Exallievi ed Exallieve di Don Bosco - Puglia

Strenna 2011

Don Pasqual Chávez

Strenna 20112018-09-07T13:47:31+00:00

STRENNA 2011

«Venite e vedrete»
(Gv 1,39)

La necessità di convocare

Carissimi fratelli e sorelle, membri tutti della Famiglia Salesiana ed amici di Don Bosco,

vi saluto con il grande affetto e la stima che nutro per ciascuno di voi augurandovi un anno nuovo ricolmo delle benedizioni che il Padre ha voluto darci nella incarnazione del suo Figlio.
Vi scrivo per presentare la Strenna del 2011, con la certezza di farvi un dono gradito, sia per il valore che la Strenna come tale ha nella nostra tradizione salesiana dai tempi di Don Bosco, sia per il tema scelto che interessa la nostra vita, la nostra missione e la nostra capacità di aiutare a scoprire che la vita è vocazione, sia pure per il momento che viviamo come Chiesa e Famiglia Salesiana, soprattutto in Occidente.
Dopo la Strenna del 2010, “Signore, vogliamo vedere Gesù”, sull’urgenza di evangelizzare, mi è sembrata la cosa più logica e naturale fare un accorato appello a tutta la Famiglia Salesiana a sentire, insieme a noi SDB, la necessità di convocare. Infatti, noi salesiani
sentiamo oggi più forte che mai la sfida di creare una cultura vocazionale in ogni ambiente, in modo che i giovani scoprano la vita come chiamata e che tutta la pastorale salesiana diventi realmente vocazionale. Ciò richiede di aiutare i giovani a superare la mentalità individualista e la cultura dell’autorealizzazione, che li spinge a progettare il futuro senza mettersi in ascolto di Dio; ciò domanda pure di coinvolgere e formare famiglie e laici. Un impegno particolare deve essere messo nel suscitare tra i giovani la passione apostolica. Come Don Bosco siamo chiamati a incoraggiarli ad essere apostoli dei loro compagni, ad assumere varie forme di servizio ecclesiale e sociale, a impegnarsi in progetti missionari. Per favorire un’opzione vocazionale di impegno apostolico, a tali giovani si dovrà proporre una vita spirituale più intensa e un accompagnamento personale sistematico. È questo il terreno in cui fioriranno famiglie capaci di autentica testimonianza, laici impegnati ad ogni livello nella Chiesa e nella società ed anche vocazioni per la vita consacrata e per il ministero”.
Evangelizzazione e vocazione, cari fratelli e sorelle, sono due elementi inseparabili. Anzi, criterio di autenticità di una buona evangelizzazione è la sua capacità di suscitare vocazioni, di maturare progetti di vita evangelica, di coinvolgere interamente la persona di coloro che sono evangelizzati, sino a renderli discepoli ed apostoli.
Un dato storico della vita di Gesù, confermato da tutti i quattro evangelisti, è che, sin dall’inizio della sua attività evangelizzatrice (cf. Mc 1,14-15), Gesù chiamò alcuni a seguirlo (cf. Mc 1,16-20; Mt 4,18-19; Lc 5,10-11; Gv 1,35-39). Questi suoi primi discepoli divennero così «compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto fra noi, cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi assunto in cielo» (At 1,21-22).
La vocazione di questi primi discepoli, secondo il Vangelo di Giovanni, è frutto di un incontro personale che suscita in essi un’attrazione, un fascino che trasforma la loro mente e soprattutto i loro cuori, riconoscendo in Gesù Colui nel quale si realizzano le attese più profonde, le profezie, il Messia atteso. Questa esperienza li collega talmente alla persona di Gesù che lo seguono con entusiasmo e comunicano ad altri la loro esperienza invitandoli a condividerla, incontrandosi con Gesù personalmente. Il Vangelo di Luca parla anche del gruppo di donne che accompagna e assiste il Signore (cf. Lc 8,1-3) il che vuol dire che Gesù aveva delle donne tra i suoi discepoli, alcune delle quali saranno testimoni della sua morte e resurrezione (cf. Lc 23,55-24,11.22).
Perciò, cari fratelli e sorelle, vi invito ad essere per i giovani vere guide spirituali, come Giovanni Battista che addita Gesù ai suoi discepoli dicendo loro: “Ecco l’Agnello di Dio!” (Gv 1,36). In tale modo essi gli andranno dietro, al punto che Gesù rendendosi conto che alcuni lo seguono si rivolgerà loro direttamente con la domanda: “Che cercate?”, ed essi, presi dal desiderio di conoscere in profondità chi sia questo Gesù, gli domanderanno: “Rabbi, dove abiti?” (Gv 1,38). Ed Egli li inviterà, come i primi discepoli, a fare una esperienza di convivenza con lui: “Venite e vedrete”. Qualcosa di immensamente bello essi avranno sperimentato dal momento in cui “andarono, videro dove abitava e quel giorno rimasero con lui” (Gv 1,39).

Ecco una prima caratteristica della vocazione cristiana: un incontro, un rapporto personale di amicizia che riempie il cuore e trasforma la vita. Questo incontro trasformante è la fede che, animata dalla carità, rende i credenti e le comunità cristiane propagatori della Buona Novella del Vangelo di Gesù. Così lo esprime Paolo nella lettera alla comunità di Tesalonica: “Avendo accolto la Parola, voi siete diventati un modello per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia; per mezzo vostro la Parola del Signore si è diffusa dappertutto” (cf. 1 Ts 1, 7-8). Siamo, dunque, chiamati a rinnovare in noi questo dinamismo vocazionale: comunicare e condividere l’entusiasmo e la passione con cui stiamo vivendo la nostra vocazione, in modo tale che la nostra vita diventi essa stessa proposta vocazionale per gli altri. Proprio come fece Don Bosco, che più che campagne vocazionali seppe creare a Valdocco un microclima dove crescevano e maturavano le vocazioni, formando un’autentica cultura vocazionale in cui la vita è concepita e vissuta come dono, come vocazione e missione, nella diversità delle opzioni.

1. Tornare a Don Bosco
Invitati a ripartire da Don Bosco per capire sempre meglio e poter assumere con più fedeltà la passione che ardeva nel suo cuore e lo spingeva a cercare la gloria di Dio e la salvezza delle anime, imitiamolo nella sua instancabile operosità nel promuovere vocazioni al servizio della Chiesa, frutto il più prezioso della sua opera di educazione ed evangelizzazione, di formazione umana e cristiana dei giovani. La sua esperienza e i suoi criteri e atteggiamenti potranno illuminare e orientare il nostro impegno vocazionale.
Don Bosco, pur operando con instancabile generosità nel promuovere varie forme di vocazioni nella Chiesa, chiamava alcuni giovani a stare per sempre con lui. Anche per noi la proposta della vocazione consacrata salesiana, rivolta ai giovani, fa parte della fedeltà a Dio per il dono ricevuto. A ciò ci spinge il desiderio di condividere la gioia di seguire il Signore Gesù, rimanendo con Don Bosco, per dare speranza a tanti altri giovani del mondo intero”.
Don Bosco visse, non lo dimentichiamo, in un ambiente poco favorevole e per alcuni versi contrario allo sviluppo delle vocazioni ecclesiastiche. Il nuovo regime costituzionale del Regno Sardo, con le conseguenti libertà di stampa, di coscienza, di culti, e la potenziale “de-confessionalizzazione” dello Stato, aveva prodotto un crescente dissenso con la Chiesa. La libertà di culto e l’attiva propaganda protestante disorientavano il popolo semplice, presentando un’immagine negativa della Chiesa, del Papa, vescovi e sacerdoti. Si era creato nel popolo e soprattutto tra i giovani un clima nazionalista impregnato delle idee liberali e anticlericali.
Lo stesso Don Bosco scriveva ricordando quei tempi: “uno spirito di vertigine si levò contro agli ordini religiosi, alle Congregazioni ecclesiastiche; di poi in generale contro al clero e a tutte le autorità della Chiesa. Questo grido di furore e di disprezzo per la religione traeva seco la conseguenza di allontanare la gioventù dalla moralità, dalla pietà; quindi dalla vocazione allo stato ecclesiastico. Perciò niuna vocazione religiosa e quasi nessuna per lo stato ecclesiastico. Mentre gli istituti religiosi si andavano man mano disperdendo, i preti erano vilipesi, taluni messi in prigione, altri mandati a domicilio coatto, come mai umanamente parlando era possibile coltivare lo spirito di vocazione?”.

Ma guardate, cari fratelli e sorelle, come reagisce Don Bosco. Egli non si perde in lamenti, ma subito s’industria per raccogliere e coltivare le vocazioni e promuovere la formazione di giovani chierici rimasti senza seminario, curare quei ragazzi di buona indole e avviarli alla carriera ecclesiastica. Nell’Oratorio, assieme ai giovani lavoratori, orfani, Don Bosco accoglie molto presto ragazzi e giovani di animo buono che mostrano segni per avviarsi al sacerdozio e alla vita religiosa. Si dedica con attenzione e priorità alla loro formazione, una formazione attiva e pratica con un accompagnamento personale e in un ambiente di forte valenza spirituale e apostolica. Dagli anni ’60 la sezione “studenti” dell’Oratorio di Valdocco viene considerata una fattispecie di seminario. Lo stesso Don Bosco scrive nelle Memorie dell’Oratorio “che la casa dell’Oratorio per quasi 20 anni diviene il seminario diocesano”. Stando a quanto scrive don Braido, tra il 1861 al 1872 entrarono nel Seminario di Torino 281 giovani provenienti dall’Oratorio.

Come attua Don Bosco questo impegno per promuovere vocazioni?

Innanzitutto Don Bosco faceva speciale attenzione a scoprire i possibili segni di vocazione nei giovani con i quali entrava in contatto quando andava a predicare nelle chiese dei vari paesi e nei giovani raccolti nell’Oratorio di Valdocco. Egli nota che, in mezzo alla massa dei suoi giovani, in alcuni emergono le condizioni per una proposta vocazionale, finora nascoste da un’incrostazione di grossolanità e d’ignoranza. Questi poveri oratoriani infatti uniscono alla buona condotta uno svegliato ingegno; li mette dunque alla prova come animatori tra i compagni e li studia con un accompagnamento speciale da parte sua. Perché Don Bosco non rimane in attesa di uno sviluppo quasi meccanico della vocazione, sa per esperienza che la mobilità giovanile la può mettere in serio pericolo. Perciò collabora attivamente col dono di Dio creando un ambiente adatto, mantenendovi un clima spirituale rispondente alle esigenze di sviluppo della vocazione, e impegnandosi ad essere animatore e guida di coloro che riscontra chiamati da Dio alla vita sacerdotale e religiosa o alla cooperazione salesiana nella diversità delle sue espressioni.

1. Il primo impegno di Don Bosco è quello di formare un ambiente, oggi diremmo una cultura, in cui la proposta vocazionale possa essere favorevolmente accolta e giungere a maturazione.
  • Un ambiente di familiarità nel quale Don Bosco condivide tutto con i giovani. Sta con loro nel cortile, li ascolta, promuove un clima di gioia, di festa e di fiducia che apre i cuori e fa che i giovani si sentano come in famiglia. La gioia che si sprigionava da tutta la persona di Don Bosco mentre svolgeva il suo apostolato sacrificato ed entusiasta era già in se stessa una proposta vocazionale. I giovani a contatto con Don Bosco nella vita quotidiana facevano la grande ed esaltante esperienza di essere e di sentirsi davvero membri di una famiglia, imparando ad aprire i loro cuori ed a guardare il futuro con ottimismo e speranza.
  • Questo clima di gioia e di famiglia è alimentato da una forte esperienza spirituale. La visione religiosa del mondo che Don Bosco possiede e che unifica la sua multiforme attività contagia quasi spontaneamente i giovani che imparano a vivere alla presenza di Dio. Un Dio che li ama ed ha per ognuno di loro un progetto di felicità e di vita piena. Si crea nell’Oratorio un clima spirituale che orienta al rapporto interpersonale con Dio e con i fratelli e permea tutta la vita. Questo clima si alimenta di una semplice ma costante pietà sacramentale e mariana. La preghiera che orienta i giovani ad un rapporto personale di amicizia con Gesù e con Maria e l’adeguata esperienza sacramentale che sostiene e stimola lo sforzo di crescita nella vita quotidiana, costituiscono la prima risorsa per coltivare e maturare le vocazioni.
  • Una terza caratteristica dell’ambiente creato da Don Bosco era la dimensione apostolica. Dall’inizio Don Bosco coinvolge i giovani, in particolare quelli che presentano segni vocazionali, ad accompagnarlo nella sua opera di educazione e di catechesi. Affida loro alcuni compagni più discoli perché, facendosi loro amici, li aiutino a inserirsi positivamente nell’ambiente e nella vita dell’Oratorio. In questo modo i giovani imparano a lavorare per gli altri con grande impegno e totale disinteresse. Imparano pure a rendere se stessi sempre più disponibili e aperti alle esigenze dell’apostolato, maturando le proprie motivazioni e facendo ogni cosa per la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Don Bosco, con un accompagnamento attento e costante, procura che questo servizio di apostolato tra i compagni, vissuto con entusiasmo e disponibilità, mentre esprime la sua efficacia portando sulla via del bene coloro ai quali si rivolge, diventi pure una concreta “proposta” di vita per quei giovani che lui stesso aveva scelti. In questo clima nascono e si sviluppano le Compagnie, considerate da Don Bosco un’esperienza chiave dell’ambiente e della proposta educativa dell’Oratorio.
2. Insieme all’ambiente, Don Bosco offre a giovani ed agli adulti, che cercano un orientamento per la loro vocazione, un fedele accompagnamento spirituale. Il luogo naturale in cui Don Bosco offre l’aiuto della direzione spirituale è il confessionale, ma non solo: Don Bosco propone e facilita in vari modi possibilità di incontro e di colloquio tra i “figli di famiglia” e il “padre”, offrendo a tutti un’esperienza profonda di educazione e di direzione spirituale. La sua azione si modula diversamente ed in maniera personalizzata a seconda che si tratti di giovani o adulti, aspiranti alla vita ecclesiastica, alla vita religiosa o semplicemente alla vita di buon cristiano e onesto cittadino. Ugualmente la sua azione di accompagnamento si rende particolare e attenta nel seguire Cooperatori, Figlie di Maria Ausiliatrice, Salesiani, ecc.
Uno dei tratti che maggiormente colpisce quando si osserva Don Bosco agire come direttore di spirito, è il discernimento e la prudenza che rivela quando consiglia in merito alla vocazione. Sebbene in quel tempo alla Chiesa mancassero dei pastori e a lui stesso urgessero collaboratori, don Rua testimonia, con giuramento, che “giammai consigliava ad entrarvi (nella vita sacerdotale o religiosa) chi non ne avesse i necessari requisiti… Di varii ho saputo che li dissuase malgrado il loro desiderio”.
Sempre mosso da prudente discernimento, si dà da fare per indurre a riflettere coloro che, pur avendone le doti, non avevano mai pensato a divenire sacerdoti o religiosi. Don Bosco poco alla volta poneva loro sotto gli occhi alcune considerazioni che li aiutassero a ripensare la loro opzione, e nessuno di essi è stato mai scontento di aver seguito il suo consiglio.

La direzione spirituale di Don Bosco è tutta illuminata dal “dono del consiglio” che lo abilita a orientare con sicurezza coloro che a lui si rivolgono.

3. L’intensissimo lavoro che Don Bosco svolge a favore delle vocazioni è sostenuto da un intenso amore alla Chiesa: egli impegna tutte le sue forze, con totale dedizione, per procurare il suo bene. È proprio questo amore alla Chiesa che ci permette di comprendere l’importanza che dava all’attività apostolica di promozione delle vocazioni e la sua insistenza perché tutti concordemente lavorassero e si impegnassero per procurare alla Chiesa il grande tesoro che rappresentano le vocazioni. Così era solito dire: “Noi regaliamo un gran tesoro alla Chiesa quando procuriamo una buona vocazione; che questa vocazione o questo prete vada in diocesi, nelle missioni o in una casa religiosa non importa. È sempre un gran tesoro che si regala alla Chiesa di Gesù Cristo”. La visione del bene di tutta la Chiesa non lo lascia mai, neppure quando spende le sue forze, il suo tempo, i mezzi finanziari che gli costano tante fatiche, né quando impiega il suo scarso personale o le sue Case.
“Accorrete, accorrete presto a salvare quei giovani …”. L’appello di Don Bosco morente può ritenersi rivolto non solo ai presenti in quel momento nella sua camera, ma a tutta la Famiglia Salesiana in generale. Un appello che urge ed urgerà sempre, perché i giovani di tutti i tempi hanno bisogno di “salvezza”.
Quest’invito Don Bosco morente lo rivolge anche a noi. È un invito a rimboccarci le maniche ed a lavorare sodo perché attorno a noi sboccino, fioriscano e si consolidino, come già attorno a lui, numerose e valide vocazioni salesiane. Assumerlo richiede a ciascuno di noi di rinnovare la santa passione per la salvezza della gioventù che viveva lo stesso Don Bosco; questa passione ci renderà coraggiosi e ci farà superare il timore di non essere capiti o di essere emarginati o respinti da questo nostro mondo secolarizzato e dissacratore, che rifiuta la diversità, sopprime il soprannaturale ed emargina il credente.

Viviamo, dunque, senza paura uno stile di vita che contesta questo mondo e questa società che non permette lo sviluppo e la promozione integrale della persona umana; uno stile di vita che stimola a vivere con gioia ed entusiasmo la propria vocazione ed a proporre a giovani e adulti, uomini e donne, ragazzi e ragazze, la vocazione salesiana come risposta adeguata di salvezza a questo mondo di oggi, e come progetto di vita capace di contribuire positivamente al rinnovamento dell’attuale società. Così si esprime l’articolo 28 delle Costituzioni dei Salesiani di Don Bosco: “Siamo convinti che tra i giovani molti sono ricchi di risorse spirituali e presentano germi di vocazione apostolica. Li aiutiamo a scoprire, ad accogliere e a maturare il dono della vocazione laicale, consacrata, sacerdotale, a beneficio di tutta la Chiesa e della Famiglia salesiana”. Questo impegno è stato una finalità della Congregazione prima persino della sua approvazione e oggi acquista un’urgenza e necessità straordinaria (cf. Cost. 6), come ripetutamente ci ricorda la Chiesa.

2. Un’urgenza previa: creare e fomentare una cultura vocazionale
“È necessario promuovere una cultura vocazionale che sappia riconoscere e accogliere quell’aspirazione profonda dell’uomo che lo porta a scoprire che solo Cristo può dirgli tutta la verità sulla sua vita”11. Parlare di cultura vocazionale, come per primo ha fatto Giovanni Paolo II, è oggi non solo pertinente, ma pure urgente. Notiamo infatti che, a volte, c’è una frattura tra i gesti di persone, anche generose e bene ispirate, e la mentalità collettiva, tra iniziative personali ed espressioni sociali, tra la prassi e i suoi fondamenti. Così in Congregazione, come nella Famiglia Salesiana, notiamo che ci può essere un certo lavoro vocazionale da parte di singoli, cosiddetti delegati per le vocazioni, ma nello stesso tempo, nelle comunità o nei gruppi si percepisce che non esiste una vera cultura vocazionale.

La cultura infatti richiama non a gesti singoli, pur numerosi, ma ad una mentalità e ad un atteggiamento condiviso da un gruppo; riguarda non solo intenzioni e propositi privati, ma impiego sistematico e razionale delle energie di cui dispone la comunità. I contenuti di una cultura vocazionale, così intesa, riguardano tre aree: quella antropologica, quella educativa e quella pastorale. La prima si riferisce al modo di concepire e presentare la persona umana come vocazione; la seconda mira a favorire una proposta di valori congeniale alla vocazione; la terza fa attenzione al rapporto tra vocazione e cultura obiettiva e ne ricava conclusioni per il lavoro vocazionale.

La vita è vocazione
Sappiamo che a tutti gli interventi educativi e pastorali soggiace un’immagine dell’uomo, spontanea o riflessa. Il cristiano la va elaborando col vissuto, con lo sforzo razionale di capirne il senso e con l’illuminazione della fede. I tre elementi – vissuto personale, ricerca di senso e discernimento dalla fede – sono indispensabili e collegati fra loro. La rivelazione non va intesa come una sovrapposizione esterna all’esperienza ed alla sua comprensione umana, ma proprio come uno svelamento del suo senso più profondo e definitivo. Bisogna dunque in primo luogo superare un modo di pensare e di parlare della vocazione quasi fosse un surplus, uno stimolo soltanto per alcuni, un fatto funzionale al reclutamento per qualche stato di vita, piuttosto che un riferimento sostanziale alla realizzazione stessa della persona. La crisi delle vocazioni infatti può essere dovuta anche allo stile di vita che esse presentano. Ma più in profondità si deve a una visione dell’esistenza umana in cui la dimensione di “appello”, cioè di doversi realizzare in ascolto di un altro e in dialogo con lui, non solo è esclusa di fatto, ma non può nemmeno venir inserita in maniera significativa. Ciò avviene nelle visioni dell’uomo che mettono la soddisfazione dei bisogni dell’individuo al di sopra di tutto, proponendo l’autorealizzazione come unica meta dell’esistenza o concependo la libertà come pura autonomia. Tali sensibilità sono oggi diffuse, esercitano un certo fascino e anche quando non vengono assunte in maniera integrale, conformano i messaggi della comunicazione e influiscono sugli indirizzi educativi.

Un primo compito della cultura vocazionale è, allora, di elaborare e diffondere una visione dell’esistenza umana concepita come “appello e risposta”, quale considerazione conclusiva di una fondata riflessione antropologica. Verso tale conclusione portano l’esperienza del rapporto, l’esigenza etica che ne consegue, gli interrogativi esistenziali. Sono quindi queste le vie da percorrere per individuare alcuni contenuti della cultura vocazionale che ci preoccupa. La persona ha coscienza della propria singolarità. Comprende che la sua esistenza è esclusiva, qualitativamente diversa da altre, irriducibile al mondo. Le appartiene totalmente ma ha le caratteristiche di un dono, un fatto precedente ad ogni desiderio o sforzo.

Aperta agli altri e a Dio
Allo stesso tempo l’uomo avverte di essere parte di una rete di rapporti, non opzionali o secondari, tra i quali quello con le altre persone è immediatamente evidente e occupa un posto privilegiato. La prima cosa che la persona percepisce non è l’io con le sue potenzialità, ma l’interdipendenza con gli altri che richiedono di essere accettati nella loro realtà obiettiva e riconosciuti nella loro dignità. In questa ottica la responsabilità appare come capacità di percepire segnali che provengono dagli altri e darvi delle risposte. Si tratta di un appello etico perché comporta delle esigenze di responsabilità e di impegno. L’uomo si sveglia all’esistenza personale quando gli altri cessano di essere visti soltanto come mezzi di cui servirsi.
Una cultura vocazionale deve prevenire il giovane da una concezione soggettivistica che fa dell’individuo centro e misura di se stesso, che concepisce la realizzazione personale come difesa e promozione di sé, piuttosto che come apertura e donazione. E così pure da quelle concezioni che nel rapporto intersoggettivo rimangono imprigionate nel solo compiacimento, senza vederne il carattere etico. L’esperienza relazionale e la sua componente etica orientano già verso il Trascendente, perché in essi appare qualcosa di incondizionato e immateriale. Infatti, gli altri non richiedono solo di venire loro incontro con oggetti e strutture o di interagire con loro attraverso riflessi istintivi. Essi chiedono il riconoscimento del mistero della loro persona e postulano dunque rispetto, gratuità, amore, promozione di valori morali e spirituali.

Ma il richiamo alla trascendenza diventa più evidente quando la persona è capace di aprirsi agli interrogativi fondamentali dell’esistenza e ne coglie la densità reale. Appare allora la sua apertura all’Oltre, già intravisto nelle sue realizzazioni positive e nei suoi limiti. Capisce che non può fermarsi a ciò che le è immediatamente percepibile né circoscriversi all’oggi. La persona è un mistero infinito che solo Dio può spiegare e solo Cristo può appagare. Perciò è naturalmente spinta a cercare il senso della vita e a proiettarsi nella storia. Deve decidere il suo orientamento a lungo termine, avendo di fronte diverse alternative. E non può percorrere la propria vita due volte: deve scommettere! Nei valori che predilige e nelle scelte che fa si gioca il suo successo o il suo fallimento come progetto, la qualità e la salvezza della sua vita. Gesù lo esprime in forma molto chiara: “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. Infatti quale vantaggio c’è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita?” (Mc 8,35-36). Compito di una cultura vocazionale è di sensibilizzare all’ascolto di tali interrogativi, abilitare ad approfondirli. Compito di una cultura vocazionale è pure promuovere la crescita e le scelte di una persona in relazione al Bonum, al Verum, al Pulchrum, nell’accoglienza dei quali consiste la sua pienezza.

Vissuta come dono e come compito
Tutto questo richiede un approfondimento della vocazione come definizione che la persona dà alla propria esistenza, percepita come dono e appello, guidata dalla responsabilità, progettata con libertà. Il filone più fecondo per scoprire tale fondamento è la Scrittura, letta come svelamento del senso della vita dell’uomo. Nella Scrittura l’essere e i rapporti costitutivi della persona vengono definiti dalla sua condizione di creatura, il che non indica inferiorità o dipendenza, ma amore gratuito e creativo da parte di Dio.
L’uomo non ha in sé la ragione della propria esistenza né della propria realizzazione. La deve a un dono e lo gode rendendosene responsabile. Il dono della vita contiene un progetto; questo si va svelando nel dialogo con sé, con la storia, con Dio ed esige una risposta personale. Ciò definisce la collocazione dell’uomo rispetto al mondo e a tutti gli esseri che lo compongono. Questi non possono colmare i suoi desideri e quindi l’uomo non è loro sottomesso.
Un esempio tipico di questa struttura della vita è l’alleanza tra Dio e il suo popolo come viene presentata nella Bibbia. Essa è elezione gratuita da parte di Dio. L’uomo deve prenderne coscienza ed assumerla come progetto di vita, guidato dalla Parola che lo interpella e lo pone nella necessità di scegliere. In Cristo la verità sull’uomo, che la ragione coglie vagamente e che la Bibbia svela, trova la sua illuminazione totale. Cristo, con le sue parole ma soprattutto in forza della sua esistenza umano-divina, in cui si manifesta la coscienza di Figlio di Dio, apre la persona alla piena comprensione di sé e del proprio destino. In Lui siamo costituiti figli e chiamati a vivere come tali nella storia.
La vocazione cristiana non è una aggiunta di lusso, un complemento estrinseco per la realizzazione dell’uomo. È invece il suo puro e semplice compimento, l’indispensabile condizione di autenticità e pienezza, il soddisfacimento delle esigenze più radicali, quelle di cui è sostanziata la sua stessa struttura creaturale. Allo stesso modo l’inserirsi nella dinamica del Regno, a cui Gesù invita i discepoli, è l’unica forma di esistenza che risponde al destino dell’uomo in questo mondo e oltre. La vita si svolge così interamente come dono, appello e progetto.
Il prendere tutto ciò come base e ispirazione dell’azione, il diffonderlo in modo che diventi mentalità della comunità educativa pastorale e particolarmente degli operatori vocazionali con le relative conseguenze educative e pratiche costituisce la “cultura” di cui la pastorale ha urgente bisogno.
Ecco gli atteggiamenti di fondo che danno vita ad una cultura vocazionale e che noi vorremmo privilegiare:
  • La ricerca di senso. Il senso è la comprensione delle finalità immediate, a medio termine e soprattutto ultime degli eventi e delle cose. Il senso è pure intuizione del rapporto che realtà ed eventi hanno con l’uomo e con il suo bene. La maturazione del senso comporta esercizio della ragione, sforzo di esplorazione, atteggiamento di contemplazione e interiorità. Lo si va scoprendo in diversi ambiti: nella propria esperienza, nella storia, nella Parola di Dio. Tutto converge verso una saggezza personale e comunitaria che si esprime nella fiducia e speranza di fronte alla vita. “Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,28).
I tempi di maturazione del senso possono essere lunghi. Importante è non rinunciare e non chiudersi di fronte alla prospettiva di ulteriori e più ricche scoperte. La cultura contemporanea è percorsa da correnti che ignorano, quando non negano, ogni senso che trascenda l’esperienza immediata e soggettiva. Porta così ad una visione frammentata della realtà, che rende la persona incapace di padroneggiare i mille eventi del quotidiano, di andare al di là di quello che è epidermico o sensazionale. La maturità culturale comporta una sintesi, un quadro di riferimento al di là delle conoscenze singole, per riuscire ad orientarsi e non rimanere imprigionati dai fatti. La qualità della vita decade quando non è sostenuta da una certa visione del mondo. E con la qualità cadono le ragioni per impegnarla a servizio di cause nobili.
  • Apertura alla trascendenza, all’oltre umano, all’accettazione del limite, all’accoglienza del mistero, l’accoglienza del sacro nei suoi aspetti soggettivi e oggettivi, alla riflessione e alla scelta religiosa.
È questo un orizzonte che appare in tutte le attività dell’uomo fino ad esserne una dimensione costitutiva: nell’esercizio della sua intelligenza, nella tensione della sua volontà, negli aneliti del cuore, nella dinamica dei suoi rapporti, nella realizzazione delle sue imprese. L’esistenza dell’uomo è aperta sull’infinito e così è la percezione che egli ha della realtà. Ci sono oggi indirizzi culturali che, consapevolmente o meno, portano a chiudersi negli orizzonti “razionali” e temporali e rendono incapaci di accogliere la propria vita come mistero e dono. Prendere in considerazione la trascendenza vuol dire accettare interrogativi, andare oltre il visibile e il razionale. Le esperienze, i bisogni, le percezioni immediate possono essere punti di partenza per aprisi a valori, esigenze e verità ulteriori e più esigenti, che non vanno sentiti come negazione delle proprie pulsioni, ma come liberazione e compimento di esse. Come rivelò Gesù alla donna samaritanta: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva” (Gv 4, 10).
  • Una mentalità “etica”, capace di discernere tra il bene e il male e saper orientarsi al bene. Tale cultura è illuminata dalla coscienza morale, centrata sui valori piuttosto che sui mezzi, e assume come punto fondante il primato alla persona. La cultura porta sempre al suo interno una spinta etica ed è in se stessa un valore morale, perché persegue la qualità umana del singolo e della comunità. Ma su di essa si ripercuotono i limiti dell’uomo.Alcune delle sue tendenze e realizzazioni, quando non interi suoi sistemi, appaiono sotto il segno dell’ambiguità morale. E ciò nelle due dimensioni, oggettiva e soggettiva. Il fatto diventa grave quando nel dinamismo medesimo di elaborazione della cultura, il criterio etico sparisce o viene subordinato ad altri. Perde allora ogni incidenza il riferimento al bene e al male, e prevalgono altre istanze, come l’utilità, il piacere, il potere. Il linguaggio, nell’ultimo tempo, ha coniato una serie di espressioni che evidenziano sotto forma di polarità il primato o l’assenza di un riferimento etico valido nell’evolversi della cultura: cultura dell’essere e dell’avere, della vita e della morte, della persona e delle cose. Sviluppare la cultura con mentalità etica vorrà dire non solo farla crescere comunque, ma confrontare le sue concezioni e realizzazioni con la coscienza illuminata dalla fede per purificarla e riscattarla dall’ambiguità e spingerla nella direzione dei valori.
  • La progettualità. L’apatia di fronte al senso si tramuta spesso in indifferenza verso il futuro. Senza una visione della storia non appaiono mete appetibili per cui impegnarsi, eccetto quelle che riguardano il benessere individuale. In periodi precedenti le ideologie, con la loro carica utopica, spinsero la progettualità sociale ed essa favorì anche la disposizione personale a coinvolgersi in un progetto storico.
Ci può essere oggi una contrazione del futuro, insieme a una dilatazione del presente, che porta verso una cultura dell’immediato. I progetti si esauriscono in un tempo breve e si compiono negli spazi ridotti dell’esperienza individuale. Le stesse iniziative di bene possono ridursi a voler correggere qualche cosa, ad una ricerca di autorealizzazione soggettiva, ad un entusiasmo effimero. Progettare vuol dire organizzare le proprie risorse e il proprio tempo in consonanza con le grandi urgenze della storia e con le domande delle comunità per raggiungere traguardi ideali degni dell’uomo. Ciò richiede coscienza critica per difendersi da imperativi apparenti, capacità di discernimento per smascherare pressioni psicologiche, generosità motivata per andare oltre gli orizzonti immediati.
  • Impegno per la solidarietà, in opposizione a quella cultura che porta a centrarsi sull’individuo. Progetti personali generosi possono emergere soltanto lì dove la persona ammette che la sua realizzazione è legata a quella dei suoi simili. La solidarietà è un’aspirazione diffusa che sale dal profondo delle coscienze, dal cuore degli avvenimenti storici e si manifesta sotto forme inedite e quasi inattese. Appare come risposta a macrofenomeni preoccupanti, quali il sottosviluppo, la fame, lo sfruttamento. Ispira iniziative esemplari come i piani di aiuto, il volontariato e i movimenti di opinioni, che vanno modificando il rapporto precedente tra persona e società. Tutto questo in ambiti vicini e mondi lontani. Di conseguenza, mobilita lo spirito di servizio e spinge ad esso.

Ma la cultura della solidarietà è spesso trascurata o viene indebolita da forti correnti economiche e culturali. Essa suppone una visione del mondo e della persona che consideri l’interdipendenza come chiave interpretativa dei fenomeni positivi e negativi dell’umanità. Niente ha una sua spiegazione esauriente o una soluzione ragionevole se viene considerato in forma isolata. Povertà e ricchezza, denutrizione e spreco sono fenomeni correlati. Tra questi contrasti, funge da mediazione e si interpone non solo la tenerezza e la compassione, ma la responsabilità umana. La persona non può essere considerata come un essere che prima si costituisce da se stesso e, solo in un secondo momento, si orienta verso gli altri. La persona riesce ad essere se stessa soltanto quando assume solidalmente il destino dei suoi simili.

3. Aspetti che hanno una speciale significatività nell’animazione e nella proposta vocazionale

Promuovere una cultura vocazionale: compito essenziale della Pastorale Giovanile
Tutta la pastorale, e in particolare quella giovanile, è radicalmente vocazionale: la dimensione vocazionale costituisce il suo principio ispiratore e il suo sbocco naturale. Bisogna, dunque, abbandonare la concezione riduttiva della pastorale vocazionale, che si preoccupa soltanto della ricerca di candidati per la vita religiosa o sacerdotale. Al contrario, come detto sopra, la pastorale vocazionale deve creare le condizioni adeguate perché ogni giovane possa scoprire, assumere e seguire responsabilmente la propria vocazione.
La prima condizione consiste, sull’esempio di Don Bosco, nella creazione di un ambiente nel quale si viva e si trasmetta una vera “cultura vocazionale”, cioè un modo di concepire e di affrontare la vita come un dono ricevuto gratuitamente; un dono da condividere al servizio della pienezza della vita per tutti, superando una mentalità individualista, consumista, relativista e la cultura della autorealizzazione. Vivere questa cultura vocazionale richiede lo sforzo di sviluppare certi atteggiamenti e valori, come la promozione e la difesa del valore sacro della vita umana, la fiducia in sé e nel prossimo, l’interiorità che permette di scoprire in sé e negli altri la presenza e l’azione di Dio, la disponibilità a sentirsi responsabili ed a lasciarsi coinvolgere per il bene degli altri in atteggiamento di servizio e di gratuità, il coraggio di sognare e di desiderare in grande, la solidarietà e la responsabilità verso gli altri, soprattutto i più bisognosi.12 All’interno di questo contesto o cultura vocazionale la pastorale giovanile deve proporre ai giovani i diversi cammini vocazionali – matrimonio, vita religiosa o consacrata, servizio sacerdotale, impegno sociale ed ecclesiale – ed accompagnarli nel loro impegno di discernimento e di scelta.
Ogni comunità educativo-pastorale deve essere consapevole delle caratteristiche del proprio ambiente culturale e dell’azione educativo-pastorale che sviluppa nel quotidiano lavoro con i giovani. Tutto ciò nell’intento di promuovere e sviluppare gli elementi tipici di una cultura vocazionale, che spesso non è accettata dall’ambiente nel quale gli stessi giovani vivono.
Vi indico qui due elementi che possono aiutare lo sviluppo di una cultura vocazionale:
  • Fare della comunità educativo-pastorale un ambiente di famiglia con testimoni vocazionali significativi.
I giovani vivono in un ambiente massificato, nel quale non si sentono riconosciuti né accolti; essi devono meritarsi e conquistarsi tutto, cosicché i più deboli o i meno preparati restano emarginati e dimenticati. In tale ambiente risulta quasi impossibile vivere la vita come dono da condividere; essa piuttosto appare come una lotta per la sussistenza o una corsa per la conquista del benessere e della realizzazione individuale. Nell’ambiente di famiglia tipicamente salesiano il giovane si sente accolto e apprezzato gratuitamente; sperimenta rapporti di fiducia con adulti significativi; si sente coinvolto nella vita di gruppo; sviluppa protagonismo e responsabilità; impara a costruire la comunità educativa ed a sentirsi corresponsabile del bene comune; trova momenti di riflessione, di dialogo e di sereno confronto. Questo è l’ambiente migliore per lo sviluppo di una cultura vocazionale.
  • Assicurare l’orientamento e l’accompagnamento delle persone.

In un ambiente massificato o nel quale i rapporti sono soltanto funzionali sarà molto difficile lo sviluppo di una visione vocazionale della vita. Infatti tale processo richiede la presenza e la vicinanza di educatori tra i giovani, soprattutto nei momenti più spontanei e gratuiti; la conoscenza e l’interesse per la loro vita; la capacità di rapporti personali, anche se puntuali e spontanei; momenti di dialogo e di riflessione insieme che aiutino a leggere la vita con ottica positiva e vocazionale; spazi e tempi per incontri più sistematici di accompagnamento personale.

L’educazione all’amore, alla castità
Nell’orientamento e animazione vocazionale ha una grande importanza l’educazione all’amore. È necessario aiutare l’adolescente a integrare la sua crescita affettivo-sessuale nel processo educativo ed anche nel cammino di educazione alla fede. Questo affinché possa vivere l’affettività e la sessualità in armonia con le altre dimensioni fondamentali della sua persona, mantenendo atteggiamenti di apertura, di servizio e di oblazione.
Oggi l’adolescente deve confrontarsi con un contesto culturale e sociale pan-sessualizzato che trasmette i suoi continui messaggi nella strada, nella televisione, nel ciberspazio. Si tratta di suggestioni che spingono ad una pratica sessuale consumista ed orientata alla soddisfazione immediata del piacere. La tendenza sociale dominante in questo campo è il permissivismo, e i contenuti appetibili di questo pansessualismo diventano motivo di un triste commercio. Il tutto dà luogo ad una confusione sul piano dei valori e ad un grande relativismo etico. Accade spesso che si promuova un uso prematuro della sessualità nelle relazioni di amicizia o nella pura ricerca della soddisfazione compulsiva del piacere. I giovani scommettono con grande decisione sull’amore, sfidando pregiudizi e censure, desiderosi di venire incontro ai propri bisogni affettivi e sensibili al valore di una comunicazione aperta e senza limiti. Ma in questo campo molto spesso non dispongono di un orientamento e di una guida che li aiuti a comprendere la propria affettività e sessualità secondo una visione integrale della persona, sviluppando in modo costante e chiaro un progetto di educazione all’amore che li orienti verso una costruzione armoniosa della personalità e rendendo possibile una visione della vita come dono e servizio.
Già parecchi anni or sono il CG23 indicava ai Salesiani l’educazione all’amore come uno dei tre nuclei importanti attorno i quali si rende possibile e si realizza la sintesi fede-vita.
Non si tratta, diceva, “di punti particolari, ma di «spazi» dove si concentra il significato, la forza e la conflittualità della fede”.
Oggi questa importanza è ancora più grande, soprattutto quando si vuole sviluppare con efficacia la dimensione vocazionale della vita e creare un ambiente nel quale sia possibile al giovane maturare un progetto vocazionale, in modo speciale quando si tratta di vocazioni di particolare impegno, che molte volte includono un’opzione di celibato. Infatti molti giovani si trovano in un ambiente assai poco favorevole a una visione integrale e positiva dell’amore. E molti di loro vivono deficienze notevoli che l’educatore deve conoscere per aiutarli a superarle.
A tanti di loro manca un’esperienza di amore gratuito nella famiglia, nella quale devono sopportare tensioni e scontri tra i genitori che non raramente finiscono con la scelta della separazione o del divorzio. La relazione di amicizia che vivono tra di loro è superficiale e tutto questo fa sì che, invece di resistere alle seducenti proposte dell’ambiente, ne rimangono conquistati. Così, molto presto, vari di loro si coinvolgono in una relazione di coppia che li chiude agli altri e alla vita del gruppo. L’urgenza che sentono di vivere una relazione piena con il proprio partner li porta a una pratica disordinata della sessualità. Certamente in tutto questo incide la mancanza di un vero percorso di educazione all’amore: il tema si evita o si tratta in modo moralistico e negativo, il che invece di aiutare suscita il rifiuto dell’adolescente.

Il nostro Sistema Preventivo e lo spirito di famiglia caratteristico del nostro ambiente possono creare le condizioni per poter metterlo felicemente in pratica.

L’educazione alla preghiera
La preghiera è un elemento essenziale e primario nell’orientamentro e nella scelta della vocazione poiché questa, dono di Dio offerto liberamente all’uomo, può essere scoperta e assunta solo con l’aiuto della grazia. Quindi una pastorale vocazionale efficace e profonda per i giovani non è possibile senza introdurli e accompagnarli in una pratica assidua della preghiera.
La prima comunità cristiana aspetta pregando il giorno di Pentecoste, giorno della nascita della Chiesa evangelizzatrice (At 1,14). Lo stesso Gesù ha pregato prima di eleggere gli apostoli (Lc 6, 12ss) e ha insegnato loro a pregare affinché venga il Regno di Dio (Mt 6,7ss). Il comandamento “Pregate dunque il padrone del campo perché mandi operai a raccogliere la sua messe” (cf. Mt 9,37ss; Lc 10,2) si comprende in tutto il suo valore e la sua urgenza alla luce dell’esempio e degli insegnamenti di Cristo. La preghiera è il cammino privilegiato e la miglior pastorale vocazionale.
Considerata questa centralità della preghiera nel cammino di fede, è importante aiutare i giovani a introdursi e iniziarsi in una vera e profonda vita di preghiera: soltanto così potrà maturare in loro una possibile vocazione di speciale consacrazione.15
I giovani, oggi, vivono spesso in un ambiente assai poco favorevole alla vita spirituale. Sono immersi in una cultura del consumismo e del guadagno, del godimento personale e della soddisfazione immediata dei desideri; la visione superficiale della vita è dominata da criteri etico-morali soggettivi, molte volte contrastanti e persino contraddittori. L’ambiente in cui si muovono favorisce un ritmo di vita agitato, nel quale vivono molteplici esperienze senza poterne approfondire nessuna. “La crisi della famiglia, la diffusa mentalità relativista e consumista, l’influsso negativo dei media sulla coscienza e sui comportamenti costituiscono un forte ostacolo alla cultura vocazionale”.
D’altro lato, riscontriamo in adolescenti e giovani una ricerca di interiorità, uno sforzo per cogliere la propria identità ed anche un’apertura e una sincera ricerca di un’esperienza di Trascendenza. Anche se, molte volte, questo cammino è concepito in maniera soggettiva ed in rispondenza ai propri bisogni, bisogna dire che esso è una buona opportunità per aiutarli a scoprire il Dio di Gesù. Si moltiplicano i gruppi e i movimenti che in maniere molto diverse promuovono esperienze di spiritualità ed i giovani sono largamente presenti in questi gruppi. Basterebbe pensare alla comunità di Taizé!
Tutto ciò costituisce una condizione favorevole per offrire ai giovani la possibilità di iniziare un cammino di educazione all’interiorità che li vada conducendo gradualmente a scoprire ed a gustare la preghiera cristiana, soprattutto in ciò che costituisce la sua originalità e la sua vera ricchezza: l’incontro con la persona di Gesù che ci rivela l’amore di Dio, che ci invita e ci offre la grazia di una relazione personale con Lui. Ecco perché, in un ambiente così profondamente impregnato di secolarismo e di superficialità, è urgente promuovere questa educazione all’interiorità e offrire ai nostri giovani una vita spirituale forte e profonda. “Oggi i tempi esigono un più esplicito ritorno alla preghiera… È una preghiera che vibra in sintonia con il risveglio della fede: essere credenti impegnati e non solo fedeli abitudinari comporta un dialogo più esplicito, più intenso, più frequente con il Signore. In un clima di secolarismo si sente una pressante necessità di meditazione e di approfondimento della fede”.
L’educazione alla preghiera deve favorire le condizioni che spingono la persona del giovane ad assumere un atteggiamento di autenticità. Esse sono: il silenzio, la riflessione, la capacità di leggere la propria vita, la disponibilità all’ascolto e alla contemplazione, la gratuità e la fiducia. Ad un giovane che vive nell’agitazione di una vita ricolma di attività non riesce facile creare dentro di sé tale silenzio e coltivare un cammino di interiorità che lo porti ad un incontro vero con se stesso. Anche questa sarà una delle mete che bisognerà cercar di raggiungere. Di qui l’importanza di iniziare i momenti di preghiera con uno spazio di calma, di silenzio, di serenità, che permetta ai nostri giovani di arrivare a incontrarsi con se stessi e, partendo da questa esperienza, assumere la propria vita per collocarla davanti al Signore.
Il cuore della preghiera cristiana è l’ascolto della Parola di Dio. Questa deve essere la grande maestra della preghiera cristiana, che non consiste nel “parlare” a Dio, ma piuttosto nell’ “ascoltarlo” e aprirsi alla sua volontà (cf. Lc 11, 5-8; Mt 6,9ss). “Nei vostri gruppi, carissimi giovani – scriveva Giovanni Paolo II – moltiplicate le occasioni di ascolto e di studio della Parola del Signore, soprattutto mediante la lectio divina: vi scoprirete i segreti del cuore di Cristo e ne trarrete frutto per il discernimento delle situazioni e la trasformazione della realtà”18. Normalmente si dovrà iniziare il giovane a questo ascolto, aiutandolo a capire il senso della Parola che ascolta o legge. Si deve anche riconoscere che la Parola di Dio è efficace in se stessa e, quindi, bisognerà talvolta lasciarla agire da sola nel cuore dei giovani, senza forzarla troppo con i nostri schemi: molte volte essa li guiderà da sola verso il dialogo personale con Gesù.
Un’altra grande scuola di preghiera è la vita liturgica e sacramentale della Chiesa: bisogna aiutare il giovane a parteciparvi sempre più coscientemente, comprendendo segni e simboli della liturgia. Un’educazione alla fede che dimentichi o rimandi l’incontro sacramentale dei giovani con Cristo, non è la via per trovarlo e ancor meno indicherà la possibilità di seguirlo. “I giovani, come noi, trovano Gesù nella comunità ecclesiale. Nella vita di questa però ci sono momenti nei quali egli si rivela e si comunica in modo singolare: sono i sacramenti, in particolare la Riconciliazione e l’Eucaristia. Senza l’esperienza che sta in essi, la conoscenza di Gesù diventa inadeguata e scarsa, fino al punto di non consentire di distinguerlo tra gli uomini come il risorto Salvatore… A ragione si dice che i sacramenti sono memoria vera di Gesù: di quello che egli compì e opera ancora oggi per noi, di quello che significa per la nostra vita; riaccendono quindi la nostra fede in lui, per cui lo vediamo meglio nella nostra esistenza e negli avvenimenti.
Sono pure rivelazione di quello che sembra nascosto nelle pieghe della nostra esistenza, per cui ne prendiamo coscienza… Nella Riconciliazione ci si aprono gli occhi e vediamo quello che possiamo diventare secondo il progetto e il desiderio di Dio; ci viene ridato lo Spirito che ci purifica e rinnova. Si è detto che è il sacramento del nostro futuro di figli, anziché del nostro passato di peccatori. Nell’Eucaristia Cristo ci incorpora alla sua offerta al Padre e rafforza la nostra donazione agli uomini. Ci ispira il desiderio e ci dà la speranza che entrambi, amore al Padre e amore ai fratelli, divengano una grazia per tutti e per tutto: annunziamo la sua morte, proclamiamo la sua risurrezione, vieni Signore Gesù”.
Tra i molti cammini di iniziazione alla preghiera, la Spiritualità Giovanile Salesiana offre la sua grande ricchezza e uno stile specifico di vita spirituale, con uno stile caratteristico di preghiera e una forma attuale di organizzare la vita attorno ad alcune percezioni di fede, opzioni di valori e atteggiamenti. In essa si ritrovano certe caratteristiche proprie della preghiera salesiana: è una preghiera semplice, senza inutili complicazioni, inserita nella vita di ogni giorno, che si presenta e si offre al Signore; una preghiera ricolma di speranza, che promuove una visione pasquale della vita, in dialogo personale con il Signore Risorto, vivo e presente tra noi; una preghiera che porta alla celebrazione dei sacramenti, soprattutto dell’Eucaristia in cui si vive l’incontro personale con Gesù; una preghiera che aiuta a scoprire la presenza di Gesù in ogni giovane, specialmente nei più poveri, e spinge a impegnarsi nella loro educazione ed evangelizzazione.
È importante, dunque, essere attenti a queste caratteristiche nel nostro cammino di educazione alla preghiera, per aiutare il giovane a viverle e in questo modo introdurlo nella Spiritualità Giovanile Salesiana: è un cammino di vita cristiana che può portare anche adolescenti e giovani alla grande meta della santità.

Dobbiamo esserne certi: solo con una vita di preghiera sempre più centrata in Cristo il giovane potrà chiarire e consolidare la propria scelta vocazionale, soprattutto se si tratta di una vocazione di consacrazione speciale.

L’accompagnamento personale
Un altro elemento fondamentale nella pastorale vocazionale è l’accompagnamento personale regolare del giovane. Esso dovrà essere rispettoso, con una giusta comprensione della maturità e del cammino spirituale della persona che si accompagna. Un accompagnamento che aiuti a interiorizzare e personalizzare le esperienze vissute e le proposte ricevute; che stimoli e guidi nell’iniziazione alla preghiera personale e alla celebrazione dei sacramenti; che orienti verso un progetto personale di vita come strumento concreto di discernimento e maturazione vocazionale. La grazia dello Spirito che opera nel cuore delle persone ha bisogno della collaborazione della comunità e di un maestro spirituale. Per questo accanto a ogni santo esiste un maestro di spirito che lo accompagna e lo guida.
L’accompagnamento è ancora più importante nel sistema educativo salesiano, che si fonda sulla presenza dell’educatore tra i giovani e su una relazione personale basata sulla mutua conoscenza, sulla comprensione e la fiducia.
Quando parliamo di accompagnamento, non ci riferiamo soltanto al dialogo individuale, ma a tutto un insieme di relazioni personali che aiutano il giovane ad assimilare personalmente i valori e le esperienze vissute, ad adeguare le proposte generali alla propria situazione concreta, a chiarire ed approfondire motivazioni e criteri.
Questo processo include esperienze e livelli successivi promossi dalla comunità salesiana per assicurare un ambiente educativo, capace di favorire la personalizzazione e la crescita vocazionale. A titolo di esempio:
  • la presenza tra i giovani, con la volontà di conoscerli e di condividere la vita con loro, con un atteggiamento di fiducia;
  • la promozione di gruppi, dove i giovani sono seguiti dall’animatore e dagli stessi compagni;
  • contatti brevi, occasionali, che mostrano l’interesse per la persona e il suo mondo; e, al tempo stesso, un’attenzione educativa a certi momenti di speciale significatività per il giovane;
  • momenti di dialogo personale brevi, frequenti, sistematici, secondo un piano concreto;
  • il contatto con la comunità salesiana, con esperienze di condivisione della vita di preghiera, di fraternità e di apostolato,
  • l’offerta frequente del sacramento della Riconciliazione: l’intervento attento e amichevole del confessore risulta sovente decisivo per orientare un giovane nella sua opzione vocazionale.Nella pratica dell’accompagnamento, soprattutto nel dialogo personale, conviene assicurare poi l’attenzione su alcuni punti fondamentali per la crescita umana e cristiana del giovane e il discernimento dei segni di vocazione. In particolare, eccone alcuni:
  • Educare alla conoscenza di sé, per scoprire i valori e le qualità che il Signore ha donato a ciascuno, ma anche i limiti o le ambivalenze nel proprio modo di vivere o pensare. Quanti giovani non hanno accolto l’appello vocazionale, non perché fossero poco generosi o indifferenti, ma semplicemente perché non sono stati aiutati a conoscersi e a scoprire la radice ambivalente e pagana di certi schemi mentali e affettivi, o perché non sono stati aiutati a liberarsi dalle loro paure e difese nei confronti della vocazione stessa.
  • Maturare il riconoscimento di Gesù, come il Signore Risorto e come senso supremo della propria esistenza. Le motivazioni vocazionali devono fondarsi nella riconoscenza all’iniziativa di Dio che ci ha amati per primo. Come spiegava il Papa Benedetto XVI ai giovani di Roma e del Lazio: “Il Signore è sempre presente e guarda ognuno di noi con amore. Solo che noi dobbiamo trovare questo sguardo e incontrarci con lui. Come fare? Direi che il primo punto per incontrarci con Gesù, per fare esperienza del suo amore è conoscerlo… Per conoscere una persona, anzitutto la grande persona di Gesù, Dio e uomo, ci vuole la ragione, ma nello stesso tempo anche il cuore. Solo con l’apertura del cuore a lui, solo con la conoscenza dell’insieme di quanto ha detto e di quanto ha fatto, con il nostro amore, con il nostro andare verso di lui, possiamo man mano conoscerlo sempre di più e così anche fare l’esperienza di essere amati… In un vero colloquio, possiamo trovare sempre di più questa strada della conoscenza, che diventa amore. Naturalmente non solo pensare, non solo pregare, ma anche fare è una parte del cammino verso Gesù: fare le cose buone, impegnarsi per il prossimo”.
  • Educare a leggere l’esperienza della propria vita e gli avvenimenti della storia come dono di Dio e come chiamata a mettersi a disposizione della missione per il Regno di Dio. Per questo, aiutare i giovani ad illuminare la propria esistenza con la Parola di Dio, in un costante riferimento a Gesù Cristo, sentito come il Signore della vita che propone un progetto particolare per ciascuno di noi. “La mia vita è voluta da Dio dall’eternità. Io sono amato, sono necessario. Dio ha un progetto con me nella totalità della storia; ha un progetto proprio per me. La mia vita è importante e anche necessaria. L’amore eterno mi ha creato in profondità e mi aspetta. Quindi, questo è il primo punto: conoscere, cercare di conoscere Dio e così capire che la vita è un dono, che è bene vivere… Quindi c’è una volontà fondamentale di Dio per noi tutti, che è identica per tutti noi. Ma la sua applicazione è diversa in ogni vita, perché Dio ha un progetto preciso con ogni uomo…. Non «avere» la vita, ma fare della vita un dono, non cercare me stesso, ma dare agli altri. Questo è l’essenziale”.
  • Approfondire l’assimilazione personale dei valori evangelici come criteri permanenti che orientano nelle scelte che si fanno nella vita quotidiana. Sarà più facile così resistere alla tentazione di seguire in forma conformistica quello che fanno tutti. Come già ho detto prima, un aspetto al quale dobbiamo dare una speciale attenzione in questo campo, sarà l’educazione all’amore e all’affettività.
Centralità e ruolo della consacrazione religiosa nella missione della Famiglia Salesiana
La missione salesiana è missione educativa (di promozione integrale della persona) e missione di evangelizzazione dei giovani. Queste due dimensioni della nostra missione salesiana (l’educativa e l’evangelizzatrice) sono essenziali e devono essere vissute in mutua complementarità e reciproco arricchimento.
La Famiglia Salesiana, nel rispetto del carisma dei diversi gruppi che la compongono, è il soggetto di questa missione e deve curare l’integralità di questa unità organica; per questo è una ricchezza che in essa siano significativamente presenti le due forme complementari di vivere la vocazione, quella secolare e quella consacrata, e in esse la laicale e la sacerdotale.
Ma è indispensabile essere consapevoli e mettere in evidenza il valore fondamentale della vita consacrata nella realizzazione della missione salesiana. “Don Bosco – afferma il CG24 – ha voluto persone consacrate al centro della sua opera, orientata alla salvezza dei giovani e alla loro santità”.
La forma laicale della vocazione salesiana, nelle sue diverse espressioni all’interno della Famiglia Salesiana, richiama i valori della creazione e delle realtà secolari, offre una particolare sensibilità per il mondo del lavoro, pone una specifica attenzione al territorio, sottolinea le esigenze della professionalità; la laicità nei membri della Famiglia Salesiana, religiosi, consacrati o no, mostra a tutti come vivere la totale dedizione a Dio per la causa del Regno in questi valori e occupazioni secolari. L’altra forma è la sacerdotale, che richiama la finalità ultima di tutta l’azione educativa; i sacerdoti, appartenenti ai diversi gruppi della Famiglia Salesiana, realizzano un sacerdozio pienamente inserito nell’impegno educativo: offrendo la Parola di Dio non soltanto nella catechesi, ma anche nel dialogo e azione educativa, costruiscono la comunità cristiana attraverso la costruzione della comunità educativa.
Si deve ritrovare nella Famiglia Salesiana il valore della consacrazione religiosa. Essa infatti si pone come un segno necessario che, mentre specifica l’identità di coloro che hanno fatto una scelta totale nella sequela di Gesù, indica al tempo stesso ai laici che condividono il nostro carisma, che il loro intervento nella missione non è semplicemente un aiuto complementare, ma piuttosto una particolare esperienza di Dio, nella condivisione di una stessa spiritualità e di una stessa missione. “Non c’è speranza per una figura religiosa che non esprima immediatamente, e quasi emozionalmente, un significato trascendente; che non sia una freccia puntata verso il divino e verso l’amore al prossimo, che dal divino nasce”.
Non poche volte nella nostra visione della vocazione salesiana e nella sua presentazione diamo l’impressione di privilegiare gli aspetti funzionali, lasciando in ombra o dando per scontati e per sottintesi quelli della vita consacrata. “Se si mette tra parentesi la consacrazione religiosa per ragionare in termini di azioni e di ruoli funzionali, questo non solo confonde i piani, ma altera le dimensioni”.
Nel suo specifico compito la Famiglia Salesiana si arricchisce con la presenza significativa e complementare di sacerdoti, religiosi, consacrati e laici. Insieme configurano una completezza insolita di energie impiegate per la testimonianza e la missione educativa; le diverse vocazioni laicali arricchiscono la testimonianza della vita consacrata e la funzione animatrice che come tale essa deve realizzare nella Famiglia e nel Movimento salesiano.

Questo rapporto dunque non si fonda nei ruoli o nelle funzioni diverse che ognuno può realizzare (molte volte questi ruoli sono gli stessi), ma negli specifici doni vocazionali attraverso i quali ognuno contribuisce alla comune missione. La consegna della vita deve essere identica perché totale, non però il modo di consegnarla.

Il Movimento Giovanile Salesiano, luogo vocazionale privilegiato
Il Movimento Giovanile Salesiano (MGS) è una realtà piena di vita, presente nei cinque continenti. Esso rappresenta un’espressione significativa della forte attrazione che la persona di Don Bosco e il suo carisma esercitano sui giovani. Nei diversi incontri nazionali e internazionali del MGS si fa un’esperienza viva e forte di una corrente di comunione che ha la sua sorgente nella persona di Don Bosco, nei valori della sua pedagogia e della Spiritualità Giovanile Salesiana.
Questo sviluppo del MGS, con la sua varietà di gruppi e associazioni, con la presenza di numerosi animatori, la diversità di iniziative e proposte formative, è per noi membri della Famiglia Salesiana una grazia di Dio e allo stesso tempo una chiamata. Il Signore ci invia tutti questi giovani perché li aiutiamo nel loro cammino di crescita come persone sino a raggiungere la pienezza della vita cristiana.
La tendenza associativa, la vita di gruppo, l’ispirazione comunitaria è stata una esperienza quasi spontanea nella vita di Don Bosco. C’era in lui un’inclinazione naturale alla socialità e all’amicizia. L’associazionismo giovanile è pertanto un’esigenza indispensabile nella proposta educativa voluta da Don Bosco. Attraverso una pluralità di gruppi e associazioni giovanili abbiamo la possibilità di assicurare una presenza educativa di qualità nei nuovi spazi di socializzazione dei giovani. E questa esperienza diventa significativa nel momento in cui i giovani sono chiamati a comprendere la realtà ecclesiale e ad impegnarsi in essa come membra vive nel “corpo” della comunità cristiana.
A volte può sembrare che i giovani dei nostri ambienti e di alcuni nostri gruppi siano superficiali, soprattutto quando si manifestano nel loro stile rumoroso e festivo. In realtà molti di loro sono profondamente buoni e spirituali. Essi manifestano una grande sete di Dio, di Cristo, di vangelo vissuto nella semplicità e nella normalità della vita quotidiana. Don Bosco era convinto che una percentuale elevata dei giovani che il Signore invia alle nostre case ha disposizioni favorevoli per seguire, se sono motivati e accompagnati convenientemente, una vocazione di impegno speciale. Proprio perché vivono spesso in un ambiente poco favorevole al silenzio e all’interiorizzazione, cercano il nostro aiuto, il nostro sostegno ed il nostro accompagnamento nel cammino di maturazione della loro vita. La Spiritualità Giovanile Salesiana, lo stile di vita cristiana vissuto da Don Bosco e dai giovani dell’Oratorio di Valdocco, costituisce allora una risorsa da offrire a questi giovani.
In parecchie parti del mondo molte vocazioni alla vita religiosa o sacerdotale e anche alla vita laicale impegnata nella Famiglia Salesiana fioriscono nei gruppi e nelle associazioni del MGS, soprattutto tra gli animatori. È un fatto di cui dobbiamo tenere conto, valorizzando e accompagnando molto meglio questa esperienza associativa. Forse dovremmo essere più convinti che i nostri giovani, soprattutto i giovani animatori, hanno il diritto di ricevere da noi uno stimolo che li induca a pensare alla loro vita e al loro impegno in chiave vocazionale; nel loro accompagnamento personale dobbiamo proporre con chiarezza la domanda vocazionale e incoraggiare la loro risposta generosa.
È questo un compito importante e urgente per ogni salesiano e per ogni membro della Famiglia Salesiana nel suo contatto quotidiano con i giovani dei gruppi e nei diversi impegni di animazione. Quando ci sia un’occasione propizia e una potenziale disponibilità da parte del giovane, è il momento per proporre un impegno vocazionale. In questa proposta dobbiamo essere liberi e coraggiosi, affidandoci all’azione dello Spirito, che sovente ci sorprenderà con la sua azione.
Oggi l’età delle opzioni vocazionali di vita si sta spostando e, anche se il seme si getta nella preadolescenza o adolescenza, esso matura spesso in momenti successivi, quando i giovani si trovano nell’università o nelle prime esperienze di lavoro. È importante promuovere proposte e spazi concreti che ci permettano di accompagnarli in questi momenti decisivi per il loro futuro. Tra questi giovani dobbiamo curare in modo speciale quelli che sono più vicini a noi, gli animatori, i volontari, i collaboratori delle nostre opere che condividono generosamente molti aspetti della missione salesiana, hanno un’autentica volontà di servizio e sono in ricerca di un progetto di vita significativo. Bisogna assicurare che l’esperienza di animazione o di volontariato li aiuti a impostare la propria vita secondo una linea di ricerca e di disponibilità vocazionale.
Notiamo come tra i gruppi del MGS si stanno sviluppando in modo mirabile i gruppi del Volontariato. Questi costituiscono un primo sbocco del cammino formativo precedentemente compiuto nei gruppi. I giovani, nell’opzione per il volontariato, scoprono uno spazio d’iniziativa e di servizio che diventa contestazione coraggiosa della mentalità individualista e consumista che insidia molte realtà sociali. Allo stesso tempo, li aiuta a maturare una visione vocazionale della vita come dono e come servizio.
Si deve cogliere questo “segno dei tempi” esplicitandone le molteplici valenze, specie nell’educazione alla solidarietà e nella ricchezza vocazionale che include.
Don Bosco sapeva impegnare i suoi ragazzi, spesso giovanissimi, in compiti di volontariato quasi eroici. Basta ricordare i giovani “volontari” all’epoca del colera a Torino. Attraverso questi impegni di servizio li aiutava a maturare un’opzione vocazionale della vita. Il coinvolgimento diretto degli stessi giovani nella propria educazione e nella trasformazione dell’ambiente fu per Don Bosco una delle chiavi fondamentali del suo sistema educativo, oltre ad essere una vera scuola di cittadinanza e di santità.
Anche noi oggi, attraverso il volontariato, vogliamo riproporre una visione vocazionale della vita, ispirata al Vangelo vissuto secondo la Spiritualità Giovanile Salesiana. Il/la volontario/a traduce in realtà quei valori ed atteggiamenti caratterizzanti una “cultura vocazionale” precedentemente sottolineati, quali la difesa e la promozione della vita umana, la fiducia in sé e nel prossimo, l’interiorità che fa scoprire in sé e negli altri la presenza e l’azione di Dio, la disponibilità a sentirsi responsabile ed a lasciarsi coinvolgere per il bene degli altri in atteggiamento di servizio e di gratuità. Tali valori vanno coltivati durante la formazione dei volontari e devono ispirare i loro progetti e il loro modo di servire, in maniera tale che l’esperienza di volontariato conformi la loro vita come cittadini e come cristiani impegnati e non si riduca ad una esperienza tra le tante vissute nel tempo della giovinezza.
In questo modo il volontariato diventa una vera scuola di vita; contribuisce ad educare i giovani a una cultura di solidarietà nei confronti degli altri, soprattutto dei più bisognosi. Fa crescere in loro lo spirito di accoglienza, l’apertura verso l’altro, e invita quasi naturalmente all’apertura del dono totale e gratuito di se stessi.

È importante, dunque, promuovere il volontariato nella Famiglia Salesiana. È una proposta che va conosciuta, valorizzata, accompagnata. Costituisce per se stessa un’esperienza tipica nella quale si può coltivare adeguatamente una cultura vocazionale.

4. Conclusione. Bellezza e attualità della vocazione salesiana
Nelle mie visite alla Congregazione e ad altri gruppi della Famiglia Salesiana presenti sul territorio ho potuto constatare l’enorme forza di attrazione e l’entusiasmo che suscita la persona di Don Bosco, tanto tra i giovani come tra gli adulti, tra la gente semplice, come anche tra autorità, politici, operatori sociali, nelle differenti culture e anche tra persone di altre religioni. Parlando con molti di loro, ho potuto cogliere il riconoscimento che manifestano per la presenza e l’opera salesiana. Tutti si sentono orgogliosi di essere ex- allievi/e e di aver sperimentato la pedagogia salesiana. Sovente il ricordo di Don Bosco suscita un grande entusiasmo popolare e mobilita popolazioni intere. Così accade, per esempio, a Panamá durante la novena e nella festa di Don Bosco. Lo stesso fenomeno lo stiamo percependo durante il passaggio dell’urna di Don Bosco, che sta viaggiando attraverso i vari continenti. La sua pedagogia e il suo stile educativo, soprattutto quando è conosciuto e approfondito, è considerato un tesoro che si deve al tempo stesso far conoscere e conservare. Esso infatti rappresenta una risposta adeguata alle sfide e alle attese dei giovani di oggi.
Tutto ciò ci incoraggia a vivere con degna fierezza e grata riconoscenza la nostra vocazione, sentendoci eredi e continuatori di un carisma speciale che Dio ha suscitato per i giovani, soprattutto i più poveri e a rischio. In questi 150 anni di storia salesiana, a partire dalla fondazione della Congregazione e della Famiglia Salesiana, vediamo realizzarsi il sogno di Don Bosco, di coinvolgere un vasto movimento di persone che, condividendo il suo spirito, s’impegnano nella missione giovanile. Noi tutti siamo parte e prova questo sogno in atto.
Dobbiamo vivere dunque la nostra vocazione salesiana con un grande senso di ringraziamento; e il primo segno di riconoscenza è la nostra propria fedeltà, vissuta con gioia e luminosa testimonianza. Dobbiamo parlare della nostra vocazione. Dobbiamo parlare di Don Bosco e della sua missione. Dobbiamo evidenziare ciò che la Famiglia Salesiana, attraverso i suoi gruppi, ha realizzato e realizza nel mondo e incoraggiare tante persone di buona volontà ad offrire non solo la loro collaborazione ma la loro stessa vita perché la missione salesiana possa continuare nel mondo a favore dei giovani tanto amati da Dio.
Tutti noi possiamo conoscere e ricordare fratelli e sorelle, comunità e gruppi che hanno vissuto e vivono la loro vocazione in modo ammirevole e attirante. Le loro vite suscitano la stima ed il coinvolgimento di molte persone. Penso in questo momento alla figura di Don Cimatti che con la sua simpatia, amabilità e il suo talento musicale fece conoscere e apprezzare Don Bosco e la sua opera nel Giappone, suscitando numerose vocazioni; o la figura di Don Carreño che nell’India, insieme ad altri grandi missionari, ha fatto conoscere ed amare la vocazione salesiana, coinvolgendo moltissimi giovani e attivando un movimento vocazionale di cui ancor oggi raccogliamo frutti abbondanti. Ricordo anche la Beata Suor Maria Romero, instancabile donna apostolica in Costa Rica, o la irradiante figura di Suor Eusebia Palomino, o quella del Cooperatore Salesiano Attilio Giordani, o quella dell’exallievo Alberto Marvelli, o quella di Alessandrina da Costa, o quella di Nino Baglieri.
Anche in situazioni molto difficili, come quelle dei paesi comunisti, i membri della Famiglia Salesiana non si sono lasciati spaventare e scoraggiare dagli ostacoli e non si sono ritirati, aspettando tempi migliori, ma hanno cercato di vivere fedelmente la loro vocazione, aiutandosi vicendevolmente ad essere perseveranti in situazioni pressoché impossibili e dando luogo a forme originali e creative per attuare, nella clandestinità, un lavoro pastorale secondo lo spirito salesiano. In questo modo anche in quelle circostanze tanto avverse, sono stati in grado di suscitare numerose vocazioni alla vita religiosa e alla Famiglia Salesiana.
Sono sicuro che ognuno di voi, nei diversi gruppi e nelle congregazioni e istituti della Famiglia Salesiana, ha conosciuto fratelli o sorelle attorno ai quali si sono sviluppate numerose vocazioni alla vita religiosa. Altri avranno promosso l’impegno per la missione di Don Bosco di numerosi laici. Tale forza di animazione ha una sua sorgente nella persona del nostro grande Padre Don Bosco. Ancor oggi, ogni volta che i laici nostri collaboratori conoscono bene la figura di Don Bosco e il suo Sistema Educativo e la sua Spiritualità, ne restano profondamente entusiasmati e sentono il desiderio di farlo conoscere ad altri.
Dobbiamo dunque essere fieri della nostra vocazione salesiana; conoscere sempre più Don Bosco e, soprattutto, vivere e comunicare con entusiasmo il suo spirito e la missione salesiana. Come segno di gratitudine per il dono della vocazione salesiana ricevuta, ci impegniamo a farla conoscere a tutti, soprattutto ai giovani. Ne parleremo, ogni volta che sia possibile, ai nostri collaboratori e agli amici che entrano in contatto con noi. La nostra vita, il nostro entusiasmo, la nostra fedeltà manifesteranno pienamente che crediamo nella bellezza e nel valore della vocazione che abbiamo ricevuta. Crediamo nella sua attualità e la viviamo intensamente per rispondere con gioia ai bisogni e alle attese dei giovani e della società di oggi.
Il Signore Gesù e Maria Ausiliatrice ci hanno affidato questo dono prezioso per la salvezza dei giovani. È un dono che custodiamo con amore, che viviamo con intensità, che comunichiamo con gioia.

Concludo, come al solito, con una favola che mi sembra molto stimolante per la riflessione che ci propone sul tema della sequela, del cammino, della opzione fondamentale della vita e del Signore, come unico sommo bene e vera perla preziosa, per la quale vale la pena di vendere ogni cosa. Sono elementi tutti che hanno a che vedere con la concezione della vita come vocazione.

LA CAROVANA NEL DESERTO
Nel lontano Oriente, viveva un imperatore ricco e potente. In tutte le corti del mondo si tessevano le lodi del suo regno, dei suoi palazzi, della sua saggezza. Ma i giullari e i cantastorie che peregrinavano di castello in castello decantavano soprattutto le sue immense ricchezze.
«Solo i gioielli del suo diadema farebbero vivere una città!», declamavano.
Come sempre succede, tutto questo fomentò l’invidia e la cupidigia di altri re e di altri popoli. Alcune tribù di barbari feroci e violenti si ammassarono ai confini e invasero il regno.
Nessuno riusciva a fermarli.
L’imperatore decise di rifugiarsi tra le fedeli tribù che vivevano tra le montagne, al di là del terribile deserto.
Una notte, lasciò il palazzo imperiale seguito da un’agile carovana che trasportava il suo favoloso tesoro di piastre d’oro, gioielli e pietre preziose. Per rendere la marcia più spedita, lo accompagnavano soltanto le sue guardie scelte e i paggi, che gli avevano giurato fedeltà assoluta fino alla morte.
La pista attraverso il deserto serpeggiava tra dune di sabbia bruciate dal sole, strettoie anguste e valichi scoscesi. Una pista conosciuta da pochi.
A metà del cammino, mentre si arrampicavano per un pendio ghiaioso, sfiniti dalla fatica e dall’infuocato riverbero delle rocce, alcuni cammelli della carovana crollarono boccheggianti e non si rialzarono più.
I forzieri che trasportavano rotolarono per i fianchi della duna, si sfasciarono e sparsero tutto il loro contenuto di monete, monili e pietre preziose, che si infilarono tra i sassi e nella sabbia.
Il sovrano non poteva rallentare la marcia. I nemici si erano probabilmente già accorti della sua fuga.
Con un gesto tra il dispiaciuto e il generoso, invitò i suoi paggi e le guardie a tenersi le pietre preziose che riuscivano a raccogliere e portare con sé. Una manciata di quei preziosi oggetti assicurava la ricchezza per il resto della vita.
Mentre i giovani si buttavano avidamente sul ricco bottino e frugavano affannosamente nella sabbia e tra le pietre, il sovrano continuò il suo viaggio nel deserto.
Si accorse però che qualcuno continuava a camminare dietro di lui.
Si voltò e vide che era uno dei suoi paggi, che lo seguiva ansimante e sudato.
«E tu» gli chiese «non ti sei fermato a raccogliere niente?».
Il giovane lo fissò con uno sguardo sereno, colmo di dignità e di fierezza, e rispose:
«No, signore. Io seguo il mio re».
Il racconto ci porta alla memoria quel brano decisivo del Vangelo di Giovanni, che è uno spartiacque nella storia di Gesù:
«Molti discepoli di Gesù tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”.
Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole che di vita eterna, e noi abbiamo conosciuto e creduto che tu sei il Santo di Dio”» (Gv 6,66-69).

Una scelta così impegnativa di consegnare la propria vita nelle mani di Dio è solo possibile se, come scrive Madeleine Delbrêl, siamo capaci di ballare lasciandoci guidare dallo Spirito Santo.

La Danza della Vita
“Per essere un buon danzatore, con Te come con gli altri, non occorre sapere dove conduca la danza. Basta seguire il passo, essere contento, essere leggero, e soprattutto non essere rigido. Non occorre chiederti spiegazioni sui passi che ti piace fare. Bisogna essere come il prolungamento, agile e vivo, di Te. E ricevere da Te la trasmissione del ritmo dell’orchestra.
Bisogna non volere avanzare ad ogni costo, ma accettare di voltarsi indietro, di procedere di fianco. Bisogna sapersi fermare e saper scivolare, anziché camminare. E questi sarebbero soltanto passi da stupidi, se la musica non ne facesse un’armonia. Noi però dimentichiamo la musica del Tuo Spirito, e facciamo della vita un esercizio di ginnastica; dimentichiamo che fra le Tue braccia la vita è danza e che la Tua santa volontà è di un’inconcepibile fantasia.
Se fossimo contenti di Te, Signore, non potremmo resistere al bisogno di danza che dilaga nel mondo, e arriveremmo a indovinare quale danza Ti piace farci danzare, sposando i passi della Tua Provvidenza”.

Cari fratelli e sorelle, auguro a tutti voi questa esaltante esperienza di lasciarvi condurre dallo Spirito. La nostra vita si riempirà di gioia e di entusiasmo e allora potremo diventare, come Giovanni il Battista, maestri che sanno aiutare i propri discepoli a diventare discepoli e apostoli del Signore Gesù.

Un abbraccio forte ed un anno 2011 sereno e abbondante di vocazioni per tutta la Famiglia Salesiana.

Don Pascual Chávez V., sdb
Rettor Maggiore

Exallievi ed Exallieve di Don Bosco
FEDERAZIONE ISPETTORIALE PUGLIESE

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È il nuovo Delegato degli Exallievi ed Exallieve di Don Bosco della Puglia.
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