Biografia di Don Bosco – Exallievi ed Exallieve di Don Bosco
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Biografia di Don Bosco

/Biografia di Don Bosco
Biografia di Don Bosco 2017-11-28T12:25:34+00:00

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Note biografiche ...

Giovanni Bosco nacque il 16 agosto 1815 ai Becchi, frazione di Castelnuovo d’Asti (oggi Castelnuovo Don Bosco). La sua fu una famiglia di poveri contadini. Rimase orfano del papà, Francesco, a soli due anni.

Sua madre, Margherita, lo tirò su con tenerezza ed energia. Gli insegnò a lavorare la terra e a vedere Dio dietro la bellezza del cielo, l’abbondanza del raccolto, il temporale che schiantava le viti. Mamma Margherita, nella chiesa, aveva imparato a pregare, e lo insegnava ai suoi figli. Per Giovanni pregare voleva dire parlare con Dio in ginocchio sul pavimento della cucina, pensare a lui seduto sull’erba del prato, fissando lo sguardo al cielo. Da sua madre, Giovanni imparò a vedere Dio anche nella faccia degli altri, dei più poveri: nella faccia dei miseri che l’inverno venivano a bussare alla porta della loro casetta, e ai quali Margherita rattoppava le scarpacce e dava un brodo caldo.Giovanni Bosco Mamma Margherita

Il grande sogno
A 9 anni, Giovanni ha il primo, grande sogno che marchierà tutta la sua vita.

A quell’età ho fatto un sogno. Sarebbe rimasto profondamente impresso nella mia mente per tutta la vita. Mi pareva di essere vicino a casa, in un cortile molto vasto, dove si divertiva una grande quantità di ragazzi. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. Al sentire le bestemmie, mi slanciai in mezzo a loro. Cercai di farli tacere usando pugni e parole. In quel momento apparve un uomo maestoso, vestito nobilmente. Un manto bianco gli copriva tutta la persona. La sua faccia era così luminosa che non riuscivo a fissarla.
Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di mettermi a capo di quei ragazzi. Aggiunse “Dovrai farteli amici con bontà e carità, non picchiandoli. Su, parla, spiegagli che il peccato è una cosa cattiva, e che l’amicizia con il Signore è un bene prezioso”. Confuso e spaventato risposi che io ero un ragazzo povero e ignorante, che non ero capace a parlare di religione a quei monelli. In quel momento i ragazzi cessarono le risse, gli schiamazzi e le bestemmie, e si raccolsero tutti intorno a colui che parlava.
Quasi senza sapere cosa dicessi gli domandai: “Chi siete voi, che mi comandate cose impossibili?” “Proprio perché queste cose ti sembrano impossibili – rispose dovrai renderle possibili con l’obbedienza e acquistando la scienza”. “Come potrò acquistare la scienza?” “Io ti darò la maestra. Sotto la sua guida si diventa sapienti, ma senza di lei anche chi è sapiente diventa un povero ignorante”. “Ma chi siete voi?” “Io sono il figlio di colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno”. “La mamma mi dice sempre di non stare con quelli che non conosco, senza il suo permesso. Perciò ditemi il vostro nome”. “Il mio nome domandalo a mia madre”. In quel momento ho visto vicino a lui una donna maestosa, vestita di un manto che risplendeva da tutte le parti, come se in ogni punto ci fosse una stella luminosissima.
Vedendomi sempre più confuso, mi fece cenno di andarle vicino, mi prese con bontà per mano e mi disse: “Guarda”. Guardai e mi accorsi che quei ragazzi erano tutti scomparsi. Al loro posto c’era una moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali. La donna maestosa mi disse: “Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Cresci umile, forte e robusto, e ciò che adesso vedrai succedere a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli”. Guardai ancora, ed ecco che al posto di animali feroci comparvero altrettanti agnelli mansueti, che saltellavano, correvano, belavano, facevano festa attorno a quell’uomo e a quella signora. A quel punto, nel sogno, mi misi a piangere.
Dissi a quella signora che non capivo tutte quelle cose. Allora mi pose una mano sul capo e mi disse: “A suo tempo, tutto comprenderai”.
(Memorie di san Giovanni Bosco, p.14)

Gli anni che seguirono furono orientati da quel sogno. Figlio e madre videro l’indicazione di una strada per la vita. A far del bene ai ragazzi, Giovanni ci prova subito. Quando le trombe dei saltimbanchi annunciano una festa patronale sulle colline intorno, Giovanni ci va, e si mette in prima fila davanti ai ciarlatani che danno spettacolo. Studia i trucchi dei prestigiatori, i segreti degli equilibristi. Una sera di domenica, Giovanni dà il suo primo spettacolo ai ragazzi delle case vicine. Fa miracoli di equilibrio con barattoli e casseruole sulla punta del naso. Poi balza sulla corda tesa tra due alberi, e vi cammina tra gli applausi dei suoi piccoli spettatori. Prima del brillante finale, ripete la predica sentita alla Messa del mattino, e invita tutti a pregare. I giochi e la parola di Dio cominciano a «trasformare» i suoi piccoli amici, che con lui pregano volentieri.
A quale età cominciai a occuparmi dei fanciulli? Me l’hanno domandato tante volte. Posso rispondere che a dieci anni facevo già ciò che mi era possibile, cioè una specie di oratorio festivo. Ero piccolo piccolo, ma cercavo di capire le inclinazioni dei miei compagni. Fissavo qualcuno in faccia e riuscivo a leggere i progetti che aveva nella mente.
Per questa caratteristica, i ragazzi della mia età mi volevano molto bene, e nello stesso tempo mi temevano. Ognuno mi voleva come suo amico o come giudice nelle contese. Facevo del bene a chi potevo, del male a nessuno. Cercavano di avermi amico perché, nel caso di bisticci nel gioco, li difendessi.
Infatti di statura ero piccolo, ma avevo una forza e un coraggio che mettevano timore anche ai più grandi. Così, quando nascevano risse, liti, discussioni, io ero scelto come arbitro, e tutti accettavano le mie decisioni.
(Memorie di san Giovanni Bosco, p.19)

Quelli che avevano cercato di farmi partecipare alle loro squallide imprese, a scuola erano un disastro. Così cominciarono a rivolgersi a me in maniera diversa: mi chiedevano la carità di prestare loro il tema svolto, la traduzione fatta. Il professore, venuto a conoscere la faccenda, mi rimproverò severamente. “La tua è una carità falsa – mi disse –, perché incoraggi la loro pigrizia. Te lo proibisco assolutamente”. Cercai una maniera più corretta per aiutarli. Spiegavo ciò che non avevano capito, li mettevo in grado di superare le difficoltà più grosse.
Mi procurai in questa maniera la riconoscenza e l’affetto dei miei compagni. Cominciarono a venire a cercarmi durante il tempo libero per il compito, poi per ascoltare i miei racconti, e poi anche senza nessun motivo, come i ragazzi di Morialdo e di Castelnuovo.
Formammo una specie di gruppo, e lo battezzammo Società dell’Allegria. Il nome fu indovinato, perché ognuno aveva l’impegno di organizzare giochi, tenere conversazioni, leggere libri che contribuissero all’allegria di tutti. Era vietato tutto ciò che produceva malinconia, specialmente la disobbedienza alla legge del Signore. Chi bestemmiava, pronunciava il nome di Dio senza rispetto, faceva discorsi cattivi, doveva andarsene dalla Società. Mi trovai così alla testa di un gran numero di giovani. Di comune accordo fissammo un regolamento semplicissimo:
1. Nessuna azione, nessun discorso che non sia degno di un cristiano.
2. Esattezza nei doveri scolastici e religiosi.
(Memorie di san Giovanni Bosco, p.38)

Giovanni è sicuro che, per far del bene a tanti ragazzi, deve studiare e diventare prete. Ma il fratello Antonio, che ha già 18 anni ed è un contadino rozzo, non ne vuol sapere. Gli getta via i libri, lo picchia.
Una gelida mattina del febbraio 1827, Giovanni parte da casa e va a cercarsi un posto di garzone. Ha solo 12 anni, ma per le violente litigate con Antonio, in casa la vita è ormai impossibile. Per tre anni lavora come ragazzo di stalla nella cascina Moglia, vicino a Moncucco. Conduce le bestie al pascolo, munge le mucche, porta il fieno fresco nelle mangiatoie, guida i buoi che arano i campi. Nelle lunghe notti d’inverno e seduto all’ombra degli alberi d’estate (mentre le mucche brucano intorno) torna ad aprire i suoi libri, a «studiare».
Tre anni dopo, Antonio si sposa. Giovanni può tornare a casa e frequentare prima le scuole di Castelnuovo, poi quelle di Chieri. Per mantenersi impara a fare il sarto, il fabbro, il barista, dà ripetizioni.
A vent’anni, nel 1835, Giovanni Bosco prende la decisione più importante della sua vita: entra in Seminario. Sei anni di studi intensi, che lo portano al sacerdozio.

Diventa «Don Bosco»Giovanni Bosco Mamma Margherita
5 giugno 1841. L’Arcivescovo di Torino consacra prete Giovanni Bosco. Ora «Don Bosco» potrà finalmente dedicarsi ai ragazzi disperati che ha visto in sogno. Va a cercarli per le strade di Torino.
«Fin dalle prime domeniche – testimoniò un ragazzo che incontrò in quei primi mesi, Michelino Rua – andò per la città, per farsi un’idea delle condizioni morali dei giovani». Ne rimase sconvolto. I sobborghi erano zone di fermento e di rivolta, cinture di desolazione. Adolescenti vagabondavano per le strade, disoccupati, intristiti, pronti al peggio. Li vedeva giocare a soldi agli angoli delle strade con la faccia dura e decisa di chi è disposto a tentare qualunque mezzo per farsi largo nella vita.
Accanto al mercato generale della città (che in quel momento aveva 117 mila abitanti) scoprì un vero «mercato delle braccia giovani». «La parte vicina a Porta Palazzo – scriverà anni dopo – brulicava di merciai ambulanti, venditori di zolfanelli, lustrascarpe, spazzacamini, mozzi di stalla, spacciatori di foglietti, fasservizi ai negozianti sul mercato, tutti poveri ragazzi che vivacchiavano alla giornata».
Quei ragazzi per le strade di Torino erano un «effetto perverso» di un avvenimento che stava sconvolgendo il mondo, la «rivoluzione industriale». Nata in Inghilterra, aveva passato rapidamente la Manica e scendeva a sud. Avrebbe portato un benessere mai pensato nei secoli precedenti, ma l’avrebbe fatto pagare con un pauroso costo umano: la questione operaia, gli ammassi di famiglie sotto-povere alle periferie delle città, immigrate dalle campagne in cerca di fortuna.

Ragazzi in prigione
L’impressione più sconvolgente, don Bosco la provò entrando nelle prigioni. Scrisse: «Vedere un numero grande di giovanetti, dai 12 ai 18 anni, tutti sani, robusti, d’ingegno sveglio, vederli là inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentare di pane spirituale e materiale, fu cosa che mi fece orrore».
Uscendo, aveva preso la sua decisione: «Devo impedire ad ogni costo che ragazzi così giovani finiscano là dentro». Le parrocchie in Torino erano 16. I parroci sentivano il problema dei giovani, ma li aspettavano nelle sacrestie e nelle chiese per i catechismi comandati. Non si accorgevano che, sotto l’ondata della crescita popolare e dell’immigrazione, quegli schemi di comportamento erano saltati. Occorreva tentare vie diverse, inventare schemi nuovi, provare un apostolato volante tra botteghe, officine, mercati. Molti preti giovani ci provavano. Don Bosco avvicinò il primo ragazzo immigrato 1’8 dicembre 1841. Tre giorni dopo attorno a lui erano in nove, tre mesi dopo venticinque, nell’estate ottanta. «Erano selciatori, scalpellini, muratori, stuccatori che venivano da paesi lontani», ricorda nelle sue brevi Memorie.
Nasce il suo oratorio. Non è una faccenda di beneficenza, né si esaurisce alla domenica. Cercare un lavoro per chi non ne ha, ottenere condizioni migliori per chi è già occupato, fare scuola dopo il lavoro ai più volenterosi diventa l’occupazione fissa di don Bosco.
Alcuni dei suoi ragazzi, però, alla sera non sanno dove andare a dormire. Finiscono sotto i ponti o negli squallidi dormitori pubblici. Tenta due volte di dare ospitalità: la prima gli portano via le coperte, la seconda gli svuotano anche il piccolo fienile.
Ritenta, ottimista testardo. Nel maggio 1847 ospita nelle tre stanze che ha affittato nel quartiere basso di Valdocco, e dove abita con sua madre, un ragazzotto immigrato dalla Valsesia. – Avevo tre lire quando sono arrivato a Torino – dice il ragazzo seduto accanto a fuoco, ma non ho trovato lavoro, e non so dove andare.
Durante quel primo inverno cercai di consolidare il piccolo Oratorio. Il mio scopo era di raccogliere soltanto i ragazzi più esposti al pericolo di rovinarsi, specialmente quelli usciti dalle carceri. Tuttavia, per avere una base di ordine e di bontà, invitai all’Oratorio anche altri ragazzi istruiti e di buona condotta. Questi mi davano una mano nel conservare un po’ di ordine, e mi aiutavano a far lettura e a eseguire canti sacri. Mi accorsi fin dall’inizio, infatti, che senza canti e senza libri di lettura divertente, le nostre riunioni festive sarebbero state un corpo senz’anima.

La festa la passavo in mezzo ai miei giovani.
Durante la settimana andavo a visitarli sul luogo del loro lavoro, nelle officine, nelle fabbriche. Questi incontri procuravano grande gioia ai miei ragazzi, che vedevano un amico prendersi cura di loro. Facevano piacere anche ai padroni, che prendevano volentieri alle loro dipendenze giovani assistiti lungo la settimana e nei giorni festivi.
Ogni sabato tornavo nelle prigioni con la borsa pena di frutti, pagnotte, tabacco. Il mio scopo era di mantenere i contatti con i ragazzi che per disgrazia erano finiti là dentro, aiutarli, farmeli amici, e invitarli all’Oratorio appena fossero usciti da quel luogo triste.
(Memorie di san Giovanni Bosco, p.107)

La vita religiosa, nel nuovo Oratorio, si svolgeva come al Rifugio. Ma c’erano delle difficoltà. Non ci era permesso celebrare la Messa, né dare la benedizione eucaristica. I ragazzi non potevano perciò fare la Comunione, che è l’elemento fondamentale del nostro Oratorio. La stessa ricreazione era molto disturbata: i ragazzi dovevano giocare sulla strada o sulla piazzetta davanti alla chiesa, mentre passavano carri e cavalli. Non avendo niente di meglio, ringraziavamo il Cielo per quel poco che ci aveva concesso, ma aspettavamo una località migliore. Ci caddero però addosso delle gravi opposizioni.
Gli addetti ai mulini e le loro famiglie erano disturbate dai giochi, dai canti e dalle grida dei nostri ragazzi. Cominciarono quindi a lamentarsi con il Municipio. Fu allora che cominciarono a diffondersi voci inquietanti nei nostri riguardi. I raduni dell’Oratorio, si diceva, erano pericolosi. Poiché i giovani obbedivano ad ogni mio cenno, la loro massa poteva essere usata per sommosse e rivoluzioni. Si diceva anche (senza nessuna prova) che i ragazzi guastavano tutto, in chiesa e fuori chiesa, che demolivano addirittura il selciato. Se non venivamo subito allontanati, sembrava che Torino dovesse crollare.
(Memorie di san Giovanni Bosco, p.120)

I ragazzi senza casa
Ero persuaso che per molti ragazzi ogni aiuto era inutile se non gli si dava una casa. Per questo mi sono dato da fare per prendere in affitto altre stanze, e poi altre ancora, nella casa Pinardi, anche se il prezzo era esagerato.
Di giorno, queste stanze servivano anche da classi, e così potemmo iniziare la scuola di musica e di canto. Quella nostra scuola pubblica di musica (iniziata nel 1845) fu la prima. Per la prima volta la musica veniva insegnata in classe a un gran numero di allievi contemporaneamente. Prima d’allora, ogni allievo si cercava un maestro che gli desse lezioni individuali.
(Memorie di san Giovanni Bosco, p.170)

LA TETTOIA PINARDI
“La domenica seguente, solennità di Pasqua (12 aprile 1846), si trasportarono colà tutti gli attrezzi di chiesa e di ricreazione e andammo a prendere possesso della nuova località”. Così don Bosco nelle sue Memorie.12 aprile: data memoranda nella storia dell’Oratorio! La povera tettoia-cappella era la prima sede fissa dell’opera di don Bosco e doveva diventare il centro intorno a cui sarebbe a poco a poco sorta la vasta Casa Madre della Società Salesiana.
Che cosa avvenne in quel giorno di Pasqua entro e intorno alla misera tettoia dì casa Pinardi? Fu semplicemente una presa di possesso per preparare in essa la nuova cappella? Oppure si compì in quel giorno stesso qualche funzione religiosa?
Chi parlò ai giovani dell’Oratorio? Quando vi si celebrò, e da chi, per la prima volta la Messa? Don Bosco non ne fa cenno alcuno nelle sue Memorie, limitandosi a dire che in quella domenica, solennità di Pasqua, si prese possesso della nuova località trasportandovi tutti gli attrezzi di chiesa e di ricreazione.
“Ad una certa ora trovandovisi ormai una buona parte dei giovani, don Bosco vi fece trasportare dal Rifugio e dal casotto dei prato (Filippi), ove si conservavano, gli attrezzi di chiesa e di ricreazione e così insieme con lui presero possesso del nuovo Oratorio. Due signore benefattrici stesero sull’altare un finissimo lino regalato dal teologo Carpano e che esse avevano adattato a tovaglia, mentre il teologo, che da qualche settimana non si era più fatto vedere, disponeva i candelieri, la croce, la lampada e un piccolo quadro dei Patrono San Francesco di Sales.
Don Bosco in quel mattino stesso benedisse e dedicò al divin culto in onore.

DOV’ERA E COM’ ERA LA TETTOIA PINARDI
La casa Pinardi, che il 12 aprile aveva accolto don Bosco e il suo Oratorio nella misera tettoia convertita in cappella, sorgeva lungo la via della Giardiniera, isolata in mezzo ai campi della regione Valdocco e poco distante dalla casa Moretta e dal prato Filippi.
Francesco Pinardi di Arcisate (Varese) l’aveva acquistata il 14 luglio dei 1845 (Atto rogato Giovanni Pio De Amicis) dai fratelli Giovanni, Antonio e Carlo Filippi per la somma di lire 14 mila di cui, dice l’atto, furono subito sborsate e numerate lire 3618,20… in buona moneta corrente. I fratelli Filippi vendettero al Pinardi “una pezza di terreno di tavole novantasette, piedi quattro, once una e punti sei, con casa entrostante e muri di cinta… come il tutto trovasi descritto nella frainserta perizia giudiziale dei signor architetto Bertolotti e nella figura dimostrativa dello stesso signor architetto”.

Quando e da chi fu costruita la tettoia Pinardi?
Il Pinardi che aveva comprato la casa nel luglio 1845, poco dopo, e precisamente con scrittura in data 10 novembre dei medesimo anno, la cedeva in affitto al signor Pancrazio Soave di Verolengo (Torino). Nella descrizione che nella scrittura vien fatta della casa e del terreno è detto espressamente: rimane esclusa la tettoia che si sta costruendo dietro detta casa, nonché il terreno esistente davanti la medesima.
Dunque la storica tettoia fu costruita dal Pinardi stesso nel novembre dei 1845 e fu esclusa dal contratto d’affitto che egli fece in quei giorni col Pancrazio Soave.
La tettoia non era adunque un locale antico e abbandonato, diventato convegno di faine e nido di gufi come la fantasia potrebbe immaginare, ma una semplice e povera rimessa, di recente costruzione, e che in quei giorni serviva come magazzino per alcune donne che facevano il bucato nella lavanderia che era presso il canaletto irriguo.
La Provvidenza disponeva così che mentre don Bosco si avvicinava alla sua mèta, il buon Pinardi gli preparasse, senza saperlo, l’umile nuova dimora, mantenendo anche libero dinanzi alla tettoia un tratto di terreno che doveva diventare il primo cortile dell’Oratorio. Il Pinardi aveva promesso a don Bosco di eseguire prontamente tutti i lavori che erano necessari per rendere abitabile la sua povera tettoia.

Il problema dei soldi
Dopo il ragazzo della Valsesia, in quel 1847, ne arrivano altri sei. In quei primi mesi i soldi cominciano a diventare un problema drammatico per don Bosco. Lo saranno per tutta la sua vita. La sua prima benefattrice non è una contessa, ma sua madre. Margherita, povera contadina di 59 anni, ha lasciato la sua casa ai Becchi per venire a far da madre ai barabbotti. Di fronte alla necessità di mettere qualcosa in tavola per i ragazzi, vende l’anello, gli orecchini, la collana che fino allora aveva custodito gelosamente. I ragazzi ospitati da don Bosco diventano 36 nel 1852, 115 nel 1854, 470 nel 1860, 600 nel 1861, fino a toccare il tetto di 800.
E tra quei ragazzi, qualcuno chiede di «diventare come lui», di spendere la vita per altri ragazzi in difficoltà. Nascerà così la Congregazione Salesiana. I primi a farne parte sono Michelino Rua, Giovanni Cagliero (che diventerà cardinale), Giovanni B. Francesia.
Nell’archivio della Congregazione Salesiana si conservano alcuni documenti rari: un contratto di apprendistato in carta semplice, datato novembre 1851; un secondo in carta bollata da centesimi 40, con data 8 febbraio 1852; altri con date successive. Sono tra i primi contratti di apprendistato che si conservano in Torino. Tutti sono firmati dal datore di lavoro, dal ragazzo apprendista e da don Bosco. In quei contratti, don Bosco mette il dito su molte piaghe. Alcuni padroni usavano gli apprendisti come servitori e sguatteri. Egli li obbliga a impiegarli solo nel loro mestiere. I padroni picchiavano, e don Bosco esige che le correzioni siano fatte solo a parole. Si preoccupa della salute, del riposo festivo, delle ferie annuali. Ma nonostante ogni sforzo, ogni contratto, la condizione degli apprendisti, in quel tempo, rimane troppo dura.

Martellare una suola e maneggiare la lesina.
Nell’autunno del 1853 don Bosco rompe gli indugi e inizia nell’Oratorio di Valdocco i laboratori dei calzolai e dei sarti. Quello dei calzolai è piazzato in un locale strettissimo, accanto al campanile della prima chiesa che ha appena costruito. Don Bosco si siede a un deschetto, e davanti a quattro ragazzini martella una suola. Poi insegna a maneggiare la lesina e lo spago impeciato.
Dopo i calzolai e i sarti vengono i legatori, i falegnami, i tipografi, i meccanici. Sei laboratori in cui i posti privilegiati sono per «gli orfani, i ragazzi totalmente poveri e abbandonati». Per questi suoi laboratori, che presto trapianta in altre opere salesiane fuori Torino, don Bosco «inventa» un nuovo genere di religiosi: i coadiutori salesiani. Di uguale dignità e diritti dei preti e chierici, ma specializzati per le scuole professionali. (Alla morte di don Bosco, le scuole professionali salesiane saranno 14, distribuite in Italia, Francia, Spagna e Argentina. Cresceranno fino a toccare il numero di 200, sparse nel mondo).

Parola d’ordine: «Subito»
Nel dialogo tra don Bosco e il primo ragazzo immigrato (I’ha lasciato scritto lui stesso) c’è la parola «subito». Sembra una parola come tante altre, invece diventa la parola d’ordine di don Bosco, tirato dentro l’azione dall’urgenza, dall’impossibilità di aspettare. Nell’incertezza della prima rivoluzione industriale, nell’impossibilità di trovare belli e fatti piani e programmi di azione, don Bosco e i primi Salesiani gettano tutte le loro energie per fare «subito» qualcosa per i ragazzi in difficoltà. Sono le necessità urgenti dei giovani che dettano loro i programmi di azione.
I ragazzi hanno bisogno di una scuola e di un lavoro che aprano loro un avvenire più sicuro; hanno bisogno di poter essere ragazzi, cioè di scatenare la loro voglia di correre e saltare in spazi verdi, senza intristire sui marciapiedi; hanno bisogno di incontrarsi con Dio, per scoprire e realizzare la loro dignità. Pane, catechismo, istruzione professionale, mestiere protetto da un buon contratto di lavoro diventano quindi le «cose» che don Bosco e i Salesiani danno con urgenza ai giovani. «Se incontri uno che muore di fame, invece di dargli un pesce insegnagli a pescare», è stato detto giustamente. Ma è anche vero il rovescio della frase: «Se incontri uno che muore di fame, dagli un pesce, perché abbia il tempo di imparare a pescare». Non basta il «subito», l’intervento immediato, ma non basta nemmeno «preparare un futuro diverso», perché intanto i poveri muoiono di miseria.
Don Bosco si è sempre rifiutato di “teorizzare” la sua pedagogia, come se ci fosse una ricetta preziosa che risolvesse ogni problema educativo. Per questo ricordiamo alcune frasi del santo che, nella loro semplicità, svelano una scelta precisa a favore dei più piccoli, senza calcoli, né riserve.

“Gli voglio bene. Tutto qui”.
“Il mio sistema si vuole che io esponga! Ma se neppure io lo so! Sono sempre andato avanti senza sistemi, come il Signore mi ispirava e le circostanze esigevano!”.
“Se noi vorremo umiliarli perché siamo superiori, ci renderemo ridicoli”.
“Dolcezza in tutto, e chiesa sempre aperta”.
“I giovani non solo devono essere amati, ma devono sentire di essere amati”.
“Si prendono più mosche con un piatto di miele che con un barile di aceto”.
“La nostra è una casa. Si vive in famiglia”.
“Il mio sistema? La carità e il timor di Dio”.
“Passa coi giovani tutto il tempo possibile”.
“Parlare, parlare! Avvertire, avvertire!”.
“Abbi l’occhio sempre aperto, aperto e lungo”.
“Con quelli permalosi siate ancora più benigni”.
“I parenti ce li affidano per l’istruzione, ma il Signore ce li manda affinché noi ci interessiamo delle loro anime”.

«Io non ho fatto niente»
Negli anni che seguono, con un lavoro a volte estenuante, don Bosco realizza opere imponenti. Accanto ai Salesiani fonda l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice e i Cooperatori Salesiani. Costruisce il santuario di Maria Ausiliatrice in Valdocco e fonda 59 case di Salesiani in sei nazioni. Inizia le «Missioni Salesiane» inviando preti, coadiutori e suore nell’America Latina. Pubblica e scrive lui stesso collane di libri popolari «per la gente cristiana e i ragazzi del popolo». Inventa un «sistema di educazione» familiare, fondato su tre valori: Ragione, Religione, Amorevolezza, che presto tutti riconoscono come «il sistema ideale» per educare i giovani. Quando qualcuno gli elenca le opere che ha creato, don Bosco interrompe brusco: «Io non ho fatto niente. È la Madonna che ha fatto tutto». Gli ha tracciato la strada con quel misterioso «sogno», quando era un ragazzetto.
Morì all’alba del 31 gennaio 1888. Ai Salesiani che vegliavano attorno al suo letto, mormorò nelle ultime ore: «Vogliatevi bene come fratelli. Fate del bene a tutti, del male a nessuno.. . Dite ai miei ragazzi che li aspetto tutti in Paradiso».

Alcuni commenti
Si può prendere un episodio della vita di don Bosco e passarlo al microscopio trovando una documentazione non del tutto perfetta. In compenso ce ne sono subito presenti altri mille sostenuti da decine e decine di testimonianze d’ogni genere.
In quegli anni (1850 circa in avanti) a Torino vivono e operano contemporaneamente – amici e collaboratori tra loro – san Giovanni Bosco, san Giuseppe Cafasso (il prete dei carcerati e dei condannati a morte, che dirige spiritualmente san Giovanni Bosco), san Giuseppe Benedetto Cottolengo (il prete dei malati incurabili che diceva d’essere il “manovale della Provvidenza”). Per un certo tempo don Bosco gli dà una mano, poi seguirà la sua strada. Il Cottolengo un giorno gli prende tra le dita un lembo della veste e gli dice profeticamente: «E’ troppo leggera. Procuratevi una veste più resistente perché molti ragazzi si appenderanno a questo abito».
C’è poi una ragazza di vent’anni più giovane di don Bosco. Costui la incontra nel 1864: diverrà la fondatrice delle Figlie di Maria Ausiliatrice: Santa Maria Mazzarello.
Nel 1854 entra nell’oratorio di don Bosco un ragazzo di una rara profondità interiore. E l’anno della proclamazione dell’ Immacolata: quel bambino è innamorato di questo mistero mariano. Diventa santo a 15 anni: Domenico Savio. Sono già otto santi ufficialmente riconosciuti dalla Chiesa (per non dire di decine d’altri rimasti anonimi) che si incontrano e si parlano e si capiscono come l’amico incontra l’amico. E attorno a loro che il soprannaturale si ramifica con manifestazioni innumerevoli e commoventi, come se Dio intendesse mostrare – mentre la Chiesa soffre per i peccati suoi e altrui e si dibatte in problemi intricatissi­mi – il sangue vivo e caldo che scorre nel suo corpo ecclesiale e lo Spirito che l’anima dentro la sua corporea pesantezza.
C’è poi un episodio commovente: nell’estate 1854 a Torino scoppia il colera che ha il suo epicentro a Borgo Dora, dove si ammassano gli immigrati, a due passi dall’oratorio di don Bosco. A. Genova ha già fatto 3.000 vittime In un solo mese, a Torino, 800 colpiti e 500 morti. Il sindaco rivolge un appello alla città, ma non si trovano volontari per assistere i malati né per trasportarli al lazzaretto. Tutti sono presi dal panico. Il giorno della Madonna della Neve (5 agosto) don Bosco raduna i suoi ragazzi e promette: «Se voi vi mettete tutti in grazia di Dio e non commettete nessun peccato mortale, io vi assicuro che nessuno di voi sarà colpito dalla peste» e chiede loro di dedicarsi all’assistenza degli appestati. Tre squadre: i grandi a servire nel Lazzaretto e nelle case, i meno grandi a raccogliere i moribondi nelle strade e i malati abbandonati nelle case. I piccoli in casa disposti alle chiamate di pronto intervento: la città, le autorità, anche se anticlericali, sono sbalordite e affascinate. L’emergenza finisce il 21 novembre. Tra agosto e novembre a Torino ci sono stati 2.500 appestati e 1.400 morti. Nessuno dei ragazzi di don Bosco si ammalò. È un episodio utile a far percepire qualcosa del clima in cui viveva don Bosco e in cui vivevano, come in qualcosa di palpabile, i ragazzi e i collaboratori che stavano con lui, attratti non dalla sua magia, ma dalla sua familiarità con Dio. Questa è la spiegazione cattolica. Chi la nega per principio, poi deve necessariamente accumulare mille e una spiegazione alternativa.
Torino a quel tempo è presa dalla febbre della prima industrializzazione. Gli immigrati si contano a decine di migliaia, nel 1850 si parla addirittura di 50.000 o 100.000 immigrati. Si cominciano a costruire case su case. La città è invasa da bande di ragazzi che si offrono per tutti i lavori possibili (ambulanti, lustrascarpe, fiammiferai, spazzacamini, mozzi di stalla, garzoni…) e non sono protetti da nessuno. Si formano vere e proprie bande che infestano i sobborghi, soprattutto nei giorni festivi in cui non si lavora.
I primi accostati da don Bosco sono muratori, scalpellini, selciatori e simili.
Molti ragazzi si danno al furto e finiscono, prima o poi, nelle carceri della città.
Don Bosco non guarda in faccia nessuno, preoccupato solo dei suoi ragazzi. Li raccoglie in un oratorio, se li trascina dietro nella continua ricerca di un luogo abbastanza capace per poterne ospitare un numero sempre crescente. Deve combattere su molti fronti contemporaneamente. I politici sono preoccupati del potenziale rivolu­zionario rappresentato da quelle bande di giovinastri che obbedisco­no, a centinaia, a un solo cenno di don Bosco.
L’oratorio è insistentemente sorvegliato dalla polizia. Alcuni ben pensanti «pensano» che l’oratorio sia un centro d’immoralità. I parroci della città sono preoccupati perché vedono distrutto il «principio parrocchiale». Se si deve fare l’oratorio, bisogna farlo nelle parrocchie. L’accusa è: «I giovani si staccano dalle parrocchie».
Ma sono ragazzi che non si avvicinerebbero mai a una parrocchia, e per di più – cosa ancora più seria e sempre difficile da capire per chi sta al di fuori – l’oratorio di don Bosco è solo secondariamente una struttura o un luogo. Sostanzialmente l’oratorio è don Bosco stesso, la sua persona, la sua energia, il suo stile, il suo metodo educativo: e questo non lo si può trasportare da una parrocchia all’altra. Per fortuna l’Arcivescovo decide di visitare personalmente l’Oratorio. Passa una giornata piena d’allegria e si diverte di gusto («non ho mai riso tanto in vita mia», dirà). Dà la Comunione a più di trecento ragazzi e poi la Cresima, fiero di tanta gioventù, anche se alzandosi con tutta la mitria picchia energicamente il capo sul soffitto della bassa costruzione.
Per sua decisine tutti i verbali delle cresime vengono raccolti dalla Curia e invitati successivamente ai rispettivi parroci: così l’Oratorio è praticamente accettato come “la parrocchia dei ragazzi che non hanno parrocchia”.
Fu il primo prete espositore in una Esposizione nazionale dedicata al lavoro. Dice lo storico che chi leggeva la scritta, prima rideva, pensando di trovare dentro il solito bazar di robe da sacrestia, poi entrava e restava allibito di poter assistere dal vivo all’intera catena di lavoro. Non era mai avvenuto a nessuno di poter assistere a tutto il processo con cui dagli stracci per fare la carta si arriva all’uscita del volume, illustrato con centinaia di incisioni e ben rilegato. Un giornale di Reggio Emilia scrisse che la galleria di don Bosco era una delle poche sempre affollate.
Oggi chiunque può permettersi, senza rischio, qualunque banalità e qualunque brutale giudizio quando parla di cose e persone di Chiesa, tanto molti cristiani accettano tutto e condividono tutto: hanno paura di essere trionfalistici; ogni critica e ogni deprezzamento della loro storia va loro bene. A volte si fustigano anche da soli, tanta è la voglia di apparire moderni. Caso mai, se si esagera, sorridono un po’. Dagli oratori salesiani, in questi 125 anni di storia della nostra nazione, sono usciti, formati in tutti i sensi, milioni di italiani. Ma milioni di uomini appaiono «patetici» alle idee di qualcuno, dato che San Giovanni Bosco non aveva posizioni politiche avanzate ne’ intelligenti analisi sociali progressiste. Semplicemente vedeva il bisogno e interveniva. Ma interveniva su uomini concreti, quelli che la storia la fanno tutti i giorni anche se sembrano «patetici» di fronte alle grandi sintesi storiche dei professori. Fu proclamato Santo alla chiusura dell’anno della Redenzione, il giorno di Pasqua del 1934.

Alcuni sogni
Il sogno delle due colonne
Tra i sogni di Don Bosco, uno dei più noti è quello conosciuto con il titolo di “Sogno delle due colonne”. Lo raccontò la sera del 30 maggio 1862.
“Figuratevi – disse – di essere con me sulla spiaggia del mare, o meglio sopra uno scoglio isolato, e di non vedere attorno a voi altro che mare. In tutta quella vasta superficie di acque si vede una moltitudine innumerevole di navi ordinate a battaglia, con le prore terminate a rostro di ferro acuto a mo’ di strale. Queste navi sono armate di cannoni e cariche di fucili, di armi di ogni genere, di materie incendiarie e anche di libri. Esse si avanzano contro una nave molto più grande e alta di tutte, tentando di urtarla con il rostro, di incendiarla e di farle ogni guasto possibile.
A quella maestosa nave, arredata di tutto punto, fanno scorta molte navicelle che da lei ricevono ordini ed eseguiscono evoluzioni per difendersi dalla flotta avversaria. Ma il vento è loro contrario e il mare agitato sembra favorire i nemici.
In mezzo all’immensa distesa del mare si elevano dalle onde due robuste colonne, altissime, poco distanti l’una dall’altra. Sopra di una vi è la statua della Vergine Immacolata, ai cui piedi pende un largo cartello con questa iscrizione: “AUXILIUM CHRISTIANORUM; sull’altra, che è molto più alta e grossa, sta un’OSTIA di grandezza proporzionata alla colonna, e sotto un altro cartello con le parole: “SALUS CREDENTIUM”. Il comandante supremo della grande nave, che è il Romano Pontefice, vedendo il furore dei nemici e il mal partito nel quale si trovano i suoi fedeli, convoca intorno a sé i piloti delle navi secondarie per tenere consiglio [Concilio Vatic. I ?] e decidere sul da farsi. Tutti i piloti salgono e si adunano intorno al Papa. Tengono consesso, ma infuriando sempre più la tempesta, sono rimandati a governare le proprie navi. Fattasi un po’ di bonaccia, il Papa raduna intorno a sé i piloti per la seconda volta [Concilio Vatic. II ?], mentre la nave capitana segue il suo corso. Ma la burrasca ritorna spaventosa.
Il Papa sta al timone e tutti i suoi sforzi sono diretti a portare la nave in mezzo a quelle due colonne, dalla sommità delle quali tutto intorno pendono molte ancore e grossi ganci attaccati a catene.
Le navi nemiche tentano di assalirla e farla sommergere: le une con gli scritti, con i libri, con materie incendiarie, che cercano di gettare a bordo; le altre con i cannoni, con i fucili, con i rostri. Il combattimento si fa sempre più accanito; ma inutili riescono i loro sforzi: la grande nave procede sicura e franca nel suo cammino. Avviene talvolta che, percossa da formidabili colpi, riporta nei suoi fianchi larga e profonda fessura, ma subito spira un soffio dalle due colonne e le falle si richiudono e i fori si otturano. Frattanto i cannoni degli assalitori scoppiano, i fucili e ogni altra arma si spezzano, molte navi si sconquassano e si sprofondano nel mare. Allora i nemici, furibondi, prendono a combattere ad armi corte: con le mani, con i pugni e con le bestemmie.
A un tratto il Papa, colpito gravemente, cade. Subito è soccorso, ma cade una seconda volta e muore. Un grido di vittoria e di gioia risuona tra i nemici; sulle loro navi si scorge un indicibile tripudio.
Senonché, appena morto il Papa, un altro Papa sottentra al suo posto. I piloti radunati lo hanno eletto così rapidamente che la notizia della morte del Papa giunge con la notizia della elezione del suo successore. Gli avversari cominciano a perdersi di coraggio.
Il nuovo Papa, superando ogni ostacolo, guida la nave in mezzo alle due colonne, quindi con una catenella che pende dalla prora la lega a un’ancora della colonna su cui sta l’Ostia, e con un’altra catenella che pende a poppa la lega dalla parte opposta a un’altra ancora che pende dalla colonna su cui è collocata la Vergine Immacolata. Allora succede un gran rivolgimento: tutte le navi nemiche fuggono, si disperdono, si urtano, si fracassano a vicenda. Le une si affondano e cercano di affondare le altre, mentre le navi che hanno combattuto valorosamente con il Papa, vengono anch’esse a legarsi alle due colonne. Nel mare ora regna una grande calma “.
A questo punto Don Bosco interroga Don Rua: – Che cosa pensi di questo sogno?
Don Rua risponde: – Mi pare che la nave del Papa sia la Chiesa, le navi gli uomini, il mare il mondo. Quelli che difendono la grande nave sono i buoni, affezionati alla Chiesa; gli altri, i suoi nemici che la combattono con ogni sorta di armi. Le due colonne di salvezza mi sembra che siano la devozione a Maria SS. e al SS. Sacramento dell’Eucaristia.
– Hai detto bene – commenta Don Bosco -; bisogna soltanto correggere una espressione. Le navi dei nemici sono le persecuzioni. Si preparano gravissimi travagli per la Chiesa. Quello che finora fu, è quasi nulla rispetto a quello che deve accadere. Due soli mezzi restano per salvarsi fra tanto scompiglio: Devozione a Maria SS., frequente Comunione (M.B. V11,169).

Il sogno missionario di don Bosco
“Mi parve di trovarmi in una regione selvaggia e sconosciuta, dove turbe di uomini di straordinaria altezza e statura, quasi nudi correvano, alcuni dando caccia alle fiere, altri combattendo tra di loro, ed altri che venivano alle mani con soldati vestiti all’europea.
Il terreno era cosparso di cadaveri, ed io fremevo a questo spettacolo. Quando vidi spuntare all’estremità della pianura tanti personaggi che – dal loro modo di vestire e di agire – ravvisai come missionari di vari Ordini. Questi andavano in mezzo ai selvaggi e predicavano la religione di Gesù Cristo. Ma quelli, appena li vedevano, con furore diabolico e gioia infernale li uccidevano, li facevano a pezzi che fissavano alla punta di lunghi bastoni e portavano come trofei. A queste orribili scene dissi tra me: Come bisognerà fare per convertire gente così brutale?
Intanto vedo in lontananza altri missionari che si avvicinano ai selvaggi con volto ilare, preceduti da una schiera di giovanetti. Tremando vado loro incontro per fermarli e distoglierli da quell’assurda impresa. Ma, avvicinatomi alquanto, mi fermo ad osservare e fissandoli riconosco chierici e preti salesiani. Altri selvaggi occorrono da ogni parte, ma questi fanno ala al loro passaggio; li accolgono con gioia e partecipano alla recita del Rosario. Deposte le armi, si dispongono in grande cerchio attorno ai missionari, piegano anch’essi le ginocchia fino a terra e, al canto di “Lodate Maria o lingue fedeli” intonato da un missionario, tutti all’unisono rispondono con tanta forza di voce che io, quasi spaventato, mi sveglio”. (MB X; 54-55).
Questo sogno fece tanta impressione su don Bosco che – ritenutolo un avviso dal Cielo – diede inizio alla realizzazione delle missioni estere come da sempre era suo vivo desiderio.

Secondo sogno missionario di don Bosco
Questo secondo sogno missionario che Don Bosco fece a San Benigno Canavese nel 1883, è una rappresentazione allegorica, ricca di elementi profetici, dell’avvenire delle missioni salesiane nell’America del Sud. Egli lo raccontò il 4 settembre ai membri del III Capitolo Generale. Don Lemoyne lo mise subito per iscritto e Don Bosco lo ritoccò e completò.
Si svolgeva sotto i miei occhi come un panorama immenso, che io dominavo quasi a volo d’uccello, una terra sterminata che, dopo uno stretto di mare, in fondo si frastagliava in cento isole, di cui una assai maggiore delle altre. Alcune di queste erano abitate da indigeni abbastanza numerosi; altre sterili, nude, rocciose, disabitate; altre tutte coperte di neve e ghiaccio. A occidente gruppi numerosi di isole abitate da molti indigeni. All’Occidente vedo altissime montagne, e all’Oriente c’è il mare. “Queste montagne sono come una sponda, un confine. Fin qui, fin là è la messe offerta ai salesiani. Sono migliaia e milioni di abitanti che attendono il vostro aiuto, attendono la Fede. Queste montagne sono le Cordigliere dell’America del Sud e quel mare l’Oceano Atlantico”. “E come fare? – io ripresi – come riusciremo a condurre tanti popoli all’ovile di Cristo?”. “Col sudore e col sangue – rispose – gli indigeni diventeranno graditi al Padrone della vita. Questo avvenimento sarà compiuto prima che si compia la seconda generazione”. “Ho visto abbastanza – io conclusi – ora conducimi a vedere i miei salesiani in Patagonia”.
Trovai subito i salesiani. Vi erano molte case con abitanti in gran numero; più chiese, scuole e vari ospizi per giovanetti e adulti, artigiani e coltivatori, e un collegio di ragazze che si occupavano in svariati lavori domestici. I nostri missionari guidavano insieme giovanetti e adulti. Io andai in mezzo a loro. Erano molti, ma io non li conoscevo e fra loro non vi era alcuno degli antichi miei figli. Tutti mi guardavano stupiti, come se fossi persona nuova, e io dicevo loro: “Non mi conoscete? Non conoscete Don Bosco?”. “Oh, Don Bosco! Noi lo conosciamo di fama; I’ abbiamo visto solo nei ritratti. Di persona no, certo!”. “E don Fagnano, don Costamagna, don Lasagna, don Milanesio, dove sono?”. “Noi non li abbiamo conosciuti. Sono i primi salesiani che arrivarono in questi paesi dall’Europa. Ma oramai sono passati tanti anni da che sono morti”.
Parlando del sogno Don Bosco affermò: “Quando si conosceranno le immense ricchezze che fanno preziosa la Patagonia, questo territorio avrà uno sviluppo di commercio straordinario. Nelle gole dei monti stanno nascoste preziose miniere; nella catena delle Ande fra il grado 10° e il 20° vi sono miniere di piombo, di oro e di cose ancor più preziose dell’oro”. Il valore di questo sogno sta nel fatto che in esso Don Bosco ci offre un complesso di dati positivi, dei quali egli non poteva aver avuto notizia né da viaggiatori né da geografi, non essendosi ancora fatta esplorazione di sorta in quelle estreme latitudini né a scopo turistico né con finalità economiche o scientifiche.

Due profezie di San Giovanni Bosco contro i Savoia
Nel 1855 quando, regnando Vittorio Emanuele II, venne approvata la legge Rattazzi che comportò la soppressione degli ordini religiosi, Don Bosco fece due profezie su Casa Savoia. Quanto riporto qui sotto è tratto dalla pagina Don Bosco e la persecuzione risorgimentale di Gianpaolo Barra.
Nel dicembre del 1854, mentre in Parlamento era in discussione la legge per la soppressione degli Ordini religiosi e l’incameramento dei loro beni, Don Bosco fa un sogno destinato a scatenare un vero terremoto nella famiglia reale. Un sogno così importante che don Bosco sente la necessità di informare immediatamente il Re. Invia una lettera al Re con la quale lo informa di aver sognato un bambino che gli affidava un messaggio. Il messaggio diceva: “Una grande notizia! Annuncia: gran funerale a corte”.
Alcuni giorni dopo, don Bosco invia un’altra lettera, visto l’atteggiamento non certo incoraggiante del Re dopo il primo avvertimento. Un altro sogno e di nuovo quel bambino che diceva: “Annunzia: non gran funerale a corte, ma grandi funerali a corte”. E don Bosco invitava espressamente il Re a schivare i castighi di Dio, cosa possibile solo impedendo a qualunque costo l’approvazione di quella legge.
Il Re, per la verità mal consigliato, non presta ascolto. E quanto aveva previsto don Bosco comincia inesorabilmente ad avverarsi. Il 5 gennaio l855, mentre il disegno di legge è presentato ad uno dei rami del Parlamento, si diffonde la notizia di una improvvisa malattia che ha colpito Maria Teresa, la madre del Re Vittorio Emanuele II. E sette giorni dopo, a soli 54 anni di età, dunque ancor giovane, la Regina madre muore. I funerali sono previsti per il giorno 16 gennaio. Mentre sta tornando dal funerale, la moglie di Vittorio Emanuele II, Maria Adelaide, che ha partorito da appena otto giorni, subisce un improvviso e gravissimo attacco di metro-gastroenterite.
Proprio quel giorno il Re riceve un’altra lettera di don Bosco, una lettera chiara. Ecco ciò che vi era scritto: “Persona illuminata ab alto [cioè dall’alto] ha detto: Apri l’occhio: è già morto uno. Se la legge passa, accadranno gravi disgrazie nella tua famiglia. Questo non è che il preludio dei mali. Erunt mala super mala in domo tua [saranno mali su mali in casa tua]. Se non recedi, aprirai un abisso che non potrai scandagliare”.
Quattro giorni dopo quest’ultima lettera, la giovane moglie del Re, la regina Maria Adelaide, a soli 33 anni, muore. Era il 20 gennaio l855. Non è finita. Quella stessa sera del 20 gennaio, il fratello del Re, Ferdinando, duca di Genova, riceve il sacramento dei morenti e muore l’11 febbraio. Aveva anche lui, come la Regina, solo 33 anni.
Nonostante questi avvertimenti, nonostante l’avverarsi di tutte le previsioni di don Bosco, il Re non si muove. La legge viene approvata il 2 marzo, con 117 voti a favore contro 36. In maggio la legge passa al Senato per la definitiva approvazione. Ma il giorno 17, a un passo dall’approvazione, si verifica una nuova sconcertante morte nella famiglia reale: muore il piccolo Vittorio Emanuele Leopoldo, il figlio più giovane del Re.
Epilogo. Il Re firmò e con quella legge ben 334 case religiose venivano soppresse per un totale di 5456 religiosi (cfr. Renato Cirelli, La Questione romana, Mimep-Docete, p. 31). Era il 29 maggio del 1855. Da Roma arrivo la “scomunica maggiore” (che può essere annullata solo dal Papa) per tutti “gli autori, i fautori, gli esecutori della legge”. La scomunica andava a colpire un Re che si diceva cattolico. Pio IX, nonostante le offese, le umiliazioni e le persecuzioni subite personalmente e dalla Chiesa di cui Lui era pastore, nel 1859, su richiesta di Vittorio Emanuele, accorderà il perdono pieno e senza condizioni al Re. Fatto, questo, che ci fa comprendere la grandezza di un Pontefice che la storiografia ha purtroppo denigrato.
Sempre intorno a questa legge, Messori ci ricorda, nel suo bel libro “Pensare la storia” un altro fatto straordinario, che riguarda ancora don Bosco.
Nel 1855, in piena lotta della Chiesa contro la legge Rattazzi, don Bosco pubblica un opuscolo. Dapprima, il governo liberale piemontese ne decide il sequestro, che poi non viene eseguito per paura di fare pubblicità al prete di Valdocco. In quell’opuscolo don Bosco ammoniva Vittorio Emanuele II, rifacendosi a qualcuno dei suoi sogni e alle sue abituali e straordinarie intuizioni, perché non firmasse quella legge. Scriveva testualmente don Bosco: “la famiglia di chi ruba a Dio è tribolata e non giunge alla quarta generazione”.
Un avvertimento grave e inquietante, ma pur sempre una profezia che oggi è facilmente verificabile, solo facendo un po’ di conti.
Vittorio Emanuele II muore a soli 58 anni, a quanto pare di malaria, cioè di quella febbre presa proprio a Roma dove i suoi bersaglieri erano entrati otto anni prima. Il suo primo successore, Umberto I muore 56enne a Monza, sotto i colpi di pistola dell’anarchico Bresci. Il secondo successore, Vittorio Emanuele III, scappa di notte, di nascosto, dal Quirinale, l’8 settembre del 1943 e tre anni dopo sarà costretto ad abdicare. Il terzo successore, Umberto II, fu un re “provvisorio”, per meno di un mese e, perduto il referendum popolare, deve accettare un esilio senza ritorno.
Come si vede facilmente, alla quarta successione, alla “quarta generazione” come scriveva don Bosco, i Savoia non sono giunti.

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