Don Filippo Rinaldi e l’Associazione – Exallievi ed Exallieve di Don Bosco
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Don Filippo Rinaldi e l’Associazione

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Di Cosimo Semeraro ...

Celebrazioni per l’anno centenario
dell’Associazione Mondiale degli Exallievi di Don Bosco

Torino-Valdocco, 26 – 29 aprile 2012

Don Filippo Rinaldi e l’Associazione Mondiale Exallievi Don Bosco

Cosimo Semeraro
Schema di tutta la conferenza:
Saluti iniziali
1 – DON FILIPPO RINALDI
“Santo subito…”
Esperienza biografica unica
L’esercizio paterno dell’autorità
… Fino a identificarsi con lui
2 – GLI EXALLIEVI DI DON BOSCO
Fondati o nati per virtù propria?
Riconoscere le proprie radici
Un nome e un programma
L’ “Educazione ricevuta”
E’ una questione di valori
Ragione, religione e amorevolezza
Alunno/frequentatore di opere salesiane ed “Exallievo di don Bosco”
Partecipare alla stessa missione salesiana
Partecipare per “vivere”

Conclusione

Saluti iniziali
Don Filippo Rinaldi. La sua figura storica, il suo costante riferimento al patrimonio vivo di Don Bosco e la sua rilevante incidenza sullo sviluppo della Famiglia Salesiana, apporteranno luci preziose non solo su queste Celebrazioni per l’anno centenario dell’Associazione degli Exallievi di Don Bosco, ma anche su tutto il crescente processo del vostro rinnovamento nella Chiesa alla luce del nuovo Statuto dell’Associazione.

Oggi lo ricordiamo nell’appena trascorso 70° anniversario della sua morte (5 dicembre 1931) e nel 22° della sua Beatificazione (1990 – 2012).

1 – DON FILIPPO RINALDI
A differenza di tanti personaggi per i quali il passare del tempo diminuisce memoria e significato, per don Rinaldi il tempo che progredisce diventa occasione per approfondire e riscoprire l’importanza della sua figura.

Ora per esempio, parlare di lui è infatti un invito a conoscere meglio Chi può dirsi il “fondatore?” forse meglio il “trapiantatore” della Vostra pianticella, dal giardino di Valdocco, alla sterminata distesa che è la Chiesa sparsa nel mondo.

“Santo subito…”
Quando morì don Rinaldi, il 5 dicembre del 1931, era già diffusa la fama della sua santità e, infatti, già pochi anni dopo si chiese di dare inizio ai Processi necessari. Il Consiglio generale di allora preferì una posizione di attesa; il Rettor Maggiore, don Pietro Ricaldone, scrisse: «lasciamoci guidare dal Signore, se Lui vorrà glorificare il suo Servo ce lo dimostrerà in modo ineccepibile». Era come chiedere un segno dal cielo. E questo non si fece attendere.
Era quasi sul finire della II Guerra Mondiale e “questo segno” si chiamò suor Carla De Noni, residente a Villanova di Mondovì.
Questa suora era stata gravissimamente ferita e devastata al volto da un proiettile proveniente da mitragliamento aereo il 20 aprile 1945. Le asportò d’un sol colpo l’osso del mento con tutti i denti inferiori, lasciando la lingua penzoloni sul petto e rendendo impossibili tutte le vitali funzioni della bocca, la voce, la masticazione, la deglutizione; la morte sembrava l’unico esito e l’unico rimedio possibile.
Ma Sr. Carla, accanto al medico esautorato, ebbe la fortuna di avere anche una consorella, suor Maria Lazzari, che era stata diretta spiritualmente, per ben 25 anni, quando era professoressa di lettere nelle scuole pubbliche di Torino, proprio da don Filippo Rinaldi. Fu lei ad accostare alla terribile ferita un fazzoletto di don Rinaldi da lei gelosamente conservato; la paziente – leggiamo nella cartella clinica – provò subito un evidente ma inspiegabile miglioramento; comunque per quasi cinquanta giorni rimase immobile, senza poter pronunciare una sola parola e senza poter ingerire nulla. Questa sopravvivenza era già considerata un “dono di Dio per intercessione di don Rinaldi”. Tutta la comunità religiosa, tutto il paese di Villanova continuò insistente a stringersi in preghiera intorno a una foto-immagine di don Rinaldi. L’esito fu ancora più sorprendente del decorso. Pochi giorni prima della festa di S. Pietro (giugno 1945) suor Carla improvvisamente si destò come dopo un leggero torpore, per la prima volta si alzò da sola, cominciò a parlare regolarmente, a mangiare e a deglutire: la lingua era tornata alla sua sede naturale, l’osso del mento si era ricostruito e tutte le funzioni della bocca erano ritornate normali. Addirittura per il giorno di S. Pietro Sr Carla tornava a far scuola di canto alle ragazze del paese.
Il fatto ebbe vasta risonanza e i Salesiani, ricevuto il segno!, disposero che si iniziasse l’iter ordinario per l’introduzione della Causa. Un cammino che, tenendo conto della mancanza dei mezzi superveloci del nostro tempo,  fu relativamente rapido: il 3 gennaio 1987 Giovanni Paolo II riconosceva l’eroicità delle virtù di don Rinaldi e subito dopo la consulta dei periti medici (il 7 giugno del 1989) dichiarava — con giudizio unanime e con prove da loro valutate indiscutibili — che la suddetta guarigione non si poteva spiegare naturalmente. Il 29 aprile di ventidue anni fa un altro candidato agli altari, il beato Giovanni Paolo II, scriverà il nome di don Rinaldi in quella lista della quale lui stesso vent’anni più tardi (il 1° maggio del 2010) farà parte.
La beatificazione di don Rinaldi racchiude un significato di particolare attualità: ci presenta il terzo successore di Don Bosco come custode e rivelatore del segreto dello «spirito salesiano», per l’animazione e la guida di tutta la nostra Famiglia: egli indica chiaramente ad ogni Gruppo, oggi in modo particolare agli exallievi, il vincolo comune che ci unisce. Don Rinaldi che fu chiamato «lampada dalle molte luci» e che diede inizio nel secolo scorso all’Ass. Mond. degli Exall. potrà “illuminare” ancora oggi il percorso più adatto del rinnovamento, soprattutto nelle molteplici zone d’ombra di questo nuovo Millennio.
Già la sua pagina biografica è “lampada” ai nostri passi.

Vorrei invitarvi a riflettere su qualche suo aspetto più caratteristico.

Esperienza biografica unica
Don Filippo Rinaldi visse 75 anni: dal 28 maggio 1856 (Lu Monferrato) al 5 dicembre 1931 (Torino Valdocco).
Un incontro, anzi “l’incontro con Don Bosco” costituì ciò che diede struttura e significato a tutta la sua esistenza.
Don Bosco conobbe e confessò Filippo adolescente nel collegio da poco aperto a Mirabello Monferrato, presso Lu, il 9 luglio 1867; e da quel momento non lo perse di vista.
Può darsi che, nell’unico colloquio avuto, Don Bosco gli abbia prospettato la via del sacerdozio, a cui il ragazzo non si sentiva di aspirare, parendogli di non averne le doti, di sentirsene addirittura inadatto. E così la durò per circa un decennio: «Religioso, sì; – avrebbe detto sacerdote, no».
Finalmente a 21 anni, in un nuovo incontro voluto da Don Bosco nel collegio di Borgo San Martino [l’interessato aveva perfino annotato minuziosamente la data: il 22 novembre 1877… richiama quasi l’evangelista Giovanni dopo l’incontro con Gesù nel primo capitolo del suo Vangelo “erano le quattro del pomeriggio”]: ebbene era proprio il 22 novembre, il giorno in cui il giovane Filippo accettò di far parte dell’originale comunità dei Figli di Maria (vocazioni tardive) a Sampierdarena: la dirigeva don Paolo Albera.
Molti anni dopo, in una nota intima di diario, così si esprimeva con umiltà: «Facciano il Signore e Maria SS. che, dopo avere resistito tanto alla grazia nel passato, non abbia più ad abusarmene in avvenire. Sì, o Madre mia SS., piuttosto la morte anziché non corrispondere alla mia vocazione. Fate che col presente e coll’avvenire abbia a riparare il passato».
Dopo un paio d’anni in cui compì studi accelerati, nel 1879-1880 potè fare il noviziato a San Benigno, avendo come maestro don Giulio Barberis (cfr. la recente tesi di laurea di don Mario Fissore nello scorso mese di febbraio).
Così il 23 dicembre 1882 ricevette l’ordinazione sacerdotale. «Fu Don Bosco — confessò egli — che mi tracciò la via, che mi mandò a ricevere le sacre ordinazioni senza che io ne facessi cenno o domanda a lui o ad altri».
Ci possiamo chiedere perché questo metodo insolito? che cosa muoveva la eccezionalità e la sicurezza del procedere di Don Bosco? Veramente nelle vicende vocazionali di Filippo Rinaldi e nell’agire di Don Bosco, per tutto il tempo in cui essi furono in rapporto personale, ci fu qualcosa di singolare che sfugge alle semplici vedute esteriori, ma che portò don Rinaldi ad un preciso traguardo, che è, ai nostri occhi, chiaramente provvidenziale.

Comprendiamo bene l’enfasi usata da don Eugenio Ceria, suo primo biografo, quando afferma esplicitamente: «È un caso assai più unico che raro, anzi l’unico che si conosca. “Post eventum” si ha ragione di dire: “digitus Dei est hic”».  [Don Rinaldi dichiarò, infatti, ai Superiori maggiori (invitandoli a non parlarne durante la sua vita) che due volte — a Mirabello e a Borgo S. Martino — aveva visto il volto di Don Bosco irradiato da una luce viva, più viva di quella solare (e anche più tardi, una terza volta, verso il 1886)].

L’esercizio paterno dell’autorità
A solo nove mesi dalla ordinazione sacerdotale, quando aveva 27 anni, Don Bosco lo nominò direttore.
Il giovane direttore ebbe il privilegio di andare ogni settimana a riferire l’andamento della casa a Don Bosco anziano e a confessarsi da lui; fu invitato qualche volta anche alle riunioni del Consiglio generale (allora «Capitolo superiore»). Godette quindi una straordinaria confidenza da parte del Fondatore proprio negli estremi anni, dolorosi ma lucidi, della sua anzianità. Un giorno don Filippo chiede a don Bosco di andare in missione: «Mi rispose — affermò egli stesso, ai confratelli della sua comunità — che in missione non sarei andato; che sarei rimasto qui a mandarvi altri. Poi mi soggiunse altro che non dirò più a voi né a chicchessia».
Considerando questi speciali rapporti, viene naturale e spontaneo pensare alle grazie straordinarie con cui il Signore accompagna l’opera di un Fondatore. Ci sono circostanze che non si spiegano umanamente. Pensiamo al ruolo decisivo di S. Giuseppe Cafasso, a quello del beato Papa Pio IX, all’incontro e alla formazione di determinati giovani, per esempio, San Domenico Savio, il beato Michele Rua, e poi di santa Maria Domenica Mazzarello, per non parlare di vari altri. Ci troviamo di fronte a una costellazione straordinaria nella quale dobbiamo includere il beato Filippo Rinaldi.
Poco dopo la morte di Don Bosco, don Rinaldi fu inviato (autunno 1889) come Direttore in Spagna a Sarriá. Nell’estate del 1892 fu nominato Ispettore della penisola iberica; si disimpegnò in questo mandato per una decina d’anni tra la sorpresa e l’ammirazione di tutti, entro e fuori la Congregazione.
Nel 1901 don Rua lo chiamò a collaborare strettamente con lui nella carica di Prefetto generale, ossia di «Vicario» del Rettor Maggiore: aveva solo 45 anni. C’è da notare che fino al 1923 spettava al Prefetto dirigere anche l’amministrazione centrale. Don Rinaldi coprì questo ufficio, prima con don Rua e poi con don Albera, fino al 1922. Per due volte, durante questo ventennio, fece le veci del Rettor Maggiore defunto.

In una sua lettera, senza data, scrisse (presumibilmente dopo la morte di don Albera): «Ora prego il Capitolo di eleggere un Prefetto giovane. Questa è una carica che richiede molta attività e lavoro. Quando si invecchia è difficile sostenere tutta la responsabilità di un Prefetto generale dei Salesiani. La carica è creata tale e quale da Don Bosco e non si deve cambiare. Alla mia età han ceduto le armi don Alasonatti, don Rua, don Durando, don Belmonte e questo in tempi in cui la Congregazione non aveva il lavoro complesso che ci vuole oggi. Aggiungiamo che con un Rettore nuovo ci vuole un uomo nuovo che si pieghi facilmente alle nuove aspirazioni e bisogni personali. Si può aggiungere che abbiamo bisogno che nel Capitolo (ossia nel Consiglio generale) entrino giovani, ai quali uniremo se lo volete il nostro consiglio».

…Fino a identificarsi con lui
Nel XII CG, il 24 aprile 1922, fu invece eletto proprio lui Rettor Maggiore: aveva 66 anni. Durò in carica fino a tutto il 1931. Quindi per circa trent’anni egli è stato al vertice della vita salesiana, soprattutto dal 1922 al 1931 come 3° successore di Don Bosco, quando incominciava – come diceva lui –  un’«epoca nuova» della vita salesiana.
Cercando d’interpretare la sua missione storica possiamo pensare legittimamente che egli disimpegnò un ruolo di peculiare rilievo; e in qualche modo ne ebbe coscienza. Così infatti scriveva alcuni mesi prima di morire: «Mi pare che da più tempo Don Bosco vada ripetendomi: t’affretta e non ti stancare dal ridire ai miei figli, ora affidàti alle tue cure, le cose che ho praticato e insegnato per divenire veri salesiani secondo il modello additatomi dall’alto ad ammaestramento della nostra Società».
È significativo leggere in una sua circolare del 1925 alcune affermazioni che fanno risuonare ai nostri orecchi il famoso testo dell’evangelista Giovanni dove parla di ciò che «noi abbiamo udito, che abbiamo visto con i nostri occhi, che abbiamo contemplato, che abbiamo toccato con le nostre mani»; scrive, infatti, ai confratelli di «aver avuto la fortuna di trattare familiarmente con Don Bosco parecchi anni, durante i quali possiamo dire d’averne respirato la santità dallo sguardo, dalle parole e dalle azioni anche minime; … e la sua voce amorevole, indimenticabile, pronunziava la parola che, sconvolgendo i nostri precedenti ideali, avvinceva a lui indissolubilmente tutto il nostro avvenire!».
Per capire meglio la figura di don Rinaldi, dobbiamo ricordare, anche se solo per brevi cenni, al contesto ambientale di quegli anni. È un ambiente culturale che precede di quasi un decennio il secondo grande conflitto mondiale (1939-1945), portatore di tanti cambiamenti; nell’ambito ecclesiale il contesto era caratterizzato da modalità e strutture ecclesiali ancora lontane dal Concilio Vaticano II.
Possiamo ricordare rapidamente alcuni dati: la vivacità della questione sociale, la delicata crisi modernista, le battaglie coloniali, le oscillazioni dei valori economici, il flagello della prima guerra mondiale (1914-1918), la promulgazione del Codice di diritto canonico (27 maggio 1917), l’insorgere delle ideologie e dei nazionalismi, le lotte politiche, il lento risveglio dei cattolici nel sociale, le vessazioni di partiti, la sospirata realizzazione dei patti lateranensi  tra Chiesa e Stato italiano (1929) e, infine, l’ormai pericoloso avvio dei totalitarismi.
Per quanto riguarda direttamente la vita salesiana, hanno influito fortemente i seguenti fatti: innanzitutto il decreto del 24 aprile 1901 circa il Direttore-confessore, tanto sofferto in Congregazione; poi le famose «Normae secundum quas» per l’autonomia dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice (1901); inoltre, per vari anni, il primo conflitto mondiale che comportò ben 2.000 confratelli militarizzati (ossia quasi la metà di tutto il personale d’allora); poi la graduale elaborazione – attraverso vari Capitoli Generali – di una più dettagliata regolamentazione della vita in Congregazione, con la ristrutturazione globale delle Costituzioni in conformità al nuovo Codice di diritto canonico uscito poco prima del suo rettorato.
A questo bisogna aggiungere, dopo la prima guerra mondiale, l’afflusso di numerose vocazioni e la necessità di formarle adeguatamente.
A don Rinaldi, poi, sono toccati, dal 1922 al 1931, una serie di giubilei d’oro che gli servirono per centrare l’attenzione su elementi vitali della vita salesiana [le sue circolari ce ne ricordano parecchi; possiamo indicarne alcuni:  il giubileo della fondazione dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice (1922), quello dell’approvazione delle Costituzioni (1924), quello delle Missioni (1925), quello dell’Opera Maria Ausiliatrice (1926), quello dei Cooperatori (1926), quello del sogno del personaggio dei dieci diamanti (1931), a cui don Rinaldi diede speciale importanza, come pure il centenario del sogno dei 9 anni che si calcolava avvenuto nel 1825 e la cui significatività egli desiderava stesse al centro delle riflessioni salesiane perché conteneva in germe lo spirito delle stesse Costituzioni].
Aggiungiamo a questi eventi due importanti beatificazioni: quella di don Giuseppe Cafasso (1925); e, soprattutto, quella di Don Bosco (1929).
Alla luce di questi brevi cenni vediamo che don Rinaldi è inserito nella storia della Famiglia Salesiana proprio nel periodo in cui si attuava il passaggio a nuove generazioni che non avevano conosciuto il Fondatore e che, quindi, non avevano ricevuto da lui, per rapporto diretto, la formazione salesiana.
Don Rua ne era stato fedelissimo custode ed aveva saputo evitare con saggezza e coraggio i rischi che alcuni (fuori della Congregazione e anche in alto), prevedevano alla morte del Fondatore. Ormai però, nonostante la pregiatissima opera del primo successore, i tempi cambiavano e nascevano nuove sfide. Si dovevano prevenire i pericoli che potevano derivare dalla espansione stessa della Famiglia Salesiana e dal suo incontro con culture sempre più diverse. Si dovevano consolidare le strutture che diventavano necessariamente più complesse, senza che soffocassero l’autenticità e la semplicità dello spirito. Si affacciava, in particolare, il vasto problema della formazione. A questo trapasso generazionale diedero il loro apporto non pochi confratelli eminenti  di lodevole tempra; tra i benemeriti, però, mi par di poter dire che non si vede un altro che abbia avuto l’importanza, l’efficacia e il ruolo storico di don Rinaldi. Egli seppe conquistare irradiando una santità che riproduceva gli elementi essenziali e caratteristici di quella di Don Bosco: l’interiorità apostolica, l’intraprendenza pastorale, la bontà paterna. Fece rivivere veramente davanti a tutti la figura del Padre, così da essere definito «immagine vivente» di lui; o, come affermò don Francesia: «Gli mancava di Don Bosco solo la voce, tutto il resto l’aveva».

Ecco desideravo arrivare a questa “identificazione” prima di passare al secondo elemento della nostra conversazione: gli exallievi.

2 – LE EXALLIEVE E GLI EXALLIEVI DI DON BOSCO
Desidero infatti ora riflettere e approfondire insieme con voi l’importanza degli Exallievi, la natura della loro Associazione e la ragione specifica della loro partecipazione alla Famiglia e, quindi, alla missione di Don Bosco.

L’articolo 5 delle Costituzioni Salesiane afferma che gli Exallievi fanno parte della Famiglia Salesiana. Dà come ragione della loro appartenenza l’educazione ricevuta; tale titolo d’appartenenza è davvero denso di contenuti e carico di valori. Uno sguardo alla storia delle origini ce ne rivelerà l’importanza, indicandoci i vincoli che nascono da un’autentica pedagogia salesiana.

Fondati o nati per virtù propria?
L’Associazione degli Exallievi non ha avuto direttamente un «fondatore»; come scrive don Ceria, essa è nata «con la forza delle cose che traggono origine e vita da cause naturali e spontanee» (E. CERIA, Annali I, 715); è sgorgata dallo spirito di famiglia del Sistema Preventivo all’Oratorio di Valdocco. L’atmosfera di convivenza, di allegria, di promozione e di amicizia ha in sé la forza di creare tra educatori e allievi una specie di parentela spirituale con vincoli  che si prolungano nel tempo.
«Gli allievi – si legge in U. BASTASI, Guida organizzativa del Movimento Exallievi di Don Bosco, Torino 1965, pag. 8 – si sentivano amati da Don Bosco, non come semplici discepoli, ma come figli, per cui, una volta adulti, sorse tra di loro naturale il pensiero di ritornare alla casa paterna. Così continua a riprodursi questo ritorno spontaneo alle Case di educazione dove si semina quel “sensus revertendi” sentito dagli Exallievi e si lavora con lo stesso spirito e metodo di Don Bosco. Il Movimento Exallievi non fu, quindi, istituito dagli educatori come associazione post-scolastica con elementi scelti, con finalità associative, ma venne su da sé».
Concretamente il Gruppo Exallievi cominciò a prendere consistenza quando viveva ancora Don Bosco. Il primo inizio si può porre nel 1870 per il giorno della sua festa, il 24 giugno. In quell’anno si riunirono ufficialmente una dozzina di antichi allievi; si diedero come capo il simpatico e generoso Carlo Gastini, che considerò sempre l’Oratorio come la sua seconda famiglia; s’impegnarono a cercare un maggior numero di aderenti; nominarono poi una commissione per organizzare meglio in seguito quelle annuali manifestazioni di affetto e di gratitudine.
Così la festa aumentò di anno in anno divenendo una vera “scadenza della riconoscenza”. Qualche anno dopo si dovette dividere la manifestazione in due incontri: la domenica per gli Exallievi laici, e il giovedì per gli Exallievi sacerdoti; questi ultimi erano non pochi e ad essi il buon Padre raccomandava continuamente la cura della gioventù (MB XIV, 512-514). A poco a poco, soprattutto dopo la morte di Don Bosco, si suddivisero in gruppi locali, in unioni e società, fino alla vera organizzazione promossa da don Filippo Rinaldi.
Il periodo che va dal 1870 al 1888, ossia quello con Don Bosco vivo, è per noi un momento privilegiato su cui riflettere.
Sentite come egli si rivolgeva in questo periodo agli exallievi: «Vedo che molti di voi hanno già la testa calva, i capelli incanutiti e la fronte solcata da rughe. Non siete più quei ragazzi che io amavo tanto; ma sento che ora vi amo ancora più d’una volta, perché colla vostra presenza mi assicurate che stan saldi nel vostro cuore quei principi di nostra santa religione che io vi ho insegnati e che questi sono la guida della vostra vita. E poi vi amo ancora di più, perché mi fate vedere che il vostro cuore è sempre per Don Bosco… (e vi dico) che sono tutto vostro nel fare e nel pensare, in ogni mia azione. Voi eravate un piccolo gregge: questo è cresciuto, cresciuto molto, ma si moltiplicherà ancora. Voi sarete luce che risplende in mezzo al mondo, e col vostro esempio insegnerete agli altri come si debba fare il bene e detestare e fuggire il male. Sono certo che voi continuerete ad essere la consolazione di Don Bosco» (MB XVII, 173-174).
E in un’altra occasione: «Una cosa più di ogni altra vi raccomando, o miei cari figlioli, ed è questa: dovunque vi troviate, mostratevi sempre buoni cristiani e uomini probi… Molti di voi hanno già famiglia. Ebbene, quella educazione che voi avete ricevuta nell’Oratorio da Don Bosco, partecipatela ai vostri cari» (MB XIV, 511).
E il 26 luglio 1884, quasi a testamento, raccomanda agli antichi allievi: «Ovunque andiate e siate, rammentatevi sempre che siete i figli di Don Bosco, i figli dell’Oratorio… Felici voi se non dimenticherete mai quelle verità che io ho cercato di scolpire nei vostri cuori quando eravate giovanetti». (MB IX, 885-886).
Durante gli anni di contatto diretto con Don Bosco ci sono due iniziative particolarmente significative per gli antichi allievi.
La prima è dell’anno 1876, quando Don Bosco poté finalmente lanciare la Pia Unione dei Cooperatori Salesiani dopo lunghi anni di esperienze e progetti. Egli dava molta importanza a questa sua fatica di Fondatore e invitava gli antichi allievi più impegnati a iscriversi in questa Pia Unione.
La seconda è dell’anno 1878: Don Bosco propone agli antichi allievi una «Società di mutuo soccorso» per far fronte alle difficoltà: «Fate che questo vantaggio non si limiti solo a voi, ma si estenda a quei giovani di buona condotta che uscissero dall’Oratorio, od a quei compagni che già voi conoscete, od a tutti voi che siete radunati qui» (MB XIII, 758).

Don Bosco, dunque, offriva ai suoi giovani la possibilità di far fruttificare «l’educazione ricevuta»: ciò che interessa sottolineare era l’importanza che egli dava alla fecondità operativa dell’educazione nell’Oratorio.

Le radici che diventano albero
Dopo la morte di Don Bosco, i vari gruppi degli antichi allievi non solo non diminuirono, ma ebbero appunto in don Filippo Rinaldi uno straordinario animatore e un valido organizzatore.
Durante i vent’anni della sua carica di Prefetto generale don Rinaldi riuscì a smuovere le cose con umile discrezione, facendo apparire in primo piano gli antichi allievi stessi o qualche confratello suo stretto collaboratore; e così si poté dare struttura organica a un movimento di affetti, di riconoscenza, di ideali di vita che facesse dell’«educazione ricevuta» una forza più viva ed operante.
Nel 1906 fondò con gli antichi allievi a Torino il «Circolo Giovanni Bosco» che fiorì ben presto in una delle migliori filodrammatiche salesiane e servì d’esempio a organizzazioni simili.
Nel 1907 a un confratello inviato in Spagna diceva: «Cura molto gli Exallievi: sono la nostra corona; o, se vuoi, sono la nostra stessa ragione di esistere, perché, essendo noi una Congregazione educatrice, è chiaro che non educhiamo per il collegio, ma per la vita. Orbene, la vera vita, la vita reale comincia per essi quando lasciano le nostre Case» (U. BASTASI, o.c., pag. 20).
All’animazione don Rinaldi aggiungeva il senso lungimirante della necessità di un’organizzazione, ispirandone concretamente le modalità. Il 25 giugno 1909 lanciò l’idea di una Confederazione internazionale; per promuoverla si valse della benemerita «Commissione degli Antichi Allievi di Don Bosco» che promuoveva, fin dal tempo di Gastini, le annuali manifestazioni a Valdocco. La struttura nacque formalmente nel 1° Congresso internazionale degli Exallievi il 1911, quale Federazione delle varie unioni locali, circoli e società. Fino allora si erano chiamati «Antichi Allievi»; da quella data in poi (e già prima con don Rinaldi) si chiameranno «Exallievi».
Si possiedono in archivio documenti che dimostrano come egli studiasse questo argomento con i laici stessi. Indisse il Congresso internazionale del 1911 a Valsalice, dove si proclamò la Federazione internazionale delle associazioni e vennero creati gli organi direttivi: era la prima Federazione internazionale di questo tipo tra tutte le istituzioni cattoliche! Da lui partì anche l’idea che gli Exallievi innalzassero a Don Bosco sulla piazza Maria Ausiliatrice un monumento, che giunse alla sua felice realizzazione nel 1920. Per l’inaugurazione egli aveva promosso tre Congressi internazionali: dei Cooperatori, degli Exallievi e delle Exallieve.
Don Rinaldi, infatti, fu l’ispiratore e l’organizzatore anche delle Exallieve: «Fin dal primo momento che prese a occuparsi dell’Oratorio femminile, vagheggiava il grandioso disegno di riunire le Exallieve delle FMA in un’Unione mondiale, novità ardita senza dubbio, ma che non lo spaventò». Alla prima associazione prepose la Sig.ra Felicita Gastini, figlia di quel Carlo Gastini che aveva raccolto il primo gruppo degli Antichi Alunni di Don Bosco.
Nel giugno del 1912 si poté già costituire il «Consiglio direttivo» e nominare il primo Presidente nella persona del prof. Piero Gribaudi. «Si scrisse non a torto – commenta don Ceria – che questo fu un fatto nuovo nella storia della pedagogia» (E. CERIA, Annali I, 712).
Don Rinaldi non si limitò a questo passo formale o, come diremmo oggi, istituzionale, ma in concreto si interessò molto per il buon funzionamento e la vitalità dell’Unione Exallievi e, come Rettor Maggiore, soffriva nel sapere che non tutti i confratelli ne avevano ancora ben compresa l’importanza: «Alcuni credono – disse in un convegno di 25 Ispettori e 300 Direttori a Valsalice nel 1926 – che l’Organizzazione degli Exallievi sia opera inutile, e perciò la trascurano. Ricorderei loro che gli Exallievi sono il frutto delle nostre fatiche. Noi nelle nostre Case non lavoriamo perché ci paghino la pensione, o per ottenere che i giovani siano buoni solamente mentre stanno con noi, ma per farne dei buoni cristiani. Perciò l’Organizzazione è opera di perseveranza: … ci siamo sacrificati per loro e il nostro sacrificio non deve andar perduto» (ACS n. 36, pag. 518).
Tanta attitudine è stata così rilevante in Rinaldi da essere oggetto di contenuto e di testimonianza perfino nel suo processo di canonizzazione. Un testimone (di un certo rilievo e di cui sappiamo bene il nome, il cav. Arturo Poesio, era stato il primo ancora giovane Vice-Presidente della neo nata Associazione Mondiale Exallievi…) non ha esitato a riportare un episodio (che nella togata letteratura agiografica poteva essere “minore” e che invece in chi ha a che fare con i giovani e con gli exallievi sa quanto pesa). «Don Rinaldi – attesta il cav. Poesio – in un raduno di exallievi, avendo appreso che questi erano assai preoccupati di far fronte integralmente alla spesa di Lire 1.500, che rappresentava il costo del banchetto, per non aggravare in alcun modo le finanze dell’Istituto, il Servo di Dio, pur compiacendosene, ci tenne a dichiarare che, quand’anche una Casa salesiana avesse in cassa soltanto 1.500 lire, egli (in qualità di Rettor Maggiore) avrebbe approvato che tutte fossero impiegate per il banchetto degli Exallievi, perché nessun sacrificio sarebbe stato più gradito al suo cuore, qualora ciò giovasse a veder raccolti intorno a sé i suoi figlioli» (Congregazione per le Cause dei santi, Positio, Roma 1972, pag. 32). Nella stessa Positio si legge ancora: «L’eloquenza (di don Rinaldi) era semplice, spontanea, paterna e convincente. Soltanto una volta assunse un aspetto e un linguaggio di autorità dichiarando, nella sua qualifica di Rettor Maggiore della Società Salesiana, che l’organizzazione degli Exallievi deve essere considerata nel novero di quelle «novas familias» per merito di Don Bosco fiorite nella santa Chiesa, a cui si allude nell’Oremus proprio del Santo»  (Congregazione per le Cause dei Santi, Positio, Roma 1972, pag. 28).
Davvero, come sottolineò molto bene don Viganò in un intervento su don Rinaldi, “egli fu un fedelissimo e fecondo discepolo di don Bosco, che ne intuì il cuore e la magnanimità e che ne sviluppò alcuni semi preziosi non ancora germinati”.

Osserva don Ceria: «Fu detto scultoriamente e con tutta verità che don Rinaldi “disciplinò con genialità d’intuizione il Movimento Exallievi e lo volle qual forza viva, organica e operante nel mondo del bene”» (E. CERIA, Vita del Servo di Dio Sac. Filippo Rinaldi, SEI, Torino, pag. 252).

Un nome e un programma
È bello e stimolante notare che la denominazione data agli antichi allievi delle nostre Case non è quella di Exallievi «salesiani», bensì quella di Exallieve/i «di Don Bosco». La considero una scelta che, formulata storicamente per la prima volta all’Oratorio e continuata poi ovunque nel tempo e nello spazio, è per noi veramente e concretamente programmatica. Gli Exallievi sono nati, diciamo così, per autogenerazione (come abbiamo visto) dall’«educazione ricevuta» da Don Bosco e dai suoi primi collaboratori. Un’educazione che costruì legami di vita e che volle esprimersi sempre nel solo nome di colui che l’aveva ispirata e sviluppata con donazione di cuore e con genialità pedagogica, e che aveva concentrato tutte le sue doti e i suoi straordinari doni nel trasmetterla ai suoi: «Basta che siate giovani, perché io vi ami assai; per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, per voi sono disposto a dare la vita». Don Bosco si dedicò davvero all’educazione dei giovani con tutta la sensibilità del suo cuore oratoriano, «con fermezza e costanza, fra ostacoli e fatiche: “non diede passo, non pronunciò parola, non mise mano ad impresa che non avesse di mira la salvezza della gioventù”». I suoi allievi lo sperimentarono di persona e sentirono nascere in se stessi i profondi vincoli di figliolanza, di riconoscenza e di testimonianza dei valori contenuti nella sua amorosa opera educativa.
È in lui che troviamo il segreto originale e le ricchezze pedagogiche di una educazione che crea legami di famiglia.
Nel 1° Congresso degli Exallievi del 1911 si decise di erigere un monumento alla memoria di Don Bosco sulla piazza di Maria Ausiliatrice a Valdocco. Il periodico mensile «Federazione», apparso nel 1913, raccoglieva l’adesione entusiasta e la collaborazione di numerosi Exallievi ed Exallieve che vi «figuravano senza distinzione». Tra i 62 bozzetti fu scelto, non senza difficoltà, quello dell’artista Gaetano Cellini. Il primo presidente degli Exallievi, il prof. Gribaudi, ne diede la motivazione scrivendo che «in un monumento nei prati di Valdocco Don Bosco non poteva essere rappresentato che in mezzo ai fanciulli. L’avevamo visto così, sempre così. Io stesso, che pure avevo solo dieci anni quando entrai nell’Oratorio, ero rimasto meravigliato nel vedere la folla di fanciulli che quasi pendevano dalle mani di lui, quando attraversava il cortile. Gli correvamo tutti attorno, e ci accontentavamo di toccare con un dito la sua mano; ed egli ci sorrideva con quegli occhi suoi scuri vivacissimi… Quello era Don Bosco, il padre nostro, il padre di noi fanciulli».
A causa della prima guerra mondiale l’inaugurazione del monumento si fece solo il 23 maggio 1920. Fu un’apoteosi, con tre congressi internazionali dei Cooperatori, degli Exallievi e delle Exallieve, rappresentanti di ben 23 nazioni.

Chi scende a Valdocco e contempla il grande monumento dovrà pensare al significato vivo e mondiale dell’«educazione ricevuta» nelle opere di Don Bosco.

L’ “Educazione ricevuta”
Parlare oggi di «educazione ricevuta» per indicare il titolo d’appartenenza degli Exallievi di don Bosco alla Famiglia Salesiana, significa rievocare il vissuto carismatico delle origini e considerarne il prolungamento e lo sviluppo omogeneo di questi ormai più che cento anni.

Ci troviamo dunque in presenza di un titolo d’appartenenza che fa parte genuinamente del carisma del Fondatore. Per capirne meglio la natura e per chiarirne le esigenze operative ed organizzative nell’attuale svolta culturale ed ecclesiale, bisognerà rifarsi al Sistema Preventivo.

E’ una questione di valori
L’educazione è qualcosa di più e di diverso da una semplice introduzione all’ambiente e alla cultura propri di una società. Certamente oggi, ovunque, bisogna tenere conto della profonda evoluzione umana in corso, sia nel mondo che nella Chiesa, con i conseguenti problemi: in negativo, il pluralismo relativista, il disorientamento dottrinale ed etico, le istanze politiche totalizzanti, le situazioni economiche ingiuste, i conflitti e gli antagonismi, il laicismo e l’ateismo, la crisi familiare, l’emarginazione e le nuove forme di abbandono della gioventù; oppure, in positivo, una nuova crescita di valori umani promossi dai segni dei tempi, le coraggiose prospettive ecclesiali volute dal Concilio, il grande impegno di una nuova evangelizzazione, un senso più concreto della solidarietà e della pace, una volontà operante di aprire spazi alla civiltà dell’amore, ecc. Tutto questo indica la straordinaria urgenza di illuminare e formare meglio la libertà dell’uomo fin dalla sua giovinezza.
L’ora storica che viviamo mette in primo piano l’educazione, ponendo allo stesso tempo numerosi problemi di revisione e di prospettiva riguardanti i fini, i contenuti, i metodi, i mezzi e le istituzioni. Urge avere una concezione rinnovata di educazione che sia concreta e puntuale, non astratta e generica, integralmente umana e attuale in consonanza con le esigenze di ciascun Paese; dedita a formulare obiettivi e strategie alla luce di una genuina visione antropologica e di fede; ordinata al raggiungimento di una libertà matura e retta mediante processi di crescita differenziati secondo le età e le condizioni esistenziali; capace di un discernimento critico nella promozione della persona perché non venga plagiata da mode e ideologie; veramente liberatrice da oppressioni e tabù; realista e creativa e perciò aperta a una continua autorevisione che intende elaborare con essa un progetto di vita.

Non è possibile dedicarci, qui, ad affrontare una problematica tanto vasta e complessa. Però se vogliamo davvero celebrare il senso della nascita della presenza degli exallievi di don Bosco nel mondo «per l’educazione ricevuta», dovremo rifarci al Sistema Preventivo di Don Bosco.

Ragione, religione e amorevolezza
Il Sistema Preventivo è basilare per le componenti del carisma di Don Bosco.
L’educazione è infatti la strada su cui procede la consacrazione apostolica salesiana; noi evangelizziamo «educando»; facciamo cultura «educando»; partecipiamo all’impegno per la giustizia e la pace «educando»; promuoviamo la persona «educando»; edifichiamo la Chiesa «educando»; facciamo pastorale (giovanile, vocazionale e popolare) «educando». Se facciamo pastorale «educando», vorrà dire, tra l’altro, che i nostri Exallievi di don Bosco non proverranno solo dalle scuole, ma da tutti i tipi di presenza e centri giovanili in cui operiamo «educando».
Il Sistema Preventivo «come è stato vissuto da Don Bosco e dai suoi continuatori, apparve sempre come ricca sintesi di contenuti e di metodi; di processi di promozione umana e, insieme, di annuncio evangelico e di approfondimento della vita cristiana; nelle sue mete, nei suoi contenuti, nei suoi momenti di attuazione concreta esso richiama contemporaneamente le tre parole con le quali Don Bosco lo definiva: ragione, religione, amorevolezza».
Questo trinomio attraverserà i secoli.
A noi oggi tocca ripensarne l’applicazione secondo le differenti culture in cui operiamo, ma guardando sempre all’Oratorio di Don Bosco come modello a cui ispirarci e che interpellano il nostro rinnovamento pedagogico in vista del rilancio degli Exallievi e delle concrete finalità della loro Confederazione Mondiale.

In particolare, il termine religione costituisce per Don Bosco una componente assolutamente indispensabile dell’educazione. In Don Bosco la religione è il motivo e la spinta di tutta la sua opzione pedagogica. Per lui «religione» significò di fatto la Fede cattolica; egli educò al Vangelo di Cristo, promuovendo e facendo maturare pedagogicamente l’opzione battesimale dei suoi giovani. Oggi il termine «religione», oltre a significare un’aggiornata sensibilità ecumenica tra cristiani non cattolici, esige per molti tra noi una conoscenza diretta e la valorizzazione di quelle Religioni non cristiane che sono praticate in numerose zone dove si trovano i nostri centri educativi. L’apertura al trascendente, la ricerca della verità su Dio, la pedagogia della preghiera, il valore delle celebrazioni cultuali, il significato della fratellanza umana, la sacralità della vita, un’etica e una spiritualità di condotta, una concreta modalità di ascesi, la gratuità del dono nel modo di vivere e di lavorare, i particolari valori e anche i difetti della religiosità popolare, ecc., sono aspetti importanti per una pedagogia che vuol formare la libertà nel concreto. In questo campo è assai delicato, ma indispensabile, avere oculatezza per saper individuare oggettivamente e saper far evitare prudentemente certi atteggiamenti superstiziosi e tabù religioso-culturali indegni della dignità della persona umana e in evidente contraddizione con la storia della salvezza.

Alunno/frequentatore di opere salesiane ed “Exallievo di don Bosco”
L’articolo 5 delle Costituzioni parla di educazione «ricevuta».
Non è sufficiente aver frequentato un’opera salesiana per divenire poi un vero Exallievo.
Quel prefisso o particella «Ex» può risultare ambiguo. Se infatti indicasse semplicemente la condizione di chi in gioventù è passato per un’opera salesiana e l’ha lasciata come si lascia un albergo o come chi se ne va disilluso, non servirebbe per indicare esattamente la natura dell’Associazione e la sua appartenenza alla Famiglia Salesiana… Invece quel prefisso, unito alla parola allievo, vuol indicare di fatto la realtà dell’assimilazione di tanti valori educativi, la loro maturazione e, quindi, la continuità di un atteggiamento di «formazione permanente» lungo la vita. Ciò costituisce appunto la caratteristica della natura dell’Associazione.
Molto bene il nuovo Statuto così sintetizza:
“ Si possono identificare quattro tipi di appartenenza degli Exallievi/e di don Bosco, che possono contribuire a definire i livelli di identità:
  • coloro per i quali essere stati studenti o avere frequentato un ambiente salesiano è un fatto di vita, un aneddoto, che non ha segnato la propria vita;
  • coloro per i quali essere stati studenti o avere frequentato un ambiente salesiano è una grazia, perché sono stati toccati dal fascino e dall’attrazione di don Bosco, profondamente uomo e profondamente santo. Ciò conduce l’Exallievo a identificarsi ovunque come Exallievo di don Bosco;
  • coloro per i quali essere stati studenti o avere frequentato un ambiente salesiano è una scelta, una missione, che accettano con tutto ciò che essa implica. Si sentono chiamati a comunicare valori ricevuti nell’educazione salesiana: spirito e metodo pedagogico di don Bosco;
  • coloro per i quali essere stati studenti o avere frequentato un ambiente salesiano è un progetto di vita, che li spingerà ad associarsi per proseguire la propria formazione personale, per far presente il carisma educativo di don Bosco nella società e per realizzare progetti specifici a favore della gioventù.”
Gli Exallievi di don Bosco si uniscono e costituiscono l’Associazione perché sentono dei legami di riconoscenza e pensano che insieme con i Salesiani possono aggiornare l’«educazione ricevuta» e farla fruttificare.
Evidentemente l’assimilazione dei valori avrà gradi e modalità differenti secondo le culture, le religioni, la qualità educativa dell’opera, la capacità di recezione dei singoli.

In particolare: i valori della «ragione» e della «religione» potranno essere sviluppati, in situazioni diverse, con una certa pluriformità; a livello di «amorevolezza», invece, si dovrebbe avere sempre un intenso grado di presenza in ogni opera salesiana, divenendo così il metro per giudicare la fedeltà al Sistema Preventivo da parte dei Salesiani e loro collaboratori nelle singole opere. È questo il filo d’oro che apre continuamente la strada ad ogni azione formativa anche nella vita.

Partecipare alla stessa missione salesiana
Nello Statuto della Confederazione mondiale vi si afferma che «ha come fine che i soci conservino, approfondiscano e attuino i principi educativi salesiani ricevuti».

Forse non è facile stabilire, a livello mondiale di Confederazione, la concreta partecipazione alla missione salesiana e nessuno si meraviglia che la situazione degli Exallievi vari da luogo a luogo.  L’animazione più incisiva e più appropriata, rimane, in primo luogo quella legata alla vitalità dei gruppi locali. È lì soprattutto che occorre puntare come strategia d’incontro e di formazione permanente. La vita delle Unioni locali, infatti, è percepita più facilmente dagli associati ed è più sentita. Certamente una adeguata organizzazione a livello mondiale è non solo utile ma necessaria; essa stessa, però, va rivolta a servire, animare, suggerire, stimolare e appoggiare (a volte anche supplire) le iniziative proprie delle Unioni locali, affinché sappiano far fruttificare concretamente «l’educazione ricevuta». Oggi, una partecipazione «più stretta» alla missione salesiana può venire illuminata anche dagli orientamenti ecumenici, dall’apertura al dialogo con le Religioni non cristiane e da attività di servizio all’uomo con il coinvolgimento anche di non-credenti di buona volontà. Dunque, l’assimilazione dei valori del Sistema Preventivo presenta una svariata gamma di possibilità di più o meno stretta partecipazione alla missione salesiana nel mondo.

Partecipare per vivere
Un primo modo è quello di preoccuparsi della formazione permanente degli associati. È un compito inerente alla stessa «educazione ricevuta», in quanto ogni educazione (soprattutto in quest’ora di trapasso culturale) ha bisogno di crescere e di adeguarsi alle nuove esigenze in forma continua e aggiornata. Saper far programmare e far funzionare iniziative di formazione permanente servirà a irrobustire la qualità dei Centri o Unioni locali e delle Federazioni ispettoriali per la loro partecipazione alla missione.
Un altro importante compito dell’Associazione è quello riguardante la vita familiare dei singoli. Ciò suppone la conoscenza e la difesa dei diritti e doveri della famiglia nella società. Nello Statuto si legge che gli Exallievi si propongono di promuovere e difendere i grandi valori della famiglia umana, che attraversa oggi un pericoloso momento di crisi. Lì, nella loro famiglia, hanno anche modo, come già suggeriva loro Don Bosco, di praticare la metodologia pedagogica appresa durante gli anni dell’educazione.
Ecco un’altra interpellanza assai attuale per misurare l’impegno pedagogico, di ieri e di oggi, delle nostre comunità educatrici. Come si applica il Sistema Preventivo (da esportare poi nelle famiglie)? che formazione si dà ai giovani in vista del matrimonio? in che consiste programmaticamente la formazione all’amore? come si affrontano le esigenze di una retta educazione sessuale? quale etica coniugale si propone? come si insiste sulla sacralità della vita? ecc.
La famiglia è minuscola, ma possiede in sé un’energia superiore a quella dell’atomo. Dall’umile piccolezza di milioni di focolari, la Chiesa può rilanciare la potenza dell’amore necessaria a fare di se stessa il Sacramento dell’unità tra gli uomini.
Gli Exallievi di don Bosco sono chiamati a rendere efficace l’educazione salesiana all’interno delle loro famiglie!
Un altro impegno caratterizzante l’attività dell’Associazione è quello di condividere e di privilegiare il grande problema dell’educazione della gioventù.
Tutti conosciamo l’urgenza di questo problema. Per quali valori dovranno impegnarsi gli Exallievi a favore della gioventù?
In fedeltà al carisma di Don Bosco essi dovranno saper analizzare le urgenze giovanili in relazione alle tre dimensioni del Sistema Preventivo. Nell’ambito della «ragione», i problemi relativi ai valori umani; nell’ambito della «religione», quelli relativi alla fede e a una spiritualità della vita; nell’ambito dell’«amorevolezza», quelli concernenti il metodo considerando il degrado della scuola (spesso) e soprattutto della famiglia e dell’amore: urge davvero illuminare i criteri di una valida metodologia pedagogica da applicare.
È un impegno, questo, che apre un vastissimo panorama d’interventi.
Un’altra finalità che l’Associazione degli Exallievi si propone è: «la difesa e promozione dei valori inerenti alla persona umana e il rispetto della dignità dell’uomo»; e «la promozione e l’elevazione culturale, sociale, morale, spirituale e religiosa, conforme all’educazione ricevuta».
Stimolare una sana e profonda preparazione sociopolitica degli Exallievi che non si limiti solo alla teoria, ma vada anche all’impegno di assolvere il proprio dovere politico di buon cittadino, con particolare riguardo all’impegno per la giustizia, la pace, la fraternità.

Il rinnovamento del carisma di Don Bosco interpella oggi gli Exallievi di don Bosco a intensificare concretamente i vincoli di partecipazione e comunione con tutta la Famiglia Salesiana. Si tenga presente l’art. 9 della CARTA DELL’IDENTITÀ CARISMATICA DELLA FAMIGLIA SALESIANA DI DON BOSCO.

Art. 9. Per nuove forme di solidarietà
L’attuale fenomeno della globalizzazione ha aumentato l’interdipendenza tra le persone e i popoli nella sfera economica, culturale, politica e religiosa; indubbie sono le opportunità ma reale anche il pericolo di tradursi in quelle forme di dominio che causano nuove povertà e crescente emarginazione; ma c’è un altro modo per interpretare la globalizzazione ed è la solidarietà ispirata e guidata dai valori evangelici.
Essa «non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti».
I Gruppi della Famiglia Salesiana sono impegnati ad esercitare tale solidarietà attraverso svariati tipi di intervento educativo ed apostolico:
1. L’educazione, che è la forma più alta di solidarietà, se compresa e realizzata secondo i criteri suggeriti dall’assistenza salesiana. Oggi potremmo definirla «etica dell’essere prossimo», ossia: interventi personalizzati, rapporti di amicizia e di fiducia, ascolto delle attese più profonde dei giovani e dei poveri, individuazione di risposte possibili ed efficaci, accompagnamento fedele.
2. Il volontariato civile, sociale e missionario, oggi molto diffuso tra giovani e adulti, che può essere per alcuni autentica vocazione, in quanto esige disponibilità di energie e di tempo; esso mette a contatto con i problemi concreti della gente, impegna a sostenere iniziative promozionali, invita ad esercitare la corresponsabilità, sollecita ad educarsi al dono e al servizio.
3. L’impegno sociale e politico, attuato soprattutto dai Gruppi di membri secolari, secondo i criteri espressi dal magistero della Chiesa. Leggiamo nella Gaudium et spes: «La Chiesa stima degna di lode e di considerazione l’opera di coloro che per servire gli uomini si dedicano al bene della cosa pubblica e assumono il peso delle relative responsabilità»; e nella Christifideles laici: «I fedeli laici non possono affatto abdicare alla partecipazione alla “politica”, ossia alla molteplice e varia azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune».
Dunque: il modo con cui l’Associazione degli Exallievi partecipa alla missione di Don Bosco nel mondo non è indifferente. È molteplice nelle possibilità. Tale partecipazione costituisce la prova operativa della sua appartenenza alla Famiglia Salesiana, che diverrà «più stretta» secondo il grado d’impegno dimostrato nelle concrete attività , senza escludere livelli differenziati che si estendono anche a modalità ecumeniche, di dialogo interreligioso o di semplice buona volontà umana.
Don Rinaldi, lo abbiamo visto, è il grande ispiratore dell’Associazione degli Exallievi e dal cielo certamente veglia su di essa.

Giustamente ha affermato Alberto Caviglia che non si capirà mai Don Bosco Fondatore, né la sua pedagogia e il suo apostolato, se non si parte, come da principio, dall’assimilazione di questo suo spirito. È dall’ottica dell’unione con Dio che don Rinaldi poté affermare: «Per me Don Bosco è una delle più splendide personificazioni della carità ai nostri tempi. La sua vita non è altro che ardore di carità divina nella completa immolazione per il bene della gioventù e per la salvezza delle anime. “Chi ama è nato da Dio e conosce Dio”: il suo Sistema Preventivo non è altro che la carità!» (ACS, 6 gennaio 1929, n. 47, pag. 714).

Conclusione
Mi immagino di vedere il beato don Rinaldi con in mano il nuovo testo dello Statuto della Confederazione degli exallievi. Aprendolo, ci indica la lettera di accompagnamento (scritta dal suo successore Don Pascual Chávez Villanueva, nostro attuale Rettore Maggiore) che dev’essergli oltremodo cara, perché – sia pure con parole nuove e diverse dalle sue – richiama un identico contenuto, immutato e vivo, proprio quello che ha caratterizzato tutta la sua vita. Ascoltiamolo come quelle parole ce le stesse leggendo lui:
«Chi dà unità all’Associazione e riunisce in comunione tutti i suoi membri è lo stesso don Bosco, il suo Sistema Educativo e la sua missione. Carissimi Exallievi, in questo particolare momento storico, la società, la Chiesa e la Famiglia Salesiana vi chiedono di avere a cuore la difesa e la promozione di quei valori che noi tutti consideriamo “non negoziabili”. Essi rappresentano infatti la garanzia di una vita veramente umana per tutti. Mi riferisco in concreto ai valori della vita, della libertà e della verità. Voi, inseriti nel tessuto vivo della società, siete chiamati ad essere i difensori di questi valori. In questa missione manifesterete al mondo cosa significhi essere “sale della terra” e “luce del mondo”, vivendo la vostra esistenza di laici guidati da una chiara coscienza morale, svolgendo il vostro lavoro con un’accurata competenza professionale ed esprimendo la vostra apertura al mondo di oggi con un concreto impegno sociale. Don Bosco vi chiama ancora una volta ad essere “buoni cristiani e onesti cittadini”; a promuovere la dignità umana e l’identità della famiglia; a praticare la solidarietà nell’Associazione e fuori di essa, soprattutto a favore dei giovani più disagiati; ad essere in contatto con i giovani che terminano i processi educativi nelle case salesiane, al fine di invitarli ad inserirsi attivamente nell’Associazione, che li farà sentire sempre “allievi di don Bosco” ed offrirà loro l’opportunità di una formazione continua e di un’aggregazione concreta per il loro impegno sociale».
Penso sia soprattutto questo che ci raccomanda, oggi, don Rinaldi in queste giornate del Centenario.
Chiediamogli che, insieme a Don Bosco e a Madre Mazzarello, interceda per tutti noi, affinché il clima respirato dagli exallievi di oggi sia quello di una forte interiorità apostolica come alle origini, così che gli orientamenti e le direttive finali risultino un prezioso stimolo per rilanciare, nel mondo, la vera mistica salesiana del «da mihi animas» in un progetto di vita fortemente unitario.
A Voi tutti, exallievo io stesso tra gli exallievi, rinnovo la mia gratitudine con gli auguri più cari per questo lietissimo Primo Centenario!
Exallievi ed Exallieve di Don Bosco
FEDERAZIONE ISPETTORIALE PUGLIESE

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