Strenna 2006 – Exallievi ed Exallieve di Don Bosco
Exallievi ed Exallieve di Don Bosco - Puglia

Strenna 2006

Don Pasqual Chávez

Strenna 20062018-04-13T18:32:30+00:00

STRENNA 2006

ASSICURARE UNA SPECIALE ATTENZIONE ALLA FAMIGLIA
CHE È CULLA DELLA VITA E DELL`AMORE E LUOGO PRIMARIO DI UMANIZZAZIONE

Commento del Rettor Maggiore

“Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero le sue parole. Partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia, davanti a Dio e davanti agli uomini” (Lc 2, 48-52).
Carissime Sorelle Figlie di Maria Ausiliatrice, carissimi Confratelli Salesiani, Membri della Famiglia Salesiana e Amici di Don Bosco; carissimi Giovani, gioia e motivo della nostra vita, a voi tutti un affettuoso saluto in questo passaggio dal 2005 al 2006. Auguro a tutti ed a ciascuno un anno ricolmo delle benedizioni che Dio, Padre di tenerezza e misericordia, ha voluto riversare su di noi, quando decise di inviare nel mondo il suo Figlio perché avessimo la vita in abbondanza.
«La sfida della vita – diceva il Papa Giovanni Paolo II, di venerata memoria, nel suo ultimo intervento al Corpo Diplomatico nel gennaio 2005 – ha luogo al contempo in quello che è propriamente il sacrario della vita: la famiglia. Essa è oggi sovente minacciata da fattori sociali e culturali che fanno pressione su di essa, rendendone difficile la stabilità; ma in alcuni Paesi essa è minacciata anche da una legislazione, che ne intacca – talvolta anche direttamente – la struttura naturale, la quale è e può essere esclusivamente quella di una unione tra un uomo e una donna fondata sul matrimonio. Non si lasci – proseguiva il Papa – che la famiglia, fonte feconda della vita e presupposto primordiale ed imprescindibile della felicità individuale degli sposi, della formazione dei figli e del benessere sociale, venga minata da leggi dettate da una visione restrittiva ed innaturale dell’uomo. Prevalga un sentire giusto e alto e puro dell’amore umano, che nella famiglia trova una sua espressione fondamentale ed esemplare».[1]

Raccogliendo dal Papa l’invito a difendere la vita, attraverso la famiglia, e prendendo occasione dei 150 anni dalla morte di Mamma Margherita, madre della famiglia educativa creata da Don Bosco a Valdocco, ho pensato di invitare la Famiglia Salesiana a rinnovare l’impegno per

Assicurare una speciale attenzione alla famiglia, che è culla della vita e dell’amore e luogo primario di umanizzazione.

Se l’uomo è la via della Chiesa, la famiglia è la “via dell’uomo”, l’ambito naturale in cui l’uomo si apre alla vita e all’esistenza sociale. Essa è il luogo di un forte coinvolgimento affettivo, il contesto in cui si realizza il riconoscimento personale. Luogo privilegiato di umanizzazione e mezzo di socializzazione religiosa, assicura la stabilità necessaria alla crescita armonica dei figli e alla missione educativa dei genitori nei loro confronti.

Credendo nella sua importanza strategica per il futuro dell’umanità e della Chiesa, Giovanni Paolo II fece della famiglia uno dei punti prioritari del suo programma pastorale per la Chiesa agli inizi del terzo millennio: «Un’attenzione speciale, poi, deve essere assicurata alla pastorale della famiglia, tanto più necessaria in un momento storico come il presente, che sta registrando una crisi diffusa e radicale di questa fondamentale istituzione… Occorre fare in modo che, attraverso un’educazione evangelica sempre più completa, le famiglie cristiane offrano un esempio convincente della possibilità di un matrimonio vissuto in modo pienamente conforme al disegno di Dio e alle vere esigenze della persona umana: di quella dei coniugi, e soprattutto di quella più fragile dei figli».[2]

1. Rischi e minacce che pesano sulla famiglia oggi
Il pensiero di Giovanni Paolo II è stato ripreso dal Papa Benedetto XVI che, nei suoi interventi, ha parlato della famiglia come di una «questione nevralgica, che richiede la nostra più grande attenzione pastorale»; (essa) «è profondamente radicata nel cuore delle giovani generazioni e si fa carico di molteplici problemi, offrendo sostegno e rimedio a situazioni altrimenti disperate. E tuttavia… la famiglia è esposta, nell’attuale clima culturale, a molti rischi e minacce che tutti conosciamo. Alla fragilità e instabilità interna si assomma infatti la tendenza, diffusa nella società e nella cultura, a contestare il carattere unico e la missione propria della famiglia fondata sul matrimonio».[3]
  • Un ambiente culturale contrario alla famiglia
Oggi, con una certa facilità e superficialità vengono proposte e presentate presunte “alternative” alla famiglia, qualificata come “tradizionale”. L’attenzione si dirige così dal problema del divorzio a quello delle “coppie di fatto”, dal trattamento dell’infertilità femminile alla procreazione medicalmente assistita, dall’aborto alla ricerca e manipolazione delle cellule staminali ricavate dagli embrioni, dal problema della pillola contraccettiva a quello della pillola del giorno dopo, che è pure abortiva. La legalizzazione dell’aborto si è praticamente diffusa in quasi tutto il mondo. Accade anche che si conferiscano alle coppie effimere, che non vogliono impegnarsi formalmente nel matrimonio neppure civile, i diritti e i vantaggi di una vera famiglia. Tale è il caso dell’ufficializzazione delle “unioni di fatto”, comprese le coppie omosessuali, che talvolta pretendono perfino il diritto all’adozione, sollevando in tal modo problemi molto gravi di ordine psicologico, sociale e giuridico.
Il volto – la realtà – della famiglia è dunque cambiato. A quanto detto sopra si deve aggiungere la marcata preferenza per una forma di crescente “privatizzazione” e la tendenza ad una riduzione delle dimensioni della famiglia che, passando dal modello di “famiglia plurigenerazionale” a quello di “famiglia nucleare”, riduce questa alla realtà di papà, mamma ed un solo figlio. Più grave ancora è il fatto che buona parte dell’opinione pubblica non riconosca più nella famiglia, fondata sul matrimonio, la cellula fondamentale della società ed un bene di cui non si può fare a meno.
  • Una facile ‘soluzione’, il divorzio
Tenendo conto di questo clima culturale, presente soprattutto nelle società occidentali, mi pare opportuno richiamare un brano del Vangelo in cui Gesù parla del matrimonio: “E avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: «È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?». Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto»” (Mc 10, 2-9).
Si tratta, a mio avviso, di un testo molto illuminante, perché si riferisce al tema del matrimonio in quanto origine e base della famiglia, ma soprattutto perché ci fa vedere la forma di ragionare di Gesù. Egli non si lascia intrappolare nelle reti del legalismo, su ciò che è permesso e ciò che è proibito, ma si colloca di fronte al progetto originario del Creatore, e nessuno meglio di Lui conosceva qual era il disegno originale di Dio. È in questo progetto che troviamo la “Buona Novella” della famiglia.
Pur riconoscendo che ci sono anche tante famiglie, le quali vivono il valore di una unione ferma e fedele, tuttavia dobbiamo constatare che la precarietà del legame coniugale è una delle caratteristiche del mondo contemporaneo. Essa non risparmia nessun continente e può essere constatata ad ogni livello sociale. Spesso tale prassi rende fragile la famiglia e compromette la missione educativa dei genitori. Tale precarietà non curata, anzi accettata come “un dato di fatto” conduce spesso alla scelta della separazione e del divorzio, che vengono considerati come l’unica via d’uscita davanti alle crisi verificatesi.
Questa mentalità indebolisce gli sposi e rende più rischiosa la loro fragilità personale. L’ “arrendersi” senza lottare è troppo frequente. Una giusta comprensione del valore del matrimonio ed una fede ferma potrebbero invece aiutare a superare con coraggio e dignità anche le difficoltà più serie.
Del divorzio infatti si deve dire che non è solamente una questione di tipo giuridico. Non è una “crisi” che passa. Esso incide profondamente nell’esperienza umana. È un problema di relazione, e di relazione distrutta. Esso segna per sempre ogni membro della comunità familiare. È causa di impoverimento economico, affettivo e umano. E questo impoverimento tocca particolarmente la donna e i figli. A tutto ciò si aggiungono poi i costi sociali, che sono sempre particolarmente elevati.
Vorrei far notare che sono diversi gli elementi che concorrono all’incremento attuale dei divorzi, pur con sfumature e componenti diverse a seconda dei vari paesi. È da tenere presente innanzitutto la cultura dell’ambiente, sempre più secolarizzata, nella quale emergono, come elementi caratterizzanti, una falsa concezione della libertà, la paura dell’impegno, la pratica della coabitazione, la “banalizzazione del sesso”, secondo l’espressione di Giovanni Paolo II, nonché le ristrettezze economiche, che talvolta sono una concausa di tali separazioni. Stili di vita, mode, spettacoli, teleromanzi, mettendo in dubbio il valore del matrimonio e diffondendo l’idea che il dono reciproco degli sposi fino alla morte sia qualcosa di impossibile, rendono fragile l’istituzione familiare, ne fanno scadere la stima e giungono al punto di squalificarla a vantaggio di altri “modelli” di pseudo-famiglia.
  • Privatizzazione del matrimonio
Tra i fenomeni cui assistiamo c’è da rilevare, inoltre, l’affermarsi di un individualismo radicale, che si manifesta in numerose sfere dell’attività umana: nella vita economica, nella concorrenza spietata, nella competizione sociale, nel disprezzo degli emarginati e in molti altri campi. Questo individualismo non favorisce certamente il dono generoso, fedele e permanente di sé. E, sicuramente, non è un abito culturale che possa favorire la soluzione delle crisi nel matrimonio.
Succede che le autorità statali, responsabili del bene comune e della coesione sociale, alimentino esse stesse questo individualismo, permettendogli una piena espressione attraverso apposite leggi (come, per esempio, nel caso dei PACS “patti civili di solidarietà”), che si presentano come alternative, almeno implicite, al matrimonio. Peggio ancora quando si tratta di unioni omosessuali, per di più pretendendo il diritto di adottare dei bambini. Così facendo, questi legislatori e questi governi rendono precaria nella mentalità comune l’istituzione del matrimonio e contribuiscono inoltre a creare problemi che sono incapaci di risolvere. In tal modo accade che il matrimonio, molto spesso, non è più considerato come un bene per la società, e la sua “privatizzazione” contribuisce a ridurre o addirittura ad eliminare il suo valore pubblico.
Questa ideologia sociale di pseudo-libertà spinge l’individuo ad agire in primo luogo secondo i suoi interessi, la sua utilità. L’impegno assunto nei confronti del coniuge prende l’andamento di un semplice contratto, rivedibile indefinitamente; la parola data non ha che un valore limitato nel tempo; non si risponde dei propri atti, se non davanti a se stessi.
  • False aspettative sul matrimonio
Bisogna anche constatare che molti giovani si formano una concezione idealista o addirittura erronea della coppia, come il luogo di una felicità senza nuvole, del compimento dei propri desideri senza prezzo da pagare. Possono arrivare così ad un conflitto latente tra il desiderio di fusione con l’altro e quello di proteggere la propria libertà.
Un misconoscimento crescente della bellezza della coppia umana autentica, della ricchezza della differenza e della complementarità uomo/donna conduce ad una accresciuta confusione sulla identità sessuale, confusione portata al culmine nell’ideologia femminista D’altra parte, le condizioni attuali dell’attività professionale dei due coniugi riducono i tempi vissuti in comune e la comunicazione nella famiglia. E tutto questo impoverisce le capacità di dialogo tra gli sposi.
Troppo spesso, quando sopravviene la crisi, le coppie si ritrovano da sole a doverla risolvere. Non hanno nessuno che possa ascoltarle e illuminarle, cosa che forse permetterebbe di evitare una decisione irreversibile. Questa mancanza di aiuto fa sì che la coppia rimanga chiusa nel suo problema, non vedendo più se non la separazione o addirittura il divorzio come soluzione al proprio sconforto. Come non pensare invece che molte di queste crisi hanno un carattere transitorio e potrebbero essere facilmente superate, se la coppia avesse il sostegno di una comunità umana ed ecclesiale?
  • Fattori economici e consumistici nella vita familiare
I fattori economici, nella loro grande complessità, influiscono pure fortemente nella configurazione del modello familiare, nella determinazione dei suoi valori, nella organizzazione del suo funzionamento, nella definizione dello stesso progetto familiare. Gli introiti che si vogliono assicurare, le spese che si considerano indispensabili per soddisfare i bisogni o i livelli di benessere che si pretendono di raggiungere o mantenere, la mancanza di risorse o persino la mancanza di lavoro che colpiscono tanto i genitori come i figli, condizionano e, in certa misura, determinano gran parte della vita delle famiglie. Basterebbe pensare ai cosiddetti “amigados”, che non sono propriamente dei conviventi, ma solo dei poveri senza risorse per la celebrazione di un matrimonio. Altra situazione preoccupante è quella degli emigranti, costretti a lasciare il paese e la famiglia in cerca di lavoro e di mezzi di sostentamento, situazione che non raramente per la prolungata lontananza o altre motivazioni causa l’abbandono e il disfacimento della stessa famiglia che si è lasciata.
Hanno ugualmente un’origine economica i meccanismi che creano il clima di consumismo in cui si trovano sommerse le famiglie. Da questa prospettiva si definiscono sovente i parametri di felicità, generando frustrazione ed emarginazione. Sono economici pure i fattori che determinano una realtà tanto importante come è quella dello spazio familiare, vale a dire la misura delle case e la possibilità di accedere ad esse. Sono infine i fattori economici a condizionare le possibilità educative e le prospettive di futuro dei figli.

Davanti a questa realtà non si può non avere un profondo senso di compassione per quello che è o dovrebbe essere la culla della vita e dell’amore e la scuola di umanizzazione.

2. La famiglia, cammino di umanizzazione del Figlio di Dio
L’incarnazione del Figlio di Dio, nato da donna, nato sotto la legge per riscattare coloro che erano sotto la legge e dare loro il potere di diventare figli di Dio (cfr. Gal 4,4-5), non è stata un evento legato solamente al momento della nascita, ma ha abbracciato tutto l’arco della vita umana di Gesù, fino alla morte di croce, come confessa l’apostolo Paolo (cfr. Fil 2,8). Il Concilio Vaticano II si esprimeva dicendo che il Figlio di Dio ha lavorato con mani d’uomo ed ha amato con cuore d’uomo (cfr. GS 22). La sua umanità non è stata dunque un ostacolo per rivelare la sua divinità, anzi è stata il sacramento che gli è servito per manifestare Dio e renderlo visibile e raggiungibile. È bello contemplare un Dio che ha voluto così bene all’uomo, da farlo diventare strada per arrivare a Lui. Proprio per questo la strada della Chiesa è l’uomo, che essa deve amare, servire ed aiutare a raggiungere la sua pienezza di vita.
Ma proprio perché voleva incarnarsi, Dio ha dovuto cercarsi prima una famiglia, una madre (cfr. Lc 1,26-38) e un padre (cfr. Mt 1,18-25). Se nel grembo verginale di Maria Dio si è fatto uomo, nel seno della famiglia di Nazareth il Dio incarnato ha imparato ad diventare uomo. Per nascere, Dio ha avuto bisogno di una madre; per crescere e diventare uomo, Dio ha avuto bisogno di una famiglia. Maria non è stata solo Colei che ha partorito Gesù; da vera mamma, accanto a Giuseppe, è riuscita a fare della casa di Nazareth un focolare di “umanizzazione” del Figlio di Dio (cfr. Lc 2,51-52).
L’incarnazione del Figlio di Dio, appunto perché autentica, ha assunto pienamente le modalità dello sviluppo naturale di ogni creatura umana, che ha bisogno di una famiglia che l’accoglie, che l’accompagna, che l’ama e che collabora con lei nello sviluppo di tutte le sue dimensioni umane, quelle che la rendono veramente “persona” umana. Tutto ciò nella scoperta di un progetto di vita, che permette di capire come sviluppare le proprie risorse e trovare senso e successo nella vita.
Questa necessaria e immancabile funzione educatrice che ogni famiglia deve offrire ai suoi membri, nel caso della Famiglia di Nazareth trova la sua testimonianza in una pagina del vangelo di Luca. È l’episodio che si riferisce al ritrovamento di Gesù nel tempio: «Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Ed egli rispose: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero le sue parole. Partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia, davanti a Dio e davanti agli uomini» (Lc 2, 48-52).
In questa pagina troviamo tre indicazioni preziose su quanto la famiglia è chiamata a fare nei confronti dei figli, affinché diventino “veri cittadini e buoni cristiani”. In tal senso questa potrebbe considerarsi una indovinata rilettura salesiana del principio dell’incarnazione in un progetto educativo.
Innanzitutto, non è indifferente che Giuseppe e Maria abbiano portato Gesù al Tempio nell’età in cui il figlio deve imparare ad inserirsi a pieno titolo nella vita del suo popolo, facendo proprie le tradizioni che hanno alimentato e sostenuto la fede dei genitori: la famiglia di Gesù l’ha introdotto all’obbedienza della legge e alla pratica della fede, anche se i suoi genitori sapevano che il loro era Figlio di Dio. L’origine divina di Gesù non lo ha sottratto all’obbligo, universale in Israele, di osservare la legge di Dio; il Figlio di Dio ha imparato ad essere uomo imparando ad obbedire agli uomini.
È da rilevare, inoltre, l’atteggiamento rispettoso dei genitori davanti al figlio che, da solo, cerca la volontà di Dio sulla propria vita. La risposta di Gesù ha quasi un tono di meraviglia, come a dire: «Ma come, voi mi avete insegnato a chiamare Dio Abba, Papà, e a cercare sempre la sua volontà, e proprio oggi e qui, a casa Sua, nel giorno del “Bar Mitzvá”, quando sono diventato a pieno titolo “figlio della Legge” per vivere d’ora in poi compiendo il disegno del Padre, mi domandate dove mi trovavo, perché ho fatto così?» (cfr. Lc 2,49). Non ancora maggiorenne, Gesù ricorda ai genitori che sono stati loro a insegnargli che Dio e le sue cose precedono pure la famiglia e la sua cura.
Infine, notiamo che l’incomprensione dei genitori non è ostacolo all’obbedienza del figlio, che torna con loro a Nazareth; Gesù si sottomette all’autorità dei genitori che non riescono più a capirlo. E così, conclude l’evangelista, mentre Maria “serbava tutte queste cose nel suo cuore” (Lc 2,51), Gesù “cresceva in età, sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2,52). Ecco l’elogio più grande della capacità educativa di Giuseppe e Maria. Ecco cosa significa in pratica fare di una famiglia, casa e scuola, “culla della vita e dell’amore e luogo primario di umanizzazione”.
È in famiglia che Gesù ha imparato l’obbedienza alla legge e si è immerso nella cultura di un popolo; è in famiglia che Gesù ha mostrato di volere dare a Dio il primo posto e di occuparsi in primo luogo delle cose di Dio; è alla vita di famiglia che Gesù, cosciente de essere figlio di Dio, è ritornato per crescere, come uomo, davanti agli uomini, “in età, sapienza e grazia”. Il figlio di Dio poté venire alla vita nascendo da una madre vergine, senza contare per questo su una famiglia, ma senza di essa non poté crescere e maturare come uomo! Una vergine concepì il figlio di Dio; una famiglia l’umanizzò.

Mi domando se si potrebbe dire di più sul valore sacrosanto della famiglia!

3. Vita di famiglia e carisma salesiano
Per noi, figli di Don Bosco, la famiglia non può sembrare un tema estraneo alla nostra vita e alla nostra missione. Da educatori conosciamo bene l’ importanza di creare un clima di famiglia per l’educazione di bambini e ragazzi, di adolescenti e di giovani. A tale scopo l’ambiente migliore è proprio quello che si rifà al modello base della famiglia: quello che riproduce “l’esperienza della casa”, dove i sentimenti, gli atteggiamenti, gli ideali, i valori sono comunicati vitalmente, sovente con un linguaggio non verbale e soprattutto non sistematico, ma non meno efficace e costante. La rinomata espressione di Don Bosco “l’educazione è cosa di cuore”[4] ha la sua traduzione operativa nel compito di aprire le porte del cuore dei nostri ragazzi affinché essi possano accogliere e custodire le nostre proposte educative.

Per noi, Famiglia salesiana, vivere in famiglia non è semplicemente una scelta pastorale strategica, oggi tanto urgente, ma è una modalità di realizzare il nostro carisma e un obiettivo da privilegiare nella nostra missione apostolica. Come tratto carismatico caratteristico, noi Salesiani e Membri della Famiglia Salesiana viviamo lo spirito di famiglia; come missione prioritaria, condividiamo con le famiglie, che ci affidano i figli, il compito di educarli ed evangelizzarli; come opzione metodologica educativa, lavoriamo ricreando nei nostri ambienti lo spirito di famiglia.

3.1 “In principio era la madre”[5]

Margherita Occhiena è stata “la prima educatrice e maestra di ‘pedagogia’”[6] di Don Bosco. «È a tutti noto – diceva Giovanni Paolo II agli educatori impegnati nel mondo della scuola riuniti a Torino nel 1988 – quale importanza abbia avuto Mamma Margherita nella vita di san Giovanni Bosco. Non solo ha lasciato nell’Oratorio di Valdocco quel caratteristico “senso di famiglia” che sussiste ancor oggi, ma ha saputo forgiare il cuore di Giovannino a quella bontà e a quella amorevolezza che lo faranno l’amico e il padre dei suoi poveri giovani».[7]

3.1.1 Breve rassegna biografica

Convinto anch’io del ruolo decisivo svolto da Mamma Margherita nella formazione umana e cristiana di Don Bosco, come pure nella creazione dell’ambiente educativo, ‘familiare’, di Valdocco, mi sembra doveroso ricordare qui, anche se brevemente, la sua vita e abbozzare il suo profilo spirituale.

a) Fino al trasferimento a Valdocco (dal 1788 al 1846)
Nata a Serra di Capriglio, frazione del piccolo paese della provincia di Asti, il 1° aprile 1788, da Melchiorre Occhiena e Domenica Bassone, Margherita fu battezzata il giorno stesso della sua nascita; i suoi genitori erano contadini un po’ agiati, proprietari della loro casa e dei terreni adiacenti.
Capriglio non aveva scuola, quindi Margherita non imparò a leggere e a scrivere. Illetterata, però, non significa ignorante: seppe acquisire un’eminente saggezza ascoltando con cuore sveglio nella chiesa parrocchiale le prediche, i catechismi e, più ancora, conformandovi la sua esperienza quotidiana, che non fu sempre bella e serena. Scrive don Lemoyne, autore nel 1886 della prima ‘biografia’ scritta di Mamma Margherita: «Dalla natura era stata fornita di una risolutezza di volontà che, coadiuvata da uno squisito buon senso e dalla grazia divina, doveva farla riuscire vincitrice di tutti quegli ostacoli spirituali e materiali che avrebbe incontrati nel corso della vita… Retta nella sua coscienza, nei suoi affetti, nei suoi pensieri, sicura nei suoi giudizi intorno agli uomini e alle cose, spigliata nei suoi modi, franca nel suo parlare, non sapeva che cosa fosse esitare… Questa franchezza fu una salvaguardia alla sua virtù, perché unita ad una prudenza che non le lasciava porre il piede in fallo»[8].
A due chilometri da Capriglio, sulla collina di fronte, nei ‘Becchi’, frazione di Morialdo e di Castelnuovo d’Asti, viveva Francesco Bosco; giovane contadino di 27 anni, vedovo, che aveva a suo carico un ragazzino di tre anni, Antonio, la chiese in sposa. Sposatasi il 6 giugno 1812, Margherita Bosco si trasferì alla cascina Biglione. La piccola famiglia non tardò a ingrandirsi. L’8 aprile 1813 nacque un primo figlio, che fu chiamato Giuseppe, e due anni dopo, il 16 agosto 1815, un secondo, che fu chiamato Giovanni Melchiorre: il futuro San Giovanni Bosco.
Alla morte improvvisa di Francesco, compiuti appena i 33 anni, Margherita, a 29 anni, divenne capo della famiglia – tre figli e la nonna paterna – e responsabile della gestione agricola. Poco dopo essere rimasta vedova, ricevette la proposta di un matrimonio molto vantaggioso: i bambini sarebbero stati affidati a un tutore. Rifiutò nettamente: «Dio mi ha dato un marito e me lo ha tolto. Morendo egli mi affidò tre figli, e io sarei madre crudele se li abbandonassi nel momento in cui hanno maggior bisogno di me».
Ormai è soprattutto a questi figli che ella si dedicherà per svolgere il suo compito di educatrice. In questo compito, Margherita manifesterà le sue doti eccezionali: la sua fede, la sua virtù, il suo saper fare, la sua saggezza di contadina piemontese e di vera cristiana ripiena di Spirito Santo.
Sapeva adattarsi a ciascuno dei figli. Antonio aveva perso la mamma all’età di tre anni e suo papà all’età di nove; adolescente irritabile, giovane brontolone, a partire dai 18 anni divenne intrattabile, scivolando spesso nella violenza. Margherita si sentì qualche volta chiamare “matrigna”, mentre lo trattava sempre come un figlio, con una pazienza infinita. Però sapeva anche essere giusta e forte: per la pace in casa, per il bene di Giuseppe e di Giovanni, prese le decisioni dolorose che s’imponevano. Alla fine del 1830 procedette alla divisione dei beni, casa e terreni. Antonio, rimasto solo, non tardò a sposarsi e ebbe sette figli. Pienamente riconciliato con i suoi, sarà un buon padre di famiglia, molto stimato, e un cristiano fedele.
Giuseppe, di cinque anni più giovane, era dolce, conciliante e tranquillo. Inseparabile dal fratello Giovanni, ne subiva senza gelosia l’ascendente. Adorava sua madre; e durante i lunghi anni di studio di Giovanni sarà il figlio obbediente e laborioso sul quale ella potrà appoggiarsi. Anch’egli si sposerà giovane, a 20 anni, con una ragazza del paese, Maria Colosso, dalla quale avrà dieci figli.
Giovanni voleva studiare. Mamma Margherita, che intendeva favorirlo in questo suo desiderio, trovò l’opposizione decisa di Antonio. Con il cuore straziato, lo mandò allora a lavorare per venti mesi come garzone alla cascina della famiglia Moglia (1828-1829). Solo dopo che Antonio ebbe acquistato la sua autonomia, Mamma Margherita ebbe la possibilità di mandare Giovanni alla scuola pubblica a Castelnuovo (1831), e poi a Chieri, dove passerà dieci anni (1831-1841): quattro alla scuola pubblica e sei al seminario maggiore. Fu quello per Margherita un periodo finalmente tranquillo, felice, pieno di speranza, in cui ella diventava nonna dei figli di Antonio e di Giuseppe.
Don Bosco, a 70 e più anni, ricorderà il tono imperioso con il quale Mamma Margherita, quando nel 1834 lui dovette decidere concretamente il suo avvenire, gli aveva detto: «Senti, Giovanni. Non ho nulla da dirti per ciò che riguarda la tua vocazione, se non di seguirla come Dio te la ispira. Non preoccuparti per me. Da te non aspetto niente. E ritieni bene questo: sono nata in povertà, sono vissuta in povertà, voglio morire in povertà. Anzi te lo protesto: se tu per sventura diventassi un prete ricco, non verrò a farti una sola visita».[9]
Il 26 ottobre 1835, all’età di 20 anni, Giovanni vestì l’abito clericale a Castelnuovo, nella chiesa parrocchiale. Da quel giorno, ci confida Don Bosco, «mia madre mi teneva lo sguardo addosso… La sera precedente alla partenza, mi chiamò a sé e mi fece questo memorando discorso: “Giovanni mio, tu hai vestito l’abito sacerdotale; io ne provo tutta la consolazione che una madre può provare per la fortuna di suo figlio. Ma ricordati che non è l’abito che onora il tuo stato, è la pratica della virtù. Se mai tu venissi a dubitare di tua vocazione, ah per carità! non disonorare questo abito. Deponilo tosto. Amo meglio di avere un povero contadino che un figlio prete trascurato nei suoi doveri”».[10]
Giovanni fu ordinato sacerdote a Torino il sabato 5 giugno 1841. Il giorno seguente, dopo aver celebrato la Messa solenne nella chiesa parrocchiale di Castelnuovo, salì ai Becchi: nel rivedere i luoghi del primo sogno e di tanti ricordi, il novello sacerdote fu commosso fino alle lacrime. Si ritrovò solo, nel silenzio della sera, con sua madre. «Giovanni – gli disse la Mamma – sei prete, dici la Messa, da qui avanti sei dunque più vicino a Gesù Cristo. Ricordati però che cominciare a dir Messa vuol dire cominciare a patire. Non te ne accorgerai subito, ma a poco a poco vedrai che tua madre ti ha detto la verità. Sono sicura che tutti i giorni pregherai per me, sia ancora io viva o sia già morta: ciò mi basta. Tu da qui innanzi pensa solamente alla salute delle anime, e non prenderti nessun pensiero di me».[11]
Il 3 novembre 1841 Don Bosco, giovane prete, si congedava da sua madre e dai suoi fratelli, e partiva per Torino. Entrato nel Convitto ecclesiastico, dietro consiglio di don Giuseppe Cafasso, dava subito inizio al suo apostolato tra i ragazzi della strada e nelle carceri. L’8 dicembre inaugurò la sua catechesi con Bartolomeo Garelli: era l’inizio della grande avventura salesiana.
Il giovane prete cominciò a riunire una frotta sempre più numerosa di ragazzi al Convitto, poi presso la Marchesa Barolo, quindi sui prati vicini, fino a quando, nella Pasqua del 1846, entrò finalmente nella Tettoia Pinardi, a Valdocco. Durante questo tempo, Margherita viveva serena ai Becchi, nonna felice di una schiera di nipotini tra i 13 anni e pochi mesi.

Nel luglio 1846 Giovanni, esaurito dal suo lavoro apostolico, è alle soglie della morte. Ricuperato in salute, sale ai Becchi per una lunga convalescenza: madre e figlio si ritrovano nell’intimità. Il cuore di Giovanni Bosco sacerdote è rimasto a Torino: tanti giovani lo aspettano! Ma c’è un problema da risolvere: giovane prete di 30 anni, Giovanni non può abitare da solo nei locali che da poco ha preso in affitto nella casa Pinardi, in quel quartiere malfamato di Valdocco. «Prendi con te tua madre!» gli dice il parroco di Castelnuovo. Così ha raccontato Don Bosco la generosa reazione di sua madre: «Se ti pare tal cosa piacere al Signore, io sono pronta a partire in sul momento».[12] Il 3 novembre 1846, madre e figlio partivano, a piedi, per Torino.

b) Dieci anni con Don Bosco (dal 1846 al 1856)
Per Mamma Margherita cominciava l’ultimo periodo, in cui la sua vita si confonderà con quella di suo figlio e con la fondazione stessa dell’opera salesiana.
Aiutando Don Bosco, Margherita intendeva evidentemente servire i ragazzi ai quali suo figlio aveva dedicato la vita. Dovette, in primo luogo, abituarsi alle grida e al frastuono dei giorni di oratorio, alle ore tarde delle scuole serali. Poi venne l’accoglienza in casa dei primi orfani vagabondi. Quanti erano questi ragazzi che costituiranno la grande famiglia di mamma Margherita? Una quindicina nel 1848, salgono a trenta nel 1849, a cinquanta nel 1850. La costruzione di una casa a due piani permise di accoglierne circa settanta nel 1853, e un centinaio nel 1854: due terzi artigiani, un terzo studenti o seminaristi della diocesi, che andavano a lavorare o a studiare in città. Una trentina almeno erano interamente a carico di Don Bosco.
Una sera del 1850, Margherita ebbe la sua ora di Getsemani. Quattro anni di quella vita potevano bastare, non ne poteva più! Si sfogò con suo figlio: «Senti, Giovanni, non è più sopportabile. Ogni giorno questi ragazzi me ne combinano una nuova… Lasciami andar via. Lasciami tornare ai Becchi; vi finirò i miei giorni tranquilla». Sconvolto, Don Bosco la guarda, poi i suoi occhi si innalzano verso il Crocifisso che pende al muro. Margherita segue questo sguardo. «Hai ragione, disse, hai ragione». E riprese il suo grembiule. «Da quell’istante, attestano le Memorie, più non sfuggì dal suo labbro una parola di malcontento»[13]. Chi potrà misurare questo suo sacrificio personale nello sviluppo dell’opera salesiana?
Certamente Mamma Margherita è stata presente, anche attivamente, al primo sviluppo “spirituale” dell’opera: i primi momenti di formazione del metodo e del clima salesiano, la presenza e l’accompagnamento dei primi discepoli: Cagliero (1851), Rua (1852), don Alasonatti e Domenico Savio (1854); le prime Compagnie, i primi frutti di santità, i primi chierici e la preparazione della Società Salesiana, che sarà fondata soltanto tre anni dopo la sua morte. Questa lunga presenza femminile e materna è un fatto unico nella storia dei Fondatori di Congregazioni educative. «La Congregazione Salesiana è stata cullata sulle ginocchia di Mamma Margherita», ha scritto un biografo di Don Bosco.[14]
Tuttavia il più bello dei compiti di Margherita è stato quello in cui impiegava non solo le braccia, ma il suo cuore, il suo talento innato di educatrice. Tutti quegli orfani la chiamavano “Mamma”: era ben chiaro che non si limitava ad essere la loro cuoca e la loro guardarobiera. Avevano verso di lei una fiducia totale, un affetto di orfani che si sentivano da lei amati. Lungo la giornata ella interveniva in dialoghi squisiti per correggere, esortare, consolare, offrire il consiglio opportuno, per formare il loro carattere e il loro cuore di credenti, per ricordare la presenza di Dio, invitare ad andare a confessarsi da Don Bosco e raccomandare la devozione a Maria.
Li conosceva quindi uno per uno, tutti questi ragazzi, e sapeva giudicarli. Per due anni poté osservare un adolescente singolare venuto da Mondonio: la sua condotta la impressionava: «Tu hai – disse un giorno a Don Bosco – tanti giovani buoni, ma nessuno supera la bellezza del cuore e dell’anima di Savio Domenico… Lo vedo sempre pregare… Sta in Chiesa come un angelo del paradiso».[15]
Gli unici momenti di calma e di riposo di Mamma Margherita, in quegli anni, furono le poche settimane di vacanze autunnali ai Becchi. Riposo d’altronde relativo, perché Don Bosco vi conduceva tutti i ragazzi senza famiglia. Tornando dalle vacanze del 1856, a metà novembre, si sentì male e si mise a letto. Il medico diagnosticò una polmonite. Morì il 25 novembre alle ore 3; la sera prima, don Borel, suo confessore, le aveva amministrato gli ultimi sacramenti. «Dio – disse a Don Bosco – sa quanto ti ho amato; ma di lassù sarà ancora meglio. Ho fatto tutto ciò che ho potuto. Se qualche volta sono sembrata severa, era per il vostro bene. Di’ ai ragazzi che ho lavorato per loro, come una mamma. Preghino e offrano una santa comunione per me»[16].

Mamma Margherita visse povera e povera morì: portata alla fossa comune, non ebbe mai il suo nome scritto su una pietra tombale.

3.1.2 Profilo spirituale di Mamma Margherita
La morte della madre mise “in accresciuta evidenza il forte vincolo tra Don Bosco e la madre, quella relazione primaria che gli aveva plasmato i tratti fondamentali della personalità”.[17] Amata da salesiani e giovani, subito dopo la morte, sorse una convinzione comune: “era una santa!”. Eppure la Causa di Beatificazione e di Canonizzazione di Mamma Margherita fu introdotta soltanto l’8 settembre 1994. Concluso il Processo diocesano a Torino nel 1996, la Positio (cioè la documentazione sulla fama di santità e sull’eroicità della vita e delle virtù) è stata consegnata ufficialmente alla Congregazione per le Cause dei Santi il 25 gennaio 2000.[18]

Non resisto al desiderio di tratteggiare qui il suo profilo spirituale, quello che emerge appunto dalla Positio.

a) Donna forte
In tutta la sua esistenza non si colgono mai momenti di facile abbandono alle inclinazioni naturali. Manifesta un equilibrio straordinario nell’armonizzare tensioni non facili nella vita di famiglia. Il suo atteggiamento ci appare sempre vigile e come guidato da una superiore preoccupazione: quella di chi discerne quale sia il comportamento migliore per il bene dei suoi figli davanti a Dio. Si presenta così tenera e ferma, comprensiva e irremovibile, paziente e decisa.
A spingere Margherita verso l’armonia dei contrari c’era il fatto di aver dovuto fare anche da padre ai suoi figlioli. Mamma Margherita, che pure avrebbe avuto la possibilità di evitare la problematica condizione di vedova, sposandosi nuovamente, ha saputo raggiungere e conservare sempre il giusto equilibrio fra questi due ruoli: una maternità sufficientemente forte da compensare l’assenza del padre, e una “paternità” sufficientemente dolce da non compromettere l’indispensabile calore materno. Quindi non carezze vuote, né grida stizzose, ma fermezza e serenità.
Dal suo aspetto traspariva sempre la calma, la serenità, la padronanza di sé, la vera dolcezza. Non picchiava i figlioli, ma non cedeva loro mai; minacciava punizioni severe, ma le condonava al primo segno di pentimento. In un angolo della cucina – ricordava Don Bosco – c’era la verga: un bastoncino flessibile. Non l’usò mai, ma non la tolse mai da quell’angolo. Era una mamma dolcissima, ma energica e forte. Riuscì a gestire due presenze che in genere risultano problematiche in una famiglia: la presenza di una suocera ammalata e quella di un figliastro particolarmente difficile. Saggia educatrice, seppe trasformare una condizione familiare, ricca di difficoltà, in un ambiente educativo incisivo e fecondo.
Con l’esempio e la parola insegnò ai figli le grandi virtù dell’umanesimo piemontese di quel tempo: il senso del dovere e del lavoro, il coraggio quotidiano di una vita dura, la franchezza e l’onestà, il buon umore. Essi impararono anche a rispettare gli anziani e ad aprirsi volentieri al servizio del prossimo. D’altra parte, calma e forte, non temeva di dire il fatto suo a coloro le cui parole o atti provocavano scandalo. Tali esempi scendevano nel più profondo della coscienza dei tre ragazzi.

La dimensione della fede dava poi sapore sapienziale ed incisività ad ogni lezione che [*1] questa maestra analfabeta impartiva ai suoi figlioli.

b) Educatrice “salesiana”
È stata quest’arte educativa a permettere a Mamma Margherita di individuare le energie nascoste nei suoi figli, portarle alla luce, svilupparle e consegnarle quasi visibilmente nelle loro mani. Ciò va detto soprattutto nei riguardi del suo frutto più ricco: Giovanni. Quanto è impressionante notare in Mamma Margherita questo cosciente e chiaro senso di “responsabilità materna” nel seguire cristianamente e da vicino il proprio figlio, pur lasciandolo nella sua autonomia vocazionale, ma accompagnandolo ininterrottamente in tutte le tappe della sua vita fino alla propria morte!
Il sogno che Giovannino fece a nove anni, se fu rivelatore per lui, lo fu certamente anche (se non prima) per Mamma Margherita; è stata lei ad avere e a manifestare l’interpretazione: «Chissà che tu non abbia a diventar prete!». E qualche anno dopo, quando comprese che l’ambiente di casa era negativo per Giovanni a causa dell’ostilità del fratellastro Antonio, ella fece il sacrificio di mandarlo a fare il garzone di campagna nella cascina Moglia di Moncucco. Una mamma che si priva del giovanissimo figlio per mandarlo a lavorare la terra lontano da casa, fa un vero sacrificio, ma ella lo fece, oltre che per eliminare un dissidio familiare, per indirizzare Giovanni su quella strada che le (e gli) aveva rivelato il sogno.
Si può affermare che a Mamma Margherita va attribuito il merito di aver lei inoculato in Don Bosco i semi di quel celebre trinomio: ragione, religione, amorevolezza, che ella visse semplicemente nella sua calma, affabilità ed autorevolezza. La divina Provvidenza le fece la grazia di essere un’educatrice “salesiana” animata da un amore preventivo che sapeva capire, esigere, correggere, pazientare e sorridere.

I suoi figli erano sorvegliati, controllati e guidati, ma non oppressi. Dovevano ubbidire e chiedere i permessi, ma la Mamma li lasciava volentieri abbandonarsi alla loro allegria e ai loro giochi. Non cedeva mai ai capricci, e correggeva amorosamente….Don Lemoyne attesta: «Voleva ad ogni costo che la correzione non provocasse iracondia, diffidenze, disamore. La sua massima su questo punto era precisa: indurre i figli a fare ogni cosa per affetto o per piacere al Signore. Essa perciò era una madre adorata».[19] Don Bosco dirà più tardi che l’educazione è cosa del cuore: ne aveva fatto già la felice esperienza nel focolare domestico dei Becchi

c) Efficace catechista
Mamma Margherita aveva la rara capacità di ricavare da tutto ciò che accadeva nella vita uno spunto per catechizzare. Si ritenne la prima responsabile dell’insegnamento della fede ai suoi figli, e seppe proporre loro valori semplici e forti nella sua scuola di famiglia. Ciò che trasmise in primo luogo ai figli, con pazienza, negli anni della crescita, fu la sua fede adamantina, il senso di un Dio di amore sempre presente, una devozione tenera a Maria.
Celebre è rimasto il catechismo di Mamma Margherita. Ella, che non sapeva né leggere né scrivere e che aveva imparato a memoria, nella sua infanzia, le formule necessarie, le trasmetteva ai figli, ma anche le sintetizzava e le interpretava secondo il suo infallibile istinto materno.
Le grandi verità della fede erano trasmesse nella maniera più semplice ed elementare, tutte espresse in formule brevissime:
  • Dio ti vede: era la verità di ogni momento, non destinata ad incutere paura, ma ad assicurare i bambini sul fatto che Dio si prendeva cura di loro e che la stessa bontà di Dio chiedeva loro di rispondere con una vita buona.
  • Quanto è buono il Signore!, esclamava tutte le volte che qualcosa colpiva la fantasia dei bambini e destava la loro ammirazione.
  • Con Dio non si scherza!, asseriva convinta quando si trattava di inculcare l’orrore del male e del peccato.
  • Abbiamo poco tempo per fare il bene!, spiegava quando voleva spingerli ad essere più solerti e generosi.
  • Che importa avere dei bei vestiti, se poi l’anima è brutta?, osservava quando voleva educarli a una dignitosa povertà, e alla cura della bellezza interiore dell’anima.
C’era poi il catechismo dei sacramenti. Sappiamo, dal racconto dello stesso Don Bosco, come ella lo applicò col piccolo Giovanni. Quando si avvicinò il tempo della prima comunione, ella cominciò ad assegnargli ogni giorno qualche preghiera e qualche lettura particolare; poi preparò il bambino a una buona confessione (e gliela fece ripetere tre volte durante il tempo di quaresima); poi, quando venne il gran giorno (la Pasqua del 1826), fece in modo che il bambino facesse davvero un’esperienza di comunione con Dio. «Sono persuasa – dirà in quel giorno al figlio – che Dio ha preso possesso del tuo cuore! Ora promettigli di fare quanto puoi per conservarti buono fino alla fine della vita».[20]

E c’era, infine, il catechismo della carità: sia negli anni del relativo benessere che in quelli della fame, la casa di Margherita restò sempre aperta ai poveri, ai viandanti, agli ambulanti, alle guardie in perlustrazione che chiedevano un bicchier di vino, alle ragazze in difficoltà morali; così come restò la casa alla quale si rivolgevano le vicine quando c’era una disgrazia da alleviare, qualche malato da assistere o un moribondo da accompagnare all’ultimo transito.

d) Prima cooperatrice
Ci sono modalità, accenti, toni nel sistema preventivo praticato da Don Bosco che hanno un che di materno, di dolce, di rassicurante, che autorizzano a vedere in Margherita non solo una figura femminile che esercita il suo influsso da lontano, ma anche dall’interno come ispiratrice e modello, come collaboratrice e, certamente, prima cooperatrice.
Fu proprio la presenza di Mamma Margherita a Valdocco durante l’ultimo decennio della sua vita ad influire non marginalmente su quello “spirito di famiglia” che tutti consideriamo come il cuore del carisma salesiano. Quello infatti non fu un decennio qualsiasi, ma il primo, quello in cui furono poste le basi di quel clima che passerà alla storia come il clima di Valdocco. Don Bosco aveva invitato la Mamma spinto da necessità pratiche. In realtà nei piani di Dio questa presenza era destinata a trascendere i limiti di una necessità contingente, per iscriversi nel quadro di una provvidenziale collaborazione ad un carisma ancora allo stato nascente.
Mamma Margherita fu consapevole di questa sua nuova vocazione. L’accettò con umiltà e lucidità. Così si spiega il coraggio dimostrato nelle circostanze più dure. Si pensi solo all’epidemia del colera. Si pensi a gesti e parole che hanno un qualcosa di profetico, come l’utilizzare le tovaglie dell’altare per fare bende per gli ammalati. Valga, soprattutto, l’esempio della celebre “Buona Notte”, una nota originale della tradizione salesiana. Era un punto a cui Don Bosco dava molta importanza e fu incominciato proprio dalla Mamma con un piccolo sermoncino rivolto al primo giovane ospitato[21]. Don Bosco poi avrebbe continuato questa usanza non in chiesa a mo’ di predica, ma in cortile o nei corridoi, o sotto i porticati in modo paterno e familiare.

La statura interiore di questa madre è tale che il figlio, anche quando sarà divenuto ormai esperto educatore, avrà sempre da imparare da lei. A voler compendiare quanto si è detto, valga il giudizio di don Lemoyne: «In lei poteva dirsi personificato l’Oratorio»[22].

3.2 Valdocco, “una famiglia che educa”[23]
Anche se Valdocco è stata la prima – e la sola – istituzione assistenziale ed educativa fondata e diretta da Don Bosco in persona, la tipica fisionomia dell’opera e soprattutto il sistema educativo di prevenzione ivi adoperato possono essere ben compresi soltanto in connessione non solo con Don Bosco, con la sua esperienza e il suo temperamento, ma pure con quelli dei suoi aiutanti. Dagli inizi l’Oratorio fu una impresa comunitaria, costruita e portata avanti in interazione tra il fondatore e i suoi collaboratori.[24]
Fra essi spicca un gruppo consistente di donne. Mamma Margherita non è stata, certamente, l’unica collaboratrice di Don Bosco nell’Oratorio; “altre mamme vissero a Valdocco, dando sempre l’impronta familiare che necessariamente proveniva dalla loro natura e dalla loro esperienza”. Morta mamma Margherita, Marianna, la sorella maggiore, rimase all’Oratorio ancora per quasi un anno fino alla sua morte. Poi “si stabilì all’Oratorio la mamma di Don Rua, ch’era coadiuvata dalla mamma del chierico Bellia, da quella del canonico Gastaldi e da altre. Visse all’Oratorio anche Marianna Magone, mamma del noto alunno di Don Bosco”[25]. Dopo la morte di lei, nel 1872, sparisce la presenza e l’influsso delle mamme nell’Oratorio.[26]
È da sottolineare tuttavia che la mamma di Don Bosco, durante il decennio 1846-1856, fu la principale compagna e cooperatrice di Don Bosco, condividendone “pane, lavoro, fatiche, preoccupazioni e missione giovanile”[27]. “Mamma Margherita” – questo è ormai il suo definitivo nome a Valdocco – sarà attivamente presente al primo sviluppo “esteriore” dell’opera: primo oratorio, “casa annessa” o pensionato per i primi artigiani e studenti, prime scuole e primi laboratori, chiesetta dedicata a san Francesco di Sales, lancio delle Letture Cattoliche, in un clima di rivoluzioni e di minacce verso Don Bosco (1853).
In quei giorni, all’Oratorio si viveva una vita di famiglia alla buona, scarsa di risorse e piena di sogni; spesso Don Bosco doveva uscire di casa o per procurarsi i fondi per gestire, anche se con semplicità, un pensionato sempre più numeroso o per trovare un po’ di pace e scrivere i suoi libri nella biblioteca del Convitto o altrove. Mamma Margherita lo sostituiva nell’assistenza dei ragazzi, oltre a badare ai lavori domestici ordinari, in cucina di giorno e rattoppando i loro vestiti di notte. Sono fatti del tutto ordinari, “piccoli particolari” certo, ma che “ebbero il loro peso su molti aspetti della vita di Don Bosco e dei giovani, e [che] ci aiutano a vedere nella sua concretezza la ‘famiglia’ dell’Oratorio”[28]: l’Oratorio, infatti, nell’intenzione di Don Bosco “aveva ad essere una casa, cioè una famiglia, e non voleva essere un Collegio”.[29]
Ebbene, tempo fa, don Egidio Viganò ha rilevato con enfasi la ricaduta della presenza materna di Mamma Margherita a Valdocco, e il suo contributo nel rendere “familiare” il clima del Oratorio: «L’eroico trasloco a Valdocco di Mamma Margherita servì ad impregnare l’ambiente di quei poveri giovani dello stesso stile familiare da cui è sbocciata la sostanza del Sistema Preventivo e tante modalità tradizionali ad esso legate. Don Bosco aveva sperimentato che la formazione della sua personalità era vitalmente radicata nello straordinario clima di dedizione e di bontà (dono di sé) della sua famiglia ai Becchi e ha voluto riprodurne le qualità più significative all’Oratorio di Valdocco tra quei giovani poveri e abbandonati».[30]

Risulta, dunque, ovvio che le componenti della “famiglia educativa”[31] che Don Bosco ha voluto divenisse il suo Oratorio, non furono tutte prese solo da idealizzazioni pedagogiche e teologiche, ma anche dal quotidiano della vita rusticana piemontese.[32] Le presenze femminili delle mamme che furono a Valdocco e, prima di tutto quella di Mamma Margherita, diedero questo peculiare contributo di fede e di semplicità, di concretezza e di sapienza educativa.

4. La famiglia come missione
Queste riflessioni su Mamma Margherita e la sua famiglia ci fanno comprendere che la famiglia, oltre ad essere parte, anche se indiretta, della nostra missione, è innanzitutto, e per sua natura, un’ istituzione sociale i cui membri si trovano uniti al suo interno da relazioni interpersonali di vario genere, ma tutte animate da un clima affettivo, comunicativo e normativo che le caratterizza di una particolare vitalità carismatica. I nostri destinatari sono i giovani, il nostro campo di lavoro è la loro educazione e la loro evangelizzazione. Entrambi però, giovani ed educazione, sono inseparabili dalla famiglia.

Lo richiamava don Egidio Viganò nel suo commento al Sinodo dei Vescovi del 1980 sulla famiglia, a seguito del quale è stata poi pubblicata l’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II: «L’impegno della nostra vocazione salesiana – scriveva don Viganò – dovrà venire attuato con gli umili e i poveri. Sono essi che hanno bisogno, anzitutto, della famiglia e per essi Don Bosco arrivò, come scrive Pietro Braido, alla sua più geniale invenzione: l’amorevolezza che educa nel clima di una famiglia gioiosamente unita».[33]

4.1 “Famiglia, diventa ciò che sei!”
“Famiglia, diventa ciò che sei!”: con questo appello Giovanni Paolo II invitava le famiglie del mondo intero a ritrovare in se stesse la propria verità e a realizzarla in mezzo al mondo. Oggi, in un mondo minato dallo scetticismo, non può non risuonare ancora forte l’esortazione del Santo Padre che incoraggiava le famiglie a riscoprire questa verità su se stesse aggiungendo, “Famiglia, credi in ciò che sei!”.
“Architettura di Dio”, piano di Dio inviolabile, la famiglia è anche “architettura dell’uomo”, impegno dell’uomo nel disegno divino.
  • Cellula della società
La famiglia è fondamento e sostegno della società per il suo compito essenziale di servizio alla vita: in famiglia nascono i cittadini e nella famiglia essi trovano la prima scuola di quelle virtù, che sono l’anima della vita e dello sviluppo della società stessa.
In quanto comunità interpersonale di amore, la famiglia trova nel dono di sé la legge che la guida e la fa crescere. Il dono di sé ispira l’amore dei coniugi tra di loro e si pone come modello e norma da attuarsi nei rapporti tra fratelli e sorelle e tra le diverse generazioni che convivono in famiglia. La comunione e la partecipazione quotidianamente vissute nella casa, nei momenti di gioia e in quelli di difficoltà, rappresentano per i figli la più concreta ed efficace pedagogia nel più ampio orizzonte della società. Ogni bambino è un dono ai fratelli, alle sorelle, ai genitori, all’intera famiglia. La sua vita diventa dono per gli stessi donatori della vita, i quali non potranno non sentire la presenza del figlio, la sua partecipazione alla loro esistenza, il suo apporto al bene della comunità familiare e della società intera.
La stessa esperienza di comunione e di partecipazione, che deve caratterizzare la vita quotidiana in famiglia, rappresenta il suo primo e fondamentale contributo alla società. Le relazioni tra i membri della comunità familiare sono ispirate e guidate dalla legge della «gratuità» che, rispettando e favorendo in tutti e in ciascuno la dignità personale come unico titolo di valore, diventa accoglienza cordiale, incontro e dialogo, disponibilità disinteressata, servizio generoso, solidarietà profonda.
Così la promozione di un’autentica e matura comunione di persone nella famiglia diventa la prima e insostituibile scuola di socialità. Essa rappresenta un esempio ed uno stimolo per i più ampi rapporti interpersonali all’insegna del rispetto, della giustizia, del dialogo e dell’amore, luogo nativo e strumento efficace di umanizzazione e di personalizzazione della società.[34]
Tutto ciò è importante oggi, in modo speciale, se si vuole contrastare efficacemente i due modelli familiari riduttivi e limitanti che sono frutto della società consumistica odierna: quello della famiglia-fortezza, centrata egoisticamente su se stessa, e quello della famiglia-albergo, priva di identità e di relazionalità. Di conseguenza, di fronte ad una società che rischia di essere sempre più spersonalizzata e massificata, e quindi disumana e disumanizzante, con gli effetti negativi di tante forme di «evasione», la famiglia possiede e sprigiona ancor oggi energie formidabili, capaci di strappare l’uomo dall’anonimato, di mantenerlo cosciente della sua dignità personale, di arricchirlo di profonda umanità e di inserirlo attivamente con la sua unicità e irripetibilità nel tessuto della società.
Quando serve la vita, quando forma i cittadini di domani, quando comunica loro i valori umani che sono fondamentali per la nazione, quando introduce i figli nella società, la famiglia gioca un ruolo essenziale: essa è patrimonio comune dell’umanità. La ragione naturale così come la Rivelazione divina contengono questa verità. Come diceva il Concilio Vaticano II, la famiglia costituisce allora “la prima e vitale cellula della società”.[35]
  • Santuario della vita
Il primo e fondamentale compito della famiglia è il servizio alla vita, che attua lungo la storia la benedizione originaria del Creatore, e trasmette così l’immagine divina da uomo a uomo (cfr. Gn 5, 1ss). Questa responsabilità scaturisce dalla sua stessa natura – quella di essere comunità di vita e di amore, fondata sul matrimonio – e dalla sua missione di custodire, rivelare e comunicare l’amore. È in gioco l’amore stesso di Dio, del quale i genitori sono costituiti collaboratori e quasi interpreti nel trasmettere la vita e nell’educarla secondo il suo progetto di Padre. In famiglia l’amore continua nel tempo a comunicare vita: si fa gratuità, accoglienza, donazione. In famiglia ciascuno è riconosciuto, rispettato e onorato perché è persona e, se qualcuno ha più bisogno, più intensa e più vigile è la cura nei suoi confronti.
La famiglia è dunque chiamata in causa nell’intero arco di esistenza dei suoi membri, dalla nascita alla morte. Essa è veramente il santuario della vita, il luogo in cui la vita, dono di Dio, può essere adeguatamente accolta e protetta contro i molteplici attacchi cui è esposta, e può svilupparsi secondo le esigenze di un’autentica crescita umana.
Come chiesa domestica, la famiglia è chiamata ad annunciare, celebrare e servire il Vangelo della vita. Nella procreazione di una nuova vita i genitori avvertono che il figlio, se è frutto della loro reciproca donazione d’amore, è, a sua volta, un dono per ambedue, un dono che scaturisce dal “Dono”.
  • Annunciatrice del vangelo della vita
È soprattutto attraverso l’educazione dei figli che la famiglia assolve la sua missione di annunciare il Vangelo della vita. Con la parola e con l’esempio, nella quotidianità dei rapporti e delle scelte con gesti e segni concreti, i genitori introducono i loro figli alla libertà autentica che si realizza nel dono sincero di sé, e sviluppano in loro il rispetto dell’altro, il senso della giustizia, l’accoglienza cordiale, il dialogo, il servizio generoso, la solidarietà e ogni altro valore che aiuti a capire la vita come vocazione e come missione d’amore.
Così, pur in mezzo alle difficoltà dell’azione educativa, i genitori devono con fiducia e con coraggio formare i figli ai valori essenziali della vita umana. E i figli devono crescere in una giusta libertà di fronte ai beni materiali, adottando uno stile di vita semplice ed austero, ben convinti che l’uomo vale più per quello che è che per quello che ha.
L’intervento educativo dei genitori cristiani si fa dunque servizio alla fede dei figli e aiuto perché adempiano la vocazione ricevuta da Dio. Rientra nella missione educativa dei genitori insegnare e testimoniare ai figli il vero senso del soffrire e del morire: lo potranno fare se sapranno essere attenti ad ogni sofferenza che trovano intorno a sé e, prima ancora, se sapranno sviluppare atteggiamenti di vicinanza, di assistenza e condivisione verso piccoli, malati e anziani nell’ambito familiare.
Siamo tutti consapevoli che bambini, ragazzi e giovani hanno bisogno di un’educazione umana ed affettiva, che stimoli la loro personalità, la loro responsabilità, il loro senso della fedeltà e dell’iniziativa. Hanno bisogno di un’educazione della loro sessualità che, per essere valida e pienamente umana, deve camminare di pari passo con la scoperta della capacità di amare, iscritta da Dio nel cuore dell’uomo. Si tratta di una formazione armonica all’amore responsabile, guidata al tempo stesso dalla Parola di Dio e dalla ragione.
  • Scuola di impegno sociale
Un altro compito della famiglia è quello di formare i propri figli all’amore e di praticare l’amore in ogni rapporto interpersonale, cosicché la stessa famiglia non si chiuda nel proprio ambito, ma rimanga aperta alla comunità, ispirata dal senso della giustizia, dalla solidarietà e dalla sollecitudine verso gli altri, oltre che dal dovere della propria responsabilità verso la società intera.
Così il servizio al Vangelo della vita si esprime nella concretezza della solidarietà. Il compito sociale della famiglia non può fermarsi all’opera procreativa della generazione biologica e all’educazione dei figli. Le famiglie cristianamente ispirate avvertono una continua chiamata ad aprirsi ai bisogni del prossimo. Singolarmente o in forma associata, esse possono e devono pertanto dedicarsi a molteplici opere di servizio sociale, specialmente a vantaggio dei poveri. Tale opera diventa particolarmente importante per soccorrere tutte quelle persone e situazioni che l’organizzazione previdenziale ed assistenziale delle pubbliche autorità non riesce a raggiungere.
Animata e sostenuta dal comandamento nuovo dell’amore, la famiglia cristiana vive l’accoglienza, il rispetto, il servizio verso ogni uomo, considerato sempre nella sua dignità di persona e di figlio di Dio. La carità va oltre i propri fratelli di fede, perché «ogni uomo è mio fratello»; in ciascuno, soprattutto se povero, debole, sofferente e ingiustamente trattato, la carità sa scoprire il volto di Cristo e un fratello da amare e da servire. La famiglia cristiana si pone al servizio dell’uomo e del mondo, attuando veramente un’autentica «promozione umana».
Tutti sappiamo che l’ingiusta distribuzione dei beni fra il mondo sviluppato e quello in via di sviluppo, fra ricchi e poveri dello stesso paese, l’uso delle risorse naturali solo a beneficio di pochi, l’analfabetismo di massa, il permanere e il riemergere del razzismo, il fiorire di conflitti etnici e i conflitti armati hanno sempre prodotto un effetto devastante sulla famiglia. E, d’altra parte, è da rilevare come la famiglia sia il primo e principale ambito educativo dove possono fiorire valori diversi, ispirati alla comunione e all’amore.
A titolo di esempio, vorrei rilevare l’importanza sempre più grande che nella nostra società assume l’ospitalità, in tutte le sue forme: dall’aprire la porta della propria casa e ancor più del proprio cuore alle richieste dei fratelli, all’impegno concreto di assicurare ad ogni famiglia una propria casa, come ambiente naturale che la conserva e la fa crescere. Soprattutto la famiglia cristiana è chiamata ad ascoltare e a farsi testimone della raccomandazione dell’Apostolo: «Siate… premurosi nell’ospitalità» (Rm 12,13). Realizzerà così, imitando l’esempio e condividendo la carità di Cristo, l’accoglienza del fratello bisognoso: «Chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca ad uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa» (Mt 10,42).
Un’altra espressione particolarmente significativa di solidarietà per le famiglie è la disponibilità all’adozione o all’affidamento di bambini abbandonati dai loro genitori o comunque in situazioni di grave disagio. Il vero amore paterno e materno sa andare al di là dei legami della carne e del sangue ed accogliere anche figli di altre famiglie, offrendo ad essi quanto è necessario per la loro vita e il loro pieno sviluppo.

I Padri della Chiesa hanno spesso parlato della famiglia come di «chiesa domestica», di «piccola chiesa». «Essere insieme» come famiglia, si traduce nell’essere gli uni per gli altri e nel creare uno spazio comunitario per l’affermazione di ogni uomo e di ogni donna. A volte si tratta di persone con handicaps fisici o psichici, delle quali la società, cosiddetta «progressista», preferisce liberarsi. Talora anche qualche famiglia che si dice cristiana può comportarsi secondo questi canoni. È molto triste quando sbrigativamente ci si sbarazza di chi è anziano o affetto da malformazioni o colpito da malattie. Si agisce così perché vien meno la fede in quel Dio per il quale «tutti vivono» (Lc 20, 38) e dal quale tutti sono chiamati alla pienezza della Vita.

4.2 “Famiglia, credi in ciò che sei!”.
La famiglia non è il prodotto di una cultura, il risultato di un’evoluzione, un modo di vita comunitario legato ad una certa organizzazione sociale: essa è una istituzione naturale, anteriore ad ogni organizzazione politica o giuridica. Prende la propria consistenza da una verità da essa non prodotta, perché voluta direttamente da Dio. In una fedeltà senza riserve, l’uomo e la donna si danno l’uno all’altro e si amano con un amore aperto alla vita.
Quanto vi ho fin qui comunicato è espresso in maniera autorevole nei quattro compiti che la Familiaris consortio assegna alla famiglia: la formazione di una comunità di persone, il servizio alla vita, la partecipazione allo sviluppo della società, la missione evangelizzatrice.
Ma affinché questi compiti si realizzino, e quindi si compia l’appello rivolto alle famiglie dal Papa Giovanni Paolo II: “Famiglia, credi in ciò che sei!”, occorre anzitutto che la famiglia – i coniugi, i figli e tutti i componenti del nucleo familiare – sia fermamente convinta di questi compiti, che provengono dalla natura stessa e dalla missione dell’istituzione familiare e fanno parte del disegno di Dio sulla famiglia e su ciascuna delle persone che la compongono.

Si tratta di una convinzione che, per i credenti, non è solo di ordine razionale o sociale, ma si appoggia sulla fede in Dio che ha creato la cellula familiare come comunità di amore e di vita e mediante il suo Figlio l’ha santificata con la grazia del sacramento, perché sia per tutti segno e strumento di comunione.

5. Applicazioni pastorali e pedagogiche
Come è consuetudine, la Strenna, ed in particolare questa del 2006, ci dà l’opportunità di offrire a tutta la Famiglia Salesiana alcuni suggerimenti pastorali e applicazioni pedagogiche.
Ho visto e apprezzato lo sforzo ben riuscito di alcune Ispettorie Salesiane per tradurre in programmi educativi la Proposta Pastorale con la quale ho voluto accompagnare questa Strenna, come avevo già fatto nel 2004. Anche la rivista Note di Pastorale Giovanile ha dedicato un numero monografico per approfondire il tema ed offrire opportuni e preziosi sussidi. Vi invito a tenere presenti tutti questi materiali, che vi possono essere molto utili, mentre personalmente vi ripropongo le grandi linee ispiratrici della proposta pastorale.
  • Ecco dunque le mie indicazioni.
Assicurare una speciale attenzione alla famiglia nella nostra proposta educativa ed evangelizzatrice richiede, tra l’altro, di:
  • Garantire uno speciale impegno di educare all’amore nell’ambito dell’azione educativa salesiana e nell’itinerario di educazione alla fede proposto ai giovani.
Il CG23 presentava l’educazione all’amore come uno dei nodi in cui si manifesta l’incidenza della fede sulla vita o la sua irrilevanza pratica. L’esperienza tipica di Don Bosco e il contenuto educativo e spirituale del Sistema Preventivo ci orientano a:
  • dare una speciale importanza all’impegno di creare attorno ai giovani un clima educativo ricco di scambi comunicativo-affettivi,
  • apprezzare i valori autentici della castità,
  • promuovere i rapporti tra ragazzi e ragazze nel rispetto di sé e degli altri, nella reciprocità e nell’arricchimento vicendevole, nella gioia di una donazione gratuita,
  • assicurare nell’ambiente educativo la presenza di testimoni limpidi e lieti di amore, in modo speciale attraverso la donazione nella castità.
  • Accompagnare e sostenere i genitori nelle loro responsabilità educative, coinvolgendoli pienamente nella realizzazione del Progetto educativo-pastorale salesiano.
Il CG24, parlando del coinvolgimento dei laici nella missione salesiana, riconosceva l’impegno dei genitori e il ruolo delle famiglie nelle nostre presenze, ma richiedeva anche di intensificare la collaborazione con la famiglia, in quanto prima educatrice dei suoi figli e delle sue figlie (cfr. CG24, 20. 177). Per questo, proponeva di valorizzare l’apporto insostituibile dei genitori e delle famiglie dei giovani, favorendo la costituzione di comitati e associazioni che possano garantire ed arricchire con la loro partecipazione la missione educativa di Don Bosco (cfr. CG24, 115).
  • Promuovere e qualificare lo stile salesiano di famiglia: nella propria famiglia, nella comunità salesiana, nella comunità educativo-pastorale.
Lo spirito salesiano di famiglia costituisce una caratteristica della nostra spiritualità (cfr. CG24, 91-93) e si esprime:
  • nell’ascolto incondizionato dell’altro,
  • nell’accoglienza gratuita delle persone,
  • nella presenza animatrice dell’educatore tra i giovani,
  • nel dialogo e nella comunicazione interpersonale e istituzionale,
  • nella corresponsabilità attorno ad un progetto educativo condiviso.
  • Crescere nello spirito e nell’esperienza di Famiglia Salesiana al servizio dell’impegno educativo e pastorale tra i giovani.
La Famiglia Salesiana ci chiede in modo speciale un impegno convergente per offrire ad ogni giovane una proposta e un accompagnamento vocazionale adeguato ed esigente (cfr. CG25, 41 e 48). Per questo occorre crescere come Famiglia attraverso:
  • il buon funzionamento della Consulta della Famiglia Salesiana,
  • l’inserimento di giovani in essa,
  • iniziative ed attività che portino la Famiglia Salesiana ad operare sempre più come “movimento spirituale apostolico”.
  • Alcuni suggerimenti pratici

Preparare, nell’itinerario di formazione dei giovani, un cammino graduale e sistematico di educazione all’amore, che aiuti gli adolescenti e giovani

  • a cogliere il valore umano e cristiano della sessualità,
  • a maturare un rapporto positivo e aperto tra ragazzi e ragazze,
  • ad affrontare, alla luce della dignità della persona umana, dei valori della vita e dei criteri del Vangelo, le diverse questioni moderne sulla vita e sulla sessualità umana,
  • ad aprirsi al progetto di Dio come cammino concreto per vivere la propria vocazione all’amore.
Si dovrà dare una speciale importanza a questo aspetto nei percorsi formativi proposti nelle associazioni e nei gruppi del Movimento Giovanile Salesiano e nell’accompagnamento personale dei giovani.
  • Promuovere tra i giovani adulti dei nostri ambienti (animatori, volontari, collaboratori giovani…) percorsi concreti di formazione, accompagnamento e discernimento della vocazione al matrimonio cristiano. In questo impegno si cercherà di suscitare la collaborazione di coppie cristiane già inserite nei gruppi laicali della Famiglia Salesiana.
  • Suscitare nelle nostre presenze gruppi, movimenti e associazioni di coppie e di famiglie che le possano aiutare a vivere e ad approfondire la propria vocazione matrimoniale e ad assumere con impegno le proprie responsabilità educative.
Nella Famiglia Salesiana esistono i gruppi di “Famiglie Don Bosco”, “Hogares Don Bosco”, promossi ed animati dai Cooperatori Salesiani; ma esistono anche parecchie altre associazioni familiari come “Movimento Familiare Cristiano”, “Incontri Matrimoniali”, ecc.
  • Appoggiare i genitori dei ragazzi/ragazze delle nostre opere nella loro responsabilità educativa attraverso la creazione di associazioni di genitori, scuole di genitori, ecc. con una proposta concreta e sistematica di formazione e condivisione su tematiche educative.
  • Irrobustire in ogni presenza salesiana la comunità educativo-pastorale, con una particolare attenzione ai rapporti personali e al clima di famiglia, alla partecipazione più larga possibile e alla condivisione dei valori salesiani e degli obiettivi del progetto educativo-pastorale. In questo modo l’opera salesiana diverrà una casa per i ragazzi e anche un appoggio per le famiglie coinvolte.
  • Coinvolgere le famiglie nel cammino di educazione e di evangelizzazione che proponiamo e animiamo tra i giovani, attraverso iniziative come incontri di condivisione tra genitori e figli, catechesi familiare, coinvolgimento di genitori nell’animazione dei gruppi del MGS, celebrazioni e incontri insieme, comunità cristiane familiari come punto di riferimento per il cammino di fede proposto ai giovani, ecc.
  • Incoraggiare, preparare e accompagnare i nostri laici perché promuovano e difendano nella società i diritti della famiglia, di fronte a leggi e situazioni che la danneggiano.
  • Approfondire il senso di Famiglia Salesiana tra i diversi gruppi presenti in uno stesso territorio, mediante la conoscenza e la condivisione della “Carta della comunione” e della “Carta della missione” e l’attuazione della “Consulta della Famiglia Salesiana” ai diversi livelli.
Conclusione: una leggenda di sapore sapienziale
E adesso per concludere, come ho fatto in precedenti commenti alla Strenna, vi presento una leggenda che può rappresentare una sintesi di quanto vi ho espresso in questo commento.
Una Famiglia
Nel cuore di una vallata di campi, prati e boschi, in una casetta a due piani, viveva una famigliola felice. Erano tre, per il momento: una mamma, un papà e un bambino biondo di sei anni. Il papà lavorava in una fabbrica di rubinetti, la mamma coltivava l’orto dietro la casetta e governava con mano ferma dodici galline pettegole e un gallo prepotente. Il bambino andava a scuola felice e fiero, tanto che aveva già imparato a scrivere il suo nome. Sapeva anche il significato della parola “effervescente”.
Al centro della valle scorreva un torrente allegro e tortuoso.
La casetta sorgeva un po’ isolata dal paese e così, la domenica, la famigliola si stipava in un’auto piccolina e andava a Messa nella chiesa parrocchiale. E poi mangiavano il gelato o la cioccolata calda, secondo la stagione.
La sera, nella casetta c’era sempre un po’ di trambusto, perché il bambino, prima di andare a letto, trovava sempre qualche scusa, come contare le stelle o le lucciole o i quadretti della tovaglia.
Prima di addormentarsi tutti insieme pregavano. Un angelo del Signore, tutte le sere, raccoglieva le preghiere e le portava in cielo.
Un autunno, piovve per molti giorni. Il torrente si gonfiò di acqua scura. A monte, i tronchi e il fango formarono una diga che formò un lago limaccioso. Al tramonto, sotto la pressione dell’acqua, la diga crollò. La valle cominciò ad essere sommersa dall’acqua.
Il papà svegliò la mamma e il bambino. Si strinsero l’un l’altro spaventati, perché l’acqua aveva invaso il pianterreno della casetta. E continuava a salire. Sempre più scura, sempre più veloce.
«Saliamo sul tetto!» disse il papà. Prese il bambino, che si avvinghiava silenzioso al suo collo, con gli occhi colmi di terrore, e salì in soffitta e di là sul tetto. La mamma li seguì.
Sul tetto si sentirono come naufraghi su un’isoletta, che diventava sempre più piccola. Perché l’acqua continuava a salire e arrivò implacabile alle ginocchia del papà.
Il papà si sistemò ben saldo sul tetto, abbracciò la mamma e le disse: «Prendi il bambino in braccio e sali sulle mie spalle!»
Mamma e bambino salirono sulle spalle del papà che continuò: «Mettiti in piedi sulle mie spalle e alza il bambino sulle tue. Non aver paura. Qualunque cosa capiti io non ti lascerò!».
La mamma baciò il bambino e disse: «Sali sulle mie spalle e non avere paura. Qualunque cosa capiti io non ti lascerò!».
L’acqua continuava ad alzarsi. Sommerse il papà e le sue braccia tese a tenere la mamma, poi inghiottì la mamma e le sue braccia tese a tenere il bambino. Ma il papà non mollò la presa e neanche la mamma. L’acqua continuò a salire. Arrivò alla bocca del bambino, agli occhi, alla fronte.
L’angelo del Signore, che era venuto a prendere le preghiere della sera, vide solo un ciuffetto biondo spuntare dall’acqua torbida.
Con mossa leggera afferrò il ciuffo biondo e tirò. Attaccato ai capelli biondi venne su il bambino e attaccata al bambino venne su la mamma e attaccato alla mamma venne su il papà. Nessuno aveva mollato la presa.
L’angelo spiccò il volo e posò con dolcezza l’originale catena sulla collina più alta, dove l’acqua non sarebbe mai arrivata. Papà, mamma e bambino ruzzolarono sull’erba, poi si abbracciarono piangendo e ridendo.

Invece delle preghiere, quella sera l’angelo portò in cielo il loro amore. E tutte le schiere celesti scoppiarono in un fragoroso applauso.

* * *

Ecco, miei cari, si tratta di una “parabola” molto salesiana, perché il messaggio è che cominciando dai piccoli “tiriamo su” il resto della famiglia.
Finisco rinnovando gli auguri di Buon Anno 2006, che incominciamo sotto la protezione della Madonna, la Madre di Dio. Ella ci insegni a contemplare la famiglia che è riuscita a creare a Nazareth per capirne il segreto ed imitarla.
Con affetto, in Don Bosco
Don Pascual Chávez V.
Rettor Maggiore
Solennità della Maternità divina di Maria

Roma – 1° gennaio 2006

* * * * * *

[1]L’Osservatore Romano, 10-11 gennaio 2005, p. 5.
[2]Novo millennio ineunte, n. 47.
[3]Udienza ai partecipanti alla LIV Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, OR 30-31 maggio 2005, p. 5.
[4]Lettera circolare di Don Bosco sui castighi… 1883, Epistolario di San Giovanni Bosco (a cura di E. Ceria), SEI Torino, vol. IV, p. 209.
[5]Così iniziava la sua biografia di Don Bosco G. Joergensen, Don Bosco (ediz. italiana a cura di A. Cojazzi), SEI Torino, 1929, p. 19.
[6]P. Braido, Prevenire non reprimere. Il sistema educativo di Don Bosco. LAS, Roma 1999, p. 139.
[7]Discorso agli operatori della scuola. Testo citato nella lettera circolare di D. Egidio Viganò Il Papa ci parla di Don Bosco, ACG 328, p. 20.
[8]Più che una biografia, l’opera del Lemoyne dovrebbe essere letta come una narrazione esemplare, a carattere edificante. Lo stesso autore ne era cosciente quando intitolò il volumetto: Scene morali di famiglia esposte nella vita di Margherita Bosco. Racconto edificante ed ameno. Torino, Tip. Salesiana, 1886, 192 pp.
[9]Cfr. Memorie Biografiche, I, pag. 296.
[10]Memorie dell’Oratorio [ediz. a cura di A. da Silva Ferreira, LAS 1991], pag. 90.
[11]Memorie Biografiche, I, pag. 522.
[12]Memorie dell’Oratorio [ediz. citata], pag. 174.
[13]Memorie Biografiche, IV, pag. 233.
[14]Teresio BOSCO, Una nuova biografia di Don Bosco, Elle Di Ci, Leumann (TO) 1978.
[15]Memorie Biografiche, V, pag. 207.
[16]Memorie Biografiche, V, pag. 563.
[17]P. Braido, Don Bosco, prete dei giovani nel secolo delle libertà. Vol. I. LAS, Roma 2003, p. 317.
[18]In questo lavoro ebbe un grande merito la Commissione Storica che si occupò della Causa. Essa era composta da suor P. Cavaglià, da don F. Desramaut, da don R. Farina, da don G. Milone, da don F. Motto, da don G. Tuninetti.
[19]G. B. Lemoyne, Scene morali di famiglia esposte nella vita di Margherita Bosco. Torino, Tip. Salesiana 1886, p. 39.Mamma Margherita, pag. 51.
[20]Memorie dell’Oratorio [ediz. citata], pag. 43.
[21]Don Bosco racconta questo episodio nelle Memorie dell’Oratorio [ediz. citata, pag. 181-182].
[22]Memorie Biografiche, III, pag. 376.
[23]La formula è tratta dalla testimonianza dello stesso Don Bosco: «Questa Congregazione nel 1841 non era che un catechismo, un giardino di ricreazione festiva, cui nel 1846 si aggiunse un Ospizio pei poveri artigiani, formando un Istituto privato a guisa di numerosa famigliola» (G. Bosco, Brevi notizie sulla Congregazione di S. Francesco di Sales dall’anno 1841 al 1879, in “Esposizione alla S. Sede sullo stato morale e materiale della Pia Società di S. Francesco di Sales”, Tip. Salesiana, S. Pier d’Arena, 1879 (OE, vol. XXXI, p. 240).
[24]Cfr. P. Braido, Prevenire non reprimere. Il sistema educativo di Don Bosco, p. 158.
[25]Cfr. P. Stella, Don Bosco nella Storia della Religiosità Cattolica. Vol I.: Vita e Opere. LAS, Roma 1997, p. 115.
[26]“Erano tempi in cui ormai il Collegio era bene organizzato, la vita religiosa della Congregazione non comportava più la presenza di donne in casa e Don Bosco pensava già alle Figlie di Maria Ausiliatrice” (P. Stella, o. c. p. 115).
[27]P. Braido, Don Bosco, prete dei giovani nel secolo delle libertà. Vol. I. LAS, Roma 2003, p. 213.
[28]P. Stella, o. c. p. 115. Cf. José M. Prellezo, “Don Bosco, fundador de comunidad. Aproximación a la comunidad de Valdocco”: Cuadernos de Formación Permanente 7 (2001) 166.
[29]A. Caviglia, “Il ‘Magone Michele’”, in Opere e scritti editi e inediti di Don Bosco. Vol. V., SEI, Torino 1965, p. 141.
[30]E. Viganò, Nell’anno della famiglia. ACG 349, giugno 1994, pag. 29.
[31]Prendo l’espressione da P. Braido, Prevenire non reprimere. Il sistema educativo di Don Bosco, p. 305.
[32]Cfr. P. Braido, Prevenire non reprimere. Il sistema educativo di Don Bosco. Per uno sviluppo del tema sullo stile di famiglia nel metodo educativo di Don Bosco, si veda il capitolo 15, p. 305 ss. Per una ricostruzione storica, in rapporto anche alla personalità di Don Bosco, è pure interessante il cap. 8, p. 158 ss.
[33]E. Viganò, Appelli del Sinodo ’80. ACG 299, dicembre 1980, pag. 29.
[34]Francesco di Felice, Radici umane e valori cristiani della famiglia, Libreria Editrice Vaticana, 2005, pp.138s.

[35]Apostolicam Actuositatem n. 11.

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