Convegno Diocesi di Otranto 2016 – Exallievi ed Exallieve di Don Bosco
Exallievi ed Exallieve di Don Bosco - Puglia

Convegno Diocesi di Otranto 2016

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Convegno Diocesi di Otranto 2016

ARCIDIOCESI DI OTRANTO
Convegno Pastorale del 13/9/2016
Relatore Mons. Paolo Sartori

Direttore dell’ufficio Catechistico Nazionale

OLTRE LA CATECHESI! LE SFIDE PER ACCOMPAGNARE I PREADOLESCENTI

NELLA TAPPA CRISMALE (SPUNTI MISTAGOGICI)

I. Le tentazioni da riconoscere (e se possibile evitare)
Ridurre educazione a insegnamento e insegnamento a comunicazione di nozioni/informazioni
L’obiettivo dell’istruzione è la cultura e la scienza, l’obiettivo dell’insegnamento è l’autonomia.
[…] Un insegnante nell’atto stesso dell’istruire educa, e nell’educare istruisce. Chi separa forzosamente queste due dimensioni pensando di poterle agire separatamente produce: o nozionismi che saranno presto dimenticati, non avendo presa sulla persona nella sua interezza, confinate solo in una zona periferica e non utile all’autonomia; o automi, cioè uomini e donne che ripetono gesti che non hanno vagliato personalmente ma si sono attaccati addosso per imitazione e contagio, non per interiorizzazione.
Come dunque insegnamento e istruzione trovano equilibrio nella loro differenza? Come si armonizzano nell’obiettivo di “pro-vocare” persone mature? Solo a patto che questa armonia sia coltivata ogni giorno dall’insegnante nella sua propria vita e offerta nel vissuto concreto ai propri studenti. Solo se l’insegnante coltiva e amplia la sua vita interiore, incoraggia la “conversazione interiore”, cioè la capacità di abitare in sé stessi in mezzo al flusso delle cose senza esserne travolti, dare ampio assenso alla vita senza esserne schiacciati.

ALESSANDRO D’AVENIA, Maturità: l’ultimo dei riti di passaggio, «Avvenire» 18 giugno 2015

Non “starci dentro”: rinunciare, avvolgere, guardare da lontano, rifiutare, difendersi
Quando, infatti, in una società e in una cultura segnate da un relativismo pervasivo e non di rado aggressivo, sembrano venir meno le certezze basilari, i valori e le speranze che danno un senso alla vita, si diffonde facilmente, tra i genitori come tra gli insegnanti, la tentazione di rinunciare al proprio compito, e ancor prima il rischio di non comprendere più quale sia il proprio ruolo e la propria missione. Così i fanciulli, gli adolescenti e i giovani, pur circondati da molte attenzioni e tenuti forse eccessivamente al riparo dalle prove e dalle difficoltà della vita, si sentono alla fine lasciati soli…

BENEDETTO XVI, Discorso all’Assemblea generale della CEI, 29 maggio 2008

II. Gli atteggiamenti da incoraggiare (e se possibile coltivare)
Autenticità
Cos’altro vogliamo raggiungere coll’educazione se non che il giovane che ci è affidato divenga un essere umano vero, autentico e autenticamente sé stesso (sia nel senso generale della natura umana quanto in quello particolare della personalità individuale). Come conseguire però questo fine? L’educatore deve possedere un’idea chiara riguardo a in che consista l’educazione, cioè l’autentica natura umana e l’autentica individualità. Formare esseri umani autentici significa formarli ad immagine di Cristo, ma per farlo l’educatore deve essere lui stesso un essere umano autentico.

EDITH STEIN, La vita come totalità

Intuizione/comunicazione
Un’autentica educazione deve essere in grado di parlare al bisogno di significato e di felicità delle persone.
CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, n. 8
Entrare nel vissuto dei giovani e proporre luoghi e attività di loro interesse è la via privilegiata per un percorso che coniughi insieme le diverse dimensioni della vita cristiana: fede, relazioni, affettività e cultura.

CEI, Incontriamo Gesù, n. 25

Il coraggio delle parole impronunciabili
Penso che i giovani abbiano bisogno di relazioni dirette e personali con i loro educatori e che gli educatori debbano essere loro stessi persone mature aperte ed equilibrate nel saper condurre, secondo i tempi di ciascuno, verso una visione piena, bella e saggia dell’amore.

CARLO MARIA MARTINI, Parlate con il cuore, RCS 2012

Lasciarsi guidare – intuire il prossimo passo
In una società come la nostra, che Zygmunt Bauman ha definito “liquida” – più similmente al mare, dunque, che a una terra da coltivare – [la metafora del coltivare che tradizionalmente concepisce l’impresa educativa sul modello evangelico] dev’essere forse integrata con quella della pesca. Lo stesso Gesù, del resto, ha voluto come apostoli non dei contadini, ma dei pescatori.
Il pescatore non ha a che fare con una superficie solida, su cui poggiare i piedi, né sentieri già tracciati su cui camminare. E i suoi “interlocutori” sono i pesci, che si spostano continuamente. Se vuole intercettarli, egli deve avventurarsi su questo elemento infido, tracciando rotte sempre nuove e correndone il rischio […]. Soprattutto deve indovinare i loro percorsi.
Un educatore che ragiona da contadino può dire: «Ho fatto tutto il possibile, ma con questo mio figlio, con questo alunno, con questa classe, non c’è proprio nulla da fare». L’educatore-pescatore non può seguire la stessa logica. Se non ha successo, egli deve chiedersi se ha gettato le reti nel punto giusto. Magari – suggerisce il Vangelo – bisognava spingersi più al largo, dove il mare è più profondo… Questo comporta, da parte del pescatore, l’attitudine a lasciarsi guidare dai pesci.
Nel suo noto romanzo Capitani coraggiosi (1897) […] Rudyard Kipling descrive efficacemente questo atteggiamento, impersonato dall’esperto capitano del peschereccio We’re Here, specializzato nella pesca dei merluzzi: «Disko Troop, con la pipa fra i denti, guardava fisso davanti a sé, lo sguardo perso. Infatti […] stava studiando i pesci per opporsi, con la sua lunga esperienza dei Banchi, al vagare dei merluzzi nel loro mare […] Così Disko Troop cominciò a considerare il tempo di quei giorni, le burrasche e le correnti, le provviste di bordo e varie altre questioni del genere, dal punto di vista di un merluzzo da venti libbre e, per un’ora, si sentì veramente, egli stesso, un merluzzo».
Il fatto è che quando quell’uomo pensava ai merluzzi, pensava come un merluzzo e grazie a quella sintesi, da molto tempo sperimentata, di istinto e di esperienza, guidava la We’re Here da un ancoraggio all’altro, sempre insieme ai pesci. Bisogna diventare merluzzi, insomma, immedesimarsi cioè nel punto di vista dei nostri ragazzi. Magari per scoprire che questa operazione serve, oltre che a capire loro, a guardare onestamente dentro di noi.

GIUSEPPE SAVAGNONE, Educare oggi alle virtù, LDC 2012

III. Percorsi e soggetti
In riferimento alla cresima
In riferimento alla mistagogia
«Prima sono i catechisti e poi i catechismi; anzi, prima ancora, sono le comunità ecclesiali. […] Non è pensabile una buona catechesi senza la partecipazione dell’intera comunità» (RdC, n. 200).
«Gli Orientamenti vogliono non solo interpellare i catechisti e gli altri specialisti della catechesi, ma rivolgersi alle comunità cristiane nel loro insieme: per riscoprire che tutto l’agire pastorale – se visto in chiave comunicativa, relazionale ed educativa – suscita domande, forma persone, educa a risposta, accompagna a coerenza il cammino della vita» (CEI, Incontriamo Gesù, n. 110).
«Può essere missionario solo chi si sente bene nel cercare il bene del prossimo, chi desidera la felicità degli altri» (Evangelii gaudium, 272); e ancora: «Se riesco ad aiutare una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente a giustificare il dono della mia vita» (Evangelii gaudium, 274).
     

By | 2017-10-30T17:44:35+00:00 settembre 23rd, 2016|Chiesa Cattolica|Commenti disabilitati su Convegno Diocesi di Otranto 2016
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