017, 11. Si veda anche P. Chávez Villanueva, Lettera del Rettor Maggiore. “Venite e vedrete” (Gv 1,39). La necessità di convocare, in ACG 409 (2011), p. 33-36; M. A. García, L’accompagnamento personale nella proposta educativo-pastorale salesiana, pp. 261-282, in F. Attard-M. A. García (a cura di), L’accompagnamento spirituale, Elle Di Ci, Torino 2014, 349.
[21] Giovanni della Croce, Fiamma viva d’amore 3,46 in F. Attard-M. A. García (a cura di), L’accompagnamento spirituale, Elle Di Ci, Torino 2014, 268.
[22] R. Sala, Pastorale Giovanile 1, Evangelizzazione e educazione dei giovani, LAS, Roma 2017, p. 391.
[23] Vi invito a riferirvi alla abbondante e ricca letteratura salesiana esistente; evidenzio in particolare: A. Giraudo, Direzione spirituale in San Giovanni Bosco, in F. Attard-M. A. García (a cura di), L’accompagnamento spirituale, Elle Di Ci, Torino 2014, pp. 148-172; P. Chávez, Lettera del Rettor Maggiore, “Venite e vedrete” (Gv 1, 39). La necessità di convocare. o.c., pp. 9-16; J. E. Vecchi, Spiritualità Salesiana. Elle Di Ci, Torino, pp. 22-36, 117-124, 173-174; Dicastero per la Pastorale Giovanile Salesiana, La Pastorale Giovanile Salesiana. Quadro di Riferimento, Roma 2014, 3 ediz., pp. 24-25, 78-103,114-117; E. Alburquerque (coord.), Espiritualidad Salesiana. 40 palabras clave, CCS, Madrid, 77-82.
[24] A. Giraudo, o.c., p. 149.
[25] Ibid.
[26] G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele allievo dell’Oratorio di San Francesco di Sales. Seconda edizione. Tipografia dell’Oratorio di San Francesco di Sales, Torino 1866, 15.
[27] Ibid., 16-24.
[28] A. Giraudo, o.c., p. 160.
[29] S. de Fiores: Itinerario espiritual, in S. de Fiores – T. Goffi – A. Guerra (coord.), Nuevo Diccionario de Espiritualidad, Paulinas, Madrid, 2004, p.755.
[30] DP, p. 53.
[31] J. E. Vecchi, Lettera del Rettor Maggiore, Ecco il tempo favorevole, ACG 373 (2000), pp. 3-49; Cf. anche P. Chávez Villanueva, Lettera del Rettor Maggiore, “Venite e vedrete” (Gv 1,39). La necessità di convocare, o.c., pp. 3-47.
[32] J. E. Vecchi, o.c., p. 10.
[33] Cf. P. Chávez Villanueva, o.c., pp. 19-20.
[34] M. A. García Morcuende, La educación es cosa de corazones. PPC, Madrid 2017, p. 109.
[35] Cf. Gv 1,39 e J. E. Vecchi, o.c., p. 25-26.
[36] J. E. Vecchi, o.c., p. 26.
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