Exallievi ed Exallieve di Don Bosco - Puglia

Strenna 2002

Don Pasqual Chávez

Strenna 20022018-09-07T13:56:57+00:00
STRENNA 2002

DUC IN ALTUMDUC IN ALTUM[1]
AL MARE APERTO E VERSO IL PROFONDO.

Introduzione
Noi salesiani ci siamo fatti pellegrini con la Chiesa guidata da Giovanni Paolo II nel cammino del giubileo.
Con lui abbiamo ripercorso i grandi temi della fede e del battesimo, della cresima e della speranza, dell’eucaristia e della riconciliazione, della carità e della missione.
Con lui abbiamo celebrato la grande riconciliazione, secondo le nostre caratteristiche: nei vari incontri con i giovani e nelle Giornate Missionarie, nella vita consacrata, in un’approfondita riflessione sul laicato, sull’educazione, sull’umanesimo, e in generale sulla presenza dei cristiani nella società e nel mondo.
Accogliamo perciò la proposta che il Papa ci fa per il cammino successivo e facciamo nostra la parola d’ordine ‘Duc in altum’.
Giovanni Paolo II consegna una parola d’ordine, che vogliamo fare nostra: Duc in altum, verso il mare aperto e le acque profonde!
Il punto di partenza è la sigla del brano evangelico trasmesso da Luca, che riportiamo testualmente per due ragioni. La prima si collega con un invito, che spesso ripetiamo ai nostri giovani e a tutti i fedeli, di accostare il Vangelo con il metodo della lectio divina. Questa pagina raffigura bene situazioni costanti o ricorrenti della Chiesa: polivalenza e confusione di elementi, paure varie, indefiniti campi di azione, nascondimento apparente del Signore, urgenza di fede e di sicurezze…
La seconda ragione – intimamente connessa alla prima – è che dovremmo interiorizzare questa pagina come un’efficace chiave di interpretazione della vita cristiana nel nostro tempo, e accogliere l’invito di meditare altre pagine del Vangelo con lo stesso percorso di attualizzazione. Conviene notare, a questo riguardo, che la Novo Millennio Ineunte è un ottimo testo di lettura meditativa per i giovani e per gli adulti cristiani. Non si tratta infatti di un documento rivolto soltanto ad alcuni esperti, che riesce di lettura più difficile ai fedeli medi. I giovani non soltanto ne trarranno profitto, ma avranno un argomento personale contro la ricorrente accusa di oscurità, di difficoltà e di separazione dalla vita dei documenti della Chiesa.
Leggiamo il testo di S. Luca
Un giorno, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genèsaret e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca.

Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: Prendi il largo (Duc in altum) e calate le reti per la pesca. Simone rispose: Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti. E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano. Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: Signore, allontanati da me che sono un peccatore. Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini. Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.[2]

* * *

Questa strenna è nata nella sofferenza della mia malattia, perché la stanchezza fisica rende difficoltoso il lavoro del pensiero. Questo però mi ha dato l’opportunità di pensare a voi parola per parola, e di ringraziarvi per l’affetto e la vicinanza, per la preghiera e la solidale collaborazione, e di chiedere per ciascuno di voi ogni grazia, specialmente quella della santità.

Il senso profondo del Duc in altum
In tre parole (Duc in altum) si condensa la riflessione e l’esortazione di Giovanni Paolo II, nella conclusione di questa Lettera[3] che intende raccogliere e rilanciare gli esiti e le speranze delle celebrazioni giubilari.
Il Papa stesso offre del Duc in altum un’interpretazione complessiva: Un nuovo millennio, egli scrive, si apre davanti alla Chiesa come oceano vasto in cui avventurarsi, contando sull’aiuto di Cristo. Il Figlio di Dio, che si è incarnato duemila anni or sono per amore dell’uomo, compie anche oggi la sua opera: dobbiamo avere occhi penetranti per vederla, e soprattutto un cuore grande per diventarne noi stessi strumenti.[4]

Di alcune realtà nuove abbiamo già visto i semi positivi e negativi. Altre sono state presentate nella riflessione giubilare come sfidanti la dignità e il bene dell’uomo.

Il mare aperto può riguardare la nuova dimensione dello spazio in cui siamo chiamati ad operare: il cosmo è diventato il luogo di lavoro dell’uomo, e Cristo deve dare senso a questa impresa, alle intenzioni che la guidano, ai propositi che la muovono. Che non tutto al momento sia conforme al suo Regno, è evidente: basti pensare alle bombe che piovono dal cielo, alle enormi spese per il solo spionaggio aggressivo e alle molte guerre che si combattono in questo momento.

Il mare aperto è anche la dimensione culturale del pianeta: dall’incontro al riconoscimento del diritto all’esistenza e del valore di molte culture, che debbono accogliersi tra di loro e comunicare non in astratto o nelle sale delle biblioteche, ma tra le singole persone e nelle comunità umane.

Il mare aperto è la molteplicità religiosa con cui si trovano a fare i conti il cristianesimo e l’evangelizzazione. Nelle nostre comunità cristiane, nelle scuole e nei quartieri incrociamo la molteplicità delle appartenenze e degli orientamenti religiosi.
Il dialogo, l’accoglienza, la tolleranza, la moderazione delle spinte fondamentaliste fanno parte dell’educazione religiosa e dell’evangelizzazione, insieme alla testimonianza netta, alla confessione entusiasta e all’annuncio efficace della nostra fede nel Signore risorto.
Ma la multireligiosità delinea uno scenario diverso da quello di prima. Bisogna convincersi che le religioni sono anzitutto per il bene e per la libertà dell’uomo, e non certo un giogo di precetti (anche quando essi hanno la loro legittimità), e che spesso, quando le religioni si propongono di assumere la fede del singolo e di dare ad essa una forma socio-culturale, possono diventare strumento di potere e di dominazione attraverso la definizione imposta della verità, il codice di precetti propri, la ritualità obbligatoria, la classificazione della gente…

Lo ha sperimentato Gesù con la religione giudaica. È proprio questo il senso dei suoi pronunciamenti contro le autorità e il tempio; questo è pure all’origine del suo comportamento dirompente riguardo ai poveri, alle donne, a coloro che erano classificati pubblicamente come peccatori, alle forme esteriori del culto e ai precetti. La religione, senza profezia, carisma, contestazione e amore, diventa peso, giogo. Noi siamo catechisti, cioè insegnanti di religione: dobbiamo sperimentare la religione prima come fede comunitaria, e così diventeremo specialisti nel comunicarla come fonte di sapienza e di gioia, di orizzonti nuovi e di speranza. Ci troviamo in contesti familiari nuovi, nei quali giocano le convinzioni, la tolleranza, le capacità di incontro e di dialogo.

Il mare aperto si può riferire a questioni e problemi che negli ultimi cinquant’anni sono diventati allarmanti, e per i quali si è invocata una cultura. Quale? Giovanni Paolo II afferma che all’origine di un’autentica cultura dell’uomo c’è la spiritualità. Si tratta quasi di un nuovo programma educativo, di cui oggi ha bisogno l’umanità. Alcuni dei suoi capitoli sono menzionati nella Novo Millennio Ineunte: l’educazione alla vita; il recupero del senso e l’etica dell’amore; l’ambiente e la responsabilità di ciascuno di fronte ad esso; lo spreco, e la temperanza richiesta; la povertà e la produzione dei beni; il debito estero e la giustizia internazionale; la solidarietà tra i popoli a livello di buona volontà e di organizzazione istituzionale; la custodia energica dei diritti dei più poveri (bambini, donne, poveri); la pace come stato e come via alla soluzione dei conflitti; la coscienza, la sensibilizzazione, la cooperazione alla soluzione delle grandi piaghe, come gli sfollati, i profughi, i malati di AIDS…
Potremmo dire allora che il mare aperto è un insieme di nuove realtà e di valori che non avevamo ancora illuminato e vissuto sufficientemente alla luce della redenzione, e che oggi siamo chiamati ad assumere come lavoro e testimonianza: Cristo è il compimento e il senso del creato; il Padre ha fatto di lui il cuore del mondo; nello spirito dell’incarnazione, in lui e per lui tutto sarà rivolto al bene dell’uomo, cosa che al momento non succede. Gesù dunque deve ancora redimere e liberare la realtà umana dal giogo del peccato.
Insomma, l’invito al mare aperto incoraggia a esplorare realtà e valori, e a inserirli positivamente nella nostra formazione e nella nostra pratica educativa.
Ma non basta l’enunciazione di nuovi spazi, di nuove esigenze, di nuove realtà.
Il nuovo millennio si presenta come un crocevia tra civiltà e fede, il che significa un incontro tra umanità e grazia, tra storia umana e incarnazione. La ragione umana è cresciuta ed è sfidata. Basti pensare ai problemi della verità, del senso, dell’etica… Oggi, quando in educazione parliamo di spiritualità, intendiamo, senza discontinuità, la ricerca del senso migliore e ulteriore per la nostra vita, l’esperienza religiosa con i suoi elementi fondanti, i suoi contenuti e il suo cammino, la scelta di un tipo di esistenza. Da queste prospettive la spiritualità assume i criteri fondamentali di elaborazione culturale e di fondamento etico. Di qui la raccomandazione per l’autenticità, la durata e l’efficacia di un impegno.
Occorre contemplare il volto di Gesù! Ancor oggi egli ripete: Io sono la verità.[5] E parla abbondantemente dell’influsso che ha l’atteggiamento dell’uomo di fronte alla verità, anche nell’accoglienza del dono della fede: Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce.[6] Proprio questa affermazione provoca il dubbio scettico di Pilato.
Ecco l’identità divino-umana che emerge con forza dai Vangeli!
Essi offrono una serie di elementi, grazie ai quali possiamo introdurci in quella zona-limite del mistero, rappresentata dall’autocoscienza di Cristo. Occorre esplorare ancora numerosi aspetti catechistici del mistero di Cristo: la sua assoluta centralità di riferimento in tutte le forme di religiosità, secondo i criteri della cristologia inclusiva; la crescita umana dell’autocoscienza di Gesù come Figlio di Dio;[7] il mistero della sua presenza reale nel volto dei poveri.
Non finiremo mai di indagare l’abisso di questo mistero. Ogni credente troverà spazi infiniti di approfondimento attraverso la meditazione di fede. Per questo Giovanni Paolo II, nell’anno giubilare, ha raccomandato di rileggere il Vangelo lasciandoci guidare dallo Spirito, e per questo la preparazione al giubileo è stata accompagnata dalla lettura dei Vangeli di Marco, di Luca e di Matteo.
Ora – per andare oltre le fattezze corporali e anche i fatti miracolosi, e avvicinarci così alla coscienza e ai sentimenti di Gesù – accanto all’indagine teologica un aiuto rilevante può venire da quel grande patrimonio che è la teologia vissuta dei santi: ma prima ancora queste direzioni verso il profondo ci vengono dal Vangelo e dalla storia delle comunità cristiane.
Se per prendere il largo con fiducia erano necessarie alcune direzioni (verità, senso, solidarietà, politica), per andare verso il profondo vengono indicate alcune priorità. Giovanni Paolo II enumera le seguenti:
  1. ripartire da Cristo. Non si tratta, precisa il Papa, di inventare un “nuovo programma”. Il programma c’è già: è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste. È un programma che non cambia col variare dei tempi e delle culture, anche se del tempo e della cultura tiene conto per un dialogo vero e una comunicazione efficace. Questo programma di sempre è il nostro per il terzo millennio;[8]
  2. assumere la santità come ideale e mèta quotidiana. È stata questa la carta vincente del Vangelo per tante figure di santi: santi pastori, santi carismatici, santi educatori, sante e santi della carità. Forse è questa una delle verità più importanti, che stiamo dimenticando nel nostro ultimo tempo, anche se figure come quelle di Padre Pio, di Madre Teresa, di Giovanni XXIII ce la ripropongono efficacemente;
  3. imparare la preghiera, esercitarla, crescere in essa apprendendola sempre nuova dalle labbra di Gesù. Di qui dipendono a loro volta numerosi temi e istanze, quali per esempio la sete di spiritualità, che pare un segno dei nostri tempi; le scuole di preghiera, la stessa vita consacrata;
  4. vivere la liturgia, in particolare nella celebrazione eucaristica comunitaria domenicale, con il massimo impegno. Un posto privilegiato va dato dunque alla liturgia, il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù.[9] Nel secolo XX, specialmente dal Concilio in poi, la comunità cristiana è cresciuta molto nel modo di celebrare i Sacramenti, e soprattutto l’eucaristia. Occorre insistere in questa direzione, dando particolare rilievo all’eucaristia domenicale e alla stessa domenica, sentita come giorno speciale della fede, giorno del Signore risorto e del dono dello Spirito, vera Pasqua della settimana. Da duemila anni, il tempo cristiano è scandito dalla memoria di quel primo giorno dopo il sabato,[10] in cui Cristo risorto portò agli apostoli il dono della pace e dello Spirito;[11]
  5. accogliere la verità della risurrezione di Cristo come dato originario su cui poggia la fede cristiana.[12] È l’evento che si colloca al centro del mistero del tempo, e prefigura l’ultimo giorno, quando Cristo ritornerà glorioso. Non sappiamo quali eventi ci riserverà il millennio che sta iniziando, ma abbiamo la certezza che esso resterà saldamente nelle mani di Cristo, il Re dei re e Signore dei signori,[13] e proprio celebrando la sua Pasqua, non solo una volta all’anno, ma ogni domenica, la Chiesa continuerà ad additare ad ogni generazione ciò che costituisce l’asse portante della storia, al quale si riconducono il mistero delle origini e quello del destino finale del mondo;[14]
  6. la capacità, lo spirito e il sacramento della riconciliazione.
Ma per andare verso il profondo sono altrettanto necessarie alcune convinzioni, che a noi – come pastori e seguaci di una spiritualità pastorale – interessa sottolineare:
  1. anzitutto il primato della grazia. Impegnarci con maggior fiducia, nella programmazione che ci attende, a una pastorale che dia tutto il suo spazio alla preghiera, personale e comunitaria, significa rispettare un principio essenziale della visione cristiana della vita: il primato della grazia. C’è una tentazione che da sempre insidia ogni cammino spirituale e la stessa azione pastorale: quella di pensare che i risultati dipendano dalla nostra capacità di fare e di programmare. Certo, Iddio ci chiede una reale collaborazione alla sua grazia, e dunque ci invita ad investire, nel nostro servizio alla causa del Regno, tutte le nostre risorse di intelligenza e di operatività. Ma guai a dimenticare che “senza Cristo non possiamo far nulla” (cf. Gv 15,5);[15]
  2. la forza della santità. Finito il Giubileo, ricomincia il cammino ordinario, ma additare la santità resta più che mai un’urgenza della pastorale;[16]
  3. una spiritualità di comunione. La Chiesa, casa e scuola di comunione, cerchi l’accoglienza del fratello alla luce della Trinità, il fedele nel corpo mistico, le diverse vocazioni; respinga le tentazioni individualistiche; ricerchi l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell’altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità. Spiritualità della comunione significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto. Spiritualità della comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede nell’unità profonda del Corpo mistico, dunque, come “uno che mi appartiene”, per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio: un “dono per me”, oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità della comunione è infine saper “fare spazio” al fratello, portando “i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie. Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita;[17]
  4. scommessa sulla carità – opzione per i poveri, stile cristiano di azione – ruolo preponderante dei laici. Tutto questo ovviamente dovrà essere realizzato con uno stile specificamente cristiano: saranno soprattutto i laici a rendersi presenti in questi compiti in adempimento della vocazione loro propria, senza mai cedere alla tentazione di ridurre le comunità cristiane ad agenzie sociali. In particolare, il rapporto con la società civile dovrà configurarsi in modo da rispettare l’autonomia e le competenze di quest’ultima, secondo gli insegnamenti proposti dalla dottrina sociale della Chiesa.[18]
Ecco dunque esplorate le due direzioni di marcia: verso il mare aperto e in profondità.
Dobbiamo adesso raccogliere le nostre barche, per prendere il largo e gettare le reti.

‘Le nostre barche’ sono le istituzioni educative e le presenze pastorali, il Movimento Giovanile Salesiano, le associazioni laicali salesiane e le comunità consacrate.

Le istituzioni educative e le presenze pastorali
Sono queste le realtà salesiane più numerose, e le prime in cui si è impegnata la Congregazione quando si è lanciata verso il mondo. Emergono le scuole e i centri di Formazione Professionale, che offrono l’opportunità di comunicare una cultura organica, di formare la mente e la coscienza, di proporre una sintesi tra l’umanesimo e il Vangelo.
Le scuole salesiane debbono mostrare nitidamente il loro carattere e le loro istanze formative, quali la paideia e l’humanitas, cioè l’educazione al miglior umanesimo, l’educazione della coscienza, la proposta della verità contro il qualunquismo, la valorizzazione della dimensione etica, l’approfondimento della fede e della ragione, la passione culturale che dia luogo a iniziative trainanti.
È vero che molto va offerto alla libertà, ma a noi interessa saper fare una proposta: che i giovani non ci trovino solo mescolati tra le cose da fare, gli orari da preparare, i pasti da distribuire, ma che ci vedano emergere nella cura attenta di coloro che hanno sete di verità e fame di giustizia. La formazione di collaboratori, animatori, giovani desiderosi, volontari… dovrà occupare un posto eminente nel progetto educativo pastorale. Siamo a una svolta, e niente è più pericoloso della leggerezza del pensiero. Qualche antico dottore pensava che dalla corruzione della mente venisse la corruzione dei costumi: che non avesse torto, lo dimostra il nostro oggi, con le sue scelte individualistiche di verità.
Anche nelle presenze pastorali e missionarie, insieme all’offerta, alla diffusione o al primo annuncio della Parola di Dio, va curata una formazione completa di coloro che possono influire sulla comunità: catechisti, animatori, membri dei consigli parrocchiali, e simili.
Ancor oggi la scuola salesiana è prima di tutto educazione della razionalità attraverso la cultura critica, così come si esprime e si struttura nello statuto epistemologico delle singole discipline. Da parte sua il Papa, in piazza San Pietro, durante il primo convegno nazionale della scuola cattolica del 1991, ha ricordato che il primo impegno della scuola cattolica è di essere scuola, cioè luogo di cultura e di educazione, di cultura ai fini dell’educazione.[19]
Il problema quindi per l’oggi del carisma salesiano nella scuola è l’impegno di noi tutti per far passare la salesianità da spirito animativo delle persone a principio e a criterio nel produrre cultura nuova e specifica per la scuola e nella scuola. Parafrasando una nota frase di Don Bosco, possiamo dire che una scuola è salesiana per i contenuti culturali salesiani che si trasmettono in essa.
Un secondo elemento forte della nostra tradizione educativa scolastica lo possiamo ritrovare nell’assemblea nazionale sulla scuola cattolica del 27-30 ottobre 1999, che ha individuato nel rinnovamento del sistema scolastico formativo, ormai da tempo in atto, il passaggio da una scuola sostanzialmente dello Stato ad una scuola della società civile.[20]
Si è arrivati a questa formulazione perché è maturata la convinzione che il diritto a educare appartiene alla persona umana in quanto tale, prima di qualsiasi appartenenza, e quindi il soggetto educante naturale è la persona umana. Chiesa e Stato, congregazioni e istituzioni sono complementari, e devono offrire un servizio differenziato a tale potenzialità originaria, perché la persona diventi capace di esercitare questo suo insostituibile compito.
Si tratterebbe oggi di rendere la società civile capace di darsi proprie scuole. Noi avevamo manifestato questo nella nostra tradizione educativo-scolastica con due espressioni caratteristiche: ‘scuola popolare’ e ‘spirito di famiglia’, intendendo per popolarità l’attenzione privilegiata a determinati soggetti, e per spirito di famiglia il primato educativo dell’amorevolezza.
Oggi la ‘popolarità’ nella scuola è chiamata ad essere criterio del fare cultura e del gestire strutture.

L’oggi dello spirito di famiglia, per i salesiani, sarebbe soprattutto la ‘professionalizzazione scolastica dei genitori’, e cioè la promozione dei genitori a una presenza competente nella scuola.

Il Movimento Giovanile Salesiano
Le sue radici sono alle origini: le compagnie. Ma la sua realtà attuale è cominciata vent’anni fa, con l’ingresso degli adolescenti adulti nel programma della nostra pastorale giovanile e con la loro volontà di impegnarsi per Don Bosco. Gli incontri del 1988, del 1992, del 1994 e del 2000 hanno sottolineato la dimensione mondiale, passata da semplice proclama a programma di valori successivamente esplicitati in aspetti di ispirazione e pratica giornaliera.
Come cammino comune si è proposta la Spiritualità Giovanile Salesiana (SGS). I messaggi giubilari del Rettor Maggiore hanno fatto vivere l’unità fra i vari gruppi del mondo, segnata da un forte senso di riferimento e di appartenenza. All’interno del Movimento Giovanile Salesiano (MGS) sorgono e si formano animatori, operatori pastorali e volontari che intendono ispirarsi alla carità pastorale di Don Bosco e diventano campo fecondo per le vocazioni.
Il MGS esiste e agisce come lievito nelle nostre istituzioni educative e pastorali. Voglio esortare perché venga suscitato e collegato là dove ancora non esiste. Ho potuto vedere i frutti della sua presenza in scuole, oratori e parrocchie, e dove c’è un salesiano che lo anima. Ma il MGS va ben oltre: è possibile suscitarlo in parrocchie, diocesi, ambienti scolastici esterni, quartieri. È un collegamento di gruppi, piuttosto che uno spazio continuo e materiale. In ogni caso va salvata la priorità della formazione umana e cristiana: il soggetto che vuole aderire deve avere almeno la volontà disponibile a un cammino formativo. Quando questo viene a mancare, abbiamo fallito la pesca, anche se abbiamo lavorato tutta la notte. Per raggiungere qualche risultato, è necessario impegnarsi seriamente nella formazione dei dirigenti, degli animatori, degli allenatori, e simili. E questo anche nei cosiddetti movimenti civilmente riconosciuti, nei quali presentiamo un’identità umanistica, aperta al religioso.
Nel Forum MGS 2000 del Colle don Bosco, in coincidenza con la Giornata Mondiale della Gioventù, ho riassunto lo stato attuale del MGS, che voglio far conoscere a tutti, perché costituisce una piattaforma ormai sicura di approdo e di nuova partenza.
L’ultima fase dello sviluppo del MGS si è caratterizzata fondamentalmente attorno a tre linee di attenzione.
  1. La Spiritualità Giovanile Salesiana, di cui si è presa sempre più coscienza e consapevolezza: la sua formulazione in alcuni nuclei fondamentali; lo studio e la riflessione attorno ad essa; il tentativo di testimoniarla nella vita concreta, rispondono alla domanda dei giovani che cercano uno stile di vita cristiana, ispirato al carisma salesiano, in un mondo pluralista e globalizzato, confuso e inquieto, con molteplici modelli e proposte spesso contraddittorie, con problemi seri di coscienza e di senso.
  2. La cura della comunicazione sempre più frequente e sempre più qualificata, con la creazione di punti di riferimento e di coordinamento ai vari livelli e a raggio sempre più ampio. I livelli nazionali hanno creato i propri organi di collegamento e i propri momenti di incontro, con un protagonismo crescente dei giovani. Anche a livello mondiale è cresciuta questa mutua e proficua comunicazione. Nell’anno 1988, centenario della morte di Don Bosco, il MGS si è manifestato con vivacità ed è cresciuto nella consapevolezza della propria identità. Si sono realizzati poi in Europa il Confronto ’92 e il Confronto ’99, insieme con altri incontri simili tanto nell’America Latina come in Asia. Infine c’è Forum 2000 a livello internazionale. Comunicazione qualificata dunque: perché, se abbiamo cominciato con momenti di festa – e a questo aspetto non dobbiamo mai rinunciare, poiché esso fa parte della nostra spiritualità -, siamo approdati al confronto e allo scambio sui temi sostanziali della nostra spiritualità, lasciandoci interpellare anche dalle sfide del nostro tempo, che ci chiamano in causa come educatori e animatori.
  3. La formazione degli animatori e delle animatrici. Nella comunicazione della SGS, nella traduzione in itinerari educativi differenziati, nel collegamento a livello locale, nazionale e internazionale, hanno particolare importanza gli animatori e le animatrici. Per questo è un segno positivo il passaggio dalla preparazione rapida e saltuaria a quella sistematica; dalla preparazione occasionale a quella progettata e pensata. Mi ha fatto piacere assistere, in diverse parti del mondo, al momento della progettazione del piano di formazione degli animatori, con programmazioni anche pluriennali, con indicazioni precise di obiettivi, contenuti ed esperienze…
Da tutto ciò che abbiamo fin qui affermato, possiamo dunque dire che il MGS non è un desiderio o un sogno; è una realtà! Lo vedo nelle visite ai diversi continenti, nelle quali mi trovo a volte con tutta la realtà del MGS nella sua globalità di espressione; altre volte con coloro che in modo più consapevole ed esplicito hanno fatto propria la proposta salesiana e costituiscono il “nucleo animatore”, come i giovani presenti al Forum, in rappresentanza di tanti altri amici e amiche.
  1. Davvero questo Movimento è un Movimento “giovanile“, formato in grande maggioranza da giovani, che però non disdegnano né sottovalutano la presenza e l’amicizia degli adulti, consacrati e laici, che camminano insieme a loro. È giovanile per lo stile e per la modalità di animazione e di coinvolgimento. In molte parti è stata costituita una “consulta” di giovani che funziona con regolarità e che cura anche la presenza e la rappresentanza all’interno della Chiesa locale.
  2. È un Movimento “educativo” originale. Ci sono cioè diversi livelli di identificazione e di appartenenza e varia intensità di partecipazione e di coinvolgimento. Partecipano ad esso tutti: bambini, ragazzi, giovani e anche adulti; e insieme ci si educa e ci si forma. Per molte persone il MGS diventa il luogo in cui ricaricarsi di energia, attingere alle sorgenti della spiritualità, identificarsi con alcuni valori fondamentali da tradurre poi in scelte concrete di vita.
  3. È un Movimento “mondiale“. Al Forum c’era il segno evidente della sua internazionalità. Ma è molto più esteso delle rappresentanze convocate e radunate in quel evento. Tutto questo è una grande opportunità per lavorare “in rete”, operando a favore di tutte quelle cause che riguardano la dignità della persona, la promozione dei giovani, la solidarietà con i poveri, la nuova evangelizzazione. La mondialità può essere anche l’occasione per stringere “gemellaggi” tra gruppi e paesi, tra associazioni e opere; e ancora per individuare possibili sinergie e collaborazioni con le Chiese locali e con le istituzioni civili.[21]
Le associazioni laicali salesiane
Abbiamo risentito, e non per caso, la valutazione di Giovanni Paolo II sulla rilevanza del laicato nel nuovo millennio.
Noi abbiamo i cooperatori, che hanno percorso un cammino verso l’autonomia e la comunione. Essi sono il prototipo del laico salesiano nel mondo. Il modello del cooperatore non è così piccolo né così rigido che si debbano inventare altre categorie per far emergere piccoli tratti settoriali: possono esistere cooperatori volontari, quelli che si danno allo studio, quelli che cercano maggiormente la contemplazione, quelli che sono genitori di salesiani, che don Bosco considerava i primi e i principali dei suoi cooperatori. E così possono rivestire aspetti diversi e assumere programmi differenti. Va piuttosto evitata una ‘frammentazione dialettica’. Vale per questo il richiamo alla comunione.
Più complessivamente, l’anno giubilare è stato fecondo anche per la Famiglia salesiana. Alla Carta di comunione, che invitava e motivava i gruppi a rendersi autonomi nel loro sussistere e aperti alla comunione bilaterale, multilaterale, di famiglia intera, si è aggiunta la Carta della missione, studiata da tutti i Consigli generali dei vari rami della Famiglia salesiana. Come si è affermato diverse volte e autorevolmente, la Famiglia salesiana non è in primo luogo e principalmente una sorta di ‘macro-organizzazione’. Non vogliamo portare i binari sulle spalle. Si tratta di favorire e maturare un atteggiamento pronto, un’attitudine motivata, una cultura, per cui – in base ai gruppi e alle forze che esistono in un contesto scelto per l’azione e praticabile – gli stessi gruppi e forze costruiscono sinergie, organismi occasionali, e simili, secondo i princìpi della duttilità e della funzionalità: niente burocrazia, rappresentatività vuota o altro. Ed è ormai giunto il tempo di far funzionare tale Carta in alcune iniziative esemplari.

Abbiamo poi la notevole schiera di affezionati exallievi, che porta nella società i valori cristiani e educativi salesiani. Salesiani e figlie di Maria Ausiliatrice, laici capaci di orientamento e di pensiero sono chiamati a preparare coloro che animano queste associazioni e le loro iniziative. Le vogliamo profetiche, eloquenti, presenti in particolare a favore dei giovani e dei poveri. Le vogliamo aggiornate, in formazione permanente, trainanti della cultura.

Le comunità consacrate
Ormai è chiaro, e non ci sono nemmeno dubbi storici: Don Bosco ha voluto dei consacrati che animassero la sua Famiglia, vivendo in comunità visibili, e possibilmente vistose, come era quella di Valdocco. In tale comunità sacerdoti e fratelli religiosi vivono in contatto stretto, comunicando la ricchezza della propria identità. Il coadiutore salesiano, diversamente dal frate e dal fratello laico di alcune congregazioni, è nato e si è plasmato in vicinanza reciproca, in comunicazione vicendevole e in collaborazione con il sacerdote. Don Bosco volle che nella direzione della comunità venissero impiegati i doni sacerdotali. Questi non si esercitano e non si comunicano soltanto nei momenti rituali. Si tratta della grazia sacerdotale di Cristo, che fa del sacerdote, in modo permanente, un riferimento a lui, capo e fondamento della comunità, come afferma l’articolo 55 delle nostre Costituzioni: Il direttore rappresenta Cristo che unisce i suoi nel servizio del Padre. È al centro della comunità, fratello tra fratelli, che riconoscono la sua responsabilità e autorit&agrave.[22] Un rito dura un tempo limitato, ed è chiaro che comunica grazia. Il sacramento investe la vita tutta: è come una continua celebrazione della grazia e per una grazia.

Il nostro servizio educativo riserva ai confratelli coadiutori abbondanti spazi, che oggi si allargano ancora: educativi, amministrativi, tecnici, di manutenzione. Il punto fondamentale è la formazione professionale; ma più ancora lo spirito religioso, il desiderio della santità e il servizio ai confratelli e ai giovani. Da questo dipende anche la fecondità di una pastorale vocazionale capace di attirare candidati alla vita religiosa.

Le direzioni verso la profondità feconda, quelle dove la pesca è possibile – non solo aiutata, ma garantita dalla presenza del Risorto -, quelle che suscitano la speranza e la fiducia provocata dalla contemplazione del volto di Cristo risorto, quelle che si producono in un concreto programma di vita, di testimonianza e di annuncio, sono soprattutto:
  1. la santità. ‘In primo luogo non esito a dire’, scrive ancora il Papa nella Novo Millennio Ineunte, che la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella della santità… Occorre allora riscoprire, in tutto il suo valore programmatico, il capitolo V della costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, dedicato alla “vocazione universale alla santità”. Se i padri conciliari diedero a questa tematica tanto risalto, non fu per conferire una sorta di tocco spirituale all’ecclesiologia, ma piuttosto per farne emergere una dinamica intrinseca e qualificante. La riscoperta della Chiesa come “mistero”, ossia come popolo “adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito”, non poteva non comportare anche la riscoperta della sua “santità”, intesa nel senso fondamentale dell’appartenenza a colui che è per antonomasia il Santo, il “tre volte Santo” (cf. Is 6,3)… In realtà, porre la programmazione pastorale nel segno della santità è una scelta gravida di conseguenze. Significa esprimere la convinzione che, se il battesimo è un vero ingresso nella santità di Dio attraverso l’inserimento in Cristo e l’inabitazione del suo Spirito, sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalistica e di una religiosità superficiale. Chiedere a un catecumeno: “Vuoi ricevere il battesimo?” significa al tempo stesso chiedergli: “Vuoi diventare santo?”. Significa porre sulla sua strada il radicalismo del discorso della montagna: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48);[23]
  2. la preghiera. Forse molti cristiani, anche consacrati, ne hanno perso il senso, il valore e l’abitudine. Forse non meditano più sulle parole del Signore al riguardo, né sul principio ispiratore della possibile autentica preghiera: lo Spirito. Così in giro si vedono più musulmani in preghiera, e magari ci lamentiamo della loro presenza con le moschee. In altri tempi, dice l’Esortazione Vita Consecrata, la spiritualità dei religiosi ha saputo comunicare in forma facile al popolo semplice, a curare forme, sistemi e scuole di preghiera, fino a tradursi in autentica spiritualità popolare. La medesima Esortazione si augura che ancora oggi i religiosi pastori siano maestri e guide verso forme semplici e diffuse di devozione e di educazione alla preghiera.
Contemplazione
Maria non era sulla spiaggia e neppure nella barca.
Ma certamente essa ha accolto, più di ogni altro credente, l’invito del Signore: Duc in altum! Lo ha accolto nello spirito, senza per questo ritirarsi dalla storia. Lo attesta la preghiera del Magnificat, che abbraccia tutta la storia passata, presente e futura:
L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome:
di generazione in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato a mani vuote i ricchi.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza,

per sempre.[24]

Il Magnificat esprime la fiducia che scioglie ogni timore: ‘Il Signore è bontà e potenza per quelli che si affidano a lui’.
Ma è soprattutto nell’avvenimento della nascita di Gesù che Maria si manifesta come il modello dei discepoli, chiamati ‘al mare aperto e verso il profondo’. Nella pagina che racconta il natale del Signore Luca sottolinea la diversa conoscenza che i vari personaggi avevano dell’incarnazione, che è come la chiave per vivere nella fede tutti gli altri eventi della vita personale e sociale.
I pastori devono recarsi sul posto in cui avviene la nascita, e dove se ne può avere una testimonianza diretta. Si fermano un po’ di tempo e ascoltano Maria. Poi ritornano e riferiscono quanto è stato detto loro sul bambino. Essi non hanno un’esperienza personale di fatti precedenti, come l’annunciazione e la nascita verginale, e non hanno nemmeno assistito all’apparire di Gesù.
La gente che ascolta i pastori si stupisce di quello che essi raccontano. Non esprime ancora la fede, ma soltanto è preda di quell’interesse iniziale, di quella curiosità per il meraviglioso, in cui la fede può avere inizio.
Maria, da parte sua, conservava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”.[25] Maria non deve venire, come i pastori, nel luogo dove avviene la nascita. Essa è già lì, è parte dell’avvenimento. Non deve sentire da altri come sono andate le cose e quale significato hanno. Essa conserva la memoria di tutte le promesse fatte all’umanità, come dimostra il Magnificat, ed è consapevole che colui che è cresciuto nel suo seno viene dallo Spirito Santo.
Una volta visto il bambino, Maria non si allontana come i pastori dal luogo dell’avvenimento. Rimane. Non può allontanarsi. Dovunque Gesù si incarna, lei è indispensabile. Non capisce ancora tutti i significati che si sprigionano, né può enumerare tutte le energie che scaturiscono dall’incarnazione. Significati ed energie si riveleranno lungo la vita di Cristo e lungo tutti i secoli. Però Maria conserva nel cuore il ricordo dell’avvenimento, lo tiene caro, lo medita, ne è attenta, e all’occasione lo sa ripensare per estrarne nuove conseguenze.
È la figura della Chiesa e del suo rapporto col nascere e crescere di Cristo nel mondo e in ciascun popolo. Anch’essa, la Chiesa, è parte dell’avvenimento dell’incarnazione e dimora ovunque Cristo viene introdotto e diventa buona notizia. Anch’essa non sa ancora tutto quello che i tempi riveleranno su Cristo. Ha però nel cuore e nella memoria un avvenimento che la illumina: Gesù, Parola di Dio che si è fatto uomo. Di esso qualche cosa vede e qualcos’altro intravede appena, qualche cosa capisce e qualche cosa le è oscuro, perché si deve ancora rivelare. Ciò le serve per gioire internamente, per rimanere serena, per lavorare, per orientarsi. Intanto non si allontana da Cristo, riferisce su di lui, lo testimonia, lo annuncia.
Questa è la meditazione di Luca. E anche a noi può suggerire alcuni spunti di meditazione sulla nostra spiritualità pastorale.
Noi non possiamo essere solo visitatori, turisti della Parola e del mistero di Cristo. Dobbiamo essere come Maria che coglie tutta la verità di Cristo, la serba nella mente e la medita continuamente. La storia della Chiesa annovera molte figure di evangelizzatori di primo piano. Sono tutti ‘meditatori’ pazienti della Parola. Quello che hanno approfondito nella preghiera e nello studio lo esprimono nella predicazione, negli scritti, nella guida della comunità cristiana, nell’orientamento delle anime.
Comunicare l’evento di Cristo è la nostra professione e la finalità della nostra vocazione. Dobbiamo esserne specialisti, non tanto per l’uso dei mezzi tecnici, ma perché lo avviciniamo con calma e tempo, ne ricaviamo luce per la nostra vita personale, lo confrontiamo comunitariamente con quello che osserviamo nel nostro ambiente: questo si chiama interiorità.
L’incarnazione, cioè la presenza salvifica di Dio nella vita degli uomini attraverso Gesù, oltre che oggetto di meditazione, sarà per noi anche il supremo criterio pastorale.
Ciò comporta tre cose:
  • la nostra disponibilità ad assumere con prontezza le realtà che dobbiamo evangelizzare, inserendoci nel popolo a cui siamo inviati e comprendendo nella fede la sua cultura;
  • la convinzione che in tutto quello che cresce dal punto di vista umano c’è una misteriosa presenza e azione di Dio, e che ogni rivelazione di Dio produce una crescita in umanità;
  • lo sforzo di individuare le attese e le domande delle persone e dei popoli, per noi soprattutto dei giovani, che sospirano per l’avvento del Redentore.[26]
Un’altra icona ci aiuta a scoprire il ruolo esemplare di Maria: è Maria ai piedi della croce.
Maria ai piedi della croce ci ricorda la salvezza di cui vogliamo essere segni e portatori: è quella che proviene dalla redenzione di Cristo, che spalanca le porte a Dio per ricevere da lui il compimento dell’esistenza. Noi mettiamo in atto molte iniziative a favore dei giovani e degli adulti, ma tutte dovranno essere robustamente orientate verso quell’una e principale, tutte lievitate da quell’una espressa nel nostro motto Da mihi animas: la salvezza in Dio, quella che è al centro dell’opera di Gesù.
Con Maria, accanto alla croce, scopriamo quali sono le energie per la trasformazione che Dio vuole operare in noi e nelle nostre comunità: l’acqua e il sangue, la riconciliazione e l’eucaristia. La liturgia che viviamo è tutta improntata alla pedagogia sacramentale. Le pagine evangeliche e gli itinerari liturgici propongono in mille modi questa pedagogia.
Maria ai piedi della croce ci svela il valore della comunità, nella quale si realizzerà il nostro servizio, di quella comunità che è presente al sacrificio di Cristo in forma singolare e diversa dagli altri spettatori. È portatrice della memoria, e sola ne capisce il senso. È più che un ‘gruppo’: è lo spazio dove Dio rivela la sua salvezza.
Lo pensiamo delle comunità educative che animiamo, della Famiglia e del Movimento Salesiano, delle Chiese. Ne curiamo il riferimento a Cristo, l’unità nell’amore e nell’azione.
Con esse invochiamo e attendiamo lo Spirito, ci rendiamo attenti ai suoi segni e ‘partiamo verso l’oltre’.[27]

Maria naviga verso il profondo del mistero ed ad esso ispira la sua vita privata e la sua fede pubblica. È l’icona proposta a noi.

Con affetto e riconoscenza, in Don Bosco.
Don Pascual Chávez Villanueva,
Rettor Maggiore
* * * * * *
[1]Lc 5,4.[2]Lc 5,1-11.
[3]NMI 58-59.
[4]NMI 58.
[5]Gv 14,6.
[6]Gv 18,37.
[7]Cf. NMI 24.
[8]NMI 29.
[9]Sacrosanctum Concilium 10, cit. in NMI 35.
[10]Mc 16,2.9; Lc 24,1; Gv 20,1.
[11]Cf. Gv 20,19-23.
[12]Cf. 1 Cor 15,14.
[13]Ap 19,16.
[14]Giovanni Paolo II, Dies Domini 19, cit. in NMI 35.
[15]NMI 38.
[16]NMI 30.
[17]NMI 43.
[18]NMI 52.
[19]CEI, La presenza della scuola cattolica in Italia, La Scuola, Brescia 1992, p. 13.
[20]Centro Studi per la Scuola Cattolica, Per un progetto di scuola alle soglie del XXI secolo. Scuola cattolica in Italia. Secondo rapporto, La Scuola, Brescia 2000, p. 61.
[21]Cf. Forum MGS 2000, Colle don Bosco.
[22]Cost. 55.
[23]NMI 30-31.
[24]Lc 1,46-55.
[25]Lc 2,51.
[26]Cf. J. Vecchi, Spiritualità salesiana. Temi fondamentali, Elledici, Leumann (Torino) 2001, pp. 207-210.
[27]Ivi, p. 217.

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